Putitalks – Elettra Arazatah: quant’è fico fare comunità!

Putitalk è una serie di interviste realizzata su Instagram da Giulia Zollino tra la fine di marzo e la metà di maggio 2020 in cui ha ospitato sex worker e alleate per condividere la situazione lavorativa e sociale durante la pandemia da Coronavirus nei propri Paesi. Le interviste sono disponibili in versione video in lingua originale sottotitolata in italiano nella InstagramTV di Giulia, con la quale abbiamo deciso di rendere disponibili le chiacchierate anche in forma testuale, per permettere una fruizione a tutto tondo del suo progetto.
Nella puntata di oggi, Giulia intervista Elettra Arazatah, mistress italiana trapiantata a Londra.

G: Ciao, benvenuta!
E: Grazie!
G: Intanto grazie per essere qui e per aver voluto partecipare a Putitalks.
E: Grazie a te per avermi invitato.
G: So che alcune persone già ti conoscono però per le altre ti chiederei di ri-presentarti e raccontare un po’ che cosa fai.
E: Sì, io sono Elettra e sono una sex worker. Lavoro a Londra, principalmente, faccio questo lavoro da un po’ di anni e da due sono a Londra. Faccio sia dominazione che servizi sessuali classici, di solito mescolati quindi un po’ kinky escort.

G: La prima domanda del Putitalks per capire un po’ la situazione lì in Inghilterra riguarda la la legge. Come funziona? E anche rispetto allo stigma, com’è percepito socialmente il lavoro sessuale?
E: La situazione è quella della decriminalizzazione parziale, quindi comunque simile al sistema che c’è in Italia in cui il lavoro sessuale, nel senso di vendere sesso a un cliente, non è illegale, però tutto quello che c’è intorno sì, quindi manager e anche lavorare con qualcuna nello stesso appartamento, anche in orari diversi della giornata, è considerato “bordello”, quindi illegale, però l’atto in sé non è criminalizzato. Il problema però è che ovviamente tutti i lavoratori e le lavoratrici più visibili, come chi lavora per strada, rimangono criminalizzati, per esempio possono essere multati, il che poi porta a situazioni più complesse. Per cui: sei stato multato, devi lavorare in condizioni peggiori per poter coprire il debito e quindi è un sistema molto problematico. Per quanto riguarda lo stigma, è molto difficile, abbastanza personale. Sicuramente le persone più marginalizzate subiscono più profondamente lo stigma quando si tratta di fare sex work. Sono abbastanza privilegiata nel poter mostrare il viso, quindi ho un’esperienza diversa. Il problema principale, di solito, è quando si interagisce con autorità come banche, proprietari di casa, devi affittare un appartamento e non puoi dire cosa fai perché poi non sanno se lavori in quell’appartamento, non sanno se hai abbastanza soldi, quindi quella è una grossa parte dello stigma; quando devi fare cose normali come chiedere un mutuo, aprire un conto business, allora hai tutti questi problemi causati dallo stigma. Poi, va be’, parlavo anche con amiche mie, stavo chiedendo loro come se la vivevano e per esempio c’è una mia amica che è sposata e ovviamente tutta la famiglia di lui non lo può sapere perché sarebbe tutto un «Ma lui sta con te e allora che problemi ha?!». Nel senso, tutta quella parte di giudicare, avere i pregiudizi riguardo il sex work che è pericoloso, che allora dipendi da qualche sostanza, ci sono ovviamente anche qui. Anche perché dal momento che c’è questa area grigia non è semplicemente decriminalizzato, lo stigma c’è ancora.

G: Invece rispetto alla situazione che si è venuta a creare con il Covid-19, ti volevo chiedere un po’ cos’è cambiato, cioè, qual è la situazione, la tua situazione, quella delle sex worker che conosci e anche poi chi sono le persone che patiscono maggiormente questa situazione, che sono più marginalizzate.
E: Allora, io sono passata al lavoro online come parecchie mie colleghe, quindi a fare cam e videochat. Ho visto anche molte persone fare quello che ho fatto un po’ anch’io, la girlfriend experience virtuale, cioè mandarsi i messaggini, magari qualche fotina zozza durante la giornata, una richiesta che ho visto più qui che in Italia. Principalmente i siti di annunci in genere si sono abbastanza mossi nella versione di facilitare le cam, alcuni già lo facevano e poi ovviamente qua c’è di più l’uso dei social media, da tutta una certa fetta di sex worker, appunto chi lavora in modo indipendente col suo sito internet. Se sei una escort che lavora con agenzia, magari hai una situazione diversa e io non la conosco molto come situazione, quindi chi aveva già un seguito sui social media è passato molto a fare cam e ad aprire account su Onlyfans, in cui ovviamente pubblichi i contenuti dietro a un paywall e i tuoi follower pagano per vederli. Ho visto tantissime colleghe passare a questi tipi di servizi.
Ovviamente poi una grossa fetta di sex worker hanno una famiglia a cui badare e il discorso del virtuale è molto più complicato quando hai dei bambini in casa, non hai uno spazio dedicato perché di solito ci sono tante situazioni in cui uno lavora fuori casa e non è semplice creare poi gli spazi o i momenti. Infatti, ci sono amiche che magari lavorano solo di notte quando i bambini dormono; è molto complicato. E poi ci sono anche i siti di cam che sono stati inondati e ovviamente i prezzi sono totalmente diversi da quelli a cui siamo abituati perché noi, come qualsiasi business, avevamo dei costi fissi che sono rimasti uguali, come i vari affitti, eccetera, quindi bene o male ho visto tante persone arrangiarsi in questo modo, però non è semplice. Le persone ancora più a rischio sono le persone trans o magari escort uomini o comunque male-bodied; il pubblico che puoi trovare online è molto più ristretto, quindi è ancora più complicato avere una situazione ottimale in cui ti puoi connettere. Non è semplice. Per le lavoratrici di strada ho letto articoli in giro in cui si diceva che era una situazione estremamente a rischio, anche perché tutta la parte di charity, dei medici di famiglia, dove andavamo a farci i test, rifornirci di condom, adesso sono state chiuse e quello ha posto dei problemi anche di quel tipo.

