Putitalks – Intervista a Linda Porn: lavoro sessuale e attivismo in Spagna

Putitalk è una serie di interviste realizzata su Instagram da Giulia Zollino tra la fine di marzo e la metà di maggio 2020 in cui ha ospitato sex worker e alleate per condividere la situazione lavorativa e sociale durante la pandemia da Coronavirus nei propri Paesi. Le interviste sono disponibili in versione video in lingua originale sottotitolata in italiano nella InstagramTV di Giulia, con la quale abbiamo deciso di rendere disponibili le chiacchierate anche in forma testuale, per permettere una fruizione a tutto tondo del suo progetto.
Oggi pubblichiamo la prima intervista in assoluto della serie, quella a Linda Porn: sex worker, artista, attivista originaria del Messico e residente in Spagna.

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Putitalks – Giulia Zollino intervista Linda Porn

G: Ciao bella!
L: Che bello vederti
G: Sì! Sono molto contenta, davvero.
G: Se siete qui forse saprete già chi è Linda, ma per le persone che non ti conoscono, ti chiedo se puoi presentarti.
L: Sono Linda Porn, sono una lavoratrice sessuale, migrante, sono un’artista, una mamma single e collaboro con l’associazione APROSEX che è l’associazione professionist* del sesso. La prima associazione diretta e gestita da sex worker in Spagna. La direttrice è Paula Vip, Concha Borrell, attualmente segretaria di OTRAS.
Il lavoro che faccio a livello di attivismo riguarda il lavoro sessuale e anche il lavoro artistico circa lavoro sessuale, colonizzazione, migrazione, maternità soggettive. Il tema centrale è un po’ la vita di una migrante in Europa. 

G: Il tema di oggi sarà lavoro sessuale e Covid-19 in Spagna. Quale modello di Legge c’è in Spagna? Il lavoro sessuale è regolarizzato, proibito? Ci sono i club?
L: No no, in Spagna non è né proibito né regolarizzato e questo ci fa un po’ impazzire. Il modello che abbiamo è di tipo abolizionista, cioè si può fare tutto e niente. Non c’è nessun tipo di chiarimento rispetto a quello che è il nostro lavoro e questo dà la possibilità agli imprenditori di abusare di noi, ci obbliga a lavorare da autonome. Questo è un discorso usato dalle abolizioniste perché ti dicono “Sì, che hai il diritto di essere autonoma” invece di riconoscerci come classe lavoratrice, quindi c’è un vuoto legale abissale, nel quale noi lavoratrici siamo totalmente abbandonate, mentre gli imprenditori sono supportati.
G: Sì, un po’ come in Italia. Siamo un po’ nella stessa situazione. Cosa significa la quarantena per le/i sex worker? Qual è al momento la loro situazione? Ci sono gruppo più marginalizzat*? Ci sono sex worker che vivono all’interno dei club?
L: Per iniziare, Giulia, tu sai che noi siamo un collettivo già fottuto di per sé. Lo eravamo prima del Covid e lo saremo dopo. Siamo un collettivo che non è stato riconosciuto come lavoratrici/ori e questo ci colpisce direttamente. E non solo noi, ma tutta la Società, perché noi, in Spagna, generiamo un PIL di miliardi di euro che non vengono dichiarati. Lo Stato li registra, ma noi non ne ricaviamo nessun beneficio. Mi riferisco a livello di previdenza sociale, pensione, benefici e cose di questo tipo. Dunque la situazione delle lavoratrici sessuali, prima del Covid, già era pessima. Poco fa, una collega che lavora con sex worker mi diceva: «Io lo vedo a livello microscopico, quello che prima si vedeva nel piccolo, ora si vede in grande.» Quella che è la nostra situazione ora la si sta guardando da un altro punto di vista. La nostra classe è veramente fregata. Grazie alla Legge sull’immigrazione, grazie al nostro governo cosiddetto “femminista”, del Partito Socialista Operaio Spagnolo (PSOE), che è attualmente al governo, e grazie al movimento abolizionista che nega continuamente il nostro lavoro. Grazie a questo non possiamo avere gli ERTE (expedientes de regulación temporal de empleo), che, in quanto lavoratore, ti protegge dall’essere licenziato dal tuo posto impiego e ti permette di continuare a ricevere almeno il 70% o l’80 % del tuo stipendio totale. Quindi immagina come siamo messe.

