La categoria è: intersezionalità!

Di recente ho iniziato a vedere con una certa assiduità alcune serie tv e le ho trovate qualitativamente eccellenti, sia in termini di sceneggiatura che di recitazione.

Una che ho divorato è stata “Pose”.
Sebbene la prima stagione sia un po’ lenta e ripetitiva, sono riuscita ad andare oltre un lieve pregiudizio dovuto al ritmo e alla trama e, devo ammettere, che la seconda è stata davvero emozionante.
Le ballroom fanno da sfondo alle vicissitudini di persone transessuali (principalmente m to f), omo/bi-sessuali che vivono una costante discriminazione. L’ambientazione durante gli anni del governo Regan prima (col presagio di Trump che aleggia dall’omonima torre grande come il suo ego) e di quello Bush Senior poi, rende bene l’idea di un Paese per bianchi, etero, ricchi, sani.
A uno sguardo superficiale e affrettato potrebbe sembrare la storia di un gruppo di trans e gay il cui unico obiettivo è primeggiare ai ball, sfoggiando mise e pose audaci e sorprendenti, ma racconta innanzitutto le vicende di persone sulla (o ben oltre) soglia di povertà, che si prostituiscono o spacciano perché sembrano non esserci alternative quando anche fare la commessa non è accettabile se sei una persona transessuale immigrata, che si esibiscono in night club di bassa categoria o peep show malfamati, che non possono entrare in un gay bar perché è frequentato da uomini (bianchi) che escludono con violenza verbale e fisica transessuali, transgender e travestit* (molto interessante la discriminazione agita all’interno della comunità LGBTQI+ stessa, della quale si parla ancora troppo poco).
“Pose” parla molto di HIV e AIDS, di quanto sia costoso curarsi per chi non si può permettere un’assicurazione sanitaria e viene abbandonat* in ospedali fatiscenti, dove il personale medico e paramedico non basta, quello che c’è è spesso prevenuto, razzista, sessista, classista, salvo rare eccezioni. Affronta il tema della gentrification, del potere, dei soldi, della costruzione di un’identità personale e collettiva, anche in tale senso assume rilievo: viene passato il messaggio che la differenza viene fatta dai gruppi, dalle azioni plurali, dall’unione delle forze. Sì, c’è della retorica, me ne rendo conto, stiamo pur sempre parlando di una serie televisiva statunitense, ma questo non sminuisce la portata del progetto.

La sua forza sono le attrici e gli attori trans e omo/bi-sessuali: finalmente un’autorappresentazione che non risulta macchiettistica e, peggio ancora, moralista.
Mi permetto di spezzare una lancia a favore di attrici e attori cis, e magari etero, che nel corso della storia hanno interpretato personaggi transessuali e transgender: sono la prima a pensare che per interpretare (bene) un ruolo non si debba necessariamente essere, appartenere, identificare col personaggio, altrimenti nessuno avrebbe potuto vestire i panni di Hitler – per dire – ma va detto che, quelle che un mondo eteronormato e cisgenere tratta e definisce come minoranze, sono state messe in scena da sceneggiature e interpretazioni distanti dalla realtà, senza tenerle in considerazione.
Ciò ha origini estremamente antiche, se vogliamo: risale alle tragedie e commedie greche nelle quali le donne non potevano recitare e tutti i personaggi venivano interpretati da uomini.
Indicativo il caso di “Lisistrata”: una commedia dissacrante di Aristofane del 411 a. C. Lisistrata è una donna ateniese che riunisce e si mette a capo di un nutrito gruppo di donne provenienti da tutta la Grecia affinché si rifiutino di fare sesso con gli uomini, per convincerli a mettere fine alla guerra del Peloponneso. Peccato che quelle donne fossero interpretate da uomini, quelli che lo stesso Aristofane biasimava e ridicolizzava.

L’appropriazione di genere, come quella culturale, ha radici ben affondate in un terreno che solo relativamente di recente si sta smuovendo, non senza polemiche, ed è per questo che “Pose” assume un valore così grande. Portare sullo schermo quei personaggi e farli diventare popolari ha un’influenza sulla Società; di questo si parla nella serie stessa, quando esplode “Vogue” di Madonna e si intuisce che i riflettori verranno puntati sui ball e sulle persone che li animano. Una visibilità che è stata ed è strumentalizzata, ma che ha messo le/i protagonist* al centro della scena, almeno per un breve periodo.

