[Guest Post] “Il maschile sovraesteso mi ha rotto le scatole” di Blessedthing

Al bar c’è Fiorenza. Arriva un cameriere, e le chiede: «Signorina, cosa le porto?».
Al bar ci sono Michele, David e Fiorenza. Michele e David sono due ragazzi, quindi in maggioranza. Arriva lo stesso cameriere, e chiede: «Signori, cosa vi porto?»
Al bar ci sono David e Fiorenza: «Signori, cosa vi porto?»
Al bar ci siamo io, Fiorenza e David: «Signori, cosa vi porto?»
La notate questa dissonanza? Indipendentemente dalla percentuale presente, se c’è almeno Un presente Percepito come uomo, automaticamente per rivolgersi ai presenti si usa il cosiddetto “Maschile sovraesteso”.
Ovvero il genere maschile, linguisticamente, assume priorità sugli altri generi, cosa che accade anche col maschile generico (lavori declinati al maschile ma che si riferiscono a tutti i generi).

Questo è riflesso di una cultura che pone il “maschile” per primo, in posizione dominante.

Fateci caso, parlando di professioni declinate al femminile: “lavandaia” esiste; “avvocata” è nel vocabolario dal 2002. “Contadina” esiste; “sindaca” è ancora osteggiato.

Perché? Anche nella Lingua appare evidente la condizione sottomessa del femminile. Fregiarsi di titoli declinati al femminile, nell’epoca contemporanea, è un atto coraggioso perché il femminile viene visto come, appunto, meno.
E non consideriamo neanche il fatto che l’italiano è del tutto mancante del neutro, il che è limitante per le persone che non si riconoscono nel binarismo di genere.

“Il genere non è soltanto una categoria grammaticale che regola fatti puramente meccanici di concordanza, ma è al contrario una categoria semantica che manifesta entro la lingua un profondo simbolismo” (Violi, 1986: 41)

La Lingua rafforza incontrovertibilmente i simboli che la costituiscono, pertanto spingere verso una Lingua e un linguaggio più inclusivo, sperimentando nuovi mezzi, aprendosi a integrazioni e aggiornamenti linguistici (perché, ricordiamolo sempre, l’Italiano è una Lingua viva, proprio in quanto è a tutt’oggi in continua evoluzione) per far in modo che ogni realtà venga espressa, considerata e abbia, anche nella Lingua, riconoscimento e validità.
Parlare in maniera inclusiva vuol dire anche tagliar fuori una serie di preconcetti e stereotipi automatici che ci verranno in mente quando sentiamo parlare al femminile, perché comunque la formazione che quasi tutty abbiamo ricevuto, è quella patriarcale.

Quindi quando sento demonizzare un uso della Lingua inclusivo non per questioni di accessibilità (l’asterisco può essere un problema per persone dislessiche, per esempio, ma esistono molte altre alternative più fruibili) ma per una presunta purezza linguistica, o sottolineando l’esistenza della variante femminile (escludendo, quindi, chiunque non rientri in un genere binario e scordandosi che non esiste per tutto) o addirittura una “prevalenza psicologica” (si chiama abitudine e le abitudini si possono correggere) sinceramente mi sento amareggiata.

Imparare un modo migliore per comunicare non dovrebbe essere percepito come un peso, anzi! Ci piace così tanto dar un nome alle cose, quindi perché non essere persone il più precise possibile? E questo include anche fasi di sperimentazione, di tentativi, che fanno parte di questo fantastico processo accrescitivo!

Per concludere, se alla domanda “sarebbe il caso di, come succede da millenni, adattare la Lingua alle necessità dei suoi parlanti?” la risposta è un secco no: non sei fasciə, ma un po’ stronzə sì (e pure pigrə).

Blessedthing è una giovane cantante e poetessa che da qualche anno ha fatto di Roma la sua casa. Studentessa di lingue, femminista intersezionale e strega, vede nell’educazione costante, diffusa, libera e gratuita la base per un futuro etico ed equo.

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