[Guest Post] “Cui prodest?” di Girlsplaining

Negli ultimi giorni Claudia Ska, piena del suo solito ammirevole entusiasmo e in preda a un fervore politico che quasi ci illude ci sia una speranza di salvezza per l’umanità, si è lanciata in una campagna social affidata all’efficacia retorica dell’hashtag #rompiamolabolla. L’idea sarebbe quella di estendere al più ampio raggio di persone e utenti possibili la discussione sui temi del femminismo, della violenza di genere, della sessuofobia e della violenza politica, discussione continuamente alimentata all’interno della nicchia social di attivist* e appassionat* a vario titolo. Questo con il chiaro e lodevole obiettivo di portare la riflessione anche tra chi si fa inconsapevolmente promotore di una cultura violenta e provare a imprimere un vero cambiamento culturale.
Per circoscrivere ancora meglio il fine di una campagna del genere, Claudia ha più volte precisato come la sua intenzione non sia di alimentare sterilmente la polemica del giorno. «Chiediamoci come siamo arrivati al revenge porn» incita in un vocale inviatoci. Insomma, piuttosto che una benevola operazione di marketing per conferire maggiore esposizione ai propri slogan o alle notizie del giorno (e alla propaganda annessavi), il suo è un proposito di allargamento degli stimoli e degli strumenti dialettici, di ampliamento dei confini di quel foro politico digitale che faticosamente la comunità degli attivisti prova a tenere in piedi da anni. È una sfida lanciata alle persone di ogni estrazione, la sfida a essere di nuovo cittadini e non più solo utenti.

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Wired, “Dentro il più grande network italiano di revenge porn”, 03/04/2020

Come siamo arrivati al revenge porn? È una domanda a nostro parere mal posta così come è mal pensata l’iniziativa. Per spiegare il motivo occorre fare luce sul principale equivoco riguardante l’interpretazione di questa fattispecie, che Claudia comprensibilmente ritiene marginale, contingente, sovrastrutturale rispetto ai fenomeni a monte che sembrano determinarlo. E allora risaliamo insieme a monte.In un certo senso Claudia, come molti attivisti delle libertà sessuali o antisessisti militanti e non, ritiene che la pornografia-non-consensuale (pnc, ndr) sia l’espressione, in forma di comportamento prevalentemente collettivo (non come collettività organizzata, bensì come ridondante pluralità di agenti individuali), di retaggi culturali sessisti e sessuofobi; quindi pone la cultura a monte della condotta. Ora, che la cultura abbia un ruolo di tramite o che sia effettivamente il principio “metafisico” che causa certi avvenimenti, resta taciuta in questa ricostruzione, la domanda più importante da porsi all’atto di analizzare un fenomeno sociale: cui prodest? A chi giova?
In questo senso non possiamo non osservare come le dinamiche del revenge porn di massa (i famigerati gruppi da migliaia di utenti che, pur operando da mesi e mesi, sono giunti solo oggi all’attenzione delle anime buone, e non per la pnc ma sulla base di una ridicola, bigotta e infondata* accusa di pedopornografia) si inseriscano nel più ampio quadro delle dinamiche social e del cyberbullismo. Insomma, stiamo cercando di suggerire che la pnc non è altro che una variazione sul tema del [cyber-]bullismo di massa, cioè del più formidabile e implacabile dispositivo di controllo sociale oggi in mano al potere. Non è un caso, infatti, che all’atto di legiferare finalmente sulla materia, il parlamento si sia dato all’unanimità un indirizzo e una ratio che somigliano tanto alla condotta politica del primo governo Mussolini rispetto al fenomeno dello squadrismo: non abolire o reprimere, quanto più asservire, armonizzare, normalizzare, istituzionalizzare un fenomeno che sembrava consacrato a una certa anarchia, vivere di una propria autonoma logica.

Cosa stabilisce la famosa e tanto ingiustamente osannata legge contro il revenge porn (e non contro la pornografia-non-consensuale)? Permetteteci di tradurne il messaggio implicito in una versione più franca del suo stretto burocratese: «è concesso di disporre del corpo e dell’immagine altrui, violandone diritti e libertà sessuale, solo in caso che questa immagine non sia stata accuratamente tutelata dalla vittima stessa facendo preventivamente ricorso a tutte le più rigide, paranoiche, sessiste norme del buon costume e della ritrosia; si precisa poi che tale restrizione vale solo per la persona intimamente coinvolta nella relazione fraudolenta (che andrà punita non in quanto vìola l’altrui libertà, ma in quanto ha tradito il suo mandato di custodia della altrui reputazione, mandato che lo Stato riconosce al padre, al coniuge o al fidanzato della vittima). Per tutti gli altri attori dell’eventuale, quanto auspicata, diffusione di immagini altrui non valgono tali limitazioni, trattandosi

  1. di bene lucrabile lasciato incustodito e di cui disporre secondo il sacro diritto sancito dallo ius stupri;

  2. di giusta punizione nei confronti non dell’individuo (che non conta nulla) ma del “gruppo-familia” che ha mancato di assolvere al suo compito di custodia del capitale sessuale».

