“Sharing nudes”: sharing i-s-caring

Qualche giorno fa, nelle mie storie su Instagram, ho proposto a chi mi segue di inviarmi una foto di nudo. L’intento era ritrarsi come preferiva: l’unica limitazione era data dalla censura del social, che ha minacciato di chiudermi l’account nonostante avessi meticolosamente coperto le parti incriminate (la linea divisoria delle natiche, piselli mosci o in tiro, capezzoli femminili, vulve). Così ho pensato che era ridicolo tutto quello che stavamo facendo: volevo dare loro la possibilità di essere liberi ma coprendo quello che desideravano scoprire.
Inverosimile.
Ho quindi deciso di creare una sezione su agit-porn che sia dedicata alla voglia di ciascun* di mostrarsi senza remore, giudizi, paura. Ci sono due vincoli:

  1. nessuna censura (paradossalmente tutelo l’anonimato: chi invia foto con viso censurato, può partecipare);
  2. nessun atto sessuale esplicito; non per pudore ma perché vorrei che il corpo fosse libero di essere mostrato al di là del sesso.

Il mio desiderio è che “Sharing nudes” sia popolare, nel senso “del popolo”. Pubblicherò tutto, perché vorrei che fosse accogliente e verace come una trattoria. Voglio che sia un progetto di tutte le persone che partecipano, così come sono, senza vincoli estetici, stilistici. Non mi interessa che sia un progetto bello come i locali hipster di Milano, voglio che sia vero, toccante.
Non è nouvelle cousine, è la carbonara col guanciale prima dell’avvento dei programmi di cucina su tutti i canali televisivi.

Sharing is caring.
Sharing is scaring.
La condivisione è prendersi cura.
La condivisione fa paura.
Che ne dite se ci spogliamo della seconda per mettere in atto la prima?

Regole per partecipare:

  • preferibilmente un autoscatto del corpo nudo, sia esso a figura intera che un parziale;
  • se volete pubblicare i genitali, il seno o il sedere, che siano visibili e non coperti da mani, biancheria, oggetti, altrimenti scegliete parti che preferite mostrare liberamente;
  • una sola foto a persona;
  • la foto deve essere nominata Sharing_Nudes_nome/pseudonimo/anonim*;
  • nell’oggetto indicare “Sharing nudes” – nome vero, pseudonimo, anonim*;
  • inviare l’email a new.agit.porn@gmail.com

Le sottoscrizioni che non rispetteranno le suddette regole non saranno prese in considerazione.
Il progetto è permanente e ogni settimana verranno aggiunte le foto di quella precedente.

Vi aspetto con gioia e curiosità e vi ringrazio per la fiducia.

DISCLAIMER
Per poter accedere alla galleria fotografica di “Sharing Nudes” è necessario avere dai 18 anni in su ed essere in possesso della PW, che potrete richiedere via email.
Se sei minorenne, clicca qui, se invece sei maggiorenne, clicca qua.

 

Claudia Ska

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[Guest Post] “Mi rivedo con altri occhi: i miei” di Caffeine Butt

Sono M. e sono un’esibizionista.
Pubblico online le mie foto di nudo (o quasi) dal 2007 e le scatto dal 2002.
La prima volta avevo 16 anni, era una sera d’inverno ed ero esageratamente vestita; la mia pelle aveva bisogno di evadere e io avevo bisogno di vedermi da un punto di vista che non fosse lo specchio. Quella sera è iniziato il mio lunghissimo rapporto con l’autoscatto. Per anni le foto sono rimaste più o meno segrete/private, poi sono state su MySpace, su blogspot, su alcuni forum di scambisti, su Tumblr e infine su Instagram.

Faccio parte di quel ristretto gruppo di persone molto più clemente con il mondo esterno che con se stessa e vedermi da un punto di vista esterno mi aiuta a rendere la mia immagine meno in attesa del mio stesso giudizio. Sono ben lontana dai canoni di bellezza più condivisi, ma con gli anni, osservandomi e fotografandomi, ho imparato a voler bene al mio corpo per come è e per le storie che ogni dettaglio può raccontare. Ho imparato anche a conoscerlo e riconoscerlo proprio grazie a ogni singolo particolare, quelli con i quali sono nata e quelli che riassumono le mie battaglie.
Quelle foto sono un momento in cui sperimento una sorta di corteggiamento verso me stessa: una sensualità solo mia e non diretta a nessun altro. Ma sono anche, e soprattutto, il momento in cui mi riapproprio di me e del mio corpo.

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Autoscatto, Caffeine Butt

A volte non ce ne accorgiamo nemmeno, ma di fatto apparteniamo più agli altri che a noi. Il nostro corpo è oggetto della famiglia, del lavoro, della società e di tutte le regole e consuetudini che lo governano. Il modo in cui ci muoviamo, in cui parliamo, in cui ci avviciniamo o allontaniamo dagli altri, in cui ci vestiamo, in cui decidiamo di mostrarci, viene continuamente sottoposto al giudizio degli altri. Fotografarmi in atteggiamento sensuale per me è un momento di conquista e riconquista di me stessa, in cui quindi da un lato mi corteggio e dall’altro mi riapproprio di un mio spazio – il mio corpo – che normalmente viene cannibalizzato da altri pezzi di me: mi levo i panni che di volta in volta indossa la me professionista competente, la me consulente, la me madre, la me amica, familiare, confidente. Nel momento in cui mi spoglio di ogni altra veste, più o meno letteralmente, posso semplicemente essere solo me stessa, con i miei desideri, le mie paure, le mie fragilità, fisiche e non. La scelta dell’intimo, della musica che mi accompagna, della luce, del momento o della posa da fermare, raccontano sempre una storia o un’emozione. Non c’è nessuna pretesa di artisticità, nè di qualità. Non mi ritengo una fotografa né una modella. Sono solo una donna che racconta se stessa, a se stessa, tramite la pelle.

Spesso chi vede le mie foto è convinto di vedere una persona molto sicura di sé, che si compiace del proprio aspetto. Non è così ma amo comunque mostrare il mio corpo, con quei pezzi che semplicemente esistono e hanno il diritto di esistere fuori dai vestiti. La prima volta in cui ho detto su Instagram di essere una madre di due bambini, sono arrivate molte critiche: «Non ti vergogni, da madre, di mostrarti così?».
Se sono così scrupolosa con il mio anonimato, sul non mostrare mai il volto, o alcuni dettagli riconoscibili, è proprio perchè domande come questa mi fanno capire che purtroppo non siamo ancora in una società pronta ad accettare che una donna possa essere una madre pur rimanendo una donna. Si tollera ancora poco (e molto male) la coesistenza dei ruoli di madre e lavoratrice, accettare che una donna possa essere anche femminile, sensuale, sessualmente attiva dopo i figli è davvero così assurdo? Un’altra critica che mi è stata mossa è: «Ti dichiari femminista ma sfrutti comunque armi di seduzione imposte da una società maschilista e machista, come l’intimo in pizzo, la depilazione, il make-up, il mostrarsi…» come se davvero gli ideali femministi di parità tra i generi, di richiesta di parità di diritti, di ricerca di indipendenza e rifiuto alla sottomissione, non fossero compatibili con una ceretta integrale o con un po’ di mascara. O ci spogliamo ammiccanti per compiacere gli uomini o ci copriamo con una camicia in flanella e abbondanti capelli bianchi per incarnare lo stereotipo della femminista, ogni via di mezzo è inammissibile. L’unico ruolo che posso avere da donna che si mostra nuda, a quanto pare, è quello di una stronza altezzosa in cerca di lodi, una mistress ninfomane, una repressa in attesa di dick pic.

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Autoscatto, Caffeine Butt

La verità, invece, è che rendere pubbliche le foto che mi scatto è solo uno stimolo a darmi un criterio (non troppo, non troppo poco, fare una selezione, avere un feed semi curato) ma ogni foto è lì principalmente per me. Non mi preoccupo troppo di ciò che pensa chi guarda perché non è il consenso ciò che cerco, solo uno spazio mio da condividere con chi si trova a suo agio in presenza di quell’aspetto di me. Chi mi segue da tempo, i più fedeli da anni – alla faccia della censura e degli account bannati – ha imparato un po’ a conoscermi grazie a lunghe conversazioni che amo portare avanti. Dopo un po’ arriva puntualmente il commento: “Non lo avrei mai detto ma sei una persona piacevolmente normale!”.
Non lo avrei mai detto nemmeno io.

La nostra misteriosa ospite di oggi, a cui sono grata per questo post, si fa chiamare Caffeine Butt su Instagram dove è ancora possibile trovarla finché censura non ci separi.

