Lo fanno per il nostro bene (parte prima)

«Chi censura i censori?»
Decimo Giunio Giovenale

Nell’Aprile 2016 lanciammo il numero 15 di “Rivista di Scienze Sociali”, così ogni giorno condividevo su Facebook il link a uno degli articoli per promuoverli.

Alcuni di essi erano corredati dalle immagini del servizio fotografico “Santa Firunika dalla veste nera” che feci con Alex Gallo e che lanciammo in anteprima proprio su “Erottica – Sguardi obbliqui di corpi dilatati”.

L’articolo di Francesco Macarone Palmieri, “Emoporn” (di cui consiglio fortemente la lettura), era uno di questi. Sotto il titolo e nella preview troneggiava una foto in bianco e nero di me in ginocchio col ventre e la vulva scoperti, il seno nascosto da uno scialle nero e il volto tagliato dall’inquadratura.

Facebook eliminò il post perché offensivo.

Era già capitato in altre occasioni, ma fu in quel periodo che iniziai a pubblicare più o meno sistematicamente foto mie in polemica con la condotta censoria del social network.
La domanda più o meno esplicita che ponevo era sempre la stessa: «Che colpa hanno i nostri corpi?» ed è la medesima da allora.
Iniziai a usare Facebook sempre meno, prediligendo Instragram, che sembrava più aperto sul tema nonostante dal 2012 fosse stato acquisito dall’azienda di Zuckerberg. Mi ero sbagliata di grosso e non ci è voluto molto a capire che Instragram è altrettanto bigotto: talis pater

Stando ai dati di Luglio 2018, il maggior numero di utenti che utilizza Instagram si trova negli USA seguiti nell’ordine da India, Brasile, Indonesia e Turchia (fonte: Hootsuite).
Sono andata a cercare le condizioni delle donne in quegli Stati e ho scoperto che nel 2018 la Thomson Reuters Foundation ha stilato la classifica dei 10 Paesi più pericolosi al mondo per le donne: è emerso che l’India è al primo posto mentre gli Stati Uniti d’America al decimo. Fra i parametri considerati ci sono discriminazione, violenza sessuale e non, traffico di esseri umani (schiavitù domestica, lavoro forzato, matrimonio forzato e schiavitù sessuale).
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) il Brasile è invece quinto Paese al mondo per tasso di femminicidi (fonte: LetteraDonna).
Nella zona nord dell’isola di Sumatra, nella provincia di Aceh in Indonesia, nell’ottobre del 2018 è stato istituito il divieto per le donne di mangiare fuori con un uomo tranne che se accompagnate da un famigliare (maschio, ovviamente) e inoltre dalle ore 21.00 è vietato servire clienti donne nei locali pubblici per “proteggerne la dignità” (fonte: Sky Tg24).
In Turchia, nonostante i movimenti femministi locali, le donne faticano a essere considerate e trattate alla pari degli uomini e sono diffusi stupro, femminicidio e violenza domestica, oltre ad altri tipi di discriminazioni (fonte: Wikipedia).
Da tempo mi interrogo sulla connessione tra globalizzazione, diffusione dei social media e libertà e penso che ci sia una relazione tra questi temi e la censura.
Un’azienda che cerca di imporsi economicamente su larga scala e in modo capillare, deve fare i conti con leggi, norme e tradizioni del luogo in cui entra e desidera stare. Se le donne sono ritenute inferiori (rispetto agli uomini [eterossessuali], che in una visione patriarcale è il metro di paragone assoluto), se i loro (nostri) corpi sono considerati volgari e pericolosi, sarà necessario privare tali persone della libertà di espressione, sarà imposto loro il divieto di mostrarsi come vogliono e persino di parlare di cosa desiderano e come lo desiderano.

In questo contesto storico, politico e sociale si inserisce il porno-attivismo, con le sue provocazioni che trascendono la narrazione volta a eccitare e usando la rappresentazione dell’atto sessuale per un discorso politico di de-colonizzazione e libertà, rivendicazione dei diritti e quindi autodeterminazione.
Quando una persona consapevole (l’aggettivo è fondamentale in questo assunto) si mostra nuda, sta compiendo due azioni: la prima è quella oggettiva di mostrare il proprio corpo integralmente o parzialmente, la seconda è quella intrinseca di esercitare la propria libertà di espressione, senza cercare legittimazione, perché si è legittimata con l’azione stessa.

Una ricerca del Center for Technology Innovation at Brookings del 2016 raccolse i dati in cui si diceva chiaramente come gli Stati che avevano applicato il divieto di usare determinate applicazioni e siti persero 2 miliardi e 400 milioni di dollari nel 2015 (fonte: Panorama). Considerata l’ingente somma, alcuni sono tornati sulle proprie decisioni aprendo le porte ad aziende come Facebook (che possiede Instagram e Whatsapp) e Google, fra le più note, potenti e pervasive. Gli accordi si fanno sempre sulla base di compromessi a scapito della libertà: limitando quella delle/degli utenti, non solo impedendo che condividano contenuti che sono ritenuti pericolosi per la community, ma anche ricavando informazioni personali su di ess* per avere un controllo maggiore, se non totale (abitudini di acquisto, stile di vita, opinioni politiche, interessi, ecc.).

«Instagram riflette la nostra eterogenea comunità di culture, età e credenze. Abbiamo dedicato molto tempo a riflettere sui diversi punti di vista delle persone in modo da creare un ambiente sicuro e aperto per tutti.»
Incipit della versione lunga delle linee guida della community.

Se il tuo sito accetta utenti dai 13 anni in su di credo religiosi, opinioni politiche, e condizioni sociali disparate e se tali utenti usufruiscono del tuo sito anche in Paesi dove sono in vigore pena di morte (non c’è bisogno di andare in Medio Oriente, negli USA con la pena capitale se la cavano benissimo!), tortura, imposizioni di natura religiosa o statale che limitano la libertà di espressione e parola, come minimo devi fare in modo che chiunque non si scontenti.
Quello che deduco è che la violenza, l’omofobia, il sessismo, l’oggettificazione dei corpi femminili e la xenofobia vengono tollerati, mentre le soggettività dei corpi e i discorsi su una sessualità positiva ed eterogenea sono censurati, lo dimostrano le numerose pagine a sfondo razzista ancora attive nonostante le segnalazioni e il fatto che la narrazione mainstream della sessualità se la passa piuttosto bene. Pertanto la conclusione alla quale sono arrivata è che pagine e profili volti alla limitazione delle libertà altrui vengono favoriti, mentre pagine e profili volti all’estensione di tali libertà vengono osteggiati e censurati.

[continua…]

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