Madonna cantava:

«[…] It makes no difference if you’re black or white
if you’re a boy or a girl.
If the music’s pumping it will give you new life
you’re a superstar, yes, that’s what you are, you know it
Come on, vogue!
Let your body move to the music (move to the music)…»

Potremmo continuare a parlare di appropriazione culturale: una donna bianca ha incrementato il proprio successo dipingendo le atmosfere delle ballroom, con un video patinato nel quale danzava con aitanti ballerini, in cui non vi è traccia di persone transessuali e apparivano solo due o tre donne. La protagonista era sempre lei, nonostante cantasse di un mondo di cui non faceva parte.

Quando pensate che il femminismo sia un argomento obsoleto, che riguarda esclusivamente le donne e magari le donne bianche benestanti, borghesi, guardate “Pose” e ne riparliamo.
Abbiamo bisogno di intersezionalità e di riflettere sul significato di questa parola, “Pose” ci dà l’occasione per farlo.

Claudia Ska

 

La fine è il mio inizio (cit.)

È stato un anno impegnativo e ricco di sorprese.
Ho iniziato questo progetto completamente sola, se non fosse stato per l’aiuto che mi fu dato dal mio amico Bedo, che ringrazio per avermi spiegato le nozioni base di WordPress e avere ideato una grafica in pieno stile agit-prop poi sostituita da questa che vedete, meno personalistica e più pop creata su misura dall’illustrastrice Giulia Nicolino, meglio nota come linEEtte.
In un secondo momento ho proposto a Gea Di Bella di collaborare in qualità di studiosa e appassionata di arte, che si dedica con amore alla sezione “Open Space” curando le mostre che pubblichiamo trimestralmente.
Abbiamo iniziato con Paola Malloppo e il servizio fotografico che ha condiviso in anteprima con agit-porn “Sara e Pepe: una prima volta“, poi è stata la volta di Azoto con le sue illustrazioni queer cyber punk e infine un’edizione speciale per dicembre in cui mostriamo una serie di foto dal progetto “Vita Privata” di Ossidiana Cosmica.

Nell’ottica di dare voce e spazio a punti di vista diversi e multisfaccettati, di arricchire agit-porn con altri contenuti e soprattutto di farlo diventare il più corale possibile, ad agosto è stato pubblicato il primo guest post scritto da Urfidia, seguito da quello di Mi Chiamo Maschio, Polycarenze, Gohar, Caffein Butt, Giulia Zollino, Ossidiana Cosmica, girlsplaining e Danilo Campanella, che ha fatto addirittura una doppietta.
Ho conosciuto queste persone, tranne Danilo – autore per “Erottica – sguardi obbliqui di corpi dilatati” (il 15° numero di “Rivista di Scienze Sociali” che curai nel 2016) – su Instagram, tramite il profilo @agit_p.o.r.n che è stato disattivato lo scorso 12 dicembre, senza una motivazione precisa, nonostante sappia perfettamente di non avere rispettato più volte le linee guida (di cui ho parlato qui e qui).

Non sono mancate ospiti che ci hanno dedicato il proprio tempo rispondendo alle domande che ho posto loro per la rubrica “Interviste Ribelli”, di cui fanno parte Rachele Borghi, Sara Silvera Darnich, Miss Mukade e il trio di Inside Porn.

A ottobre abbiamo avviato l’iniziativa “Sharing nudes“, nata per gioco proprio su Instagram: ho chiesto alle persone che mi seguivano di inviare tramite email delle foto. In tante e tanti vi hanno preso parte fino a ora, ringraziando per la possibilità di mostrarsi liberamente (anche se quasi nessun* mostra il volto, segno che lo stigma sulla nudità e sulla sessualizzazione è ancora fortissimo e per certi versi invalidante in molti ambiti dell’esistenza).

