[Guest Post] “Le parole sono importanti?” di Danilo Campanella

Non c’è nulla da fare: non siamo iperborei.
La frase di F. Nietzsche non si adatta che a pochi, all’interno del grande marasma indistinto che chiamiamo società postmoderna. Non che ci si fosse illusi più di tanto. O forse sì. C’erano davvero moltissime persone, tra cui i più devoti intellettuali, che auspicavano una sorta di “miracolo”. Dopo gli anni ’50, il Sessantotto, gli scioperi, le manifestazioni per i diritti, il divorzio, i radicali, la corsa verso la laicità integrale dello Stato, il boom economico, l’alfabetizzazione, l’iperalimentazione, tutto sembrava assomigliare a una specie di miracolo. Tutto, fin quando si scoprì che avevamo speso milioni di dollari, migliaia di ore di lavoro degli scienziati, per mandare un satellite nello spazio che desse internet a tutti. Anche a coloro che gridano: «La terra è piatta!».
Non siamo iperborei.
La libera informazione non ha informato filosofi ma ha sfornato centinaia di migliaia di ignoranti, saccenti, leoni da tastiera, che vomitano in rete le offese più assurde. Anziché essere fonte di cultura, internet si è rivelata, per la maggior parte della popolazione, una valvola di sfogo, la finestra da cui gridare qualsiasi orrore. E ci si è accorti che, dopo secoli di evoluzione culturale, l’odio ha per bersaglio ancora loro: le “streghe”. Per streghe qui intendo il simbolo della diversità, in un certo periodo oscurantista, che viene individuato, mortificato ed eliminato. Personalmente ciò che mi avvilisce ancor più di qualsiasi polluzione terrapiattista è quando leggo o sento taluni rivolgersi a una donna con cui non sono d’accordo in questi termini: “puttana, troia, cessa, racchia, brutta”… seguito da aggettivo conforme. Per esempio se una donna impegnata in politica viene sospettata di non avere avuto un comportamento trasparente nell’esercizio delle sue funzioni, la si apostrofa non soltanto col termine “ladra” ma “ladra di una troia”. E altro.

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Choose Your Words, Bret Jordan

Ogni offesa nei confronti di una donna è solamente a sfondo sessista. Non ho una risposta netta a questo problema, noto solamente che il corpo della donna è e resta (non soltanto da parte degli uomini) il luogo di offesa più gettonato. Il corpo della donna è ancora, per lo meno in Italia, un lasciapassare sociale, un modo di compiacere chi hai davanti, per dire che esisti, e avere qualcosa.
Il parallelo sgradita/sgradevole è quanto mai palese nell’educazione delle bambine, laddove, da grande, l’offesa adolescenziale più forte è “sei intrombabile”, informazione malevola che non si rivolge a un ragazzo nelle medesime condizioni, a cui viene, per proprietà transitiva, dato l’appellativo infamante di “frocio”, uno svilimento del maschio, dato dal suo accostamento alla “femmina”, a causa di una vera o presunta effemminatezza. Ci dobbiamo chiedere quale responsabilità abbiano la famiglia e la politica nei confronti dei cittadini più giovani, in piena formazione umana e democratica. Laddove persino la Chiesa è diventata riformatrice e progressista, in particolare quella protestante (davanti a una chiesa valdese venne affisso il cartello “fai qualcosa di laico”) dobbiamo chiederci se tutto non debba ripartire dal linguaggio. Associazioni, gruppi culturali, intellettuali indipendenti, dovrebbero far rete per facilitare il percorso a una educazione empatica, civica, e informatica. L’odio condiviso non ha più a che fare con i poveri e gli ignoranti. L’odio parte da tutti, impiegati, docenti, politici, operai, e in genere colpisce quasi sempre lo stesso bersaglio: le donne. Non basta introdurre nuove pene per i nuovi reati, ma fare una prevenzione educativa. Ciò deve avvenire da ambo le parti, affinché, come a volte capita, le streghe perseguitate non diventino i nuovi inquisitori, vanificando un progetto di lungo corso, pacifico, umano.

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Muro di Berlino (particolare), Nick Fewings

«Cosa ne sai tu delle donne?»; «Come può un maschio, soprattutto oggi, parlare di femminismo?»; «Sei maschio, sei violento per natura»; «Sei patriarcale per natura»; «Sei un maschio, sei stupido»; «Sei un uomo, non capisci niente».
Affinché non vi sia un abuso della parola “femminismo” ma anche affinché questa non si tramuti in una nuova forma di caccia al ladro, sprezzante, violenta, avulsa da ogni forma di critica. Siamo il tempo storico delle barriere infrante: dal nichilismo al muro di Berlino, ogni pagina della nostra storia ci ricorda che siamo immersi nella filosofia della libertà. I confini sono soltanto nella nostra mente. E su ciò si progetta un nuovo, vero mondialismo. Per realizzarlo forse occorre tornare a riflettere sul concetto di confine, perché soltanto quando si sa che c’è un confine, rispettandolo, possiamo andare oltre. L’oltre è possibile solo in presenza di esso. Trovare un confine, distinguere l’odio, dalla libera espressione dell’opinione.
Questo vale per tutti e tutte.

Danilo Campanella è laureato in filosofia. Scrive libri e dirige collane editoriali per alcune case editrici. Conferenziere itinerante, studia il rapporto tra antichità e modernità. Lo trovate su Instagrame su Facebook.

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Danilo Campanella

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