Il vello d’oro

Nella mitologia greca Crisomallo era un ariete alato dai poteri magici. Provvisto di una pelliccia dorata, è soprattutto famoso grazie al mito degli Argonauti, quello che racconta le vicissitudini di Giasone e di altri 50 eroi (machismo ne abbiamo?!) che partirono alla volta della Colchide per appropriarsi del vello d’oro del suddetto Crisomallo, ormai morto sacrificato da un pezzo e la cui pelliccia era custodita da un drago.
Ci tengo a ricordare che, per poter prendere il vello, a Giasone servì l’aiuto di Medea, come a Teseo quello di Arianna per uscire dal labirinto, giusto per fare un altro nome. Per puntualità filologica in stile “trattoria da Claudia Ska”: entrambe furono vilmente abbandonate. La prima si vendicò in modo rocambolesco, la seconda si unì a Dioniso (il dio dei festini, delle orge e del vino a pioggia: un ciaone a Teseo!).

Questa premessa serve principalmente a ostentare gli studi classici e che ho una passione per i miti greci, ma altresì a introdurre le foto che ho fatto qualche tempo fa con Renato Buontempo, conosciuto l’estate scorsa sul set di I am naked on the Internet, ospitato nel suo atelier.
Qualche giorno prima di posare con Renato ho iniziato a ricapitolare nella mente ciò che avrei dovuto fare: scegliere alcuni outfit, i trucchi da portare e infine depilarmi, visto che da settimane giravo nature seppure con imbarazzo (pantaloni lunghi, magliette con le maniche corte e non canottiere, per non parlare della soggezione per la peluria sul labbro superiore). Non avevo voglia di togliere i peli e rivendicavo il mio corpo così com’era, ma ero contemporaneamente a disagio perché non ci ero abituata e la Società ridicolizza questa scelta. Ci ho pensato su e poi ho scritto a Renato dicendogli che avevo i peli e avrei voluto posare così, come mai avevo fatto, neanche negli autoscatti. Solo in seguito ho pensato al mio messaggio: mi sono giustificata riguardo il mio corpo, la mia peluria; l’ultima volta che lo feci fu quando frequentai una persona a cui piacevo TUTTA, SEMPRE e che infatti — quando mi scusai — mi guardò come a dire: “E sti cazzi?!”.

Voglio condividere una selezione di foto del set con Renato in cui si vedono peli, smagliature, cellulite, ventre un po’ gonfio, quelle che la Società definisce imperfezioni rispetto a uno standard verosimilmente inarrivabile a meno che non siate mannequin (in francese rende pienamente l’idea) di 40 chili per un metro e 80 centimetri di altezza, che — al posto di cibarsi — sniffano.

Per me spogliarmi non significa far vedere la fica, le tette, le chiappe, piuttosto mostrare quello che solitamente nascondo con un senso che somiglia alla vergogna più che al pudore. Non voglio sentirmi desolata se non faccio la ceretta, se non mi rado, se non uso l’epilatore elettrico, se non mi sparo la luce pulsata o il laser, se non utilizzo creme depilatorie, se non mi strappo ogni singolo pelo con la pinzetta o col filo, e sarebbe una storia meravigliosa se vi dicessi che non mi sentirò più a disagio dopo la pubblicazione di questo articolo, ma la verità è che esibisco il pelo più disinvoltamente su Internet che non nella realtà.

Non sono pronta ad attraversare quell’impaccio nel quotidiano, ad avere occhi puntati addosso che mi osservano giudicanti, che mi deridono; se accadesse potrebbero presentarsi due situazioni: immensa soggezione o immensa rabbia con conseguente sbrocco plateale.
So che la depilazione è una questione meno rilevante di altre, ma agisce in modo prepotente come tutto ciò che riguarda i nostri corpi, impreparati ad autodeterminarsi in un contesto dove essere divers* è uno stigma.

I miei peli mi fanno riflettere su circostanze ben più complesse e mi fanno comprendere che, se io mi sento in difficoltà per una sciocchezza come questa, chissà quale spettro di emozioni attraversano le persone grasse, le persone di etnia differente dalla caucasica, le persone lgbtqi+, le persone poliamorose, le persone disabili, le persone povere, e insomma tutte quelle che non sono persone bianche, etero, abili, con un reddito.
Dovremmo imparare a immergerci nel disagio altrui per evitare il giudizio.
Aiuterebbe la causa anche farsi i cazzi propri, a latere.

Si ringrazia la lingua italiana per le espressioni idiomatiche sessiste.

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