[Guest Post] “Trucco death proof” di Urfidia

Il mio lavoro consiste nel preparare le salme. Sono una tanatoesteta, mi occupo, dunque, di toeletta mortuaria, vestizione, cosmesi funeraria e ricostruzione. Quotidianamente, col mio piccolo e selezionato pubblico, su Intagram parlo del mio lavoro e avvio riflessioni inerenti l’ambito funebre e la morte. Chi mi segue sa che tratto determinati argomenti, invece qui ho quasi timore di spaventare, perché so bene quanto questi costituiscano tabù, tanto che, spesso e volentieri, con gli sconosciuti nicchio. Non è ipocrisia, è più una questione di rispetto: non tutti sono curiosi, non tutti vogliono sapere, molti ne rimangono sconvolti. Il punto è che vorrei abbattere il tabù della morte, ma con dolcezza. Vorrei che al ribrezzo iniziale seguissero la comprensione, la gentilezza, l’amore. E pur sapendo che il pubblico di agit-porn è curioso, attento e vario, continuo a nutrire il timore della repulsione che l’argomento suscita nei più.

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Una camera mortuaria, Urfidia

Esistono nella vita di tutti noi dei riti di passaggio, ce ne sono due che sono fondamentali (oltre che fondanti per la nostra esistenza): il primo è la nascita e l’ultimo è la morte. Sono delle chiavi di volta esistenziali, perché ci definiscono, costituiscono l’inizio e la fine, ci costituiscono come dei viventi, ma anche come dei morenti. Insomma parlare della morte non dovrebbe essere un tabù, dovrebbe essere naturale, così come lo è parlare di nascita e di parto. Ora qui cercherò di non dilungarmi troppo sul tabù della morte in sé, quanto sul tabù del corpo morto, del cadavere.
Quando parliamo di “corpo” lo intendiamo quasi sempre nella sua forma smagliante, lo immaginiamo immediatamente tonico, slanciato, abbronzato, atletico, caldo, insomma bello*. Il corpo dei morti si contrappone a tutto ciò: le salme sono immobili, esangui, maleodoranti, gli occhi spenti, gli arti freddi.
Quando pensiamo al “corpo” scartiamo in automatico ciò che non ci piace: la malattia, la disabilità fisica, la rigidità cadaverica; è una reazione naturale, innata, siamo vivi e pensiamo ai vivi, ai sani, verissimo (però ai morti chi ci pensa?). È una reazione che è anche mediata dalla cultura in cui siamo cresciuti e mi viene subito in mente “Cecità” di Saramago. Se vivessimo in una società dove tutti gli individui sono paraplegici, nel pensare a un corpo lo immagineremmo ovviamente come paraplegico e sarebbe bizzarro quello nato “non paraplegico”. Bisogna sempre porre attenzione al punto di vista da cui si guardano le cose, bisogna sempre sforzarsi un po’ di più per trovare la voglia e la forza di cambiare prospettiva, vincere la paura dello sconosciuto e alzare l’asticella della comfort zone. Ecco perché sono qui a scrivervi, coi miei evidenti limiti, con le mie difficoltà.

La prima volta che si tocca un cadavere fa un certo effetto, perché come viventi siamo abituati a relazionarci con altri corpi vivi. E a volerla dire tutta in termini filosofici il nostro corpo, il nostro esistere, è legittimato proprio dalla moltitudine degli altri corpi, dalla comunità corporea di cui facciamo parte. Corpi viventi che si muovono nello spazio, nel tempo e a un tratto, quasi per caso, prima o poi la morte sopraggiunge a imporre di arrestarsi.
Cessa il battito cardiaco, la respirazione, l’attività neurale e non esistiamo più; eppure quello che era il nostro corpo è fisicamente ancora lì, tra i vivi. Lo piangono gli amici e i parenti. Lo piangono senza trovare una giustificazione, senza avere una consolazione. È qui che il mio lavoro diventa fondamentale per l’elaborazione del lutto; non esiste una morte uguale a un’altra, sono tutte uniche, irripetibili, esattamente come il momento della nascita. Esattamente come i corpi tutti asimmetrici, tutti diversi, tutti bellissimi capolavori genetici: siamo unici. Sono pochi quelli che se ne vanno nel sonno, pochi quelli che “sembra stia dormendo”, ma l’intervento del tanatoesteta mira proprio ad ottenere questa resta finale.
Laddove ci sia un volto deturpato dalle sofferenze della malattia, punta a restituirne l’originale serenità ai suoi familiari, perché possano riconoscerlo e così realizzare che non c’è più; perché possano salutarlo con dignità e rispetto.