G: Che tu sappia ci sono delle persone che hanno continuato a incontrare i propri clienti?
E: Sì, sì, be’, ovvio. Se non puoi pagare l’affitto ti prendi il rischio di prendere il Covid. Leggendo online ho visto (a me non è successo) di persone a cui il cliente ha proposto cifre più alte pur di incontrarsi e cose del genere. Quindi sì, c’è anche quello…

G: Lì ci sono organizzazioni, associazioni di sex worker e, se sì, che cosa stanno facendo in questo momento?
E: C’è SWARM, che è un collettivo dal basso di sex worker che si è attivato per creare un fondo di aiuto alle sex worker, un’iniziativa simile a quella fatta in Italia con Ombre Rosse. Qui c’è stato un sito di annunci che ha fatto matchmaking, quindi hanno pareggiato quello che veniva donato, hanno aggiunto la stessa cifra. È stata un’iniziativa fighissima! Ci sono persone che conosco che si sono trovate in difficoltà e che hanno ricevuto soldi dal fondo SWARM (Sex Worker Advocacy and Resistanve Movement, Ndr).  Io sono sempre estremamente ammirata, perché qua c’è un senso di comunità molto forte, ed è figo perché ho avuto l’impressione che sia un pochino più semplice fare network qui rispetto all’Italia, anche perché certe cose, come inserire sul proprio sito web una pagina di amiche e amici, di persone con cui lavori, sono possibili, nessuno ha paura di farlo, si fa, è una pratica comune, e questo ti incoraggia a fare network, a conoscere nuove persone, riduce anche un po’ il senso di competizione. C’è un’atmosfera molto bella che sento, c’è veramente uno sforzo verso la riduzione della competizione fra sex worker, per cercare più che altro di creare un modo per aiutarci, fra siti, risorse e condivisioni varie, e questo è fantastico. Poi come associazioni ci sono l’English Collective of Prostitutes e il National Ugly Mugs: quest’ultima si occupa di segnalare i clienti pericolosi e spesso fa da tramite tra le sex worker e la polizia, per esempio se vieni attaccata o stuprata da un cliente l’associazione si occupa di portare avanti il processo e di aiutarti, veramente un lavoro incredibile.
G: Quel sito che mi dicevi prima, quel blog, come si chiama?
E: Il forum si chiama Saafe [Support And Advice For Escorts, Ndr.], in cui c’è sia una parte di riduzione del danno, quindi come riuscire a fare sex work in modo sicuro, e si rivolge soprattutto a chi sta iniziando: tutte le cose a cui quando inizi magari non pensi, e dopo pensi “quanto mi sono messa in pericolo!”. In Italia manca molto questo tipo di risorsa. Quello è un po’ il primo livello in cui ci si avvicina alla comunità, perché trovi le tue prime risorse, ed è bello anche che ci sia la possibilità di fare buddies, quindi di trovare qualcuno che magari ti chiama prima che arrivi un cliente e dopo quando se n’è andato, per controllarsi a vicenda e per garantirti sicurezza. C’è una bella atmosfera, che poi si riverbera in tanti modi.
G: Dicevi che anche Twitter è abbastanza collaborativo, e che anche lì si fa rete…
E: Sì, Twitter ovviamente va a prendere quella fetta di escort che sono le indie, le indipendenti, nel senso che sono quelle che hanno un sito internet, si fanno la loro pubblicità, eccetera, e quindi fra di noi Twitter è un po’ uno spazio in cui ci si incontra, ci si confronta e si parla giornalmente: è bello perché di solito è abbastanza isolante come lavoro, non connetti con le altre persone, specialmente con tutte le leggi che impediscono di lavorare insieme, che sono sicuramente un forte ostacolo. Twitter ha tutta un’altra serie di problemi, come anche Instagram, per esempio lo shadow ban: non ti chiudono il profilo, però impediscono che possa essere rintracciabile, lo tolgono dai suggerimenti o i tuoi tweet non sono visibili. Ci sono vari livelli di shadow ban, che generano comunque esclusione dalla Società. Anche questa è una dimensione dello stigma, che comunque si sente, soprattutto in un momento come questo in cui dipendiamo dai social media per raggiungere i clienti, per produrre e proporre i servizi online, però Twitter crea in un certo senso questa specie di comunità.