G: Ci sono lavoratrici che vivono nei club? Ho visto varie stories in cui si diceva che le stavano cacciando dai club perché questi stavano chiudendo.
L: Chiaro. Sai perché? Perché qui c’è un giro. È una questione di razza e classe. Io porto sempre il mio esempio perché, anche se le abolizioniste mi dicono che sono una privilegiata o altro, credo che una storia di vita sia così chiara ed evidente che non si possa negare o mettere in discussione. Cosa succede con le persone che vengono dall’America Latina? Siamo così uniti alla Spagna per esempio nella lingua, nei costumi, questo per via della colonizzazione, del legame della colonizzazione. In molt* veniamo qui, ci indebitiamo e, per esempio, arriviamo direttamente al club. All’improvviso, dal club del tuo paese, ti metti in contatto con il club spagnolo e vai lì. Lì vivi, mangi, compri i vestiti. Non conosci nessun altro. Hai un debito (e questa è la Legge “d’immigrazione” di questo governo) dunque devi restare per pagare il tuo debito e nel frattempo mandare i soldi al tuo Paese, quindi magari devi stare lì per 6/8 mesi.  Cosa sta succedendo adesso con tutte queste colleghe? Pensa, sono lì dentro, stanno aumentando il loro debito, l’ERTE non arriva loro. Il caso più famoso è stato quello del Paradise – La Jonquera, uno dei bordelli più grandi d’Europa, che ha fatto un ERTE per tutti i suoi lavoratori, tranne che per le lavoratrici sessuali, e questo perché il nostro lavoro non è riconosciuto. Queste sono le conseguenze di negare il fatto che il lavoro sessuale sia un lavoro.

G: Un tema che mi interessa molto sono le organizzazioni di sex worker e tutto quello che stanno facendo adesso. Siccome tu fai parte di APROSEX, ci puoi raccontare che cosa state facendo? Inoltre avete intenzione di fare online alcuni laboratori che normalmente facevate? Per esempio “Santas y Putas” (Sante e Puttane): puoi anche raccontarci cos’è? Credo sia una cosa meravigliosa.
L: Scusatemi se lancio così tanta merda al governo, ma sono puttana, questo è! Il ministero delle Pari Opportunità, in cui ora ci sono la ministra Irene Montero e Beatriz Gimeno nella direzione, che è una delle abolizioniste più famose di questo Paese, una puttanofobica, bianca, di classe media che parla dall’alto del suo privilegio, della sua whitness. Non parla della questione di classe, dato che tutti dobbiamo lavorare. Quindi nessuno ha fatto niente. Qualche giorno fa avevano detto che avrebbero offerto degli aiuti alle “donne in situazione di prostituzione”, e qui si apre il tema dell’incasellamento: come vi trattiamo?  Vi trattiamo da vittime, da esseri passivi? Quelle che ammettono di essere in situazione di prostituzione o vittime di tratta, che è un concetto molto controverso. Il concetto di tratta ha dei caratteri coloniali, è un concetto che va rivisto, come il discorso della donna brava e quella cattiva, ecc. Pertanto hanno detto questo: a partire dal giorno zero, da quando è iniziato il Covid, APROSEX, che è la madre di OTRAS, il sindacato che le stesse abolizioniste hanno portato in tribunale, NOMADAS di Barcellona e AFEMTRAS di Madrid, che sono le colleghe che lavorano in strada, nel poligono Marconi di Madrid, si sono organizzate per fare una campagna per raccogliere fondi su GoFundMe. L’obiettivo della prima campagna era raggiungere 6.000 euro, con questa 14.000. Di questo ti possono parlare meglio Concha Borrell, Shirley, che si stanno occupando della campagna. Questo è ciò che sta facendo APROSEX: stiamo chiedendo donazioni ad aziende come Erika Lust, ad aziende che lavorano con lavoratrici sessuali e chiedono il 50 e 50, club, inserzionisti, escort. Stiamo chiedendo a tutti e stiamo evidenziando il business del lavoro sessuale, il fatto che abbia queste sfumature, di come ci siano delle aziende che lucrano moltissimo sul nostro lavoro e adesso abbiamo bisogno che ci aiutino. Soprattutto le compagne della strada e dei club sono quelle che stanno risentendo di più di questa situazione. Se sei straniera dove vai? Non sai dove andare e non solo le latinoamericane, ma anche le stesse compagne spagnole che vengono dall’entroterra del Paese. Non possono tornare perché in primo luogo hanno detto che sarebbero andate in città per mandare dei soldi, poi qui in città non conoscono nessuno. Ci sono anche compagne che stanno vivendo con i clienti. È una situazione di emergenza, nella quale il governo, autoproclamato “femminista”, perché quando hanno vinto le elezioni la vicepresidente indossava una maglietta di Zara con scritto: “I’m a Feminist”. È un governo che ha tutte le caratteristiche di un governo femminista abolizionista, che non ha parlato con nessuna delle organizzazioni di sex worker, e stiamo gestendo tutto noi. Tutto. Tutto ciò che riguarda il supporto per le lavoratrici sessuali lo stiamo gestendo noi, le organizzazioni formate e dirette da lavoratrici sessuali.