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Autoscatto, Caffeine Butt

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[Guest Post] “Femvertising: quando femminismo e capitalismo si incontrano” di Gohar

Il femminismo è diventato mainstream. È sotto il naso di tutti sotto forma di magliette, post su Instagram e creme antirughe, ma è davvero femminista?
È sempre più frequente imbattersi in campagne pubblicitarie all’insegna dell’empowerment, come l’ormai celeberrimo spot “Like a Girl” del marchio di assorbenti Always, o la pubblicità della Nike “Dream Crazier” a cui Serena Williams ha prestato la voce o, ancora, il recente “progetto autostima” di Dove, in cui viene lanciato un messaggio di body positivity che invita ad accettare e celebrare il corpo delle donne nelle sue diverse forme. Siamo nell’era del femvertising. Questa parola macedonia, che unisce le parole feminism (femminismo) e advertising (pubblicità) è nata dall’esigenza di dare un nome a questa pratica, sempre più diffusa, che consiste proprio nell’inserimento di idee, tematiche e vocaboli femministi nella sfera del marketing promozionale. Il femvertising nasce dall’incrocio tra femminismo e capitalismo e funziona perché il femminismo ha subito una crescente popolarizzazione, riflessa dai media. La rappresentazione mediatica del femminismo è sempre stata controversa, fin dai tempi della cosiddetta prima ondata femminista delle “suffraggette”, quando il ritratto che veniva fatto di coloro che rivendicavano il diritto di voto era quello di donne frustrate, acide e incapaci di trovare marito (perché brutte, perché vecchie o perché lesbiche*). Accanto all’immagine stereotipata della brutta femminista zitella, che persiste ancor oggi, però, è comparsa quella più gradevole della femminista fica, incarnata anche da personagge famose come Beyoncé, Emma Watson o Chiara Ferragni che si sono apertamente e pubblicamente dichiarate femministe. Il femminismo è diventato pop, passando dall’essere un’impronunciabile “F-Word” ad essere qualcosa che può essere esibito con vanto e orgoglio. Non stupisce dunque, che alcuni marchi abbiano fatto del femminismo una vera e propria bandiera, costruendo la propria identità e immagine aziendale attorno ad esso (senza mai nominarlo apertamente).

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Trifecta Poster Series Creator, Ollie Monti

Essendo abituati a ritratti pubblicitari impietosi di donne i cui unici interessi sembrano essere la cura della casa e della famiglia tradizionale, vedere immagini di donne che hanno interessi e personalità è sicuramente rassicurante e i racconti di donne che “ce l’hanno fatta” possono avere un impatto positivo e incoraggiante, ma possono anche contribuire alla creazione di rappresentazioni ingannevoli della realtà.
La maggior parte del femvertising si basa sulla narrazione di donne che ce l’hanno fatta (le cosiddette self-made women), affermandosi socialmente ed economicamente**. Così, le self-made women diventano spesso modelli da seguire per le acquirenti. Ma non sempre ce la puoi fare anche tu, o almeno non con tanta facilità. Questa retorica generalista, che prende come modello delle donne di successo, sembra essere completamente estrapolata dalla realtà politica, economica e sociale. Un aspetto fondamentale del femminismo è costituito dalla teoria del punto di vista (standpoint theory), che evidenzia l’importanza della posizione del soggetto che parla, in questo caso rappresentato dalla self-made woman in questione. Questa pratica è di importanza cruciale perché evita il rischio di pensare come universale il nostro punto di vista, che è sempre condizionato dalla realtà in cui siamo immersi. Una donna bianca, eterosessuale, di classe media che dice «se ce l’ho fatta io, tutte possono farcela» fa sorridere con un po’ di amarezza, perché – se è vero che ha superato le barriere del maschilismo – non ha dovuto combattere contro la stigmatizzazione che subiscono le donne non bianche, non eterosessuali e non benestanti. Insomma, il femminismo pop tende ad essere troppo individualista e troppo poco intersezionale.

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Typing Feminism Collaborative Project, Typing Feminism

Un’altra grande fetta del femvertising si focalizza sullo smantellamento degli stereotipi di genere ma, ironicamente, spesso ne riproduce degli altri. Ad esempio, molti prodotti all’insegna del girl power sono prodotti di bellezza che tendono a oggettificare i corpi delle donne. Sebbene la narrativa proposta sia più incentrata sulla cura del corpo che non sull’adesione all’ideale di bellezza, di fatto, rimane la convinzione che la bellezza debba essere un imperativo morale per le donne. Sebbene i criteri di ammissione al canone di bellezza a cui le donne sono socialmente sottoposte si amplino, dando spazio a corpi difformi dalla norma, la bellezza in sé sembra sempre restare un fattore di primaria importanza. Insomma, non devi per forza essere alta, magra e giovane, ora hai il permesso di essere bassa, grassa e di avere le rughe, però devi essere e sentirti bella. Quindi, la risorsa primaria delle donne resta il loro aspetto esteriore, a discapito della loro intelligenza. L’idea che il modo in cui il corpo delle donne appaia sia fondamentale è stata talmente tanto introiettata da essere percepita come normale, ma è un elemento di discriminazione di genere. Sebbene anche agli uomini sia richiesto di apparire piacenti, è molto raro che si parli di bellezza nelle pubblicità a loro dedicate. Sarebbe più costruttivo non richiedere alle donne di sentirsi belle comunque esse siano, ma mostrare loro che essere belle non deve necessariamente essere tra le loro priorità.

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Girl Gang, crochyayboxes

Oltre alla narrazione, già di per sé problematica, è bene ricordarsi quale sia l’intento della pubblicità. Sembra scontato ricordarlo, ma questa è una pratica commerciale, finalizzata a vendere un prodotto.
Mi è capitato di sentire un’influencer dire che l’obiettivo di Dove sia quello di «promuovere l’autostima, la sicurezza in sé stesse e valorizzare il corpo delle donne, qualunque siano la forma, il colore e l’aspetto di quest’ultimo». Questo messaggio è potente e costruttivo, ma sarebbe ingenuo pensare che l’obiettivo di Dove sia quello di aumentare l’autostima delle donne: Dove è un’azienda, il suo obiettivo è quello di vendere un prodotto. È lecito favorire quei marchi che fanno pubblicità femministe, decidendo di dare i propri soldi a loro piuttosto che a qualcun altro. Per farlo però bisogna chiedersi quanto sia genuina la loro adesione alla causa, analizzando quella che viene definita “trasparenza del marchio”. Bisogna, cioè, assicurarsi che l’attenzione alle politiche di genere non sia solo apparente ma si rifletta nelle politiche interne del brand e nelle sue pratiche economiche, per esempio accertandosi che le dirigenti donne ricevano uno stipendio pari a quello della controparte maschile. Non è sufficiente farsi portavoce di un messaggio contro la discriminazione per essere femministi. Perché un prodotto sia femminista non basta che ci sia scritto su di esso “girl power” né che la pubblicità si mostri femminista. Se vogliamo davvero comprare dei prodotti femministi, è necessario studiare la loro storia, e quindi la trasparenza del marchio, dell’azienda.
Insomma, prima di comprare quella maglietta fichissima con scritto “Girl Power”, assicuriamoci almeno che non sia stata cucita da donne sfruttate e sottopagate. Ricordiamoci che lo scopo dell’azienda è sempre quello di vendere un prodotto, ma non sempre quello di emancipare noi acquirenti né i produttori.

Note:
*Mentre gli insulti “brutte” e “vecchie” rinforzano l’idea che le donne debbano aderire a un determinato standard di bellezza, restando sempre giovani piacenti, lo stesso utilizzo della parola “lesbica” come fosse un insulto è un fatto di per sé problematico per ovvi motivi. In questo caso, l’idea di fondo è che una donna lesbica non segua semplicemente il proprio orientamento sessuale, ma si accontenti di stare con una partner dello stesso sesso perché incapace di conquistare un uomo. Questa narrativa rafforza l’eteonormatività perché rappresenta, di fatto, una negazione della stessa omosessualità, che viene vista come un ripiego.

**Un altro aspetto problematico di questa narrazione – che non è trattato per motivi di spazio – consiste proprio nell’indicare delle donne di successo come esempi di femminismo, come se essere socialmente, economicamente e politicamente affermate o avere una forte personalità siano di per sé sinonimi di adesione alla causa.

Gohar è dottoranda presso l’Università di Bologna. Si occupa di studi di genere e di femminismo contemporaneo. Il suo interesse è rivolto in particolare al femminismo pop, al post-femminismo e al femminismo neoliberale. La potete trovare su Instagram col nickname epentesi.

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Gohar

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[Guest Post] “Il cuore è un ologramma” di Polycarenze

“Troia, scegli o muori!”
Così mi minacciarono quando avevo quindici anni.
Va bene, non proprio così, più o meno: “troia, scegli o ti guadagnerai una gogna che ti farà rimpiangere di non aver posto fine al teatrino che hai messo su. Arriverai a scuola e sarà l’inferno. Arriverai a casa e sarà l’inferno. Puoi scegliere, eh. Puoi scegliere di NON scegliere.”
Insomma, a quindici anni ho tradito.
Entrai a capofitto nel mondo di quelle che ora chiamo Non Monogamie Non Etiche, anche se al tempo a malapena sapevo cosa significasse la parola etica.
Mi infatuai di due persone: prima una e, a distanza di qualche mese, l’altra. Tradii la prima con la seconda, poi tornai dalla prima e infine stetti con la seconda facendo soffrire tutti quanti e pure me stessa, che nel mentre venivo ricoperta da una montagna di merda e insulti sessisti da parte delle persone vicino a me.
Scelsi la monogamia per comodità e la mantenni forzatamente per quasi tre anni, perché fu quella che mi permise di liberarmi dalla gogna e di arrestare gli insulti, mentre nella mia testa si sovrapponevano immagini di triadi felici, amori combinati e relazioni esenti da gelosia.

