[Guest Post] “Il crimine di essere virili” di Mi Chiamo Maschio

Quei “veri maschi” che non sempre sono tossici.

Faccio un lavoro che mi costringe a passare molto tempo sui social e, a discapito di coloro che credono che ciò significhi “non fare nulla”, ogni giorno mi devo confrontare con il peggio dell’umanità, che si riversa nelle bacheche sotto forma di commenti frustrati.
In questi giorni uno in particolare ha catturato la mia attenzione. Sotto un articolo a sostegno delle tesi del neo femminismo, un uomo dichiarava polemico: «Avete reso la virilità un crimine».
Al di là di come la si pensi, devo ammettere che questo commentatore ha avuto una capacità di sintesi degna dei migliori copywriter. In poche parole ha espresso un concetto in realtà molto articolato.
Si tratta, in partenza, della solita lamentela del maschio/bianco/etero che, alla faccia della propria virilità (per l’appunto), non trova modo migliore per ribattere alle critiche che lagnarsi tutto il tempo in un pietoso quanto insopportabile vittimismo.
Alla pari di quegli etero che ancora hanno la spudoratezza di chiedere perché non esiste un “etero Pride”.
Ho però resistito alla repulsione iniziale e mi sono soffermato a riflettere meglio su quelle parole.

Perché quest’uomo ha sentito la propria virilità minacciata? È lui che non riesce a distinguere virilità e mascolinità tossica o sono le stesse donne che tendono a farle combaciare?
Ho provato a chiedere in giro e in effetti ho notato che c’è un po’ di confusione a riguardo. È il solito schema che si ripete ogni qual volta si cerca di smantellare un estremismo: più è esagerato il pensiero da abbattere, più si tende a esagerare a nostra volta e si finisce a dividere il mondo solo in bianco e nero e buonanotte alle sfumature.

Cosa significa essere virili? Un uomo che si definisce tale è automaticamente fautore di una mascolinità tossica? Quest’ultima è solo prerogativa di maschioni villosi? Un uomo mingherlino ed effeminato sarebbe di per sé già privo di ogni sospetto?
Chiaro che no. Virilità e mascolinità tossica son cose ben diverse, che possono certo convivere ma non necessariamente. Per dirla alla pari delle nostre maestre delle elementari: non dobbiamo sommare le mele con le pere.

Dunque che cos’è la virilità?

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Un’idea di virile, Abby Savage

Pensandoci ho individuato tre elementi che contribuiscono alla definizione, che hanno manifestazioni più o meno evidenti e, per quanto mi riguarda, anche valori diversi. Di per sé, però, non hanno nemmeno un disvalore.
In pratica non sono caratteristiche automaticamente negative o positive, esattamente come la virilità in toto.
Parlo della forza/grettezza fisica, del coraggio e della potenza sessuale.
Se la prima è subito evidente al primo sguardo, per le altre due occorre una conoscenza più intima e basta anche solo una delle tre per far dire «quello è proprio un uomo virile!».
Sull’ultima in particolare è meglio precisare una cosa: con “potenza sessuale” intendo la capacità di dare piacere al/la partner, non certo di dominare senza consenso. È chiaro che solitamente è una caratteristiche che si attribuisce a chi detiene il ruolo attivo ed è incarnata dall’immagine del pene in erezione, ma non avrei problemi a dare lo stesso titolo anche a un uomo passivo. Dopotutto, come direbbe Busi, «ci vogliono le palle per prenderlo nel culo».
Allo stesso modo queste stesse caratteristiche sono tranquillamente utilizzabili anche per le donne, e lo si fa in realtà, ma difficile che venga usata proprio la parola “virile”, si preferisce piuttosto dire anche per loro «quella è proprio una con le palle!», utilizzando un’espressione infelice, intrisa di retaggi maschilisti, che hanno provocato un vero e proprio buco lessicale.

Come si combinano quindi virilità e mascolinità tossica?

La mascolinità tossica abusa della virilità come un eroinomane della droga. Prende queste caratteristiche e le porta all’esagerazione declinandole in chiave sessista, omofoba e trans-fobica, aggiungendo inoltre atteggiamenti che non sono affatto virili, come la prevaricazione, la discriminazione, l’insulto, la violenza…
Un maschio tossico è colui che crede che la propria essenza di uomo risieda unicamente nella propria virilità, che senza di questa non sia più nulla. Da qui l’esigenza di difenderla a tutti i costi, di non permettere alcuna eccezione, di non rischiare di metterla in gioco mostrandosi in modo diverso da quello che gli è stato detto essere “un vero maschio”.
Il problema però non risiede nella virilità in sé. Essere forti, rudi, muscolosi, coraggiosi, temerari o potenti in campo sessuale non sono certo cose per cui un uomo debba vergognarsi.
E al contempo non lo è essere attratti da queste caratteristiche.
Se vogliamo vederla in chiave più semplicistica, la virilità è uno strumento, è l’uso che se ne fa che ci definisce. E non è nemmeno necessaria per comportarsi da veri stronzi.
Un uomo può essere un bullo misogino e sessista pesando 50 chili, essendo impotente e nascondendo la propria codardia dietro lattine di birra, rutti e partite di calcio.
Non sarà un esemplare così diffuso, ma esiste, credetemi.