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Skull, Mathew Macquarrie

Il riconoscimento del defunto è fondamentale per avviare il processo del lutto, serve al nostro cervello per registrare un dato incontrovertibile: da questo momento in poi, questa persona, per noi così importante e così amata, non sarà più parte del nostro presente, e men che meno del nostro futuro. Questa persona vivrà solo nel nostro passato, nei nostri ricordi.
Succede spesso che dopo il mio intervento i parenti più stretti, vedendo nuovamente la salma, esclamino: “Eccoti, ora sei tu!” oppure “Eccolo il mio (nome del malcapitato)”. Nella disgrazia, queste esternazioni mi confermano quanto sia importante un lavoro portato a termine bene, quanto sia necessario per chi resta poter riconoscere chi se n’è andato. È l’inizio dell’accettazione, viene registrato un dato doloroso, ma vero, lo stiamo vivendo, lo stiamo toccando, lo stiamo vedendo e lo stiamo ascoltando.
Il silenzio.
Siamo in questo silenzio assordante.
Nelle città in cui siamo ormai abituati a vivere il silenzio non esiste, c’è sempre un qualche rumore di sottofondo. Così non sappiamo più stare nel silenzio, quasi ci spaventa.
C’è bisogno di silenzio, tempo e spazio per affrontare un lutto, e c’è stato veramente un momento storico in cui tutto ciò veniva rispettato e salvaguardato – a partire dalla veglia funebre, passando per gli abiti a lutto e il rinfresco dopo la cerimonia o, in alcune culture, dopo un tot di giorni, a segnare la ripresa delle normali attività quotidiane. Il dolore si prendeva il suo spazio, lo affrontavamo, ma non come un nemico, tutt’al più come qualcosa di normale, di lecito, di giusto. La società italiana (o più in generale quella occidentale), per come è attualmente concepita, non lascia tregua: il dolore non fattura, non produce, non acquista. Il dolore non ci permette di essere degli obbedienti consumatori e da qui è un attimo a farlo scomparire: ti fa male qualcosa? C’è l’antidolorifico. Ti senti giù? C’è l’antidepressivo. Tu compra e starai bene. E così ci perdiamo lungo la via, sempre più lontani dalla nostra vera natura; una davvero ricca e generosa natura, che non contempla mai solo la felicità, l’euforia, bensì bilancia la caterva di informazioni e di emozioni che siamo in grado di memorizzare e sentire e ci regala l’equilibrio instabile della vita. Non si può stare realmente bene se non si accetta e se non si vive anche la sua controparte.
Il tabù della morte e del dolore si sono ovviamente allargati, coinvolgendo anche i corpi, così fatichiamo a vedere i cadaveri, ci fanno senso e ribrezzo – potremmo dire che anche questo è naturale e atavico, ma solo quando il processo di decomposizione è già avviato. Nessuno correrebbe mai ad abbracciare una carogna (la vista e l’olfatto sono i sensi più coinvolti e ci fanno scappare via a gambe levate), ma poter salutare qualcuno di caro che è appena deceduto è assolutamente un “fattore umano”. La ritualità e la sacralità del momento del saluto è stata presente in ogni civiltà umana, dalla più basica alla più complicata.
Oggi questo rispetto, questa restituzione della dignità umana sembra essere sempre di più relegato a una semplice parola: condoglianze. E cerchiamo di dimenticare in fretta, lo mettiamo via in un angolino, magari anche chiuso a chiave così si sta più sereni.
Il rispetto dell’essere umano passa anche dalla dignità, la dignità di un saluto, di una sepoltura. E nei giorni in cui si preferisce un corpo annegato a un corpo salvato, penso sia importante riflettere su quanto poco empatica e umana sia la società in cui viviamo, su quanto viviamo dissociati.
I corpi in mare non sono numeri, ma fratelli con una storia da raccontare, con famiglie e affetti da riabbracciare. Chiudete gli occhi e immaginate un corpo gonfio d’acqua, gli occhi bianchi, lo strato superiore della pelle che si sfalda, immaginate i pesci che banchettano e chi aspetta a casa una telefonata. Provate a immaginare di restare a galleggiare nel Mediterraneo così, senza nome, senza dignità, senza pace.