Ho poco più di vent’anni e ogni giorno do voce alla mia inclinazione relazionale parlandone attivamente e rispondendo alle numerose domande di chi s’incuriosisce, sia sui social che nella vita reale.
Ho iniziato un pomeriggio, portando il mio fondoschiena a un poliaperitivo (aperitivo informale dove si discute di poliamore e non monogamie etiche), stanca di prendere porte in faccia da parte di persone mononormate, che mi identificavano unicamente con la mia non monogamia, non considerando tutto ciò che sono.

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Polycarenze e A. al Milano Pride 2019

Con questo non intendo mettere in cattiva luce la monogamia, bensì quella già citata mononormatività. Non definisco il poliamore una scelta necessaria, ma un’inclinazione, una filosofia che ho compreso non riuscendo ad adeguarmi agli standard mononormati di una società che, per definire una relazione Normale e Vera, la vuole gonfia di gelosia, di possesso nascosto nelle affermazioni «sono solo tua!», «sei solo mio!», di controllo e/o di monosessualità; d’altronde un* bi/pan+ sessuale è spesso considerat* un* potenziale traditore/traditrice.
Il poliamore non esclude che ci si possa innamorare di più persone e che, se dovesse succedere, le persone coinvolte riescano a gestire i propri sentimenti senza scenate di gelosia, né regole proibitive (tant’è che io preferisco chiamarli accordi).
Conosco poliamoros* che hanno deciso di relazionarsi in modo selettivo con una sola persona o di non relazionarsi. Questo non l* rende meno poly.
La questione, almeno per me, sta nel riconoscere come intraprendere più relazioni insieme stia contribuendo a una meravigliosa crescita personale.
Relazionandomi sia sentimentalmente che sessualmente con più di un partner, imparo come salire a compromessi e non come scendere a essi.
Imparo ad abbracciare i miei limiti, a baciarli sulla bocca e poi scoparmeli.
Proprio così: i miei limiti li scopo!
Ci faccio a pugni, ci faccio BDSM e poi li accetto.
Accetto che anche in una relazione poly possa capitare di provare gelosia, che l’importante non sia eliminarla per forza per ottenere il certificato di SuperPolyMan/Woman, ma imparare a razionalizzarla, capire le sue radici e non scaricarla sull’altr*.
Siamo influenzat* dalla cultura del possesso sin da quando siamo in fasce, tant’è che quando il poliamore viene contestato, la frase tipica rimane “non dividerei il/la mi* partner con nessun*!”.
Il/la partner non è un oggetto, ma una persona con esperienze pregresse, con un carattere, dei sentimenti e una capacità intellettuale e di decisione. È un soggetto attivo, che si può porre in un modo o in un altro a seconda di ciò che gli/le proponiamo.

C’è chi sarà curios* verso un modo nuovo di concepire le relazioni e vorrà provare ad abbracciare il poliamore per liberarsi dell’idea che la gelosia renda viva una storia d’amore.
C’è anche chi non ha questo desiderio e nemmeno ci ha mai pensato, perché consapevole di vivere una monogamia serena.
C’è chi ha tradito innumerevoli volte e passa da un tradimento all’altro ma rifiuta il poliamore perché, dopo una vita relazionale passata in modo non proprio etico, l’idea che si possa risolvere tutto con onestà e consenso sembra troppo stramba, e spesso perché si fa del male all’altr* ma non si vorrebbe soffrire per la stessa dinamica.

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Love has no limits, Robert Ashworth

Più rispettabili o meno, le situazioni sono tutte diverse.
Personalmente ammiro chi si spoglia in pubblico per indossare nuove vesti, anche a costo di restare nud* per un po’, patendo il disagio.
Per liberarsi di uno stereotipo, il disagio va attraversato.
Per questo sono orgogliosa quando mi sdraio in spiaggia con le gambe, le ascelle e l’inguine coi peli, superando il disagio fomentato da un’idea di bellezza secondo cui il corpo delle donne debba essere sempre liscio, tonico e depilato e così, nelle relazioni, stimo il mio partner primario che, dopo tanti anni di relazioni monogame con ragazze gelose e lui non da meno, ha deciso di scoprirmi, scoprirsi e mettersi in gioco per affrontare insieme un cammino diverso, immaginando che la strada sarebbe potuta essere tortuosa ma non per questo meno piacevole.
Vivo il mio poliamore giorno per giorno, consapevole di come le mie relazioni s’influenzino a vicenda, anche se non sono tutte collegate. Parlo a* mie* partner, loro parlano a me. Dialogo e confronto sono al vertice, sempre, a prescindere dal numero dei/delle partner.

Amore, onestà, comunicazione, rispetto e consenso non dovrebbero essere prerogative di una relazione non monogama.
Alcune persone intolleranti sono venute da me con la pretesa di insegnarmi ad amare, perché secondo loro non ne sarei in grado. Ho risposto che forse è da presuntuos* supporre di conoscere a 360 gradi quale sia il modo corretto di amare, quale sia la definizione corretta di amore.
A parlare di onestà, comunicazione, rispetto e consenso dovremmo essere tutt* concordi, ma trovo che l’amore sia un concetto malleabile, basti pensare alle esigenze di ogni singol*: chi preferisce le parole, chi invece i gesti.
Ognun* di noi dovrebbe abbracciare la propria definizione d’amore.
Io ho trovato la mia nel poliamore, nella razionalizzazione della gelosia e nell’accoglienza della compersione: un sentimento di benessere che si prova nel momento in cui un* dei nostr* partner si relaziona in senso sentimentale e/o sessuale con una persona che non siamo noi. A ciò ho deciso di dare il nome “cuore ad ologramma”: anche se si tagliasse in due parti, entrambe mostrerebbero il cuore nella sua interezza.

Polycarenze è un’attivista poliamorosa: la trovate su Instragram a divulgare informazioni ed esperienze sul suo profilo social.

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Polycarenze

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Intervista Ribelle a Miss Mukade

Il terzo appuntamento con la rubrica “Interviste ribelli” ospita Miss Mukade, una Prodomme, ossia dominatrice professionista. Ha iniziato nel Regno Unito e poi è venuta in Italia. Il suo lavoro si inscrive nel sex work, settore molto dibattuto anche all’interno del movimento femminista, di cui fa parte non senza difficoltà.

Saper dominare:
l’arte di tenere sotto controllo l’altr*
e sé stess*.
Il lavoro di Miss Mukade.

Come ti sei avvicinata al BDSM?
Mi sono avvicinata al BDSM in maniera del tutto inconsapevole, per inclinazione naturale e attraverso i fumetti: in particolare “Skorpio”, una raccolta per la maggior parte erotica che comprava mio nonno. La mia eroina preferita era Cybersix, una donna molto femminile, pallida, coi capelli corti e bruni, vestita di lattice, munita di frusta, che lottava contro dei cattivi mafiosi e maschilisti. Il boss aveva le apparenze di un bambino con un cervello sovra-sviluppato. Nonostante tentasse di violentarla durante le lotte, lei riusciva regolarmente a sottometterlo. Nella vita quotidiana Cybersix aveva le sembianze di un bibliotecario (lei, crossdresser, diveniva priva di forme, anonima e androgina) e attirava principalmente giovani bionde iperfemme, che aspiravano all’amore di questo asessuato, imberbe e intellettuale.
Portando avanti la mia esplorazione, sono diventata sempre più consapevole del mio ruolo: verso i diciassette anni le prime esperienze reali, per poi capire – nel mio primo quarto di secolo – di essere dominante, fino ad arrivare a fare outing, anche con la mia famiglia. Compresi che nella mia vita il BDSM è necessario e presente.

Com’è avvenuto il passaggio dalla pratica del BDSM per puro piacere a quella a pagamento?
C’è stata una transizione graduale nel mio passare da una pratica privata alla professionalità retribuita. La mia scelta è stata supportata dai primi compagni di gioco e dai miei due mentori: A23 e Madame Tachibana.
Mano a mano che giocavo con persone intime, queste mi hanno successivamente procurato dei clienti. In principio non mi sarei mai fatta pagare. Ero inesperta e inconsapevole del mio ruolo. Trovo il mio lavoro (e in generale il sex working) simile al lavoro di un* counselor, un* psicoterapeuta, piuttosto che all’idea stereotipata che la società ha della prostituzione.