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Supereroi, Craig Mclachlan da Unsplash

Il vero crimine, quindi, è pensare che un uomo virile sia di per sé un maschio tossico senza avergli dato la possibilità di farsi conoscere. Il crimine è indottrinare i giovani uomini drogandoli con pillole avvelenate di virilità. Il crimine è pensare che la nostra virilità sia così importante da doverla difendere a tutti i costi. Criminale è attuare nuove discriminazioni quando si tenta di debellare quelle vecchie.

Dobbiamo in fondo essere tutt* più virili e avere il coraggio di non farci tentare dalle semplificazioni, di salvaguardare sempre le sfumature, che senza di quelle l’arcobaleno sarebbe solo una sbavatura del cielo.

Potete seguire Mi Chiamo Maschio sulla sua pagina Instagram, dove condivide le sue riflessioni con uno stile accattivante e inconfondibile.

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Mi chiamo maschio, logo

Buy Me a Coffee at ko-fi.com

4 pensieri su “[Guest Post] “Il crimine di essere virili” di Mi Chiamo Maschio

  1. Questa distinzione mi piace. Perché è grossomodo la stessa che può passare, dal punto di vista culturale (non grammaticale, cioè), tra “maschio” e “uomo”, ossia tra un dato di fatto culturalizzato – il “machismo”, l’essere maschio che implica una trasposizione indebita di un dato biologico nell’ambito culturale – e una visione totalmente culturale che è un insieme di valori e di significati interpretabili. “Essere uomo è molto più che essere maschio”, diceva uno slogan in una campagna pubblicitaria inclusiva in Brasile; sono pienamente d’accordo: essere uomo vuol dire (o dovrebbe voler dire) essere virile, tendere alla virilità, che è appunto un insieme di caratteristiche tanto naturali quanto e soprattutto morali ed etiche.
    In tutto questo (e qui di solito divergo da gran parte dei miei interlocutori), non è che la naturalità biologica non c’entri proprio nulla, essendo un dato di fatto che, secondo me, non è completamente accantonabile o prescindibile (come pure le questioni psicologiche). Ma usare la biologia come scusa per evitare di tendere a una cultura migliore, di sforzarsi per crescere ed evolversi nel comportamento, che alla fine non riguarda solo la sfera sessuale bensì ogni relazione possibile, vuol dire cedere alla mascolinità tossica e distruggere la virilità.

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  2. Ciao, grazie per il commento. In realtà ciò che scrivi rispecchia già ciò che ho scritto nell’articolo. Non sono sorpreso dal fatto che il termine “virile” non venga usato per le donne e non dico di iniziare a usarlo. Non voglio, come scrivi tu, “usare un termine impregnato di significati di genere facendo finta che non ne abbia”. Virile non è adatto, avendo un’etimologia precisa e purtroppo non esiste un corrispettivo femminile. Ma perché non esiste? Non esiste perché la nostra cultura non prevede che anche una donna possa essere forte, coraggiosa e potente, al punto che non si è mai preoccupata di trovare un termine che la definisse.
    Con le tue ultime righe mi pare di capire che suggerisci che non ci sia in realtà nemmeno bisogno di queste definizioni, né per gli uomini né per le donne, perché dovremmo considerare tali valori come valori umani, universali. E su questo sono d’accordo, il nome che dai a una cosa non è importante quanto la cosa in sé. Tuttavia le parole sono lo specchio della realtà, in grado persino di modificarla. Faccio un esempio: chiamare una donna ministra invece che ministro non è importante tanto quanto il fatto che anche una donna possa essere ministro, ma finché il numero di donne in politica non sarà pari a quello degli uomini (naturalmente senza l’aiutino delle quote rosa) allora sì, declinare al femminile un titolo è importante per sottolineare la strada fatta e quella ancora da fare. Ecco perché l’importanza dei “nuovi termini”, quelli che possono condurre ai “meno giudizi”. E quando non avremo giudizi, allora sì, serviranno anche meno parole.

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  3. Non lo so. A me pare che questi significati, di virilità e mascolinità tossica, siano un filino arbitrari. Intanto la parola virilità, in se, ha nella sua radice il significato di maschio, ovvero la parola vir, che in latino significa uomo. Quindi non mi sorprenderei del fatto che non si usi per le donne, sarebbe come dire di un uomo che è molto femminile, letteralmente. Ora, un uomo può certamente essere femminile e viceversa, ma non è questo il punto della questione. Tu dai per assodato che le qualità, forza, potenza sessuale e un non meglio specificato coraggio, siano da legare al termine virile, che dovrebbe essere usato anche per.chi soddisfa il partner in modo passivo e per le donne.
    Io credo che, come giustamente fai notare, sarebbe come usare per una.donna l’espressione “una con le palle” (Cosa che capita, a volte, anche con le migliori intenzioni, perché la lingua è un fatto sociale). Sarebbe usare una terminologia impregnata di significati di genere facendo finta che non ne abbia.
    Una donna può essere quello che vuole, come un uomo, o per essere precisi un essere umano, a prescindere dal sesso e dall’orientamento sessuale, ma perché non essere qualcosa di nuovo? Se i punti a cui fai riferimento (forza, coraggio, sessualità positiva) fossero semplicemente valori? Non virili, ma umani? Insieme a quelli di cura, saggezza, passività? Io credo servano nuovi termini, o meno parole e meno giudizi.

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    • Ciao, grazie per il tuo intervento, ho chiesto all’autore di replicare personalmente! Appena scriverà la risposta la pubblicherò qua nei commenti. 😊 (Claudia Ska)

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