[Guest Post] “”Forced Entry” di Shaun Costello: Apocalypse Porn” di Dario Denta

Due eventi affondarono, con ogni probabilità, la cosiddetta Golden Age of Porn, ossia quel momento nel decennio 1970 durante il quale la pornografia divenne un genere cinematografico dalle ambizioni artistiche e si guadagnò un posto nelle sale. Innanzitutto gli eccessi dell’ambiente (AIDS compreso) e conseguenti scandali; una decadente atmosfera così ben descritta in “Boogie Nights. E poi forse “Forced Entry di Shaun Costello o, meglio, i limiti che esso superò.Questo nonostante il film uscì nel 1972 e si collochi quindi idealmente all’inizio della Golden Age, nell’alveo del porno chic di Gerard Damiano (il capostipite fu il noto “Deep Throat dello stesso anno), riprendendone addirittura uno degli attori simbolo: Harry Reems.

Forced Entry è la storia di uno stupratore e killer seriale, vittima della sindrome post-traumatica diagnosticata ai reduci del Vietnam, il quale violenta e ammazza due donne prima di trovare la morte a sua volta, sconvolto alla vista di due lesbiche hippie.

Cosa c’è di così scandaloso in questo film maledetto, che ebbe enormi problemi distributivi, ancor più di quelli che già normalmente affliggevano le pellicole a luci rosse? Perché è generalmente considerato, dai pochi che lo hanno visto e dai molti che ne hanno solo sentito parlare, come un film immorale?

Fin dall’inizio ci vengono mostrati titoli di giornale sul Vietnam e sindromi annesse, dissipando ogni dubbio sulla matrice socio-politica della pellicola. Un modo per avvisarci che quella che vedremo è la brutale realtà senza infingimenti o figmenti; proprio l’appartenenza al genere dovrebbe evitarlo di default: rispetto agli altri Vietnam movie infatti c’è anche l’esplicita violenza sessuale. Tra le prime immagini il fotogramma di un cranio spappolato, a indicare una programmatica sgradevolezza, della quale si abuserà in seguito. Il protagonista si aggira famelico e frastornato per le strade malfamate di una città resa marcescente dalla fotografia e al suo sguardo allucinato si alternano filmati d’archivio sugli orrori americani nel Vietnam, virati e polarizzati. Il meccanismo rimarrà invariato, anche e soprattutto durante le scene di stupro.

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Forced Entry non racconta l’emancipazione di una donna dal controllo maschile, né la redenzione di una sessualità inibita e assopita.

Anzi è una visione oscura del sesso a metà tra l’ultimo Pasolini e il Buddy Giovinazzo di Combat Shock, una delle opere più allucinanti del post-Vietnam. Per fare questo, Costello depura l’immaginario pornografico da quegli elementi gioiosi, comici e soprannaturali che avevano caratterizzato il porno chic di quegli anni. Esso aveva sperimentato con tutti i generi (persino con l’horror: la “Miss Jonesdi Damiano) ma Costello compie un passo in più buttandoci dentro Cimino ante-litteram e in generale il war movie.

L’impegno politico della Golden Age stava nella raffigurazione goliardica e positiva del sesso come arma di affermazione della libertà femminile e in generale della società.

Costello guarda attraverso una lente diversa e usa il sesso non simulato e il nuovo genere per fare politica al negativo, anticipa il coppoliano tunnel dell’orrore rischiando molto di più.