G: Ho letto, a proposito di questa questione, del Piano di Contingenza e del fatto che hanno ampliato gli aiuti e hanno incluso le “donne in situazione di prostituzione”, le vittime. Però per accedere a questi aiuti devi definirti come “vittima”.
L: Come “prostituita”.
G: E i laboratori? Farete qualcosa online come “Santas y Putas”?
L: APROSEX è la prima associazione diretta da una puttana che è Concha Borrell, una grande collega e amica. Lei è spagnola, catalana. In realtà APROSEX nasce meramente come necessità delle lavoratrici sessuali, con un profilo abbastanza chiaro: le escort. Noi lavoriamo in modo un po’ più solitario, non siamo propriamente delle privilegiate, ma stiamo tutto il giorno al pc, siamo in solitudine, in silenzio. Non abbiamo lo stesso profilo di chi lavora in strada, lavoriamo in modo differente, quindi, a un certo punto Concha Borrell e Shirley McLaren hanno intravisto la necessità di creare un’associazione per supportarci. Noi, prima di tutto questo, soprattutto prima che nascesse OTRAS, che ora è il progetto più potente e che impegna totalmente APROSEX, ci riunivamo spesso, facevamo molti pranzi, organizzavamo molti laboratori di professionalizzazione, che furono molto criticati, insomma, facevamo cose per le lavoratrici sessuali. Il laboratorio “Santas y Putas” è un laboratorio di un giorno intensivo che si fa per la celebrazione del 2 di giugno. Per le persone che non lo sanno, il 2 di giugno è la Giornata Internazionale delle lavoratrici sessuali. Il 2 giugno del 1975, nella chiesa di Saint-Nizier, a Lione, in Francia, si rinchiudono 100 prostitute. Il motto è: “donne dalla vita allegra nella casa del signore”. Si chiudono dentro per rivendicare soprattutto la mancanza di diritti delle colleghe, quasi tutte della strada. Questo è l’inizio della nostra lotta, quindi associazioni in tutta Europa e nel mondo, o per lo meno nel mondo occidentale celebrano la festa, è la festa più importante, il 2 di giugno. È il nostro giorno. Si fanno celebrazioni dappertutto. Con APROSEX festeggiamo con “Santas y Putas”, che sono una serie di laboratori in cui circa 8-10 professionist* trasmettono le loro competenze come lavoratrici sessuali, per tutte le discipline: dal BDSM, al Reiki di Saisei, al sesso anale di Ana Alba, alle trans come Shirley, di com’è stare con una trans, come truccarti, come creare il tuo sito, come leccare una figa.
Ci hanno fatto cattiva pubblicità dicendo che insegnavamo a ciucciare cazzi. Sensazionalismo abolizionista. Qual è l’obiettivo di questo laboratorio? È innanzitutto conoscerci tra le sante e le puttane, creare un’alleanza femminista e capire che in realtà non siamo così diverse. Semplicemente alcune guadagnano scopando e altre no. Il secondo obiettivo è che le sante imparino a esigere e mostrare al/alla loro partner come farle godere del sesso. Cioè, concediamo tutto il nostro sapere alle sante affinché  imparino a chiedere e a insegnare – e già questa è una cavolata, no?! – ai propri compagni, come deve essere fatto il sesso. Ovvero, offriamo tutta la nostra conoscenza, a tutte le sante affinché dicano ai propri compagni: «fammi  questo, voglio questo, voglio che ti travesti con questo, voglio che mi sculacci con questo, mi sculacci così, ora ti metti così» sai, tutta la nostra conoscenza riversata su quello che è il  modello di donne, perché solamente si accettano donne, cis e trans, al fine che possano trasmettere le loro inquietudini con i loro partner a livello sessuale. 

G: Wow! E lo fate quest’anno?
L: Sì ho chiesto proprio per “colpa” tua! Però sai, Giulia, il lavoro sessuale si sta trasformando, cambierà, il cambiamento arriverà, perché il contatto sarà in un’altra maniera, sarà molto di più a livello telematico, però, all’interno del gruppo di Aprosex, quando ho detto che avrei fatto un’intervista e che ti interessava sapere cosa avremmo fatto con “Santas y Putas”, mi hanno detto che stavano pensando di farlo online, ma per esempio un corso tipo “leccami la figa” come lo facciamo in una live?!
G: Sì, è un po’ difficile. Però, dai, si può fare!
L: oppure come fare una sessione di BDSM. O come dici al tuo partner che vuoi essere sottomessa o che vuoi essere dominante? E quindi stiamo pensando a diverse proposte dato che siamo in tante. Magari la mattina potremmo farlo un po’ più teorico e poi vediamo se ognuna di noi può integrarsi nel pomeriggio e fare una cosa più pratica, no?!