Vorrei che agit-porn si consolidasse come luogo in cui condividere opinioni non conformi alla norma, perché c’è bisogno di voci fuori dal coro. Sono molto presente e attiva su Instagram e risento malamente dell’approccio pop e spesso superficiale ad argomenti quali femminismo, sessualità, pornografia, discriminazione (che sia essa fisica, etnica, di genere, sessuale, di “abilità” o tutte queste messe assieme, ecco perché credo e sostengo il femminismo intersezionale).
Vorrei che si prendesse atto del grande paradosso in cui siamo invischiat*: la volontà che si finge necessità di essere visibili per esprimersi contro la reale necessità di sovvertire lo status quo.
Prima o poi i social chiuderanno, si trasformeranno, e in ogni caso ci vincoleranno tramite nuove e sempre più subdole forme di potere: creiamo spazi alternativi per liberarci e comunicare, che siano essi fisici o virtuali, poco importa.
agit-porn vuole essere proprio questo: uno spazio libero dove né le menti né i corpi conoscono censura. Spero che vogliate unirvi, e il mio augurio per il 2020 è che non smettiate mai di guardarvi e guardare il mondo che vi circonda con spirito critico e voglia di cambiare.

Vi auguro un proficuo e felice anno nuovo con una meravigliosa canzone di Mercedes Sosa: “Todo cambia”.

Claudia Ska

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[Guest Post] “L’innominabile” di Danilo Campanella

Pochi giorni fa ho sentito una coppia di giovani parlare dei propri cagnolini. Lui diceva, divertito, che a volte “lo fanno” tra loro.
«Che cosa?»
«Sesso!».
«No! – lo sgrida lei, infastidita – si dice “amore”!».

Siamo a pochi giorni dal 2020.
Venti anni ci separano dall’inizio di quello che battezzammo “nuovo millennio”, cominciato con la rivoluzione digitale. Cinquant’anni fa cominciava la rivoluzione delle rivoluzioni – quella culturale – e, ancora prima, quelle bolscevica e francese, che hanno messo in crisi tutti gli stati assoluti del mondo. Settemila cinquecento anni fa iniziò la costruzione della mitica città di Ur, eppure esiste qualcosa che ancora non ha un nome e che è nato prima di tutto. Qualcun* con ancora un po’ di imbarazzo catto-comunista lo chiama “avere un rapporto”, i/le classicist* “fare l’amore”, i/le più smargiass* “scopare”, con una punta di ironia. Altr* ancora dicono volgarmente “chiavare”.
Non sappiamo ancora come definirlo.

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Gritte, da Unsplash

Il sesso resta ancora oggi un tabù del linguaggio, un imbarazzo per chi non sa o non vuole rispondere a una semplice domanda: si può avere un rapporto sessuale senza che vi sia amore?
Non entro in merito a quest’ultimo, per lo meno in questo guest post. Tuttavia, che vi sia sempre un rapporto emotivo, è fuori di dubbio. Se questo lo si debba chiamare con il romantico appellativo ottocentesco è un’altra questione.
Fare sesso o fare l’amore?
Ognun* lo chiama come vuole ma poi non lo fa allo stesso modo. Sì, perché la resistenza a chiamarlo sesso, in modo secco, ginnico, pneumatico, determina un costrutto mentale, una riluttanza, una mancanza di libertà verso qualcosa che potremmo provare verso una persona anche senza l’illusione di dedicarle tutta una vita. Che poi, chi determina la lunghezza di una vita?! È possibile dedicare tutto sé stess* a una persona per un mese o ignorarla per trent’anni. La verità è che in Società esiste ancora la necessità di avere comportamenti condivisi: sorridere quando non se ne ha voglia, parlare in un certo modo, insomma avere una maschera. E fin qui nulla di male.
Sul concetto di maschera fior di letterat* hanno dedicato ampi studi, motivandola come una necessità pubblica, ma che vi debba essere una maschera anche nel vivere il mondo intimo – i filosofi fichi lo chiamano “foro interno” (o “interiore”, ossia la morale) – della nostra esistenza è davvero desolante.

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Freestocks-org, da Unsplash

Anche quando parliamo di sesso usiamo i guanti di lattice e, dato che ciò che facciamo è determinato da ciò che diciamo, perché il linguaggio forma il comportamento, dobbiamo ritenere che di solito “scopiamo col cambio tirato”.
Ci spogliamo per abbracciarci, toccarci, assaporarci, eppure dobbiamo chiederci se siamo veramente nud*.

Danilo Campanella è laureato in filosofia. Scrive libri e dirige collane editoriali per alcune case editrici. Conferenziere itinerante, studia il rapporto tra antichità e modernità. Lo trovate su Instagrame su Facebook.