G: Il governo e le istituzioni hanno fatto qualcosa, si sono fatte sentire, ne hanno parlato?
E: No, non ne hanno parlato, nei media è uscito soltanto un articolo della Bbc in collaborazione con l’English Collective of Prostitutes. Ho visto molta più presenza sui media in Italia che qui, però il governo dà l’Universal Basic Income, che non sono tanti soldi, minimo 80 pound a settimana, e che si rivolge alle persone che non hanno un reddito adeguato. Però c’è stato anche per i self employed, quindi se sei registrata come libera professionista, non necessariamente come sex worker ー perché il sistema tributario è molto diverso dall’Italia ー non ci sono inquadramenti, ti puoi registrare come qualsiasi cosa, dalla maestra di francese alla life coach, quello che ti pare, rimane tra te e il sistema tributario. Se sei registrata come self employed e l’anno scorso hai lavorato, hai presentato la dichiarazione dei redditi e guadagni meno di 50.000 pound l’anno, ricevi dei soldi a giugno. Però poi c’è stato il problema che da quando è partito il lockdown fino ad adesso arriverà all’80% di quello che avresti guadagnato se non ci fosse stato il Covid. Quindi il governo in quel senso è intervenuto, anche se ancora non si sono visti i soldi. Poi ovviamente c’è tutta la quota di sex worker che non sono registrate, e l’unica cosa che le raggiunge è il Basic Income, ma anche lì, quando c’è stato il lockdown il sistema è crollato: infatti l’English Collective aveva chiesto di istituire un fondo di emergenza per raggiungere tutte quelle sex worker che sono al di fuori di tutti questi schemi.

G: I soldi che si raccoglieranno con il crowdfunding andranno anche divisi fra le persone che non hanno accesso a queste misure?
E: Sì, esatto.
G: Ho chiesto alle persone di fare delle domande e hanno chiesto delle cose che avevano sentito nel video a cui hai partecipato con Irene Graziosi, che si chiama “La prima volta” (su VICE). Chiedevano di approfondire il discorso della gerarchia tra puttane, che cosa significa, e poi erano interessate a quel discorso che facevi sulla sacralizzazione della mistress che non fa sesso, perché se fa sesso si abbassa.
E: I temi sono collegati. Una grossa parte dello stigma è legato proprio al fare sesso, perché il sesso è una cosa pura, qualcosa che devi dare soltanto al tuo partner, e quindi c’è questo discorso della gerarchia tra puttane. In inglese c’è questo termine bellissimo, “hooker”, che a quanto pare non ha un significato negativo attaccato: non è prostituta, che ha un significato negativo, e non è sex worker, che invece è un termine nuovo. Magari c’è anche la rivendicazione da parte nostra, ma puttana ha ovviamente un senso, invece hooker è più neutro. Per tornare alla gerarchia fra puttane, se non fai sesso sei più accettabile agli occhi della Società, e in questo spesso ricadono le mistress, che non toccano lo schiavo, o se lo toccano lo fanno con i guanti: c’è questa de-sessualizzazione del loro ruolo. In realtà, con il termine sex worker si vuole esattamente includere anche tutt* quell* che si riconoscono come tali anche se non hanno un rapporto sessuale diretto con il cliente, anche perché si ricade sempre nella sfera dei desideri sessuali, anche se sono dei fetish più o meno strani che non richiedono il contatto fisico. Un’altra dimensione della gerarchia, poi, è legata alle cose che fai, per cui se guadagni di più o se non fai certi servizi allora sei meno puttana delle altre o vali di più di un’altra: non vuol dire niente, ma si sente molto questa differenza, soprattutto in Italia, dove l’ho percepita parecchio anche parlando con le persone. In Inghilterra o anche in America, certi discorsi culturali sono molto radicati e più diffusi, ci sono tanti termini che in Italia neanche abbiamo, come per esempio la “puttanofobia” interiorizzata, un’altra parola stupenda, che è un’altra cosa della gerarchia tra puttane: ti senti sporca, ti senti sbagliata, perché anche noi ovviamente subiamo lo stigma del sentire di non essere utili, di essere parassite, di tutti i discorsi che si fanno sulle prostitute e tu, interiorizzandola, per sentirti meglio ti metti a un altro livello dicendo «No, ma io questo non lo faccio» e ciò è proprio sbagliato.