G: Hai detto che il lavoro sessuale sta cambiando. Molt* lavoratrici/lavoratori anche qui in Italia hanno iniziato con una nuova forma di lavoro, ovvero il telelavoro sessuale. So che tu, Anneke e altre state facendo dirette su Instagram dando strumenti sul telelavoro sessuale. Quindi se ci puoi parlare un po’ di questo tema, di che cos’è e se si tratta di un tipo di lavoro accessibile per tutt*, di cosa significa lavorare con questa modalità.
L: No, effettivamente non è un lavoro accessibile a tutt*, e noi che siamo Anneke Necro, Paul Purple, io, e anche Ivy de Luna, che ha partecipato alla redazione della Putiguía, lo sapevamo perfettamente. Anneke, Paul, Ivy sono tutt* e tre catalan*, bianch*, cis, hanno già un certo tipo di privilegi, per cui sapevamo perfettamente, e io sono migrante, latino-americana ecc., però vivo qui da molti anni qui e ho alcuni privilegi, come essere regolare, non lavoro in strada, non lavoro nei club, be’ ci ho lavorato per molti anni, però insomma sapevamo che partivamo da un privilegio, no?! Ma sin dall’inizio abbiamo pensato anche alle colleghe della strada e alle colleghe dei club. Quasi tutte sono della strada, alcune irregolari, altre regolari, però ovviamente pensavamo soprattutto alle seconde, perché per esempio per lavorare con il telelavoro devi avere un conto in banca. Insomma, recentemente stavo parlando con il mio consulente bancario e, per esempio in Spagna, per avere un conto in banca le uniche due nazionalità che non possono farlo senza un permesso di lavoro – non di residenza – sono Colombia e Venezuela. Quindi già iniziamo a parlare di tutto questo filtro di privilegi, no?! Si tratta di animare le colleghe affinché inizino un processo di transizione e adattamento a quello che significherà il lavoro, perché per lo meno noi che stiamo vivendo in Europa, sia con documenti che senza, irregolari o regolari, possiamo accedere a un telefono di 50 euro, possiamo accedere a un wifi, possiamo avere una stanza, anche se siamo indebitate, però da lì possiamo iniziare a creare questi contenuti, per iniziare a vendere e iniziare a lavorare. In tutti i paesi ci sono privilegi, però ovviamente non tutt* possono fare questo lavoro. Recentemente ho parlato con una collega, che lavora in una ONG di Barcellona a contatto con le lavoratrici sessuali della strada, e mi diceva che alle lavoratrici costava fare questo passaggio. Costava loro un po’ pensare: “Adesso devo iniziare a lavorare con il cellulare, adesso devo iniziare…”. Per me, e me lo diceva anche lei, non è lo stesso stare in strada e improvvisamente salire su una macchina, e avere questo brivido di non sapere chi è la persona con cui sono salita, se mi ucciderà o se mi pagherà 1000 euro. Sappiamo che molte lavoratrici non vivono questo cambiamento nello stesso modo però ci è sembrato necessario spingere, spingere e iniziare a dire: “colleghe, dobbiamo iniziare a darci dentro”. Abbiamo una Puti Guida redatta da Paul Purple, Ivy e anche da Anneke, anche se in verità loro due sono stati quelli che ci hanno lavorato di più. Nella quale ti dicono passo per passo come caricare il materiale. Abbiamo fatto 4 corsi e ogni volta affiniamo quelle che sono le necessità delle colleghe. Per esempio, nell’ultimo corso che abbiamo fatto domenica, siamo arrivate alla conclusione che è meglio ti crei il tuo materiale, che lo mandi ai clienti e che non lo pubblichi in nessuna piattaforma. Che invece era quello inizialmente stavamo promuovendo: mettilo su Onlyfans, Manyvids, Cam4. E adesso stiamo promuovendo un’altra cosa: tieniti il materiale in modo che guadagni il 100% dal tuo lavoro, manda un teaser al cliente e se lo vuole ti deve pagare quello che tu hai deciso. Effettivamente c’è una questione di privilegio, Giulia, però questo è un momento in cui dobbiamo riorganizzare come esercitare il lavoro sessuale da ora in poi, e credo che almeno le persone che vivono in Europa, in America Latina, in Africa etc. le persone che hanno accesso alla tecnologia avranno la possibilità di lavorare in questo modo. 