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Miss Mukade, Jeanloup JarretDePorc

In cosa consiste il tuo lavoro?
C’è moltissima preparazione mentale, oltre che tecnica: un* dominante deve sempre essere in controllo, non può mai perderlo. Poi c’è l’attenzione al vestiario, la cura della persona, l’ambiente sempre pulito e possibilmente d’effetto (quest’ultimo è spesso accessorio per l’aumento di costi che comporterebbe). La parte più importante è la preparazione psicologica: bisogna pensare a eventuali fattori che potrebbero variare all’ultimo e sorprenderci, quindi è necessario avere sempre un piano B. Cosa fare se il/la cliente stesse male (malori fisici, attacchi di panico, reazioni anomale, ecc.)? Solo un* professionista (professional domme, ovvero prodomme) può essere preparat* e avere più di un paio di sottomessi .
Il mio lavoro consiste principalmente nell’offrire il mio tempo e la mia esperienza, quindi la mia tecnica ed empatia a persone che ne hanno bisogno: possono essere all’interno dell’etero normativa e sentirsi eccitate all’idea di trasgredirla, spesso si vergognano d’esporre al/la partner i propri desideri perché fanno parte di qualcosa d’alternativo e bizzarro; posso curare di chi ha parafilie perché ha traumi che ha sublimato a livello sessuale; diversamente abili, che hanno un rapporto privilegiato – a causa dell’handicap – con il dolore e spesso faticano a trovare una persona che sia disposta a giocare con loro. Tante persone vogliono essere solo umiliate a livello mentale, è un gioco di ruolo, un modo di rivedere la propria sessualità e gli episodi negativi in una luce sessualizzata e liberatoria, come a rivoltarli e pervertirli al piacere, invece che condannarli a un trauma perenne.

Quali sono le differenze sostanziali che hai riscontrato tra il lavoro sessuale esercitato nel Regno Unito e in Italia?
Nel Regno Unito facevo parte di una comunità queer ben consolidata e di un sottogruppo alternativo di persone anarchiche che facevano molta politica. Il femminismo non TERF e inclusivo di noi sex worker mi dava supporto attraverso collettivi di, e aperti solo a, collegh*, e a piattaforme con recensioni dei clienti: sapevo chi evitare grazie a un database creato collettivamente da noi sex worker (anonimo, salvo i casi di violenza fisica o stalking riportati direttamente alla polizia con conseguente lista nera). Potevo inoltre confrontarmi di persona oppure online su problemi che andavano dalla gestione personale e fisica, all’amministrazione, a questioni legali ed economiche. Qui in Italia il Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute (CDCP) è attivo, ma i clienti possono accedere al gruppo senza alcuna barriera, frenandomi molto dal parlare o riportare alcune situazioni e/o alcuni comportamenti. Lo stigma poi è così forte che in alcuni gruppi di addette ai lavori sono stata cancellata perché ho segnalato dei molestatori. Per un contatto di salvezza faccio fede al mio vicino di casa e ad amici intimi.
In Inghilterra avevo diritto alla Golden Card dichiarandomi sex worker: potevo andare in qualsiasi centro di prevenzione e cura delle malattie sessuali, richiedere analisi e/o visite ginecologiche ed effettuarle in massimo quaranta minuti dall’accettazione. Se mi pungessi con un ago usato su un cliente o se si rompesse un preservativo, dovrei essere sicura di non essere infetta. La mia persona e di conseguenza il mio lavoro sarebbero compromessi e così i miei futuri clienti.
Essendo leggermente sottopeso (sono anemica), in Italia non posso donare il sangue, quindi non ho accesso alle analisi gratuite. Per una visita ginecologica non si spendono meno di trenta euro (presso il SSN, ndr), anche solo fare un tampone vaginale, anale, orale non è possibile senza dover pagare, inoltre è molto difficile trovare preservativi gratuiti (figuriamoci i dental dam!).

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Miss Mukade, Jeanloup JarretDePorc

Quali consigli ti sentiresti di dare a una persona che decidesse di intraprendere un lavoro sessuale?
Nonostante ci siano molte persone a malapena maggiorenni che si avviano a questo lavoro, secondo me sotto i venticinque anni non v’è la possibilità di fare una serie di esperienze personali e soprattutto di avere una preparazione a livello mentale adeguata. Bisogna avere un* mentore che guidi e protegga, almeno agli inizi, ed è necessario avere anche un* terapeuta. Tutte le relazioni umane comportano impegno e lettura di sé, ci vediamo attraverso le altre persone. In questo lavoro è importante avere un guscio ben sviluppato ma anche avere qualcun* da cui andare a parlare una volta alla settimana o almeno una volta al mese, perché dobbiamo sentirci sempre in diritto di essere vulnerabili, ma non davanti a un* cliente.
È imprescindibile dividere l’io privato dall’io pubblico, che non significa far finta di essere un’altra persona, piuttosto evitare di raccontare i dettagli della vita personale alla clientela. In particolar modo è fondamentale avere il totale controllo delle situazioni e protezioni, pianificare opzioni alternative, informarsi sulla profilassi, comprare materiale di tipo medico per lubrificazione e sanificazione.

Quali sono le difficoltà maggiori che hai nel fare un lavoro sessuale?
La difficoltà maggiore è proprio la mia tolleranza emotiva: accogliere le persone che si mettono nelle mie mani ma sempre e comunque in maniera razionale. Alla fine di ogni sessione dedico almeno quindici minuti a curare e parlare. Non è un lavoro che posso fare ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette, perché è estremamente impegnativo. Sarebbe come chiedere a un* terapeuta o un* infermier* di non avere mai una pausa: impossibile!
Le altre criticità sono a livello fiscale e sociale: il sex working non  viene riconosciuto come lavoro e pertanto non viene tutelato.

Cosa significa per te essere femminista e come cerchi di metterlo in pratica nel quotidiano?
Per me essere femminista vuol dire arrivare effettivamente a pari diritti, indipendentemente da come appaio o da ciò che ho tra le gambe. Il fatto che io possa fermarmi ad aiutare un uomo a portare pesi senza che questo mi mandi a quel paese o si offenda (cosa che mi è successa) oppure che io possa avere un corpo non depilato senza subire sguardi di disgusto da parte delle persone intorno a me, che un uomo possa piangere in pubblico, che si possa avere un salario equo. Vorrei che fosse importante solo quel che si ha tra le orecchie, non tra le cosce. Essere femminista per me vuol dire che possiamo fare ciò che vogliamo del corpo, vivere la sessualità e l’emotività con serenità. È pensare fuori dalla scatola, cercare d’immedesimarmi nell’altr*, avere empatia e cercare di andarle/gli incontro rimanendo assertiva, intuire cosa può percepire, ma senza intestardirmi sulla mia visione.

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Miss Mukade, Jeanloup JarretDePorc

Mi hai riferito che ricevi molte critiche, alcune feroci e arroganti, perché certe persone reputano contraddittorio che tu ti dichiari femminista: in quei casi come reagisci e come ti relazioni?
Rispondo con il silenzio a insulti, minacce e ottusità. In realtà non so che altro provare se non pena per persone che sono talmente povere di empatia da arrivare ad augurare il male ad altr* che non conoscono, semplicemente perché non ne condividono lo stile di vita. Invece con chi si mette in gioco dicendomi la propria opinione in maniera chiara, ma lasciando aperto anche solo uno spiraglio al dialogo, allora posso affrontare un discorso.

Hai dei progetti e/o dei desideri che ti piacerebbe realizzare che vuoi raccontarci?
Mi piacerebbe creare un dungeon con un connotato politico, uno spazio fisico nel quale le persone che fanno il mio lavoro possano condividere non solo esperienze ma anche un luogo dove portare clienti senza ricorrere alla propria abitazione, a posti inadeguati o rischiosi. Sarebbe utile una piattaforma che unisca persone del settore e un laboratorio per poter fare educazione sessuale. Mi piacerebbe sempre di più parlare di sessualità e disabilità, dell’asessualità.
Poter fare più politica, in generale, sarebbe un successo a livello personale. Mi sto attivando in proposito, cercherò di diffondere anche nel mio lavoro il baratto, l’economia circolare.
C’è bisogno di creare dei luoghi in cui stimolare il dibattito: spero davvero che sempre più persone superino quella linea che è il senso comune del pudore e della morale di massa. Vorrei che ci si focalizzasse più sulle nostre felicità e sicurezza, fisica e mentale, senza puntare il dito sulle sbavature fuori dai margini.

Miss Mukade è anche su Instragram.

Claudia Ska

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[Guest Post] “Il crimine di essere virili” di Mi Chiamo Maschio

Quei “veri maschi” che non sempre sono tossici.