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Danilo Campanella

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[Guest Post] “Le parole sono importanti?” di Danilo Campanella

Non c’è nulla da fare: non siamo iperborei.
La frase di F. Nietzsche non si adatta che a pochi, all’interno del grande marasma indistinto che chiamiamo società postmoderna. Non che ci si fosse illusi più di tanto. O forse sì. C’erano davvero moltissime persone, tra cui i più devoti intellettuali, che auspicavano una sorta di “miracolo”. Dopo gli anni ’50, il Sessantotto, gli scioperi, le manifestazioni per i diritti, il divorzio, i radicali, la corsa verso la laicità integrale dello Stato, il boom economico, l’alfabetizzazione, l’iperalimentazione, tutto sembrava assomigliare a una specie di miracolo. Tutto, fin quando si scoprì che avevamo speso milioni di dollari, migliaia di ore di lavoro degli scienziati, per mandare un satellite nello spazio che desse internet a tutti. Anche a coloro che gridano: «La terra è piatta!».
Non siamo iperborei.
La libera informazione non ha informato filosofi ma ha sfornato centinaia di migliaia di ignoranti, saccenti, leoni da tastiera, che vomitano in rete le offese più assurde. Anziché essere fonte di cultura, internet si è rivelata, per la maggior parte della popolazione, una valvola di sfogo, la finestra da cui gridare qualsiasi orrore. E ci si è accorti che, dopo secoli di evoluzione culturale, l’odio ha per bersaglio ancora loro: le “streghe”. Per streghe qui intendo il simbolo della diversità, in un certo periodo oscurantista, che viene individuato, mortificato ed eliminato. Personalmente ciò che mi avvilisce ancor più di qualsiasi polluzione terrapiattista è quando leggo o sento taluni rivolgersi a una donna con cui non sono d’accordo in questi termini: “puttana, troia, cessa, racchia, brutta”… seguito da aggettivo conforme. Per esempio se una donna impegnata in politica viene sospettata di non avere avuto un comportamento trasparente nell’esercizio delle sue funzioni, la si apostrofa non soltanto col termine “ladra” ma “ladra di una troia”. E altro.

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Choose Your Words, Bret Jordan

Ogni offesa nei confronti di una donna è solamente a sfondo sessista. Non ho una risposta netta a questo problema, noto solamente che il corpo della donna è e resta (non soltanto da parte degli uomini) il luogo di offesa più gettonato. Il corpo della donna è ancora, per lo meno in Italia, un lasciapassare sociale, un modo di compiacere chi hai davanti, per dire che esisti, e avere qualcosa.
Il parallelo sgradita/sgradevole è quanto mai palese nell’educazione delle bambine, laddove, da grande, l’offesa adolescenziale più forte è “sei intrombabile”, informazione malevola che non si rivolge a un ragazzo nelle medesime condizioni, a cui viene, per proprietà transitiva, dato l’appellativo infamante di “frocio”, uno svilimento del maschio, dato dal suo accostamento alla “femmina”, a causa di una vera o presunta effemminatezza. Ci dobbiamo chiedere quale responsabilità abbiano la famiglia e la politica nei confronti dei cittadini più giovani, in piena formazione umana e democratica. Laddove persino la Chiesa è diventata riformatrice e progressista, in particolare quella protestante (davanti a una chiesa valdese venne affisso il cartello “fai qualcosa di laico”) dobbiamo chiederci se tutto non debba ripartire dal linguaggio. Associazioni, gruppi culturali, intellettuali indipendenti, dovrebbero far rete per facilitare il percorso a una educazione empatica, civica, e informatica. L’odio condiviso non ha più a che fare con i poveri e gli ignoranti. L’odio parte da tutti, impiegati, docenti, politici, operai, e in genere colpisce quasi sempre lo stesso bersaglio: le donne. Non basta introdurre nuove pene per i nuovi reati, ma fare una prevenzione educativa. Ciò deve avvenire da ambo le parti, affinché, come a volte capita, le streghe perseguitate non diventino i nuovi inquisitori, vanificando un progetto di lungo corso, pacifico, umano.