G: Nei workshop che avete fatto sul telelavoro ti ho sentita parlare molto anche dello stigma, anche perché questa forma di lavoro ti espone a una maggiore visibilità. Hai parlato anche dello stigma relazionato alla monogamia o, meglio, alla mononormatività e questo concetto mi è piaciuto molto. Puoi parlarcene? Hai detto anche una frase che mi è piaciuta tanto: “Cosa c’è di più femminista di una puttana?
L: Sì, questa frase non è mia. Qui all’interno del movimento puta spagnolo, ci sono stati dei punti di riferimenti molto importanti, che sono le donne che hanno sciolto le catene del lavoro sessuale, ossia Montse Neira e Paula Vip.  Loro sono state quelle che hanno aperto la strada e hanno creato un terreno di cui noi stiamo beneficiando, per così dire.  Montse Neira ha scritto un libro che si chiama “Mala Mujer” e ha rilasciato varie interviste. È un’immigrata galiziana arrivata a Barcellona, è della classe lavoratrice, i suoi genitori credo abbiano una gastronomia, una macelleria… non so, lei lavorava lì da quand’era giovane. Nel libro racconta che a 13 o 14 anni stava chiudendo il negozio e ha subito un abuso da un tizio. Questo la tocca molto e fino ai 30 anni non si dedica al lavoro sessuale, è una madre single, quindi vive una situazione da “bianca” però allo stesso tempo una bianca molto precaria, quindi inizia a dedicarsi al lavoro sessuale e lei lo dice sempre: “Quando ti metti una minigonna cosa ti dicono?!”, “Quando rispondi male cosa ti dicono?!” “Quando hai una scollatura cosa ti dicono?!”, “Quando sei ubriaca cosa ti dicono?!”. “PUTA!”. Perché? Perché stai iniziando a rompere i limiti che il patriarcato ha disposto per te. È per questo che lei diceva che la cosa più femminista che c’è è una puttana, perché è colei che rompe con tutti i modelli patriarcali stabiliti che ti rendono una “brava donna”. Per questo è una frase che mi piace molto di Montse. Io praticamente non litigo mai con abolizionist*, lo fa molto un’amica mia che è Seisei-chan, la Geisha catalana, lei sì che è molto attiva su Twitter e litiga con abolizionist*. Io invece mi stanco, non ho la forza, poi sono madre e mi sfinisce mentalmente ed emotivamente aver a che fare con gente tanto tossica e ricevere tanta tossicità e tanta violenza. però è molto chiaro che le abolizioniste hanno un profilo molto chiaro: tutte sono bianche, universitarie, di classe media, “classe media” suppongo che sia come in Italia, no? Ovvero quella generazione che è potuta andare all’università, i cui genitori erano commercianti, negozianti, agricoltori bla bla bla e quindi questa generazione può lasciare questi lavori così pesanti e andare all’università. Quindi è una classe che considera molto veemente la propria carriera universitaria però chiaramente non si sono fatte il culo come i loro genitori. Quindi sono un’altra generazione. E quindi già da qui bisogna fare un ragionamento. Per esempio, in America Latina siamo una generazione in dentro, cioè, la nostra generazione continua ancora a sbattersi, continua a essere classe lavoratrice, perché non è la stessa cosa stare seduti alla scrivania che lavorare in un bar. Non è lo stesso e non lo sarà mai, quindi siamo la classe super lavoratrice. Quindi credo abbiano un profilo molto chiaro. La Società borghese soprattutto in Europa ha stabilito, non solo come Società economica, ma anche a livello di pensiero, il giudeo-cristianesimo e il femminismo bianco europeo egemonico, attenzione, non sto parlando di tutte le femministe bianche, ogni classe sociale ha dovuto seguire un pensiero e una dottrina, e una maniera di pensare e agire, che è stata quella del giudeo-cristianesimo. Quello che è molto evidente nel movimento abolizionista è che continua ad avere questi concetti per cui la famiglia, il sesso, le relazioni umane si basano sul giudeo-cristianesimo. Continuano a pensare che la figa sia sacra, che la riproduzione… insomma continuano a pensare che Dio sia presente in casa nostra e continui a governare, che continui, a livello simbolico, a rappresentare quello che siamo come corpi. Cosa significa andare con una puttana? Significa infedeltà. E sono molto incazzate per questo, sono incazzate perché i loro maschi, che anche questo è qualcosa di antifemminista, vanno avanti con questo, quindi si continua con questi concetti giudeo-cristiani, che la monogamia è il modello che dobbiamo seguire. E quindi se tu rompi questa monogamia andando con una puttana succede un casino. Qualche minuto fa stavo leggendo una lettera in cui il movimento abolizionista diceva che bisognava criminalizzare i bordelli. In quel video che ti mandai c’era una cosa molto specifica, di cui mi sono accorta, che consiste nel fatto che l’etichetta di prostituta pesa molto, a livello sociale sopportare quest’etichetta è molto pesante per te e per quelli che stanno intorno a te. Anche ieri ne parlavo con EroTarot. Non solo lo stigma pesa su di te, ma pesa su quelli davanti, dietro e intorno a te. Lo stigma è una strategia patriarcale che i patriarchi conoscono. Per questo le puttane hanno dovuto stare ai margini perché significa che si stanno ribellando a un ideale di femminilità, opaca, debole, obbediente, etero, normativa, bla bla bla. Le prostitute rompono con tutto ciò, con l’amore romantico, rompono con le regole patriarcali. Quindi questa posizione nessuno la vuole, in quanto “biovagina”. E questo il patriarcato lo sa molto bene, sa che quando tu dici pubblicamente che sei una puttana ti distruggeranno. Invece gli uomini possono scopare, possono fare quello che vogliono e non hanno nessuna repressione sociale per questo, anzi il contrario, hanno l’approvazione sociale. E a me sembra che il movimento abolizionista non abbia potuto gestire tutto questo, e quindi ti dicono: “Ti criminalizziamo, i bordelli sono i peggiori, tu sei la peggiore”. Siccome loro non si azzardano a lasciare la loro posizione privilegiata, quella della santa, poiché questo, a livello sociale, è una posizione di privilegio, iniziano ad attaccare i loro compagni. E questo ha a che fare con l’eterosessualità e la monogamia, se vai con un’altra allora mi inganni e se mi inganni ti fotto! È molto complesso… Io, parola di puttana, lavoro da 20 anni come puttana e lo vedo, vedo che le donne si arrabbiano. Cosa succede a queste donne? Che loro non possono esprimere la loro sessualità come desidererebbero, perché in questo modo perderebbero lo status sociale. Invece gli uomini quando vivono la loro sessualità come desiderano non perdono uno status sociale. E questo fa le veramente arrabbiare. Invece di arrabbiarsi con il loro “padrone”, si arrabbiano con noi. 