Faccio un lavoro che mi costringe a passare molto tempo sui social e, a discapito di coloro che credono che ciò significhi “non fare nulla”, ogni giorno mi devo confrontare con il peggio dell’umanità, che si riversa nelle bacheche sotto forma di commenti frustrati.
In questi giorni uno in particolare ha catturato la mia attenzione. Sotto un articolo a sostegno delle tesi del neo femminismo, un uomo dichiarava polemico: «Avete reso la virilità un crimine».
Al di là di come la si pensi, devo ammettere che questo commentatore ha avuto una capacità di sintesi degna dei migliori copywriter. In poche parole ha espresso un concetto in realtà molto articolato.
Si tratta, in partenza, della solita lamentela del maschio/bianco/etero che, alla faccia della propria virilità (per l’appunto), non trova modo migliore per ribattere alle critiche che lagnarsi tutto il tempo in un pietoso quanto insopportabile vittimismo.
Alla pari di quegli etero che ancora hanno la spudoratezza di chiedere perché non esiste un “etero Pride”.
Ho però resistito alla repulsione iniziale e mi sono soffermato a riflettere meglio su quelle parole.

Perché quest’uomo ha sentito la propria virilità minacciata? È lui che non riesce a distinguere virilità e mascolinità tossica o sono le stesse donne che tendono a farle combaciare?
Ho provato a chiedere in giro e in effetti ho notato che c’è un po’ di confusione a riguardo. È il solito schema che si ripete ogni qual volta si cerca di smantellare un estremismo: più è esagerato il pensiero da abbattere, più si tende a esagerare a nostra volta e si finisce a dividere il mondo solo in bianco e nero e buonanotte alle sfumature.

Cosa significa essere virili? Un uomo che si definisce tale è automaticamente fautore di una mascolinità tossica? Quest’ultima è solo prerogativa di maschioni villosi? Un uomo mingherlino ed effeminato sarebbe di per sé già privo di ogni sospetto?
Chiaro che no. Virilità e mascolinità tossica son cose ben diverse, che possono certo convivere ma non necessariamente. Per dirla alla pari delle nostre maestre delle elementari: non dobbiamo sommare le mele con le pere.

Dunque che cos’è la virilità?

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Un’idea di virile, Abby Savage

Pensandoci ho individuato tre elementi che contribuiscono alla definizione, che hanno manifestazioni più o meno evidenti e, per quanto mi riguarda, anche valori diversi. Di per sé, però, non hanno nemmeno un disvalore.
In pratica non sono caratteristiche automaticamente negative o positive, esattamente come la virilità in toto.
Parlo della forza/grettezza fisica, del coraggio e della potenza sessuale.
Se la prima è subito evidente al primo sguardo, per le altre due occorre una conoscenza più intima e basta anche solo una delle tre per far dire «quello è proprio un uomo virile!».
Sull’ultima in particolare è meglio precisare una cosa: con “potenza sessuale” intendo la capacità di dare piacere al/la partner, non certo di dominare senza consenso. È chiaro che solitamente è una caratteristiche che si attribuisce a chi detiene il ruolo attivo ed è incarnata dall’immagine del pene in erezione, ma non avrei problemi a dare lo stesso titolo anche a un uomo passivo. Dopotutto, come direbbe Busi, «ci vogliono le palle per prenderlo nel culo».
Allo stesso modo queste stesse caratteristiche sono tranquillamente utilizzabili anche per le donne, e lo si fa in realtà, ma difficile che venga usata proprio la parola “virile”, si preferisce piuttosto dire anche per loro «quella è proprio una con le palle!», utilizzando un’espressione infelice, intrisa di retaggi maschilisti, che hanno provocato un vero e proprio buco lessicale.

Come si combinano quindi virilità e mascolinità tossica?

La mascolinità tossica abusa della virilità come un eroinomane della droga. Prende queste caratteristiche e le porta all’esagerazione declinandole in chiave sessista, omofoba e trans-fobica, aggiungendo inoltre atteggiamenti che non sono affatto virili, come la prevaricazione, la discriminazione, l’insulto, la violenza…
Un maschio tossico è colui che crede che la propria essenza di uomo risieda unicamente nella propria virilità, che senza di questa non sia più nulla. Da qui l’esigenza di difenderla a tutti i costi, di non permettere alcuna eccezione, di non rischiare di metterla in gioco mostrandosi in modo diverso da quello che gli è stato detto essere “un vero maschio”.
Il problema però non risiede nella virilità in sé. Essere forti, rudi, muscolosi, coraggiosi, temerari o potenti in campo sessuale non sono certo cose per cui un uomo debba vergognarsi.
E al contempo non lo è essere attratti da queste caratteristiche.
Se vogliamo vederla in chiave più semplicistica, la virilità è uno strumento, è l’uso che se ne fa che ci definisce. E non è nemmeno necessaria per comportarsi da veri stronzi.
Un uomo può essere un bullo misogino e sessista pesando 50 chili, essendo impotente e nascondendo la propria codardia dietro lattine di birra, rutti e partite di calcio.
Non sarà un esemplare così diffuso, ma esiste, credetemi.

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Supereroi, Craig Mclachlan da Unsplash

Il vero crimine, quindi, è pensare che un uomo virile sia di per sé un maschio tossico senza avergli dato la possibilità di farsi conoscere. Il crimine è indottrinare i giovani uomini drogandoli con pillole avvelenate di virilità. Il crimine è pensare che la nostra virilità sia così importante da doverla difendere a tutti i costi. Criminale è attuare nuove discriminazioni quando si tenta di debellare quelle vecchie.

Dobbiamo in fondo essere tutt* più virili e avere il coraggio di non farci tentare dalle semplificazioni, di salvaguardare sempre le sfumature, che senza di quelle l’arcobaleno sarebbe solo una sbavatura del cielo.

Potete seguire Mi Chiamo Maschio sulla sua pagina Instagram, dove condivide le sue riflessioni con uno stile accattivante e inconfondibile.

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Mi chiamo maschio, logo

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[Guest Post] “Trucco death proof” di Urfidia

Il mio lavoro consiste nel preparare le salme. Sono una tanatoesteta, mi occupo, dunque, di toeletta mortuaria, vestizione, cosmesi funeraria e ricostruzione. Quotidianamente, col mio piccolo e selezionato pubblico, su Intagram parlo del mio lavoro e avvio riflessioni inerenti l’ambito funebre e la morte. Chi mi segue sa che tratto determinati argomenti, invece qui ho quasi timore di spaventare, perché so bene quanto questi costituiscano tabù, tanto che, spesso e volentieri, con gli sconosciuti nicchio. Non è ipocrisia, è più una questione di rispetto: non tutti sono curiosi, non tutti vogliono sapere, molti ne rimangono sconvolti. Il punto è che vorrei abbattere il tabù della morte, ma con dolcezza. Vorrei che al ribrezzo iniziale seguissero la comprensione, la gentilezza, l’amore. E pur sapendo che il pubblico di agit-porn è curioso, attento e vario, continuo a nutrire il timore della repulsione che l’argomento suscita nei più.

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Una camera mortuaria, Urfidia

Esistono nella vita di tutti noi dei riti di passaggio, ce ne sono due che sono fondamentali (oltre che fondanti per la nostra esistenza): il primo è la nascita e l’ultimo è la morte. Sono delle chiavi di volta esistenziali, perché ci definiscono, costituiscono l’inizio e la fine, ci costituiscono come dei viventi, ma anche come dei morenti. Insomma parlare della morte non dovrebbe essere un tabù, dovrebbe essere naturale, così come lo è parlare di nascita e di parto. Ora qui cercherò di non dilungarmi troppo sul tabù della morte in sé, quanto sul tabù del corpo morto, del cadavere.
Quando parliamo di “corpo” lo intendiamo quasi sempre nella sua forma smagliante, lo immaginiamo immediatamente tonico, slanciato, abbronzato, atletico, caldo, insomma bello*. Il corpo dei morti si contrappone a tutto ciò: le salme sono immobili, esangui, maleodoranti, gli occhi spenti, gli arti freddi.
Quando pensiamo al “corpo” scartiamo in automatico ciò che non ci piace: la malattia, la disabilità fisica, la rigidità cadaverica; è una reazione naturale, innata, siamo vivi e pensiamo ai vivi, ai sani, verissimo (però ai morti chi ci pensa?). È una reazione che è anche mediata dalla cultura in cui siamo cresciuti e mi viene subito in mente “Cecità” di Saramago. Se vivessimo in una società dove tutti gli individui sono paraplegici, nel pensare a un corpo lo immagineremmo ovviamente come paraplegico e sarebbe bizzarro quello nato “non paraplegico”. Bisogna sempre porre attenzione al punto di vista da cui si guardano le cose, bisogna sempre sforzarsi un po’ di più per trovare la voglia e la forza di cambiare prospettiva, vincere la paura dello sconosciuto e alzare l’asticella della comfort zone. Ecco perché sono qui a scrivervi, coi miei evidenti limiti, con le mie difficoltà.

