Intervista ribelle a Sara Silvera Darnich

Tornano le “Interviste ribelli” di agit-porn nelle quali ci confrontiamo con persone che secondo noi vivono e comunicano in modo dissidente e resiliente: oggi tocca a Sara Silvera Darnich.

Sara Silvera Darnich:
da studentessa incompresa a educatrice resiliente

Mi viene difficile descrivere Sara e restituirvi un suo ritratto esaustivo, perché è una persona con così tanti interessi, passioni e competenze che se mi dimenticassi qualcosa, sentirei di farle un torto. Ho deciso quindi di introdurvi subito a questa interessantissima intervista che ha rilasciato ad agit-porn.
Buona lettura!

Mi hai raccontato che qualcun* ti ha chiesto come mai nella tua bio su Instragram non hai scritto di essere femminista. Mi piacerebbe se condividessi con le lettrici e i lettori di agit-porn la risposta che hai dato a me e come si è sviluppata la tua coscienza femminista, se in modo consapevole e strutturato o in modo casuale.
Io non mi definisco femminista esattamente come non mi definisco a favore dei diritti umani, antifascista, antirazzista e antisessista, semplicemente lo sono.
Tutto di me dice che sono femminista: il tipo di riflessioni che faccio, i libri che leggo, i progetti che supporto, le battaglie che combatto. Non sono sempre stata femminista, anzi, per tutta la mia vita ho avuto atteggiamenti maschilisti; ho un intero ossario nell’armadio: dal bodyshaming, alle battute sessiste ai danni di varie categorie di donne dalle cosplayer alle attiviste di nudo, alle modelle. Insomma, mi credevo molto figa e molto intelligente invece ero una mitraglietta di minchiate. Potessi tornare indietro mi prenderei a ceffoni ma ho deciso di riparare ai miei errori basando la mia personale idea di femminismo sulla collaborazione attiva: mi piace supportare i progetti e le battaglie di altre donne e promuovere il lavoro di squadra e non la competizione. Sono molto soddisfatta di quello che sono ma soprattutto sono l’esempio vivente che nella vita si può sempre smettere di essere imbecilli: un po’ come Homer quando diceva: “Non sono gay ma posso imparare!”.

Preferisci non mostrare il tuo corpo svestito, salvo una foto in cui indossi un abito che ti lascia scoperta la schiena, ma hai collaborato e continuerai a collaborare con il progetto “I am naked on the Internet” di Miss Sorry. Come nasce questa cooperazione e di che natura sono e saranno i tuoi contributi?
Penso sia fondamentale supportare persone che combattono le nostre stesse battaglie, soprattutto se il loro mezzo di espressione è diverso dal nostro. Del progetto “I am Naked on the Internet” mi sono innamorata subito così come della personalità di Miss Sorry: sono stata contattata dopo che ho parlato sul mio profilo della sessualizzazione del corpo dei bambini. Sul sito porterò il mio contributo pedagogico su temi come il corpo e la sessualità dei bambini che sono affini a quelli trattati dal progetto fotografico di “I am Naked on the Internet” riguardo la sessualità e il corpo degli adulti.

Il non mostrarti parzialmente o totalmente nuda è una scelta o piuttosto una condizione per te naturale? Che rapporto hai col tuo corpo?
Io non mi spoglio online ma amo stare nuda a casa mia, lontano da occhi estranei, vivo molto a mio agio la nudità soprattutto nella quotidianità con il mio fidanzato.
Il fatto di non mostrarmi nuda rappresenta alla perfezione il mio carattere: sono una comunicatrice nata, ma sono una persona estremamente riservata. È difficile crederlo perché il mio modo di comunicare si basa sul racconto della mia esperienza personale, anche se di fatto non racconto quasi niente di quello che accade nella mia vita offline e, per quanto una persona si racconti anche parzialmente online, non equivale a conoscere approfonditamente la sua storia. Attualmente ho un ottimo rapporto con il mio corpo ma non è sempre stato così: ho subito bodyshaming e per anni l’immagine riflessa nello specchio era il frutto di una fantasia malata che si immaginava deformità e rotolini dove non c’erano. Spesso è stato difficile vedermi per ciò che ero realmente perché il mio peso era troppo o troppo poco a seconda della persona che mi trovavo davanti. A fare la differenza è stata soprattutto una rete di relazioni affettive sane: da Fausto, il mio fidanzato, che si è sempre rifiutato di considerare difetti quelle parti del corpo che ritenevo tali, fino ad arrivare alle persone che mi circondano online e offline che rifiutano il sessismo, il bodyshaming e l’ossessione per il corpo normato dai media.