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Muro di Berlino (particolare), Nick Fewings

«Cosa ne sai tu delle donne?»; «Come può un maschio, soprattutto oggi, parlare di femminismo?»; «Sei maschio, sei violento per natura»; «Sei patriarcale per natura»; «Sei un maschio, sei stupido»; «Sei un uomo, non capisci niente».
Affinché non vi sia un abuso della parola “femminismo” ma anche affinché questa non si tramuti in una nuova forma di caccia al ladro, sprezzante, violenta, avulsa da ogni forma di critica. Siamo il tempo storico delle barriere infrante: dal nichilismo al muro di Berlino, ogni pagina della nostra storia ci ricorda che siamo immersi nella filosofia della libertà. I confini sono soltanto nella nostra mente. E su ciò si progetta un nuovo, vero mondialismo. Per realizzarlo forse occorre tornare a riflettere sul concetto di confine, perché soltanto quando si sa che c’è un confine, rispettandolo, possiamo andare oltre. L’oltre è possibile solo in presenza di esso. Trovare un confine, distinguere l’odio, dalla libera espressione dell’opinione.
Questo vale per tutti e tutte.

Danilo Campanella è laureato in filosofia. Scrive libri e dirige collane editoriali per alcune case editrici. Conferenziere itinerante, studia il rapporto tra antichità e modernità. Lo trovate su Instagrame su Facebook.

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Danilo Campanella

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L’ossessione per l’HIV è un affare

Il primo dicembre è la giornata mondiale contro l’AIDS, che è la sindrome dell’immunodeficienza acquisita ed è causata dal virus dell’HIV. Come a ogni ricorrenza si coglie l’occasione per affrontare pubblicamente il tema e cercare di sensibilizzare all’uso di metodi preventivi (innanzitutto i condom, sporadicamente si fa riferimento a oral dam e guanti) e per invitare a fare controlli periodici e informarsi.

Di recente ho riflettuto sul paradosso della questione: mettendo sotto i riflettori l’HIV e l’AIDS per cercare di fare chiarezza, secondo me si rafforza il biasimo verso le persone che hanno contratto il virus, mettendo la questione su un piano diverso rispetto a quello di altre infezioni contratte sessualmente.
Perché il virus dell’HIV dovrebbe farci più paura dell’epatite, dell’herpes genitale, della chlamydia trachomatis, del papilloma (HPV), dell’ureaplasma urealyticum, del mycoplasma genitalium, del trichomonas vaginalis, della gonorrea, della sifilide? Molti di essi sono asintomatici, alcuni se non individuati e trattati tempestivamente possono portare a patologie.
E allora perché tutta questa ignoranza e indifferenza nei confronti delle ITS (infezioni trasmissibili sessualmente)?

Dal mio punto di vista la questione è principalmente politica.

L’HIV e l’AIDS sono stati spesso descritti come il male del secolo e non a caso la narrazione che se ne è fatta ha contribuito a rafforzare lo stigma nei confronti della comunità LGBTQI+, specialmente quella maschile e transessuale m to f (male to female), che a partire dagli anni ‘80 era quella più colpita dal virus.
Sono iniziate così le campagne e le ricerche per tentare di circoscrivere il fenomeno e trovare le cure, ma contemporaneamente le persone con HIV sono state isolate, raccontate con la doppia accezione di vittime e carnefici.
Se il sesso era un tabù, il terrorismo psicologico e politico riguardo il virus lo hanno fortificato, contribuendo a intensificare il pensiero sessuofobico. La stessa attenzione dedicata al virus dell’immunodeficienza umana non è stata dedicata alle sopra citate infezioni trasmissibili sessualmente e così la gente ha il terrore di contrarre l’HIV ma non l’herpes, per dire.

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Hush Naidoo via Unsplash

Gli esami per l’HIV sono spesso gratuiti e anonimi se effettuati in strutture sanitarie pubbliche, perché non è funziona così per tutte le ITS?
In linea generale prima di accedere ai test per ITS si fanno colloqui con personale medico e/o paramedico dove viene chiesto che tipo di vita sessuale si conduce, che tipo di rapporti si sono avuti, con particolare attenzione ai rapporti non monogami e a quelli promiscui. Ora, parliamoci chiaramente, posso pure essere la persona più monogama del mondo, ma se la mia/il mio partner sessuale/affettiv* non lo è a mia insaputa e facciamo sesso senza l’uso di metodi barriera, capite bene che questi colloqui lasciano il tempo che trovano.
Mi sembra che tali informazioni vengano raccolte per mera tassonomia, non per un reale interesse alle persone e per poterle informare e istruire eventualmente in merito.
Quando andiamo a fare degli esami di laboratorio considerati di routine (emocromo, glicemia, colesterolo, trigliceridi e via discorrendo) non ci fanno il terzo grado: elenchiamo quali esami vogliamo eseguire, paghiamo se c’è da pagare, l’infermier* esegue il prelievo e aspettiamo pazientemente i risultati; perché per le ITS non è così, perché spesso ci si ritrova a subire un quarto grado di persone poco professionali e giudicanti?
Se vogliamo normalizzare queste tematiche — non per banalizzarle o passare il messaggio che non si debba fare attenzione, ma al contrario per inserirle in un discorso ampio e inclusivo di informazione, prevenzione e cura — allora dobbiamo approcciarci a esse come alle altre. Qualcun* potrebbe obiettare che se ho il colesterolo alle stelle non rischio di essere contagiosa, ma le ITS non sono le uniche infezioni che possiamo trasmettere, solo che su di esse c’è un’ossessione, e in particolare sull’HIV, perché la trasmissione avviene per via sessuale, appunto. Se non è sessuofobia questa, spiegatemi cosa altro potrebbe essere.