La prima volta che si tocca un cadavere fa un certo effetto, perché come viventi siamo abituati a relazionarci con altri corpi vivi. E a volerla dire tutta in termini filosofici il nostro corpo, il nostro esistere, è legittimato proprio dalla moltitudine degli altri corpi, dalla comunità corporea di cui facciamo parte. Corpi viventi che si muovono nello spazio, nel tempo e a un tratto, quasi per caso, prima o poi la morte sopraggiunge a imporre di arrestarsi.
Cessa il battito cardiaco, la respirazione, l’attività neurale e non esistiamo più; eppure quello che era il nostro corpo è fisicamente ancora lì, tra i vivi. Lo piangono gli amici e i parenti. Lo piangono senza trovare una giustificazione, senza avere una consolazione. È qui che il mio lavoro diventa fondamentale per l’elaborazione del lutto; non esiste una morte uguale a un’altra, sono tutte uniche, irripetibili, esattamente come il momento della nascita. Esattamente come i corpi tutti asimmetrici, tutti diversi, tutti bellissimi capolavori genetici: siamo unici. Sono pochi quelli che se ne vanno nel sonno, pochi quelli che “sembra stia dormendo”, ma l’intervento del tanatoesteta mira proprio ad ottenere questa resta finale.
Laddove ci sia un volto deturpato dalle sofferenze della malattia, punta a restituirne l’originale serenità ai suoi familiari, perché possano riconoscerlo e così realizzare che non c’è più; perché possano salutarlo con dignità e rispetto.

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Skull, Mathew Macquarrie

Il riconoscimento del defunto è fondamentale per avviare il processo del lutto, serve al nostro cervello per registrare un dato incontrovertibile: da questo momento in poi, questa persona, per noi così importante e così amata, non sarà più parte del nostro presente, e men che meno del nostro futuro. Questa persona vivrà solo nel nostro passato, nei nostri ricordi.
Succede spesso che dopo il mio intervento i parenti più stretti, vedendo nuovamente la salma, esclamino: “Eccoti, ora sei tu!” oppure “Eccolo il mio (nome del malcapitato)”. Nella disgrazia, queste esternazioni mi confermano quanto sia importante un lavoro portato a termine bene, quanto sia necessario per chi resta poter riconoscere chi se n’è andato. È l’inizio dell’accettazione, viene registrato un dato doloroso, ma vero, lo stiamo vivendo, lo stiamo toccando, lo stiamo vedendo e lo stiamo ascoltando.
Il silenzio.
Siamo in questo silenzio assordante.
Nelle città in cui siamo ormai abituati a vivere il silenzio non esiste, c’è sempre un qualche rumore di sottofondo. Così non sappiamo più stare nel silenzio, quasi ci spaventa.
C’è bisogno di silenzio, tempo e spazio per affrontare un lutto, e c’è stato veramente un momento storico in cui tutto ciò veniva rispettato e salvaguardato – a partire dalla veglia funebre, passando per gli abiti a lutto e il rinfresco dopo la cerimonia o, in alcune culture, dopo un tot di giorni, a segnare la ripresa delle normali attività quotidiane. Il dolore si prendeva il suo spazio, lo affrontavamo, ma non come un nemico, tutt’al più come qualcosa di normale, di lecito, di giusto. La società italiana (o più in generale quella occidentale), per come è attualmente concepita, non lascia tregua: il dolore non fattura, non produce, non acquista. Il dolore non ci permette di essere degli obbedienti consumatori e da qui è un attimo a farlo scomparire: ti fa male qualcosa? C’è l’antidolorifico. Ti senti giù? C’è l’antidepressivo. Tu compra e starai bene. E così ci perdiamo lungo la via, sempre più lontani dalla nostra vera natura; una davvero ricca e generosa natura, che non contempla mai solo la felicità, l’euforia, bensì bilancia la caterva di informazioni e di emozioni che siamo in grado di memorizzare e sentire e ci regala l’equilibrio instabile della vita. Non si può stare realmente bene se non si accetta e se non si vive anche la sua controparte.
Il tabù della morte e del dolore si sono ovviamente allargati, coinvolgendo anche i corpi, così fatichiamo a vedere i cadaveri, ci fanno senso e ribrezzo – potremmo dire che anche questo è naturale e atavico, ma solo quando il processo di decomposizione è già avviato. Nessuno correrebbe mai ad abbracciare una carogna (la vista e l’olfatto sono i sensi più coinvolti e ci fanno scappare via a gambe levate), ma poter salutare qualcuno di caro che è appena deceduto è assolutamente un “fattore umano”. La ritualità e la sacralità del momento del saluto è stata presente in ogni civiltà umana, dalla più basica alla più complicata.
Oggi questo rispetto, questa restituzione della dignità umana sembra essere sempre di più relegato a una semplice parola: condoglianze. E cerchiamo di dimenticare in fretta, lo mettiamo via in un angolino, magari anche chiuso a chiave così si sta più sereni.
Il rispetto dell’essere umano passa anche dalla dignità, la dignità di un saluto, di una sepoltura. E nei giorni in cui si preferisce un corpo annegato a un corpo salvato, penso sia importante riflettere su quanto poco empatica e umana sia la società in cui viviamo, su quanto viviamo dissociati.
I corpi in mare non sono numeri, ma fratelli con una storia da raccontare, con famiglie e affetti da riabbracciare. Chiudete gli occhi e immaginate un corpo gonfio d’acqua, gli occhi bianchi, lo strato superiore della pelle che si sfalda, immaginate i pesci che banchettano e chi aspetta a casa una telefonata. Provate a immaginare di restare a galleggiare nel Mediterraneo così, senza nome, senza dignità, senza pace.

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altarino, Charlie Deets

Anche per questo lavorare nell’ambito funebre è per me catartico: perché la morte, per quanto a volte sia ingiusta, toglie di mezzo qualsiasi barriera precostituita. Un cadavere è un cadavere, va rispettato, gli si restituisce la dignità umana sino alla fine. Non importa cosa sia stato in vita; non importa più la sua nazionalità, il suo reddito, il suo credo religioso, il colore della pelle. Un anziano, un ricco, un povero, un infelice, un fortunato sono tutti uguali, esattamente come lo sono al momento della nascita.
Le nostre care pietre di volta che restituiscono il giusto equilibrio al mondo.

* [Nda] Vorrei spiegare meglio cosa intendo veramente dire con queste parole. Siamo figli della cultura attuale, il nostro giudizio estetico è, per forza di cose, legato a quello inculcato dalla cultura dominante, pertanto ben vengano la body-positivity e l’inclusività, ma cerchiamo di essere sinceri con noi stessi: quando fantastichiamo su un corpo vivo, lo immaginiamo “bello e sano”. “Bello e sano” come ce lo propongono i mass media, non perchè siamo cattive persone, ma perchè abbiamo delle connessioni neurali funzionanti che ci riportano il mondo in cui viviamo. E, nel mondo in cui siamo, le cosiddette modelle curvy sono ancora un’eccezione, non la norma, così come anche i corpi disabili sono implicitamente considerati difettosi, mancanti, perché diversi dallo standard sopra indicato.

Potete seguire @urfidia sul suo account Instagram, cosa che vi consiglio vivamente di fare.

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Urfidia

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Intervista ribelle a Sara Silvera Darnich

Tornano le “Interviste ribelli” di agit-porn nelle quali ci confrontiamo con persone che secondo noi vivono e comunicano in modo dissidente e resiliente: oggi tocca a Sara Silvera Darnich.

Sara Silvera Darnich:
da studentessa incompresa a educatrice resiliente

Mi viene difficile descrivere Sara e restituirvi un suo ritratto esaustivo, perché è una persona con così tanti interessi, passioni e competenze che se mi dimenticassi qualcosa, sentirei di farle un torto. Ho deciso quindi di introdurvi subito a questa interessantissima intervista che ha rilasciato ad agit-porn.
Buona lettura!

Mi hai raccontato che qualcun* ti ha chiesto come mai nella tua bio su Instragram non hai scritto di essere femminista. Mi piacerebbe se condividessi con le lettrici e i lettori di agit-porn la risposta che hai dato a me e come si è sviluppata la tua coscienza femminista, se in modo consapevole e strutturato o in modo casuale.
Io non mi definisco femminista esattamente come non mi definisco a favore dei diritti umani, antifascista, antirazzista e antisessista, semplicemente lo sono.
Tutto di me dice che sono femminista: il tipo di riflessioni che faccio, i libri che leggo, i progetti che supporto, le battaglie che combatto. Non sono sempre stata femminista, anzi, per tutta la mia vita ho avuto atteggiamenti maschilisti; ho un intero ossario nell’armadio: dal bodyshaming, alle battute sessiste ai danni di varie categorie di donne dalle cosplayer alle attiviste di nudo, alle modelle. Insomma, mi credevo molto figa e molto intelligente invece ero una mitraglietta di minchiate. Potessi tornare indietro mi prenderei a ceffoni ma ho deciso di riparare ai miei errori basando la mia personale idea di femminismo sulla collaborazione attiva: mi piace supportare i progetti e le battaglie di altre donne e promuovere il lavoro di squadra e non la competizione. Sono molto soddisfatta di quello che sono ma soprattutto sono l’esempio vivente che nella vita si può sempre smettere di essere imbecilli: un po’ come Homer quando diceva: “Non sono gay ma posso imparare!”.

