Saper dire le parole

«Noi siamo quel che facciamo. Le intenzioni, specialmente se buone, e i rimorsi, specialmente se giusti, ognuno, dentro di sé, può giocarseli come vuole, fino alla disintegrazione, alla follia. Ma un fatto è un fatto: non ha contraddizioni, non ha ambiguità, non contiene il diverso e il contrario

da “Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia”, Leonardo Sciascia

I fatti dicono molto più delle parole, è ragionevole pensarlo, ma – come diceva Michele Apicella (Nanni Moretti) a una Reporter in difficoltà (Mariella Valentini) in “Palombella Rossa” – «le parole sono importanti».
Le parole disegnano il mondo che ci circonda e le interazioni fra le persone che lo abitano, noi compres*.
Di recente ho partecipato a un vivace dibattito su Instagram nel quale ci si chiedeva se l’uso di parole quali patriarcato e femminismo abbiamo ancora ragion d’essere o debbano essere sostituite per adattarsi alla contemporaneità.

Di seguito la definizione di patriarcato che dà Wikipedia, la quale riporta anche il significato in ambito sociologico:

Il patriarcato è un sistema sociale nel quale gli uomini detengono principalmente il potere e predominano in ruoli di leadership politica, autorità morale, privilegio sociale e controllo della proprietà privata.

Alcune persone ne criticano l’uso definendola obsoleta altre la rivendicano come assolutamente contemporanea.

Cercherò di portare dei dati oggettivi (i fatti menzionati da Sciascia) per chiederci se abbia ancora senso usarla.

  1. Risale all’8 Novembre 2016 la sentenza della Corte Costituzionale n. 286, pubblicata il 21 dicembre dello stesso anno, che permette di registrare il doppio cognome al momento della nascita della figlia e/o del figlio previo accordo dei genitori e in ogni caso con il cognome materno che segue quello paterno. Nell’eventualità di mancato accordo, viene automaticamente assegnato il cognome paterno. In caso di coppie non sposate può essere assegnato il solo cognome materno. Per quanto riguarda le coppie omogenitoriali in Italia, viene assegnato al/la figli* il nome della persona che ha portato avanti la gravidanza o di quella che ha donato lo sperma (questo secondo caso si presenta con la GPA – Gestazione Per Altri – proibita nel nostro Paese e alla quale si fa ricorso in alcuni stati esteri).
  2. Le donne guadagnano il 23% in meno rispetto ai colleghi a parità di impegno lavorativo. Pare che la tendenza stia cambiando in positivo ma che “tuttavia l’analisi delle lacune salariali deve essere inserita nel più ampio contesto di altre dimensioni della disuguaglianza tra donne e uomini, comprese le donne con accesso limitato al lavoro retribuito e alla divisione impari dei compiti domestici” (fonte: “Global Wage Report 2018/2019” dell’International Labour Office – ILO).
  3. In Italia il numero di donne in politica che ricoprono cariche istituzionali sta salendo, ma resta pur sempre a una distanza considerevole dai restanti Paesi europei. Siamo in tredicesima posizione sotto la media europea del 30.40% di donne ministre, dove la Spagna fa da traino col 60% (fonte: rapporto “AGI/Openpolis “Trova l’intrusa – gli effetti delle leggi per la parità di genere su Comuni, Regioni, Parlamento nazionale ed europeo”).

Nei tre esempi che ho riportato non mi sono concentrata sull’ulteriore discriminazione subita da chi non è nata biologicamente femmina e da tutte le persone che non si riconoscono nei dualismi maschio/femmina, uomo/donna ma che sono coinvolte nel dibattito.

Gender pay gap, illustrazione del New York Times

Gender pay gap, illustrazione del New York Times

Se fosse vera la premessa che la famiglia eterosessuale non si basa più sulla figura paterna almeno in termini pratici, la legge sui cognomi ci ricorda che non è così e – in primis dando continuità al cognome paterno – rafforza l’autorità (formale o meno) del padre come figura di riferimento e quindi più autorevole. Il valore simbolico di questa tradizione si riflette sulla nostra mentalità e su come concepiamo le relazioni e interazioni sociali. Pertanto se una coppia eterosessuale è riconosciuta come tale dalla legge perché unita nel vincolo matrimoniale, il padre viene riconosciuto come capo-famiglia e per dare il cognome materno bisogna che le parti siano concordi, altrimenti la questione non si pone.

Sempre se fosse vera la suddetta premessa, le mansioni legate alla cura della casa e della prole sarebbero equamente suddivise, invece non è sempre così: nelle famiglie eterosessuali la donna non solo lavora fuori casa (quando trova un impiego, nonostante indagini statistiche abbiano dimostrato che – almeno in Italia – le donne si laureano di più e con voti più alti degli uomini. Fonte: Almalaurea), ma anche dentro. Le leggi non aiutano il ménage famigliare: i congedi di paternità e la retribuzione relativa a questi periodi sono irrisori rispetto alle esigenze e ai desideri delle famiglie. Detto questo è facile immaginare come l’impianto sia a carico della donna, che in previsione di una maternità o a seguito di essa, riceve forti pressioni e discriminazioni sociali, lavorative ed economiche, di qui il cosiddetto gender pay gap, che almeno è democratico: svantaggia tutte le donne a prescindere dal fatto che abbiamo avuto o meno figli*!

Il terzo esempio riguarda le donne e la politica, la famiglia non c’entra, ma c’entra sicuramente l’impostazione della nostra classe politica che alla famiglia tanto si ispira: a prevalenza maschile e composta principalmente da uomini over 50.

Il patriarca è letteralmente il padre al comando: cosa c’è di arcaico? Nulla, considerato che siamo una società patriarcale e paternalistica e di conseguenza in linea con la parola. Semmai dovremmo chiederci cosa c’è di anacronistico: tutto! È ridicolo e doloroso che attualmente negli Stati di Diritto avvengano ancora discriminazioni più o meno palesi in base al sesso e al genere ed è pericoloso che si cerchi di giustificare con argomentazioni prive di fondamento scientifico queste discriminazioni.
È giusto sottolineare quanto la parola patriarcato sia antiquata e sarebbe bello non doverla usare più, ma non potremo farlo fintanto che a essere antiquato non sarà il patriarcato stesso. Va riconosciuta ai padri (intesi come uomini) la responsabilità di queste penalizzazioni e va ricordato che è a causa loro se la nostra cultura è permeata di stereotipi maschilisti e in generale sessisti. È a causa del patriarcato che è nato il femminismo e voler circoscrivere questa parola all’universo femminile è altrettanto sbagliato; con ciò detto, riconoscere al movimento femminista la sua radice etimologica è fondamentale per non tacitare la potenza delle intenzioni e dei gesti che lo hanno costituito.

Fonte illustrazione

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