Per semplificare ancora più efficacemente, secondo il Mamma-Cantone Act della scorsa estate, alla vittima si chiede: «erano intime le immagini diffuse? Se no, allora arrangiati; se sì, invece, passiamo alla seconda domanda: chi le sta diffondendo? Il tuo coniuge, fidanzato, fratello, padre, partner? Allora puniremo lui; le stanno diffondendo [anche] altri? Per loro non faremo nulla, perché non solo ne hanno il diritto, ma ne hanno il dovere. Che sia un monito anche per le altre. “Sorvegliare e punire”. Di questa istanza si fanno latori inconsapevoli, e noi istituzioni tuteliamo con ogni mezzo questa fondamentale funzione».
Questa funzione panoptica di controllo sociale sancita finalmente dalla Legge non viene assunta necessariamente dall’individuo consapevole, né dall’individuo inconsapevole, ma viene assunta dalle masse. Non è infatti una questione etica individuale, è bensì un fenomeno di massa la cui efficienza e irreversibilità sono garantite dall’architettura stessa dei luoghi in cui avviene, ovvero dalla struttura (da Claudia fraintesa come sovrastruttura) non casuale che hanno assunto questi luoghi. Delle caratteristiche strutturali di questi luoghi si potrebbe parlare a lungo, citando lo statuto ambiguo che assumono in quanto “chat/gruppi/pagine private” dunque non soggette alle regole e alle tutele di uno spazio pubblico, o ancora provando a descrivere l’implementazione di algoritmi che ne regolano il funzionamento informandolo su criteri di accumulazione e concentrazione della visibilità e del potere che ne deriva, parlando quindi delle tendenze monopolistiche dei medium a tutti i livelli (dall’amministrazione alla fruizione). Quello però che ci interessa in questa sede è sottolineare quanto il contenuto delle informazioni che passano all’interno di questo sistema sia di importanza marginale rispetto alla struttura.

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Peter Forster, da Unsplash

Perché siamo arrivati al revenge porn? Per via della cultura sessista e sessuofoba conservata e alimentata da un’egemonia culturale che, solo rompendo la bolla che ci tiene in minoranza, saremo in grado di rovesciare? O più semplicemente perché le istanze del controllo sociale impongono attraverso questi strumenti fenomeni di conformismo esasperato e violento perfettamente funzionali alle esigenze di chi detiene il potere?
Il problema è lo squadrismo di massa (la forma) o il pretesto per cui si attiva (il contenuto culturale)? E se ci accorgessimo che il vero problema è la forma, avrebbe veramente senso pensare di rovesciare quest’ordine (che appunto è formale e non contenutistico) accettandone implicitamente – anzi cavalcandole – tutte le dinamiche di egemonia e controllo che lo alimentano? Pensare che idee migliori sulla sessualità e sulla violenza di genere debbano sfuggire alla bolla di attivismo in cui sono imprigionate e soppiantare quelle attualmente egemoni (il pensiero sessista di massa) ricacciandole a loro volta in una bolla, cosa risolverebbe? Il sistema del controllo sociale totale, ovvero quel panopticon ricorsivo per cui tutti ci guardano e tutti sono in grado di dare risonanza e visibilità alle nostre “malefatte”, cioè alle nostre deviazioni dalla norma, rimarrà perfettamente intatto, il che è dimostrato dal fatto che la canea non sempre si avventa contro la “ragazza facile” di turno, ma spesso anche contro personaggi ben più antipatici e difficili da difendere (per esempio il mitomane del giorno che ha scritto un post nostalgico sul proprio profilo e per questo è punito con la shitstorm e la perdita del posto di lavoro).