G: Grazie per aver parlato di questo concetto. Senti, come possiamo dare il nostro appoggio da qui alle organizzazioni come OTRAS, APROSEX? E dove possiamo seguire il tuo lavoro, il vostro lavoro sui social?
L: Abbiamo Twitter per Aprosex e Otras, abbiamo anche Instagram per Otras e potete appoggiarci con un contributo economico, che è quello di cui abbiamo più bisogno al momento. L’ideale sarebbe accreditare quello che volete direttamente ad APROSEX, perché GoFundMe si tiene un po’ di soldi, quindi se li mandate direttamente sul conto di Aprosex arrivano netti a noi, non dobbiamo pagare niente, nessuna quota. Quello che posso fare adesso è una storia con il codice bancario, lo mando anche a te, così lo puoi mostrare, in modo tale che le persone che vogliano aiutare li mandino direttamente ad Aprosex, che è un’associazione formata interamente da lavoratrici sessuali, cioè non siamo alleate, non siamo psicologhe, non siamo operatrici sociali, né altro: siamo tutte puttane e abbiamo preso l’impegno di dividere il ricavato tra le colleghe. Aprosex e Otras stanno aiutando tantissime persone, dando aiuti, cibo, pagando affitti, insomma, stiamo facendo quello che dobbiamo fare.

G: Cosa ci consigli di rispondere a chi che in strada ti insulta chiamandoti “puttana”?
L: Punto primo: ricorda che essere puttana è una trasgressione patriarcale, cioè stai trasgredendo il patriarcato, poi acquisisci potere, un po’ come per esempio gli omosessuali, quando vengono chiamati faggot (frocio). Noi dobbiamo appropriarci di quest’insulto. “Sì, sono puttana! E adesso cosa fai?!”. C’è un’altra frase di un’altra prostituta di strada, Janet di “Putas libertarias” che diceva proprio questo: “voi arrivate ai marciapiedi, i clienti vi picchiano, i clienti vi fanno di tutto. No, per queste cose hanno le loro mogli. Tenete a mente che essere prostituta è un grande elogio alla trasgressione del modello di femminilità imposto dai padri. Tenete a mente questo e tenete a mente che va bene così, che stai trasgredendo a una femminilità stupida e servile di fronte a un padre. 

G: Ieri ho sentito che c’è una novità, che forse pubblicherai qualcosa.
L: Sì! Grazie a una casa editrice che è metà chiapaneca (del Chiapas) e metà spagnola diretta da Marc e Odette e che si chiama “Pensare Cartoneras”, con cui ho tenuto una conferenza a Valencia. Andai a presentare il corto “Transitos” che è un film su due lavoratrici migranti, su come arriviamo in Europa, un po’ per iniziare a demistificare questo tema della tratta che è così saturo, quindi iniziamo a svelare che il concetto di tratta è un concetto molto colonialista, super razzista, antifemminista e misogino. Da questa idea nasce “Transitos”, un film realizzato, diretto e prodotto da lavoratrici sessuali. A partire da lì abbiamo iniziato a fare conferenze a Valencia perché credo che Marc sia di Valencia e la casa editrice è a San Cristobal de Las Casas in Chiapas. E a un certo punto ha chiesto a Kali, a me e a Nina di scrivere dei testi che adesso sono diventati un libro che si chiama “Putas migras”, e in questi giorni lo presenteremo, ognuna di noi spiegherà la parte che ha scritto per questo libro. Personalmente ho fatto una riflessione su come l’abolizionismo sia un modo di pensare radfem, coloniale e razzista. 

