Lo spauracchio della pornografia

“Cam”, Daniel Goldhaber

Il genere horror ha affrontato e affronta tematiche quali corpo-sessualità-autodeterminazione con interessanti spunti di riflessione (a tale proposito suggerisco la lettura dell’articolo “Horror Punk” di Elena Pintimalli pubblicato sul nr 15 di “Rivista di Scienze Sociali”), ma non riesce a incutere paura nel dibattito pubblico quanto la pornografia, di cui si fa un gran parlare pur senza conoscerla (bene).
Mi piacerebbe se a scandalizzare fossero solo i suoi contenuti e non l’esistenza come genere in sé.
Il porno viene costantemente censurato in quanto tale, mentre il genere horror no ed è singolare perché in quest’ultimo, soprattutto nella sua deriva splatter, i corpi sono sovraesposti e il sesso non manca. Con questo non auspico a un controllo più esteso e inflessibile, ma anzi spero che né l’una né l’altro vengano sottoposti al vaglio della censura.
Considero molto più scandalosi e disturbanti il bombardamento mediatico e pubblicitario a sfondo sessuale (generalmente sessista), il modo in cui viene veicolata l’immagine dei nostri corpi (specialmente quello femminile) per non parlare di quanto e come sono ridicolizzati e mortificati i corpi in transizione o non riconducibili a un genere specifico.
Preferirei più schiettezza nel parlare di sesso e letteratura erotica/pornografica e meno ambiguità nel veicolare messaggi sessuali.

Ipotizzo che la maggiore censura arrivi dalle religioni monoteiste, baluardi di una morale che mette l’essere umano nella condizione di suddito e peccatore (mammamiacheppalle, solo a pensarci!).
Ai monoteismi seguono a ruota le politiche aziendali delle multinazionali che, per essere onnipresenti su mercati diversi, devono compiacere e patteggiare coi governi a costi molto alti, ossia in termini di libertà (di espressione e parola).
Ogni cultura che denigri il corpo non può che portare a frustrazione e difficoltà nell’accettare sé stess* e le altre persone, compromettendo inevitabilmente anche la sessualità e di conseguenza la sua raffigurazione.
Questa ultima affermazione può anche essere scritta diversamente.
Ogni cultura che esalti il corpo non può che portare a frustrazione e difficoltà nell’accettare sé stess* e le altre persone, compromettendo inevitabilmente anche la sessualità e di conseguenza la sua raffigurazione.
Sono due facce della stessa medaglia: i corpi sono tormentati in un modo e in un altro, la sessualità si trasforma in meccanismo oscuro e la pornografia, i racconti di questa sessualità non detta o troppo detta, dirompono.

Ho cercato in rete una definizione di pornografia che fosse avulsa da giudizi di merito, mi sono imbattuta in quella che ne ha dato Piero Benassi in “Universo del Corpo” (2000) e presente sul sito Treccani. La bibliografia è piuttosto datata, se si considera che il testo più recente citato è del 1994, e durante la lettura mi sono dovuta trattenere più volte dall’afferrare il computer per schiantarlo contro il muro.
Viene descritta per l’ennesima volta la pornografia non solo come rappresentazione di scene erotiche e sessuali volte all’eccitazione (fin qui tutto bene* (cit.), la finalità è proprio quella), ma come una sorta di non-arte volgare, priva di sentimento e puramente oscena.
Per non parlare di quando, citando la fonte Pornografia e cultura, “Rivista sperimentale di freniatria” (Andreoli 1989) vengono riportate affermazioni quali:

«Tra le variazioni culturali della pornografia, si possono distinguere quella erotica, che stimola l’uso “normale” della sessualità, da una pornografia che invece si riferisce a pratiche sadomasochistiche, omosessuali, incestuose che giungono fino al feticismo, al travestitismo e al transessualismo.».

Si tratta quindi di un problema interpretativo.

L’aggettivo “osceno”, usato per detrarre, assegna un giudizio negativo, come se l’oscenità non potesse emozionare o far riflettere (che poi tutto ‘sto bisogno di riflettere su bisogni, desideri, passioni e istinti non so neppure quanto sia producente e necessario, come se a voler intellettualizzare si potesse dare dignità a qualcosa che ne ha già di per sé, ma che per pregiudizi culturali e sociali viene declassata).
La pornografia mette in soggezione perché espone, mostra e libera e questa libertà spaventa e imbarazza.
Ormai siamo abituat* al nudo ma lo giustifichiamo socialmente se lo possiamo contestualizzare e preferibilmente assegnare a un àmbito specifico, meglio ancora se “artistico”, altrimenti è solo pretestuoso nonché volgare.

“Estasi dell’osceno” (cover), Rosario Gallardo

Perché dunque la pornografia non può essere arte? O ancora – ed è questa la domanda che mi pungola maggiormente – perché la pornografia per essere socialmente accettata deve essere una forma d’arte? Non può essere semplicemente rappresentazione esplicita del desiderio e del bisogno? Perché deve essere relegata a letteratura e cinema di genere e non invece essere inserita in un contesto più ampio?
Dove trovano spazio l’osceno e il volgare nella nostra Società? Cosa devono fare per essere legittimati? Desideriamo essere rassicurat* e coccolat* perché i tempi sono ostili, tuttavia l’arte non dovrebbe rassicurare ma mettere in discussione e in questa chiave di lettura la pornografia è assolutamente una forma d’arte, prorompente e scomoda.

Forse il demerito della pornografia, a differenza dell’horror, è quello di essere fine a sé stessa. Mentre la prima si esaurisce nella rappresentazione del sesso esplicito, il secondo racconta tramite allegorie fortemente rappresentative situazioni e sentimenti, spesso con critiche feroci allo status quo.
Mi piacerebbe molto vedere un film dove il sesso pornografico sia inserito in una narrazione di ampio respiro. Credo che mi ecciterebbe di più (come ho avuto modo di accennare nell’articolo della scorsa settimana) e probabilmente aiuterebbe la pornografia stessa a uscire dal ghetto.

 * “L’odio” (“La heine”, Mathieu Kassovitz)

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