G: Secondo te chi è nello scalino più basso?
E: Dipende a chi chiedi… Per esempio, un altro discorso molto complicato che ho iniziato a capire soltanto stando qua, è quello di coloro che fanno sesso senza preservativo, perché in Italia, ovviamente, c’è sempre la caccia alla strega contro chi fa sesso senza preservativo, perché anche tra di noi viene considerata come la più sporca. Qui invece c’è una concezione diversa, del “se lo stai facendo vuol dire che sei veramente in difficoltà”: riusciamo a capire che tu sei un essere razionale che non lo farebbe se non fosse costretta, e quindi non ti condanniamo se fai sesso senza preservativo, riusciamo a capire che non sei stupida, che sei razionale, che sei capace di capire che ci sono le malattie. Parlavo anche con una mia amica australiana di quanto alle volte non avendo tutto il savoir faire culturale, non conoscendo tutte queste sfumature, che sono cose che comunque dobbiamo imparare – non è che è innato che uno capisce che è sbagliato sentirti al di sopra delle altre perché magari non fai i pompini coperti – e pure lei era stupita perché una volta una ragazza aveva scritto su Twitter «che schifo le ragazze che lo fanno senza!» ed è stata ostracizzata immediatamente. Io da un lato ero rimasta stupita, invece è giusto, nessuno che fa sex work è sbagliato. Ci sono delle situazioni che vanno comprese e non vanno condannate, perché non è utile, già ci pensa la Società a condannarci. Quella storia mi ha veramente aperto gli occhi, anche perché un’altra cosa di cui parlavi, del libro di Juno Mac – tra l’altro l’ho preso – che è fichissimo. Una cosa che mi aveva colpito, soprattutto dopo l’intervista con Vice, è il discorso della happy hooker, dello stereotipo della puttana felice di fare il suo lavoro, che lo vive come una vocazione e ha un bellissimo rapporto con i suoi clienti: io rischio di rifarmi molto a quel modello, di chi lo vive come una vocazione, che ha un ottimo rapporto con i clienti, che va a cercare di controbilanciare la visione che spesso la Società pone, ovvero quella della vittima costretta. Invece questa è la strada sbagliata, perché il discorso è molto di più: è un lavoro, ci sono persone che odiano il proprio lavoro e persone che lo amano, il vero problema non è il lavoro in sé o il rapporto che hai con il lavoro, il problema è che ci devono essere dei diritti per i lavoratori, punto. Questo è uno dei contenuti più interessanti del libro e ha molto rigirato la mia visione mentre lo leggevo: parliamo dei diritti sul lavoro, non di come il sex work sia giusto o sbagliato.

G: Le opinioni personali a un certo punto le metti da parte, c’è un problema oggettivo, sia qui che lì la legge non tutela. E poi c’è il discorso che lì i bordelli ci sono, quindi è tutto un po’ ipocrita…
E: Un’altra cosa dei bordelli è che anch’io prima avevo quell’idea per cui il bordello è sbagliato, è un luogo di sfruttamento, invece sempre parlando con altre persone è importante riconoscere che, in realtà, proprio come modello lavorativo, fatto in modo che siano cooperative (come in Nuova Zelanda), che sia fatto da noi per noi, è utile, un luogo che per molte lavoratrici è importante da avere: perché magari se hai una disabilità, o hai dei bambini o non hai tempo, o hai tutte le disabilità in cui non hai abbastanza energie, cioè per tutte quelle persone che ricadono in una zona di margine in cui lavorare è molto complicato, il bordello è estremamente utile, è un luogo che potrebbe essere sicuro, se si potessero gestire le cose diversamente. Un luogo in cui vai lì, lavori e non ti devi preoccupare di nient’altro, non ti devi occupare delle pubblicità, delle telefonate e di tutto il resto: quindi di per sé non è sbagliato come struttura, ecco.
G: Chiedono se puoi fare vedere la copertina del libro.
E: Si chiama “Revolting Prostitutes”. È in inglese, tra l’altro hai messo il link alla Ted Talk che ha fatto Juno Mac che è una delle autrici. Anche quello è veramente bello, lei spiega le cose in modo davvero chiaro e sentito.

G: Qui c’è un’altra domanda: che tipo di prevenzione e di controlli fanno?
E: Non c’è niente di quel tipo, quello è un modello che trovi di solito nella legalizzazione, che è diversa dalla decriminalizzazione, che è la cosa a cui si punta: nella legalizzazione, appunto, è molto problematico per i diritti umani costringere qualcuno a farsi dei controlli, e quindi qua non ci sono, c’è soltanto l’accesso gratuito e prioritario in alcune strutture per le sex worker, magari in un giorno della settimana in cui possono andare solo le sex worker ed è più semplice. Poi – vale per tutti ma è particolarmente utile per le sex worker – è fantastico che ci siano dei kit per fare i test che ti puoi fare mandare a casa dal sistema sanitario nazionale, non è che li compri su Amazon: basta un po’ di sangue, ti fai i tamponi, lo rimandi indietro e ti inviano i risultati via e-mail. Quello è veramente incredibile, un approccio fantastico: non è che devi costringere le persone a testarsi, ma facilitando enormemente il testarsi fai in modo che più persone lo facciano.

G: Lì esistono delle associazioni tipo l’unità di strada, non fatte da sex worker, ma associazioni che offrono servizi sanitari e cercano di tutelare i diritti?
E: Prima dicevo del problema delle charity. Ora non potendo agire e relazionarsi, tutta quella serie di servizi che offrivano è rimasta ostacolata. Però ci sono unità di strada che hanno continuato a operare durante il lockdown mantenendo le misure di sicurezza.