Preferisci non mostrare il tuo corpo svestito, salvo una foto in cui indossi un abito che ti lascia scoperta la schiena, ma hai collaborato e continuerai a collaborare con il progetto “I am naked on the Internet” di Miss Sorry. Come nasce questa cooperazione e di che natura sono e saranno i tuoi contributi?
Penso sia fondamentale supportare persone che combattono le nostre stesse battaglie, soprattutto se il loro mezzo di espressione è diverso dal nostro. Del progetto “I am Naked on the Internet” mi sono innamorata subito così come della personalità di Miss Sorry: sono stata contattata dopo che ho parlato sul mio profilo della sessualizzazione del corpo dei bambini. Sul sito porterò il mio contributo pedagogico su temi come il corpo e la sessualità dei bambini che sono affini a quelli trattati dal progetto fotografico di “I am Naked on the Internet” riguardo la sessualità e il corpo degli adulti.

Il non mostrarti parzialmente o totalmente nuda è una scelta o piuttosto una condizione per te naturale? Che rapporto hai col tuo corpo?
Io non mi spoglio online ma amo stare nuda a casa mia, lontano da occhi estranei, vivo molto a mio agio la nudità soprattutto nella quotidianità con il mio fidanzato.
Il fatto di non mostrarmi nuda rappresenta alla perfezione il mio carattere: sono una comunicatrice nata, ma sono una persona estremamente riservata. È difficile crederlo perché il mio modo di comunicare si basa sul racconto della mia esperienza personale, anche se di fatto non racconto quasi niente di quello che accade nella mia vita offline e, per quanto una persona si racconti anche parzialmente online, non equivale a conoscere approfonditamente la sua storia. Attualmente ho un ottimo rapporto con il mio corpo ma non è sempre stato così: ho subito bodyshaming e per anni l’immagine riflessa nello specchio era il frutto di una fantasia malata che si immaginava deformità e rotolini dove non c’erano. Spesso è stato difficile vedermi per ciò che ero realmente perché il mio peso era troppo o troppo poco a seconda della persona che mi trovavo davanti. A fare la differenza è stata soprattutto una rete di relazioni affettive sane: da Fausto, il mio fidanzato, che si è sempre rifiutato di considerare difetti quelle parti del corpo che ritenevo tali, fino ad arrivare alle persone che mi circondano online e offline che rifiutano il sessismo, il bodyshaming e l’ossessione per il corpo normato dai media.

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“Sarettina”, Fausto Chiodoni

Da poco è uscito un tuo articolo per Clitoridea in cui parli di peli. Come mai eri ossessionata dalla depilazione (intendo anche prima della cura cortisonica che ti ha causato irsutismo)? Volevi aderire a uno standard di bellezza oppure provavi un’innata repulsione per la peluria?
Credo che la mia ossessione per la depilazione sia nata con il giudizio degli altri. Non mi sono mai fatta problemi riguardo il mio corpo, le mie origini straniere o il mio modo di fare le cose finché non è arrivato il confronto con l’Altro. Lo stereotipo della “donna glabra” è uno dei più devastanti sulla psiche delle donne more come me, soprattutto se circondate da coetanee bionde o castane chiare: vivi costantemente commenti sinceramente stupiti di compagne e compagni che ti dicono: “Ma tu hai peli!” come se fosse una cosa anormale, quando per una donna con la mia storia genetica e medica lo è perfettamente. I miei peli, il taglio dei miei occhi, il mio cognome urlavano solo una cosa: “Tu sei diversa!” in un periodo della vita come l’infanzia dove tutto ciò che desideri è essere uguale agli altri. Mi sono a lungo interrogata sul mio rapporto con la depilazione, soprattutto su quanto lo standard di bellezza abbia influito sul mio desiderio di avere una pelle liscia. Ora che ho 28 anni penso che mi piaccia la sensazione di avere un corpo liscio e mi piace depilarmi esattamente come mi piace mettermi il rossetto o portare i capelli lunghi. È cambiato lo sguardo sulla depilazione: prima mi depilavo perché la mia repulsione era dettata dal desiderio di voler aderire a uno standard di bellezza, quest’anno, per la prima volta la decisione di depilarmi o meno è una scelta consapevole.

Nel tuo lavoro di educatrice ti capita di dover parlare di sessualità alle bambine e ai bambini? Lo fai liberamente o prima ti confronti col gruppo insegnanti e con le famiglie interessate?
Questo è un tema estremamente delicato che fa entrare in gioco diverse “forze” come il limite, la professionalità, la deontologia e la personalità dell’educatore. Personalmente mi è capitato molto raramente che i bambini mi facessero domande specifiche sul sesso perché al nido e alla scuola dell’infanzia non sono temi comuni. Io ho delle convinzioni in merito alla spiegazione della sessualità nei bambini ma non posso imporle alle famiglie. Se mi trovo davanti un bambino di famiglia religiosa o che ha vedute differenti dalle mie non posso assolutamente mettere a repentaglio l’alleanza tra scuola e famiglia e dare al bambino informazioni diverse da quelle che i suoi genitori hanno detto, perciò – se dovessi ricevere una domanda sulla sessualità da parte di un* dei bambin* – cercherei immediatamente di rispondere strategicamente con un’altra domanda: “Cosa ti hanno detto i tuoi genitori?”, poi ne parlerei con l’équipe di collegh* e insieme a loro con i genitori per sapere come procedere su una linea comune. Per quanto mi riguarda l’unico tema sul quale non sento di dovermi confrontare con i genitori è la discriminazione: nella mia concezione di educazione sono rispettati tutti gli orientamenti sessuali e tutti i generi. Se un genitore si dimostrasse omofob*, non potrei sostenere la sua tesi e, nel caso, insieme all’équipe, chiederei il parere sia ai miei coordinatori che al responsabile del servizio ma non voglio assecondare insegnamenti che dicano a un bambino che certi amori valgono meno o che sono contronatura.

Su Instagram curi delle rubriche sui libri che leggi, concentrandoti principalmente su distopie e horror. In alcune stories hai parlato dell’importanza della paura e dell’orrore nella narrativa per l’infanzia: anche io ho notato che favole e cartoni animati contemporanei sono edulcorati rispetto a 15/20 anni fa. Secondo te come mai questa scelta e quali sono le ripercussioni sulla Società? Il tentativo di “protezione a ogni costo” e in senso lato non è forse lo stesso che esercitano anche i social media sulle persone, fallendo miseramente?
Sono molto critica su questo fronte, perché sono fermamente convinta che rendere più edulcorati i contenuti per bambini sia controproducente per la loro l’educazione emotiva. Penso che esporre i bambini a piccole dosi di paura, tristezza, frustrazione e rabbia permetta loro di conoscerne i meccanismi e di declinarli secondo la propria individualità: se imparo fin da piccol* come mi arrabbio, come divento triste, cosa mi fa paura e in che modo mi spavento, quando queste forze mi coglieranno fuori da luoghi protetti e all’improvviso, avrò gli strumenti necessari per fare fronte a questa situazione destabilizzante, semplicemente perché ne ho già fatto esperienza insieme ai miei genitori, ai miei insegnati e ai miei coetanei. Un/a bambin* che non riesce a dare forma al proprio universo interiore diventa preda delle proprie emozioni, ne viene sopraffatt*. Sui social si sta facendo lo stesso: per “proteggere” i propri utenti (ma di fatto i propri investitori) si bollano come “forti”, “violenti”, “controversi” temi e contenuti che trattano di attualità e sessualità senza fare un vero e proprio ragionamento su di essi. Penso al messaggio che può arrivare agli adolescenti che si approcciano per la prima volta ai social: un corpo nudo che viene censurato sempre significa che è sempre sbagliato, quando di fatto ci sono mille sfumature tra un corpo nudo mostrato in un video porno e uno di revenge porn, di chi si mostra nud* per attivismo o per fini artistici e di chi viene mostrat* nud* contro la sua volontà. È una semplificazione devastante che non educa il senso critico di nessun*.

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Sara Silvera Darnich

Sei un’appassionata del mondo animale, ti sarebbe piaciuto fare la zoologa e più nello specifico la chirotterologa: come sei approdata alla pedagogia? Riesci a portare questa tua grande passione in campo educativo per raccontare e cercare di spiegare il mondo alle bambine e ai bambini con cui lavori?
Sono approdata alla pedagogia per rabbia: dopo due bocciature ero arrabbiata per i torti subiti a scuola dagli insegnanti, ero scontenta del sistema scolastico e, preda di un delirio di onnipotenza, desideravo diventare una sorta di “Vigilante dell’educazione” che sbaragliava i crimini della cattiva pedagogia. Fortunatamente al delirio è subentrata la ragionevolezza e il mio lavoro mi ha guarito da tutta l’inquietudine rendendomi un essere umano equilibrato. Amo profondamente il mio mestiere e sono riuscita a trovare il modo di coniugare la mia passione per il mondo animale con la mia professione: spesso mi piace insegnare ai bambini il rispetto degli animali raccontando loro come funzionano, come si comportano e che ruolo ricoprono all’interno dell’ecosistema.