Inoltre mi amareggia la retorica, seppure con intenti positivi, che permea non solo la giornata mondiale contro l’AIDS ma la questione nella sua interezza.

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Natasha Spencer via Unsplash

Seppure apprezzo il lavoro di alcune associazioni e fondazioni, tutta questa divisione e concentrazione su problematiche specifiche secondo me non fa che dividere anziché unire, stigmatizzare, anziché famigliarizzare.
Questo è il paradosso di cui sopra.
Chi ha contratto il virus soffre comprensibilmente dello stigma, quindi desidera che se ne parli in un certo modo per normalizzare l’argomento ed equipararlo al resto delle altre infezioni, ma di fatto questa parificazione sembra non esserci. Si continua a parlare di HIV e ITS, persone sieropositive e persone sane (persone con altre infezioni: non pervenute per inconsapevolezza, vergogna, pressapochismo, varie ed eventuali), profilattici per difendersi da HIV e gravidanze (ah, sì, anche dalle ITS, ma non non possiamo stare a enumerarvi quali, arrangiatevi!).
Se le ITS sono parimenti deleterie, perché non vengono raccontate in modo univoco?
Trovo tutto questo dannoso e ipocrita.
Un ulteriore esempio che mi fa indisporre e che contribuisce a bollare la comunità LGBTQI+: ai Pride si trovano numerosi stand di enti, associazioni e fondazioni dove testarsi per l’HIV, permane questa connessione tra non eterosessualità e immunodeficienza acquisita.
La mia non è una critica al fatto che si possano fare gratuitamente i test, anzi, ben venga, ma perché solo dell’HIV? Perché proprio durante i Pride se, peraltro, recenti indagini statistiche riportano che le persone contagiate dichiarano di avere un orientamento eterosessuale, seguite subito dopo da uomini che fanno sesso con altri uomini (presumo gay o eventualmente bisessuali)?

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Teddy Osterblom via Unsplash

È molto facile scivolare trattando argomenti come questo, non so se sono stata in grado di veicolare quello che penso in modo lineare, chiaro e non equivoco, ci ho provato con tutta onestà e mi piacerebbe sapere cosa ne pensate, perché se ritenete che abbia scritto sciocchezze, che sia stata poco precisa, ambigua e se desiderate confrontarvi sul tema, a me farebbe molto piacere, perciò commentate, scrivetemi un’email oppure contattatemi tramite Instagram o Facebook.

Claudia Ska

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[Guest Post] “Nudo classista” di girlsplaining

Mi imbatto frequentemente in contenuti prodotti da persone che giustamente abbracciano la causa femminista e vogliono sensibilizzare i propri amici e follower rispetto al discorso della libertà di espressione femminile e/o ai tabù legati al corpo femminile, ma troppo spesso mi accorgo di un’omissione che a me sembra non casuale. Un femminista non può tralasciare per tutta una “predica” di qualche minuto, dopo aver elencato tutti i suoi validissimi argomenti e le sacrosante istanze di libertà contenute nel pensiero antisessista, un aspetto così centrale e determinante senza percepire un senso di vuoto, senza sentire puzza di bruciato. Nello specifico mi riferisco a quelle migliaia di video, post e contenuti di vario genere in cui si vuole affermare che una femmina sia liberissima di mostrarsi nuda e che questo non ne faccia una prostituta, cioè che la sua nudità sia legittima ma non debba avere per forza una funzione sessuale o forse, nell’ambiguità determinata da quel mancato che tra poco dirò, costoro si accontentano più specificamente di comunicare che la nudità sia legittima IN QUANTO non ha funzione sessuale, quindi implicitamente che sia legittima se, e solo se, non ha funzione sessuale. L’omissione di cui parlo consiste in quel famoso «non c’è nulla di sbagliato nella libera espressione della propria sessualità, anzi!» che in troppi si dimenticano di citare e di porre a premessa di ogni considerazione sul tema.