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Devia da quello che è considerato il modo “giusto” di rappresentare il sesso: eliminarne la morbosità e l’aura oppressiva per poterlo offrire diversamente da come una cultura bigotta e sessuofobica ha fatto per secoli. Ma col tempo, per quanto ideologicamente giusto, questo modus operandi non diventa un mascheramento della realtà? Un’eliminazione delle contraddizioni e delle problematiche della sessualità (come certo cinema alla Erika Lust), che si rivela controproducente e fa tornare in auge la sessuofobia che si voleva sopprimere (magari negli stessi ambienti progressisti che una volta la rigettavano, sentitisi presi in giro da un immaginario fittizio e patinato)? Un porno “politico” normativo e non descrittivo. Per questo da essere manifesto di una realtàm il film – suo malgrado – ha finito “to confirm the fears of anti-pornography feminists and Christian moral campaigners alike, whose ideological differences dissipated in an unsteady but convenient alliance which attempted to eradicate a common object of concern” [1] come scrive Neil Jackson su “Porn Studies in un articolo che ne ricostruisce la struttura e le vicende produttive [2]. Per poi chiedersi “how do we assess and evaluate a text like this when there is apparently so little in its purpose, intent, and dominant modes of discourse that might refute the impulse to reject and vilify it” [3]. Lo stesso dubbio non può valere anche perApocalypse now oIl cacciatore? Cosa c’è in quei film che dovrebbe farceli rifiutare da un punto di vista ultra-conservatore e filobellico? Ma allora il rifiuto diForced Entrynon è forse il semplice collocarsi su posizioni sostanzialmente neo-sessuofobiche, alla prima deludente ricostruzione di una sessualità reale? “Non rigetto più una sessualità libera a priori, a meno che non sia diversa da ciò che intendo io”.

L’unico elemento davvero scandaloso (in fondo Pasolini o Bakshi a livello visivo hanno fatto di peggio, peraltro al di fuori del porno) è l’uso del materiale d’archivio. È esso a venire stuprato, in un rape editing ancor più disturbante se si considera il contesto storico.

L’immoralità sta nel montaggio: un cazzo dentro una fica e poi un bambino deformato dal napalm, e così via fino alla fine.

Quasi a dire che la vera violenza nel contemporaneo non ha come martiri le persone fisiche, quanto il nostro immaginario.

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La scena finale delle due lesbiche ci mostra con chiarezza qual è il nodo gordiano della ricezione del film, sia da parte del pubblico che della critica: “Forced Entryè più ambiguo degli altri porno politici degli anni ‘70 poiché il protagonista è moralmente riprovevole ma anche vittima. Ci ricorda costantemente gli orrori che ha passato, ma – oltre al gesto estremo dello stupro e dell’omicidio – ne rileva l’intrinseca omofobia, presumibilmente scollegata da traumi bellici, e figlia di un milieu culturale (maschio bianco etero cis e middle-class) che evidentemente produce sia carnefici che vittime. Difatti quando il killer si scandalizza guardando il rapporto omoerotico, per la prima volta non vengono alternati al suo volto i filmati del Vietnam, non lo si assolve. La sua arma non spara davanti all’allegria al brio e all’indifferenza che palesano le due ragazze, finendo per diventare egli la morte che avrebbe voluto dare. Esse lo disarmano a livello fisico e morale: mai come in questo caso la pistola è prolungamento fallico. Il montaggio parallelo ci restituisce stavolta gli orrori visti nel film stesso, le sue precedenti vittime in una sorta di vendetta onirica post-mortem.

Se la pornografia è la distruzione dei tabùForced Entryva recuperato per come riesce a divincolarsi e a fuggire dal più grande dogma del nostro tempo: la netta dicotomia tra vittime e carnefici.

 

[1]
“per confermare le paure delle femministe anti-pornografia e degli attivisti cristiani, le cui differenze ideologiche si sono placate in un’alleanza instabile ma conveniente che ha tentato di sradicare una preoccupazione comune”.

[2]
Neil Jackson (2017) Forced Entry (Shaun Costello, 1972), Porn Studies, 4:3, 296-304, DOI: 10.1080/23268743.2017.1333021

[3]
“In che modo possiamo valutare e analizzare un simile testo che apparentemente dice così poco delle sue finalità, intenzioni e modalità discorsive per respingere l’impulso di rifiutarlo o svilirlo”.

Dario Denta, ha studiato Matematica e Filosofia tra Perugia e Firenze, si occupa di Algebraic Logic, Quantum Logic e Categorical Ontology. Scrive di cinema su “Shiva Produzioni”, ha scritto di letteratura e filosofia su “L’inutile”, “Ghinea” e “La Chiave di Sophia”. Conduce il podcast di cinema “Salotto Monogatari”.

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Dario Denta

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