In età adulta hai scoperto di essere una persona disprassica, cosa ha comportato questa notizia per te e perché hai deciso di fare divulgazione a riguardo?
Ogni volta che racconto della mia diagnosi tardiva le persone fanno sempre la stessa osservazione: “Deve essere stato terribile scoprire di avere un disturbo da adulta!”.
In realtà per me scoprire di essere disprassica è stata la cosa più bella della mia vita: ho potuto fare finalmente pace con una parte molto dolorosa del mio passato scolastico e ho avuto le indicazioni cliniche necessarie per migliorare gli aspetti della mia esistenza che ancora rappresentano una difficoltà.
Ho deciso di fare divulgazione per informare non solo riguardo il mio disturbo e su cosa significa conviverci tutti i giorni, ma sopratutto per mostrare uno sguardo diverso sulla disabilità: non come limite ma possibilità.

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“Sara”, Fausto Chiodoni

Quali sono i progetti a cui stai lavorando al momento e che ti vedranno coinvolta prossimamente? Arriveranno novità anche sulla tua pagina di Instragram?
Al momento sto lavorando ad alcuni progetti editoriali…. ma non posso dire ancora niente. Sarò relatrice al convegno organizzato da Ad&F (Associazione Disprassia e Famiglie) del 6 Settembre prossimo dove interverrò come professionista dell’educazione e disprassica. Inoltre sto lavorando alla seconda “edizione” del mio personale progetto di maglieria “Como el Pato” che vuole mostrare attraverso il lavoro a maglia come una persona con disabilità invisibile possa superare i limiti della propria diagnosi.

Spero che grazie a questa intervista, voi agitatrici e agitatori, vi siate incuriosit* rispetto alle tematiche toccate e ai progetti citati; per approfondimenti e ulteriori curiosità Sara avrà piacere di rispondervi se la contatterete sul suo profilo Instagram @sarai_sanguedidrago

Claudia Ska

Buy Me a Coffee at ko-fi.com

Lo faccio in pubblico: parlare di sesso

Se sei una donna e parli pubblicamente di sesso forse ti sarà capitato di trovarti in condizioni sgradevoli: dick pic (foto di peni) non volute, ricezione di messaggi in cui ti è stato proposto di fare sexting, richieste di invio di foto in cui sei nuda o di alcune parti del tuo corpo scoperte (generalmente seno, sedere e/o genitali), fino alle proposte di prestazioni sessuali a pagamento, talvolta anche messaggi accusatori e offensivi, che più sovente arrivano quando rispondi con sarcasmo, in modo assertivo o con rabbia, perché un rifiuto genera frustrazione nell’interlocutore, che invece di metterselo in saccoccia e tornare al suo posto, attacca, come fanno le bestie quando si sentono minacciate. Uso il maschile perché queste situazioni mi sono capitate esclusivamente con maschi di varie età: dai giovanissimi (addirittura presunti pre-adolescenti) a uomini attempati.

Se non sei una donna o non ti senti tale, ma ti è capitato quanto ho descritto sopra con un sesso o un altro, non importa, questo articolo ti riguarda ugualmente.

No.no_gif

Pare che “no” sia una risposta che le persone non vogliono proprio ricevere e per cui l’unica replica possibile sembri l’accusa, la denigrazione, l’offesa. “No” è la prima parola che impariamo a dire per separarci da qualcun* e/o qualcosa, afferma un primo passo verso la scelta e l’autodeterminazione, ma mi pare che abbia assunto le fattezze di una minaccia, come se rifiuto e negazione fossero inammissibili e offensivi di per sé; “no” viene interpretato come “fai schifo/non vali niente/varie ed eventuali”, ma queste sono appunto interpretazioni, anzi distorsioni di una sillaba che significa semplicemente che all’altr* non interessa o non va di fare una determinata cosa in un dato momento o in assoluto, non che la persona che ha fatto la domanda/proposta sia un essere spregevole, c’è una bella differenza, che però sembra sfocata a molt*.

Ho una pagina e un sito in cui parlo di sessualità, erotismo e pornografia e per farlo uso anche la mia immagine. Il fatto che mostri il mio corpo parzialmente o totalmente nudo dice, fra l’altro, che:

  • tutto sommato, nonostante le pressioni culturali, mi trovo a mio agio con esso;
  • il mio senso del pudore riguarda altri àmbiti della mia vita;
  • sono esibizionista;
  • non lo sessualizzo per partito preso e anche se lo facessi questo non equivarrebbe a disponibilità sessuale a prescindere.

Se una persona male interpretasse i contenuti che condivido, che siano testuali e/o visuali, non sarebbe necessariamente una mia responsabilità o peggio ancora una mia colpa.
Eppure…
Se una persona mi contattasse per fini sessuali, scambiando la mia ampiezza di vedute a riguardo con desiderio costante e impellente di fare sesso, il problema sarebbe mio o suo?
Se una persona scambiasse la mia libertà sessuale e disinibizione per disponibilità a fare sesso a pagamento il problema sarebbe mio o suo?
La risposta corretta è: il problema sarebbe di entramb*.
Infatti sarebbe suo perché dimostrerebbe di non avere strumenti per discernere e sarebbe anche mio, che mi dovrei sorbire messaggi indesiderati spesso molesti, irruenti e invadenti.
Le persone che agiscono i suddetti comportamenti non solo non sanno di seguire una logica patriarcale, ma spesso sono quelle che asseriscono che uomini e donne ormai hanno gli stessi diritti e che le persone che dicono il contrario sono nazi-femministe, aggettivo molto in voga tra chi è priv* di coscienza civile, storica, sociale e in generale umanità.

Per chi se lo stesse chiedendo, no, non esistono le nazi-femministe. Esistono le persone a favore dei diritti umani e civili e quelle che non lo sono. Se far notare e pretendere di non essere molestat* per la propria libertà sessuale fosse nazi-femminista, le nazi(femministe) dovrebbero quanto meno asfissiare tali ignoranti con del monossido di carbonio.

Foto di Micheile Henderson

“Ciò che sminuisce un* di noi, sminuisce tutt* noi”, Micheile Henderson

Esistono i femminismi, certo, ci sono persino le Rad-Fem ossia Femministe Radicali, ma siccome sono escludenti e discriminanti (fra le varie posizioni non considerano le donne transessuali come donne, sono contrarie al lavoro sessuale perché secondo loro è un prodotto del patriarcato), per me sono semplicemente stronze. In questo sicuramente abbiamo qualcosa in comune: siamo radicali nei giudizi.

Consigli per persone particolarmente pudìche, moraliste, moleste:

  • se ti imbatti nella pagina o sul sito di una persona che parla di sessualità, non accollarti, non offenderla, non umiliarla: quella persona sta portando avanti un discorso pubblico sulla libertà, a te potrà sembrare un pretesto per mostrarsi nuda, a ogni modo la sua motivazione non ti riguarda direttamente e non ti autorizza a sminuire il suo lavoro e la sua dignità.
  • Se reputi che i contenuti che condivide siano discutibili e offensivi, diglielo argomentando le tue motivazioni, l’importante è che ti chieda in che modo il suo corpo e la sua libertà (sessuale) ledono i tuoi diritti, altrimenti non seguirla, qualora lo facessi, disattiva gli aggiornamenti del suo canale, in extremis bloccala.

Consigli per persone che parlano pubblicamente di sesso:

  • vai avanti per la tua strada, che tu lo faccia per piacere esibizionistico o perché ti smuove il fuoco sacro della libertà di espressione. Segui la tua vocazione.
  • Per quanto possibile non rispondere aggressivamente alle provocazioni, piuttosto lasciale cadere nel vuoto.
  • Mettere alla gogna pubblica tali persone condividendone i messaggi, le foto, i profili serve solo ad aizzare odio verso quelli che in fin dei conti sono capri espiatori. L’ho fatto per un po’, ma mi sono resa conto che tale comportamento era giustizialista e violento, quindi ho ritirato quei contenuti perché vorrei contribuire a creare una piattaforma virtuale sana e costruttiva, dove non si polarizzano le posizioni.
  • Sarà difficile mantenere la calma quando ricevi messaggi offensivi, stupidi, prepotenti, esprimi chiaramente come ti ha fatto sentire il messaggio che hai ricevuto, non cercare di essere educat* a ogni costo, sei un essere umano e anche tu hai pulsioni, emozioni e sentimenti, solo non permettere che la bestialità prenda il sopravvento, piuttosto ricorri al blocco in tronco. Lo so, non cambia lo stato delle cose, ma ti risparmia uno scambio che non di rado si rivela deludente e inefficace.

Claudia Ska

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