G: “Grazie, a tutte e due per questa diretta. Oltre a Montse Neira hai detto un altro nome, lo potresti ripetere per favore?
L: Paula Vip.
G: “Dove possiamo trovare il video di cui parla Linda? Grazie per la chiacchierata!”
L: Il video “L’abolizionismo è una questione di razza e classe”? Credo che tu abbia il link, Giulia.
G: Sì! Glielo mando.In ogni caso dovrebbe esserci anche nel canale YouTube di Aprosex, no?
L: No, nel mio canale. Lì faccio un remake e mostro una ricerca di quasi un anno, dove spiego dove nasce l’abolizionismo, perché. Il racconto è diviso in tre parti: l’abolizionismo e i suoi principi, l’abolizionismo negli USA, ovvero il movimento anti-pornografia e poi che cos’è oggi l’abolizionismo nella “Fortezza Europa”. Si tratta dunque di tre parti storiche nelle quali analizziamo la storia dell’abolizionismo e tutto ciò che lo riguarda. All’inizio l’abolizionismo aveva a che fare con gli ecclesiastici, con la Chiesa, con le case di accoglienza, e con tutto ciò che concerne la carità, che tra l’altro sono i frutti del primo colonialismo, che è quello che fa sì che l’Inghilterra inizi a industrializzarsi insieme al resto dell’Europa; poi negli USA con quello che succede con il movimento antipornografico, che proibisce, del SESTA-FOSTA, ecc. fino a oggi, ovvero cosa significa il concetto di tratta  nella “Fortezza Europa”, sempre in relazione alle latinoamericane.

G: Potresti approfondire in un minuto il concetto di tratta? Perché credo che non si parli molto di questo.
L: Come sapete da tempo un contatto diretto con quello che è il traffico di persone a scopo di sfruttamento sessuale, perché la tratta ha a che vedere con molte cose: la tratta di Zara, la tratta degli iPhone, cioè ci sono molti tipi di traffici e di sfruttamento lavorativo per le persone del Sud Globale. La tratta a scopo di sfruttamento sessuale è molto presente nei paesi africani, ma qui c’è un problema che è la legge sull’immigrazione. Io propongo sempre un parallelismo: per esempio, io che sono messicana, noi siamo i fornitori di droga per gli USA. Ma come arriva questa droga negli USA? Attraverso chi arriva? Com’è possibile che continui ad arrivare se è illegale? Be’, perché la DEA e i narcotrafficanti messicani hanno un accordo per far passare la droga – la cocaina e la marijuana – negli USA. Quello che intendo è che esiste una collaborazione statale e lo stesso succede con la tratta di esseri umani: c’è una collaborazione statale. Per esempio, se tu vuoi venire in Spagna dall’America Latina ti chiedono dei documenti ufficiali per avere automaticamente un permesso di residenza e di lavoro per 6000 euro. Chi chiede questi documenti? Lo Stato. Questa la chiamano tratta. La Legge sull’immigrazione è una sorta di indennizzo alla “Fortezza Europa”. Cosa significa questo indennizzo? Si fa una selezione di persone che possono portare un beneficio alla Società, però ovviamente il benessere della Società non si mantiene solo con le persone che hanno un grande cervello, con grandi imprenditori, con grandi artisti o grandi scienziati, ma anche con grandi lavoratori. Che sono quelle che raccolgono le fragole, quelle che puliscono i bagni, e quelle che succhiano cazzi. Per tutto ciò esiste un doppio standard in Spagna, in cui la stessa Legge sull’immigrazione, sottobanco, produce la tratta. Lo sto vedendo molto chiaramente. Per esempio, al momento sto leggendo uno studio di Lena Manero, non so se la conosci, è una grandissima difensora dei diritti umani spagnola, che addirittura stava per essere condannata alla pena di morte in Marocco. Lei è europea, spagnola. Ha fatto uno studio dal titolo “Madres en las redes de trata. Derechos robados”. Quello che cerco di dire è che il concetto di tratta dobbiamo considerarlo molto bene perché quello che dicono le abolizioniste è che una donna sudamericana che non sa leggere e scrivere molto bene, non sa nulla della sua vita, la infantilizziamo totalmente, diciamo che non ha nessuna capacità di agency e la dichiariamo vittima di tratta. Perché? Perché le abolizioniste, insieme al governo spagnolo con la sua Legge sull’immigrazione, hanno un sacco di imprese, che sono le ong “del salvataggio” in cui tutte queste donne entrano, facendo numero e significando guadagni per loro. Facciamo attenzione. Una persona, una donna, che può attraversare un oceano o un continente da sola a me non sembra una vittima, tutto il contrario. Però questa visione eurocentrica secondo la quale la gente del Sud del mondo non capisce, è analfabeta, continuiamo con questo concetto coloniale che ci dice che gli indios, i neri, sono persone che devono essere tutelate e con questo continuiamo a fare lo stesso discorso.
Con questo non voglio dire che io non riconosca l’esistenza della tratta con fine di sfruttamento sessuale, però certamente c’è una linea in cui si parte dal colonialismo, dalla misoginia e dal razzismo, per definire quello che chiamiamo tratta. Bisogna fare molta attenzione. Ci sono studi, come quello di cui ti ho parlato, che spiegano come si stanno attuando provvedimenti razzisti e provvedimenti di infantilizzazione nei confronti di altre popolazioni che non sono bianche.