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“Sarettina”, Fausto Chiodoni

Da poco è uscito un tuo articolo per Clitoridea in cui parli di peli. Come mai eri ossessionata dalla depilazione (intendo anche prima della cura cortisonica che ti ha causato irsutismo)? Volevi aderire a uno standard di bellezza oppure provavi un’innata repulsione per la peluria?
Credo che la mia ossessione per la depilazione sia nata con il giudizio degli altri. Non mi sono mai fatta problemi riguardo il mio corpo, le mie origini straniere o il mio modo di fare le cose finché non è arrivato il confronto con l’Altro. Lo stereotipo della “donna glabra” è uno dei più devastanti sulla psiche delle donne more come me, soprattutto se circondate da coetanee bionde o castane chiare: vivi costantemente commenti sinceramente stupiti di compagne e compagni che ti dicono: “Ma tu hai peli!” come se fosse una cosa anormale, quando per una donna con la mia storia genetica e medica lo è perfettamente. I miei peli, il taglio dei miei occhi, il mio cognome urlavano solo una cosa: “Tu sei diversa!” in un periodo della vita come l’infanzia dove tutto ciò che desideri è essere uguale agli altri. Mi sono a lungo interrogata sul mio rapporto con la depilazione, soprattutto su quanto lo standard di bellezza abbia influito sul mio desiderio di avere una pelle liscia. Ora che ho 28 anni penso che mi piaccia la sensazione di avere un corpo liscio e mi piace depilarmi esattamente come mi piace mettermi il rossetto o portare i capelli lunghi. È cambiato lo sguardo sulla depilazione: prima mi depilavo perché la mia repulsione era dettata dal desiderio di voler aderire a uno standard di bellezza, quest’anno, per la prima volta la decisione di depilarmi o meno è una scelta consapevole.

Nel tuo lavoro di educatrice ti capita di dover parlare di sessualità alle bambine e ai bambini? Lo fai liberamente o prima ti confronti col gruppo insegnanti e con le famiglie interessate?
Questo è un tema estremamente delicato che fa entrare in gioco diverse “forze” come il limite, la professionalità, la deontologia e la personalità dell’educatore. Personalmente mi è capitato molto raramente che i bambini mi facessero domande specifiche sul sesso perché al nido e alla scuola dell’infanzia non sono temi comuni. Io ho delle convinzioni in merito alla spiegazione della sessualità nei bambini ma non posso imporle alle famiglie. Se mi trovo davanti un bambino di famiglia religiosa o che ha vedute differenti dalle mie non posso assolutamente mettere a repentaglio l’alleanza tra scuola e famiglia e dare al bambino informazioni diverse da quelle che i suoi genitori hanno detto, perciò – se dovessi ricevere una domanda sulla sessualità da parte di un* dei bambin* – cercherei immediatamente di rispondere strategicamente con un’altra domanda: “Cosa ti hanno detto i tuoi genitori?”, poi ne parlerei con l’équipe di collegh* e insieme a loro con i genitori per sapere come procedere su una linea comune. Per quanto mi riguarda l’unico tema sul quale non sento di dovermi confrontare con i genitori è la discriminazione: nella mia concezione di educazione sono rispettati tutti gli orientamenti sessuali e tutti i generi. Se un genitore si dimostrasse omofob*, non potrei sostenere la sua tesi e, nel caso, insieme all’équipe, chiederei il parere sia ai miei coordinatori che al responsabile del servizio ma non voglio assecondare insegnamenti che dicano a un bambino che certi amori valgono meno o che sono contronatura.