L’impressione netta è che le battaglie intermedie legate al femminismo pop e un po’ sublimato, ai #nudeisnotporn, fungano da dispositivi in grado di rafforzare la mentalità sessuofoba dominante, insomma che stiano alla rivoluzione femminista come i riformismi socialdemocratici stavano al comunismo: anche se chi li promuoveva era animato spesso da nobili intenti, fungevano da contentino per gli oppressi di modo che non giungessero mai alla certezza che ribellarsi fosse l’unica via.

agit-porn

Moltissime che ci mettono la faccia, la tetta o un grammo della loro energia per portare avanti la sacrosanta battaglia del #nudeisnotporn, del «perché sono nuda ciò non implica che io sia una puttana», probabilmente si sentono così oppresse dalla sessualizzazione coatta del loro corpo e della loro persona da non poter che desiderare disperatamente questo orrendo ma rassicurante compromesso: quello per cui siamo tutti nudi ma non siamo puttane e, chi invece è puttana, merita di essere trattato diversamente; quel compromesso per cui al #nudeisnotporn non necessariamente segue il #pornisnotevil (sarebbe meglio che precedesse) e i nostri corpi diventano liberi solamente di veicolare (a beneficio già sapete di chi) messaggi che rimandino anche solo implicitamente a target consumistici, a mode, tendenze e canoni estetici imprenditorialmente profittabili.

Il sesso? Quello rimane un tabù. Eppure chiunque si approcci anche timidamente allo studio delle discriminazioni di genere sa benissimo che tutto ha la sua genesi negli assunti sessuofobi e continua a essere sotterraneamente alimentato proprio dall’azione inconscia di questi ultimi, ossia i segni e sintomi più in evidenza del sessismo, come appunto le riserve più grette e ingenue sulla nudità femminile o aspetti ancora più superficiali e meno intuitivamente legati all’argomento “sesso” (vedi il mansplaining), non sono altro che l’ultimo stadio di un processo che ha come principio e motore la sessuofobia, l’attribuzione di uno statuto speciale alla sfera sessuale e la declinazione di questo assunto nelle forme più disparate.

Facciamo dunque un balzo in avanti: il corpo è già ben oltre l’ostacolo ma il cuore si ostina a rimanere indietro. La poderosa struttura giurisprudenziale, sociale e culturale che garantiva la perpetuazione del patriarcato è oramai defunta, pertanto non esiste più alcun appiglio per certo maschilismo puritano, nessun possibile riscontro di una ratio che giustifichi la violenza di certi comportamenti. Alle soglie del 2020 viene effettivamente a trattarsi di una forma di pensiero primitivo e disfunzionale ed è oramai doveroso approcciare al maschilismo puritano come a una psicosi. Nella terapia psicanalitica delle psicosi si usa la cosiddetta interpretazione verso l’alto, ossia per aggirare le angosce che insorgerebbero in un’opera di scavo graduale, si preferisce scandagliare direttamente le profondità nominandone i contenuti.