G: A livello di testa, quanto incidono ora per te le preoccupazioni per la pandemia o per motivi esterni quando lavori?
E: A livello di stress?
G: Immagino di sì.
E: Per me personalmente sì, speriamo comunque che passi. Adesso quando si potrà ricominciare a incontrare… stiamo tenendo duro, ma il rischio burn out, il rischio di lavorare troppo per cercare di compensare perché il livello di reddito è diverso, c’è

G: Hai mai conosciuto sex worker con disabilità?
E: È lo stesso discorso che si pone quando dico a uno sconosciuto in Università che faccio la sex worker – ormai ho questo approccio qui – e quando mi dicono: «ah, sei la prima sex worker che conosco» e io ogni volta dico: «no, non sono sicuramente la prima che conosci, al massimo sono la prima sex worker che te lo dice».  Lo stesso discorso vale per la disabilità, anche perché ci sono un sacco di disabilità che non sono visibili. Ci sono amiche mie che hanno disabilità non visibili. Il sex work è un lavoro che molte persone con disabilità possono fare in modo facile e semplice, anche per questo è importante non criminalizzarlo. L’anno scorso c’è stata una conferenza organizzata da SWARM che è stata incredibile: tre giorni di incontri e workshop sul sex work, e c’era una persona che aveva parlato, era svedese mi pare, e aveva raccontato di avere una disabilità… tipo reumatismi. Il sex work è un lavoro che le permette di vivere normalmente, perché è richiesto poco tempo di lavoro rispetto a quanto guadagni e quindi non è pesante, le lascia il tempo di prendersi cura di se stessa. Il governo come soluzione alternativa voleva farle la formazione per fare le unghie o fare la donna delle pulizie, è ovvio che così non risolvi il mio problema. Il discorso è che il sex work è una strategia di sopravvivenza per molte persone, una strategia di sopravvivenza non violenta che andrebbe tutelata. Un’altra persona con disabilità che avevo conosciuto e che lavora in un bordello ha una disponibilità di energia molto bassa e poter lavorare in un bordello le permette di lavorare in quei giorni lì, a determinati orari, senza doversi preoccupare, quindi sopravvivere ed essere indipendente.

G: State pensando di alzare le tariffe per il Covid?
E: Non siamo un cartello, non abbiamo il monopolio. Non lo so, non penso, non è una cosa di cui si è parlato. Al limite c’è la preoccupazione che è per tutti, come per il resto dell’economia, magari in realtà i prezzi crollano perché se ci sono meno soldi in giro, tu devi lavorare. Però non lo so, quello penso sia proprio macroeconomia normale.

G: Ah, una cosa che ti devo chiedere è: possiamo anche donare da qui, mandare i nostri aiuti alla campagna, giusto?
E: Sì sì, assolutamente e poi loro l’hanno istituita nel modo che si possono mettere degli aiuti ricorrenti, quindi ogni mese doni una cifra, e quindi il fondo continuerà a esistere. Adesso l’hanno istituito e sarà una cosa molto molto figa.
G: Io ho messo il link nella mia bio, quindi se volete fare una donazione potete entrare dalla mia bio. Un’altra domanda: come ti sei approcciata al sex work?
E: Be’, ho iniziato vendendo mutandine usate. Per me è sempre stata una fantasia, appunto io sono la happy hooker, oggettivamente. Sì per me era anche una fantasia, poi ho sempre avuto un po’ il mito della cortigiana, della donna libera, mi ha sempre attratto. E poi ero a un bivio, alla fine ho finito l’Università, sapevo di non voler lavorare in ufficio e avevo già iniziato a sperimentare con il fetish, con il sex work e quindi mi sono buttata.
G: In Italia, giusto?
E: Sì, in Italia. Ho iniziato in Italia, poi ho fatto un periodo a Berlino e poi sì di nuovo in Italia, poi Londra.

G: Senti ma l’ambiente del porno? Abbiamo fatto anche un’intervista con una ragazza spagnola che lavora principalmente producendo porno e insomma anche in quella situazione, non potendo girare, diventa tutto molto complesso.
E: Sì, anche se poi, tra l’altro, adesso stanno iniziando a fare tantissimo porno autoprodotto e anche collaborazioni con altre mie amiche in video quando finirà il lockdown sicuramente le farò, quindi quella parte di porno, sì, inizierò a conoscerla, ma al momento non conosco il porno più organizzato.

G: Quanti miti ci sono da sfatare sul lavoro da mistress?
E: Parecchi! Bella domanda. Sai, comunque gli schiavi hanno quell’immaginario lì e va rispettato, l’immaginario degli schiavi che vedono la mistress in un certo modo. I miti… Non saprei da dove partire. Che poi il lavoro da mistress uno se lo vive in molti modi diversi, ci sono tanti modi di farlo.