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altarino, Charlie Deets

Anche per questo lavorare nell’ambito funebre è per me catartico: perché la morte, per quanto a volte sia ingiusta, toglie di mezzo qualsiasi barriera precostituita. Un cadavere è un cadavere, va rispettato, gli si restituisce la dignità umana sino alla fine. Non importa cosa sia stato in vita; non importa più la sua nazionalità, il suo reddito, il suo credo religioso, il colore della pelle. Un anziano, un ricco, un povero, un infelice, un fortunato sono tutti uguali, esattamente come lo sono al momento della nascita.
Le nostre care pietre di volta che restituiscono il giusto equilibrio al mondo.

* [Nda] Vorrei spiegare meglio cosa intendo veramente dire con queste parole. Siamo figli della cultura attuale, il nostro giudizio estetico è, per forza di cose, legato a quello inculcato dalla cultura dominante, pertanto ben vengano la body-positivity e l’inclusività, ma cerchiamo di essere sinceri con noi stessi: quando fantastichiamo su un corpo vivo, lo immaginiamo “bello e sano”. “Bello e sano” come ce lo propongono i mass media, non perchè siamo cattive persone, ma perchè abbiamo delle connessioni neurali funzionanti che ci riportano il mondo in cui viviamo. E, nel mondo in cui siamo, le cosiddette modelle curvy sono ancora un’eccezione, non la norma, così come anche i corpi disabili sono implicitamente considerati difettosi, mancanti, perché diversi dallo standard sopra indicato.

Potete seguire @urfidia sul suo account Instagram, cosa che vi consiglio vivamente di fare.

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Urfidia

Buy Me a Coffee at ko-fi.com

3 pensieri su “[Guest Post] “Trucco death proof” di Urfidia

  1. Ricordo quando morì mio nonno – il primo dei nonni a morire, intendo. La notizia mi sembrò così assurda, mentre me la davano i miei, che dovetti trattenermi per non scoppiare a ridere. Mai la morte era stata così vicina. Quando andammo a casa della nonna, lui era ancora seduto sulla poltrona; era così diverso, pallido, con la bocca aperta, quasi nera, e gli occhi chiusi, con una espressione indecifrabile. Mi fece molta impressione. Non era appoggiato allo schienale, anzi, sembra quasi che fosse in procinto di alzarsi. Rimanemmo attorno a lui per un po’, in attesa delle onoranze funebri, dando la notizia ad altre persone, dopo averlo pianto. Ricordo che il fratello tentava di tenergli la mandibola chiusa, prima che sopraggiungesse il rigor mortis.

    Poi quelli dell’agenzia vennero e ci fecero uscire tutti; lavorarono per un po’ e quando ebbero finito, è vero, sembrava di nuovo lui. La bocca era stata assicurata con una serie di accorgimenti e ora indossava uno dei suoi abiti eleganti. Il giorno dopo, nella bara, sembrava davvero riposato, pallido sì, ma non con quel grigiore strano della sera. Al cimitero, per dare l’ultimo saluto prima di chiudere la bara, gli toccai la mano: quel gelo lo sento ancora scivolarmi dentro fino al polso, ogni volta che ci ripenso. Lo trovai “innaturale”, anche se so benissimo che è normale. Rimasi a vedere l’operazione fino all’ultimo e mi fece solo star peggio, in quel giorno. Ma poi, dopo qualche altro fiume di lacrime, lo accettai.

    Beh, già che ci sono vorrei aggiungere qualche vecchia riflessione, se posso: https://goatwolf.wordpress.com/2014/05/10/piccoli-particolari/

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    • Hai condiviso un ricordo molto intimo e delicato, grazie per la fiducia. Mi fa piacere che tu abbia letto l’articolo di Urfidia e compreso il messaggio che ha cercato di darci. 😊

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    • Certamente è “merito” dell’articolo, che tocca argomenti inusuali in modo aperto e sincero. Mi capita raramente di sentirmi a mio agio nel parlare di questioni personali, specie su internet, ma in questo caso ho sentito che ne valeva la pena. Grazie a te per l’occasione 🙂

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