Su Instagram curi delle rubriche sui libri che leggi, concentrandoti principalmente su distopie e horror. In alcune stories hai parlato dell’importanza della paura e dell’orrore nella narrativa per l’infanzia: anche io ho notato che favole e cartoni animati contemporanei sono edulcorati rispetto a 15/20 anni fa. Secondo te come mai questa scelta e quali sono le ripercussioni sulla Società? Il tentativo di “protezione a ogni costo” e in senso lato non è forse lo stesso che esercitano anche i social media sulle persone, fallendo miseramente?
Sono molto critica su questo fronte, perché sono fermamente convinta che rendere più edulcorati i contenuti per bambini sia controproducente per la loro l’educazione emotiva. Penso che esporre i bambini a piccole dosi di paura, tristezza, frustrazione e rabbia permetta loro di conoscerne i meccanismi e di declinarli secondo la propria individualità: se imparo fin da piccol* come mi arrabbio, come divento triste, cosa mi fa paura e in che modo mi spavento, quando queste forze mi coglieranno fuori da luoghi protetti e all’improvviso, avrò gli strumenti necessari per fare fronte a questa situazione destabilizzante, semplicemente perché ne ho già fatto esperienza insieme ai miei genitori, ai miei insegnati e ai miei coetanei. Un/a bambin* che non riesce a dare forma al proprio universo interiore diventa preda delle proprie emozioni, ne viene sopraffatt*. Sui social si sta facendo lo stesso: per “proteggere” i propri utenti (ma di fatto i propri investitori) si bollano come “forti”, “violenti”, “controversi” temi e contenuti che trattano di attualità e sessualità senza fare un vero e proprio ragionamento su di essi. Penso al messaggio che può arrivare agli adolescenti che si approcciano per la prima volta ai social: un corpo nudo che viene censurato sempre significa che è sempre sbagliato, quando di fatto ci sono mille sfumature tra un corpo nudo mostrato in un video porno e uno di revenge porn, di chi si mostra nud* per attivismo o per fini artistici e di chi viene mostrat* nud* contro la sua volontà. È una semplificazione devastante che non educa il senso critico di nessun*.

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Sara Silvera Darnich

Sei un’appassionata del mondo animale, ti sarebbe piaciuto fare la zoologa e più nello specifico la chirotterologa: come sei approdata alla pedagogia? Riesci a portare questa tua grande passione in campo educativo per raccontare e cercare di spiegare il mondo alle bambine e ai bambini con cui lavori?
Sono approdata alla pedagogia per rabbia: dopo due bocciature ero arrabbiata per i torti subiti a scuola dagli insegnanti, ero scontenta del sistema scolastico e, preda di un delirio di onnipotenza, desideravo diventare una sorta di “Vigilante dell’educazione” che sbaragliava i crimini della cattiva pedagogia. Fortunatamente al delirio è subentrata la ragionevolezza e il mio lavoro mi ha guarito da tutta l’inquietudine rendendomi un essere umano equilibrato. Amo profondamente il mio mestiere e sono riuscita a trovare il modo di coniugare la mia passione per il mondo animale con la mia professione: spesso mi piace insegnare ai bambini il rispetto degli animali raccontando loro come funzionano, come si comportano e che ruolo ricoprono all’interno dell’ecosistema.

In età adulta hai scoperto di essere una persona disprassica, cosa ha comportato questa notizia per te e perché hai deciso di fare divulgazione a riguardo?
Ogni volta che racconto della mia diagnosi tardiva le persone fanno sempre la stessa osservazione: “Deve essere stato terribile scoprire di avere un disturbo da adulta!”.
In realtà per me scoprire di essere disprassica è stata la cosa più bella della mia vita: ho potuto fare finalmente pace con una parte molto dolorosa del mio passato scolastico e ho avuto le indicazioni cliniche necessarie per migliorare gli aspetti della mia esistenza che ancora rappresentano una difficoltà.
Ho deciso di fare divulgazione per informare non solo riguardo il mio disturbo e su cosa significa conviverci tutti i giorni, ma sopratutto per mostrare uno sguardo diverso sulla disabilità: non come limite ma possibilità.

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“Sara”, Fausto Chiodoni

Quali sono i progetti a cui stai lavorando al momento e che ti vedranno coinvolta prossimamente? Arriveranno novità anche sulla tua pagina di Instragram?
Al momento sto lavorando ad alcuni progetti editoriali…. ma non posso dire ancora niente. Sarò relatrice al convegno organizzato da Ad&F (Associazione Disprassia e Famiglie) del 6 Settembre prossimo dove interverrò come professionista dell’educazione e disprassica. Inoltre sto lavorando alla seconda “edizione” del mio personale progetto di maglieria “Como el Pato” che vuole mostrare attraverso il lavoro a maglia come una persona con disabilità invisibile possa superare i limiti della propria diagnosi.

Spero che grazie a questa intervista, voi agitatrici e agitatori, vi siate incuriosit* rispetto alle tematiche toccate e ai progetti citati; per approfondimenti e ulteriori curiosità Sara avrà piacere di rispondervi se la contatterete sul suo profilo Instagram @sarai_sanguedidrago

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