G: Forse anche quello che dicevi prima della sacralità, che non fa sesso, banalmente.
E: Ah sì, assolutamente, quel discorso lì. Lo vedo molto sdoganato, specialmente qui, perché qui c’è la kinky escort, la escort che magari è anche sottomessa o è anche mistress o è switch è una cosa che qua c’è tantissimo, sia come persone che lo fanno, sia come richiesta. E mi sembra di più che in Italia, parlando anche con altre persone, mi sembra di più anche in America, è una cosa molto inglese. E poi è una cosa bella anche perché permette che ci sia un po’ più di diversità rispetto a quello che trovi specialmente in Italia, a livello di indipendenti, quelle con cui mi relaziono di più. Ci sono molti più tipi di bellezza, ci sono molte più varietà in quel senso là. In America non so bene, da quel poco che posso vedere, perché comunque c’è molta comunicazione tra Inghilterra e America, per certe cose è utile perché per esempio qua si fa, poi dipende dal livello. Ovviamente sono tutte barriere che uno può  mettere o no a seconda di quello che si può, la situazione anche di privilegio, quindi qui quelle più d’alto borgo fanno lo screening, nel senso che ti chiedono il tuo documento di identità o il tuo Linkedin (al cliente) per una questione di sicurezza, che viene molto dall’America perché lì è illegale e quindi chi può si tutela in questo modo. In Italia però è impensabile, anche le ragazze che conosco che sono d’alto borgo non lo fanno. Sono queste le particolarità.

G: Sì, è molto interessante quello che dicevi sulla varietà perché se penso un po’ ai siti di incontri in cui ci sono pubblicate anche le foto, spesso sono persone che incarnano una bellezza abbastanza stereotipata o comunque nella descrizione dell’annuncio le cose sono quelle, che si ripetono, è uno schema ben preciso.
E: Sì, diciamo che qua, poi è un’opinione personale perché è un discorso molto delicato, gli standard di bellezza quelli sono, quelli che riceviamo dalle riviste, sono quelli.  Quello che trovo interessante qui è che essendoci un marketing delle escort molto sviluppato rispetto all’Italia, rispetto a Twitter ecc., hai molto modo di sviluppare la tua nicchia e quindi anche se non sei la bellezza standard hai modo di raggiungere o di presentarti e di essere apprezzata in un modo che in Italia c’è meno. Però è più una considerazione di mercato che una considerazione politica, sul fatto della diversità. Poi è ovvio che Londra che è così internazionale, ha così tanto passaggio di persone che vengono qui per lavoro, quindi anche l’offerta è diversificata.

G: C’è una domanda: Ciao Elettra, hai mai dovuto far fronte a clienti molesti, tipo stalker? Come li affronti?
E: Io stalker veri e proprio non ne ho mai avuti, quindi sono piuttosto fortunata in quel senso. Clienti molesti magari sì, però veramente mai nessuno che sapesse dove abitavo, che mi seguiva a casa o che arrivasse a dei livelli in cui ho avuto paura. Clienti magari parecchio “accollosi” oppure oggi stavo proprio bloccandone uno su Facebook che ancora mi mette i commenti sotto foto di anni fa, c’è stata un po’ la pesantezza psicologica sua, quello sì, però non è che posso parlare di stalker.

G: Okay. Stavo leggendo un’altra domanda: può aiutare la propria autostima questo tipo di lavoro se fatto con passione o se fatto per necessità diminuisce?
E: Be’ direi che qualsiasi lavoro ha questo effetto, io anche quando facevo la cameriera in un caffè, è un discorso che se fai un lavoro con amore è probabile che ti aumenti l’autostima, se ti senti sfruttato ti diminuisce, è totalmente trasversale come considerazione.
G: Assolutamente. Qualsiasi tipo di esperienza se la vivi in maniera positiva può portarti qualcosa di positivo anche in termini di, appunto, autostima, se invece vivi una cosa in maniera sofferta di porta a una cosa in negativo, ovviamente.
E: Sì, poi il problema appunto di dare delle tutele è quello di evitare delle situazioni di sfruttamento. La questione dell’autostima ed evitare lo sfruttamento per evitare problemi psicologici, è valida per qualsiasi lavoro.

G: Senti, una cosa che mi stavo chiedendo è se lì ci sono delle persone, degli uomini o comunque male-bodied che fanno servizi. Se c’è un mercato di uomini per donne.
E: La fetta più grossa è sempre mercato gay piuttosto, quando si tratta di uomini o male bodied. So che c’è un sito, almeno un sito, non so quanto sia frequentato però ci sono sicuramente un sacco di escort uomini che si pubblicizzano, quindi immagino che tutto sommato la clientela c’è, in Italia non sono nemmeno sicura ci sia un sito, invece qua qualche sito esiste, qua magari anche la domanda c’è però non so bene. In Italia avevo un paio di amici che lavoravano con donne però sempre molto part time, come cosa in più, e conoscendole, avevano magari iniziato facendo coppia con una ragazza e in questo modo si erano fatti dei contatti.

G: E invece donne per donne?
E: Allora una mia amica, è proprio aneddotico perché non ho dati e non so niente, però una mia amica qualche tempo fa ha avuto una cliente donna, ma coppie è molto più comune, ecco, anche in Italia.
G: Sì, sì, credo ci sia molto… Non si è abituate a pensare culturalmente che la donna paghi, no?
E: Esatto. È come il mercato dei sex toy, che adesso piano piano… Le donne si masturbano: “oh mio dio, le donne si masturbano! Piano piano arriviamo ai sex toy, figurati una donna che paga per il sesso!”.
Sono sempre queste barriere mentali che ci sono.