G: a me è piaciuto molto il testo di Laura Agustín che si chiama “Sex at margins” che parla proprio di questo. Lo consiglio a tutt*!
L: Sì, Laura diceva che colui che è povero economicamente non è che sia povero spiritualmente. Però quando tu entri in Europa, vieni visto automaticamente come una persona povera anche spiritualmente, analfabeta, ignorante, incoerente, che non riesci a destreggiarti in nulla perché arrivi dal Sud Globale e questo è puro razzismo.
G: Grazie! Non voglio rubarti altro tempo, non so se vuoi aggiungere altro…
L: non so se ci sono domande…
G: Chiedono se “Putas migras” è anche un cortometraggio.
L: No, c’è un’opera che è stata come il mio gioiello – l’ho creata in un momento molto particolare della mia vita, ero appena arrivata a Barcellona, in una situazione molto precaria, si chiama “Puta Mestiza” e quest’opera è arrivata sino al MoMA di New York.  Nemmeno io sapevo quale sarebbe stata la portata di quest’opera. È un’opera dall’estetica post-pornografica, in cui sono in una vasca molto trash, mi masturbo con un dildo e parlo dello sviluppo del viaggio migratorio da Abya Yala (il continente americano) fino all’Europa. Parlo quindi del fallimento della Legge sull’immigrazione, parlo della criminalizzazione, di come le nostre strategie per entrare in Europa sono criminalizzate perché non portano a dei guadagni per la Fortezza Europa e quindi parlo del colonialismo e di quello che significa per noi entrare in Europa e tutti gli strumenti che dobbiamo avere perché sono urgenti. Tu non emigri perché ne hai voglia, emigri perché ci sono delle ragioni economico-sociali che ti spingono a farlo, emigri e devi cogliere tutte le opportunità, tra cui c’è sfruttamento, e la cogli! Perché devi mantenere la tua famiglia, perché questo significa la precarietà. Dunque “Puta Mestiza” parla di questo. 

G: Un altro commento: “Puta Mestiza è una delle opere più interessanti che ho visto sulla intersezione tra puttane e migrazioni”. Una ragazza ci dice: “Ho lavorato con donne migranti e voglio ringraziarvi perché non tutte si prostituiscono per il rito juju delle nigeriane”.
L: Certo! Vedi?! Qui è dove si nota che quello è uno sguardo estremamente razzista, del dire che queste donne non hanno capacità di agency di dire “No, cara, io vengo qui perché devo venire in Europa, perché devo mantenere la mia famiglia in Africa, e perché con la prostituzione lo posso fare!”.
G: Quello che succede è che per ottenere i documenti devi fingere, dire “Ah, io non lo sapevo, pensavo che sarei diventata parrucchiera!”
L: Chiaro! Ti segregano in un infantilismo per il quale tu non sei niente per poter entrare in Europa e questo è molto razzista, Giulia.

G: Grazie ancora.
L: Grazie a te, amore!
G: Grazie! Seguite Linda e Aprosex, Otras, a tutte le colleghe che vivono in Spagna. Grazie a tutte! Grazie a tutti!
L: Ciao!

Traduzione a cura di Silvia Calderoni, Mariana Valdés e Yolanda Sanz.

Trovate qui l’intervista a Putamente Poderosas.

Giulia Zollino si è laureata in antropologia ed è un’operatrice di strada nonché un’educatrice sessuale. Su Instagram cura un profilo in cui racconta la sua professione con ironia e disincanto per informare e aiutare a de-stigmatizzare il lavoro sessuale.

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