È un sistema, il nostro, che si nutre del rumore, e il rumore non ha contenuto (che non sia superficiale), e il contenuto che circola viene subito inghiottito nel rumore e vomitato sotto forma di altro rumore ancora più forte, in questa loudness war che è la vita politica dei giorni d’oggi. I mercificatori delle idee, del pensiero e dell’intelligenza si servono della naturale comprensibile altrui ambizione a farle circolare, a metterle in esposizione, per colonizzare ogni anfratto della civiltà neutralizzando ogni voce, purgandola nel rumore di massa. Rompere la bolla, ampliare la discussione al di là di questa nostra presunta ma provvidenziale isola felice dove ancora ci sembra possibile dire e ascoltare cose intelligenti, implica fatalmente rinunciare all’intelligenza di ciò che diciamo, rinunciare alla nostra precaria dialettica politica per essere fagocitati dal mercato del consumo di massa, che della dialettica così come degli ideali politici che la muovono non sa che farsene; quel mercato che ha già dissolto entro le sue logiche di morte il cinema, la letteratura, la musica e tutte le arti, e rispetto al quale ultimamente è divenuto oramai innegabile che abbia esteso il suo dominio anche alla politica e alla cultura.
D’altronde la bolla non è solo la prigione dorata dove volentieri scontano la propria pena quelle che gli antropologi cripto-fascisti chiamano con spregio life-style enclaves (che in realtà sono comunità con propri codici di valore, spesso inquinati dalla cultura di massa ma pur sempre potenzialmente promotrici di vero cambiamento), ma anche un meccanismo involontariamente omeostatico compensatorio che permette di vivere ancora dei minuscoli spazi di timida libertà personale. È infatti spesso questa strutturazione in bolle, in compartimenti apparentemente stagni, che protegge le vittime di revenge porn o di cyberbullismo dal dilagare nella propria vita degli effetti di quelle violenze. L’idea che milioni di persone oggi vengano a sapere dell’esistenza di quei contenitori, laddove prima la violenza era un fatto circoscritto a una platea di massimo centomila utenti distratti, traduce il dramma delle vittime in tragedia totale.

Quando Tiziana Cantone scoprì che nemmeno in riviera romagnola, lei che era campana, poteva recarsi in un negozio a fare shopping senza essere importunata e derisa dalle commesse (femmine, a proposito della violenza maschile), e con lei deriso il suo compagno, doppiamente vittima della vicenda perché sopravvissuto e incolpato, lì Tiziana ha compreso di non avere più scampo, in quel preciso momento è morta. Se l’altrui corpo/immagine-merce, sottratto all’integrità della persona, viene venduto a un numero imprecisato ed enorme ma circoscritto di compratori, quella è una ferita profonda per la dignità e la serenità di quella persona; quando il corpo/immagine-merce diventa prodotto di consumo di massa, diventa sacro perché appartenente alla comunità universale, cioè quando finisce in televisione oggetto delle battute di Fedez (oggi considerato un eroe), argomento del giorno sui giornali o sui social, la persecuzione non conosce più confini, non esiste parete che possa proteggere la vittima dall’intrusione e dallo stupro di massa, la sua vita è un trauma che si ripete continuamente e a cui non può sfuggire, uno stupro continuo: siamo di fronte alla tragedia irreversibile della morte civile, sociale e psicologica di un essere umano, e la morte della persona precede solo di una misura irrilevante di tempo la sua morte fisica.

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Arnold Francisca, da Unsplash

Da qualche giorno quei gruppi Telegram hanno rotto la bolla di perversione e maschilismo tossico entro cui erano circoscritti e sono diventati patrimonio pubblico, così come oggi è patrimonio pubblico tutto il loro contenuto, corpi delle vittime compresi. Rompere la bolla significa anche questo, dare forza a un meccanismo contro cui non possiamo che provare ad agire una resistenza partigiana, rintanati nel nostro piccolo, nelle nostre comunità, nelle nostre bolle.
Fare outing era e rimane una violenza, sebbene agita per motivi nobili. Non si può parlare seriamente di stupro senza tirare in mezzo le vittime di stupro, e questa sarebbe una violenza; non si può parlare di pornografia-non-consensuale senza tirare in mezzo le vere vittime di pornografia non consensuale, ma questo non avverrà mai, perché le vittime di [cyber-]bullismo e di pnc sono mute, non possono parlare, ed è questo il principale motivo per cui la bolla non viene e non verrà mai rotta, perché gli unici che hanno diritto di romperla sono ricattati, sanno che romperla equivale a sacrificare ogni propria speranza di sopravvivere alla violenza; rompere la bolla significa suicidare le vittime, sacrificarle alla carneficina di massa, così come carneficina sarà delle idee e dei valori che ci si illude di poter immettere in circolo.

È per questo che io e tutti noi di Girlsplaining non romperemo la bolla ma continueremo a rompere le balle all’interno della bolla, come dimostra questo logorroico e noioso intervento.

*prima di tutto è ipocrita sostenere che lo scambio di fantasie sessuali su minori, o di loro immagini di natura non pornografica, per quanto condotta censurabile costituisca di per sé pedopornografia e sia una pratica socialmente pericolosa; in seconda istanza la pedofilia non è affatto il problema più rilevante di quei gruppi mentre sembra che la gente possa tollerare la pnc e il cyberbullismo e, per attivare la propria indignazione, necessiti di lanciare infondati allarmi riguardanti il più grande tabù della nostra società, ovvero la pedofilia. Soprattutto va precisato che in quei gruppi la pedofilia è una delle poche cose che viene sistematicamente sanzionata dai moderatori ed è fatta oggetto di insulti e minacce da parte degli utenti.

Questo articolo è stato gentilmente scritto da Girlsplaining, che non ci ha lasciato uno straccio di bio, ma che trovate su Instagram.

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