G: Di solito, al di là del lockdown, si lavora più online o offline?
E: Be’ dipende. Se sei una camgirl magari lavori soltanto online. Sotto l’ombrello del sex work ci sono tante figure, c’è chi produce porno da sola; ce ne sono tantissime online, ci sono persone che hanno un sacco di seguito e sono grossi siti di camgirl. C’è tutta la parte online che già esiste, assolutamente. Se fai incontri di persona di solito non ti trovi a offrirlo semplicemente perché non ha tanto senso gestire due cose così diverse. Penso che una volta che il lockdown non ci sarà più, adesso abbiamo fatto partire Onlyfans, una volta che uno ha avviato questa seconda fonte di reddito, questo secondo sistema, immagino che molte persone lo terranno. Perché poi chissà come cambierà la percezione che abbiamo dello stare insieme.

G: Allora questa è personale, vedi tu se rispondere: i tuoi partner/le tue partner hanno accettato positivamente il tuo lavoro?
E: Diciamo che il mio giro di amici, di persone, di affetti l’ha accettato positivamente. Non tutti se lo possono permettere: ci sono persone rigettate dalla famiglia. Io sono veramente stupita. Anche persone della mia vecchia vita diciamo, io adesso sono nella mia bolla sociale, però anche persone che ho conosciuto al liceo, che ho conosciuto facendo giurisprudenza eccetera, mi hanno accettato. Poi tendenzialmente dipende anche come tu ti relazioni alla persona, se sono amica con qualcuno bene o male vuol dire che abbiamo quel tipo di mentalità, almeno per me. Per me personalmente non è stato problematico.

G: Per approcciarsi a questo lavoro per un ragazzo o ragazza è diverso il percorso? O si può iniziare per esempio facendo show in cam e vedere come ci si trova?
E: Assolutamente, un sacco di persone iniziano in cam anche perché è un modo, non la prenderei neanche alla leggera come decisione, sicuramente tutelare la privacy al 100%, andare a cercare quello è molto importante, farlo in sicurezza. Sì, diciamo che per certi versi potremmo definirlo un modo più sicuro, immagino, però emotivamente non è che sia facile.

G: In futuro ti vedi ancora mistress? Hai un progetto a lungo termine inerente alla tua attuale occupazione, tipo fondare una cosa tua o cose del genere?
E: Io personalmente mi vedo ancora mistress per almeno dieci anni, poi sto studiando, però sul lungo termine continuo a vedermi così. Poi ovviamente uno cerca di tenersi più porte aperte possibili, per carità. Personalmente non mi vedo a uscire dall’industria al più presto.

G: Sì anche questo è come dicevi abbastanza personale perché c’è chi fa sex work in maniera occasionale e quindi magari se ha bisogno va a pescare da quella cosa lì, magari lo fa per un periodo continuativo però limitato nel tempo.
E: Sì, persone che lo fanno per brevi periodi dell’anno, semplicemente per mettere da parte dei soldi per vivere il resto dell’anno oppure che hanno lavori precari e quindi lo utilizzano per compensare o che lo fanno in modo sporadico. L’utilità del sex work è che è molto versatile. O che hanno i figli e li stanno mantenendo. Ci sono veramente una miriade di situazioni.

G: Una domanda sullo stigma: lo stigma più odioso riguardo il tuo lavoro?
E: La critica che più mi ha dato fastidio in vita mia è l’idea che sono talmente vittima che non sono in grado di decidere per me stessa o che non sono in grado di intendere e di volere perché se sto facendo questa cosa vuol dire che proprio… E quella è una cosa che veramente mi ha mandato fuori di testa. Penso quello.

G: Lo sento spesso come discorso, perché è impensabile che una persona sana di mente possa fare questa cosa e quindi anche se dice “Sì lo sto facendo perché mi va” non lo prendiamo comunque in considerazione perché non sei in grado di intendere e di volere.
E: Sì che è una cosa fascista dire “Tu non sei in grado di pensare perché io devo decidere per te”.

G: Assolutamente. Senti ma lì il movimento femminista si schiera molto contro, c’è un gran movimento di abolizioniste?
E: Sì, c’è il problema delle abolizioniste. Adesso il movimento per la decriminalizzazione sta andando avanti, però dall’altra parte c’è il contrasto delle abolizioniste. Per fortuna l’anno scorso c’era stata una parlamentare che si era schierata verso l’abolizionismo, c’era stato qualcosa poi però non se ne è più parlato, è abbastanza rientrata come cosa.

G: il mio compagno vorrebbe iniziare a fare l’escort, quali consigli potresti dargli?
E: Non so nemmeno quanti consigli posso dargli. Non lo so, avvicinarsi con i piedi di piombo e mantenere la privacy, pensare alla sicurezza prima di tutto. E poi cercare online, specialmente le risorse in inglese, fare una ricerca, su Google si trovano cose interessanti. Anche perché uno pensa, però sono veramente tanti rischi, a poter scegliere di farlo. Se ha una curiosità, informarsi veramente il più possibile, perché ci sono tante cose a cui non pensi, ecco.

G: Una domanda sui clienti: accetti tutti i clienti o fai un tipo di selezione? E come affrontare i desideri da soddisfare?
E: Allora, io sì, faccio un tipo di selezione, posso permettermi di farla per il discorso che dipende dalla situazione in cui sei, da quanto bisogno di soldi hai, eccetera. Io parlo da una bolla di privilegio. Posso permettermi di selezionare, per fortuna. Un’altra cosa che qua si usa un po’ di più, sempre a seconda (del livello) è chiedere un acconto, cosa che in Italia è impensabile, quindi i clienti se vogliono vedermi devono mandare un acconto come faresti per assicurarti un qualsiasi appuntamento con una professionista. L’altra domanda era sui desideri. Questa è sempre l’idea che uno ha che il cliente compra il corpo della persona o comunque qualsiasi prestazione voglia, non è così. Ci sono cose che mi piace fare, ci sono cose che non mi piace fare, quindi il desiderio del cliente no, prima di tutto vengono le cose come i miei limiti e poi quelli del cliente.

G: Come cambieresti in Italia la legislazione del sex work?
E: Allora quello che le sex worker vogliono è la decriminalizzazione cioè il fatto di equiparare il sex work a qualsiasi lavoro e quindi semplicemente regolarlo, ma non come viene fatto nella legalizzazione in cui vengono imposte delle regole, controlli sanitari. Che poi spesso ci sono queste licenze costosissime per aprire un bordello, comunque creano tutto un livello di difficoltà che comunque spinge le persone che sono in necessità a farlo in modo non regolato e quindi a essere comunque in pericolo. Sì, la decriminalizzazione è la strada che c’è in Nuova Zelanda, che è l’unico Paese in cui c’è la decriminalizzazione.

G: Prendendo come esempio la mistress, come si fa pratica? È una cosa che si impara facendola o c’è una preparazione dietro?
E: No, no, la mistress in particolare, togliendo tutto il discorso del sex work e del lavoro, proprio fare BDSM, ci sono un sacco di informazioni online, ci sono i munch, anche in Italia, siti come legami.org. Quindi, informarsi perché poi sono anche pratiche delle volte pericolose, più o meno pericolose, e ci sono un sacco di cose da sapere. C’è un libro di Ayzad “Guida per esploratori del sesso estremo” che è un libro alto così in cui spiega tutte le pratiche nel dettaglio, è fantastico. Quindi le risorse per imparare come fare la mistress ci sono e vanno lette perché cose che magari uno pensa che non siano pericolose, lo sono. Meglio saperlo prima.

G: Facciamo l’ultima domanda: Quali sono i rischi più importanti secondo te a cui spesso non si pensa per iniziare questo lavoro?
E: Vedendo gli errori miei e di amiche che magari hanno iniziato da poco o cose del genere, penso al numero di telefono, telefoni fisicamente separati perché Facebook a un certo punto ti consigliava clienti come amici, con la geolocalizzazione e cose varie è veramente difficile da mantenere separato. Quindi telefoni separati, SIM separate, è la prima cosa pensare alla privacy informatica, sicuramente. E-mail separate. È veramente semplice risalire all’identità di qualcuno oggi, quindi quello. Le foto spesso hanno la geolocalizzazione attaccata, quindi se magari ti sei fatta un selfie in casa tua in cui stai mostrando il viso e lo mandi al cliente quello magari potrebbe risalire all’esatto indirizzo di casa tua. Quindi quella è la parte sicuramente più importante. L’altro rischio non so. Sono cose delicate perché sono molto personali, il modo in cui ci si approccia, però sicuramente cercare di non (per quanto possibile) mollare il tuo lavoro per buttarti nel sex work se puoi evitarlo perché non sai come la vivrai. Se puoi permetterti di trattarlo con i piedi di piombo, fallo. Anche con i clienti. Piano piano si fa un po’ di esperienza.
G: A selezionare dici?
E: Sì, anche a sviluppare quel sesto senso, non dare i propri dati, anche non fidarsi emotivamente, riuscire a… Esistono i predatori, specialmente se sanno che hai appena iniziato cercano di manipolarti. Le risorse in inglese, Google, ci sono tante cose che magari in italiano non trovi, nel caso poi posso linkarlo.
G: Mi sembrano degli ottimi consigli. Mancano due minuti, quindi ti ringrazio, è stato molto interessante.
E: Grazie a te, Giulia.
G: Veramente, grazie, grazie. Seguitela, seguite SWARM e andate nella mia bio a cercare il link per donare e grazie a voi che ci avete seguito.

Testo a cura di Alice Agostoni, Mattia Marzà, Giada Nicole Albisetti.

Giulia Zollino si è laureata in antropologia ed è un’operatrice di strada nonché un’educatrice sessuale. Su Instagram cura un profilo in cui racconta la sua professione con ironia e disincanto per informare e aiutare a de-stigmatizzare il lavoro sessuale.

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