Io credo che, mentre le riflessioni dei singoli hanno ragione di percorrere ogni via possibile, l’attivismo e la divulgazione femminista dovrebbero invece assumere questo metodo, rinunciare a decostruire gradualmente tutti i passaggi logici che conducono dal segno-superficiale-A (es. avances sessuale alla modella di nudo) fino agli abissi della storia dell’uomo e dunque al tabù del sesso. Ciò al fine di evitare che proprio questa gradualità dell’indagine e del disvelamento si presti a fungere da dispositivo antirivoluzionario, da meccanismo omeostatico che garantisce al sessismo e al capitalismo una sopravvivenza in forma accomodata.
Sarebbe il caso di partire dal #pornisnotevil e non dal #nudeisnotporn: solo dopo aver statuito che il sesso non sia qualcosa di speciale e dunque di delicato e pericoloso, solo allora potremo essere certi che «mi spoglio ma non per eccitare sessualmente» sia una libera scelta e non invece una forma più subdola di slutshaming, una negazione forzata, l’ulteriore tabuizzazione di un aspetto naturale (la sessualità/l’erotismo) insito in praticamente ogni comportamento umano, dunque l’ennesima strategia culturalmente data di sublimazione di ciò che che è ancora oggetto di divieto.
Finché non ci sembrerà del tutto innocuo e privo di particolari conseguenze sociali postare una foto con un pene in bocca o con la faccia inondata di sperma, i nude-not-porn rappresenteranno una forma normata dell’espressione di un falso sé, non saranno diversi da quelle che oggi sono le pubblicità dei reggiseni (col loro implicito «se non lo metti sei una schifosa esibizionista, i tuoi capezzoli devono essere ben nascosti!»).
Già oggi, a dimostrazione di quanto questo femminismo flat sia in fondo molto in ritardo sull’agenda della rivoluzione antisessista, si comincia ad avvertire tra i giovani adulti dei ceti più istruiti una certa istanza conformista anche se non apparentemente così perentoria: non hai nemmeno una foto di nudo un po’ artistico, pseudonaturista, alternativo o vattelappesca sui tuoi social? Allora c’è qualcosa in te che non va (che poi è un ragionamento non del tutto privo di una sua pregnanza).

agit-porn

Chi conosce il mondo della pornografia web (oramai amatoriale e quasi sempre non consensuale) sa bene che esiste già una sorta di muro invisibile che divide le “zozze” dalle modelle d’arte o ragazze alternative di classe media. Per ragioni che non sarebbe opportuno illustrare in questa sede, le ragazze consapevoli di classe media, a parità di valenza trasgressiva del contenuto pubblicato, ricevono una quantità di molestie infinitamente minore ma soprattutto una qualità diversa di molestie. È infatti interessante assistere a quegli sporadici incidenti, quelle crepe che si creano ogni tanto nel guscio esterno delle nostre filter-bubble in cui un frequentatore di canali di pornografia degradata, abituato a interagire con “sciampiste ragazzine tamarre”* e proletarie dell’erotismo social (coi loro contenuti di cattivo gusto a metà tra un prediciottesimo e le pubblicità dei club privé), inciampa in uno di questi profili più elitari e fa una fatica enorme a decodificarli, il risultato è sempre qualche interazione molesta in cui fa la figura del cinquantenne viscido maschilista (cioè di sé stesso).
Questo perché accade? Perché il #nudeisnotporn è un privilegio, uno status symbol nelle mani di chi ha gli strumenti intellettuali, culturali, sociali ed economici per sofisticare l’espressione di sé; mentre chi non è in grado di produrre un nude che sia qualificabile come not-porn, ovvero le proletarie dell’erotismo di cui sopra, costoro saranno sempre condannate a essere carne da macello, bestie in preda alle peggiori forme di molestia, allo stalking, alla minaccia perpetua (alimentata anche dall’assenza di un diritto all’oblio) per la propria sicurezza personale.
Se non si vuole favorire un semplice riposizionamento delle convenzioni e dei costumi in chiave forse ancora più classista e repressiva di prima, occorre fare ciò che ho poc’anzi proposto: prima abbattiamo il tabù della pornografia, poi cominciamo a spiegare alla gente che non tutta la nudità è pornografia. Impariamo a dire «anche fossi una puttana o una ninfomane, sarebbe semmai una cosa di cui vantarmi» e solo dopo a precisare «comunque in questo caso non lo sono e non voglio essere approcciata sessualmente». Sicuramente è la via meno semplice, ma è l’unica via per vivere in un mondo finalmente liberato da questo mostruoso tabù e un mondo autenticamente non sessista.

*I termini irriverenti utilizzati in questo articolo devono intendersi come descrittivi, in chiave ironica, di stereotipi sociali e culturali i quali tendono a esercitare un’attrazione sulla [auto-]percezione e sui comportamenti degli individui, uniformandoli o ingabbiandoli nella ripetizione di pattern interattivi rigidi e condannandoli all’assunzione di ruoli sociali ben definiti.

Questo articolo è stato gentilmente scritto da girlsplaining, che non ci ha lasciato uno straccio di bio, ma che trovate su Instagram.

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girlsplaining

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[Guest Post] “Murakami after sex” di Ossidiana Cosmica

Prova a ricordare una scena di sesso in Murakami.
Prova a ricordarne i dettagli, il contesto, il fine.
Immagino sia più facile ricordarne le sensazioni, e non sono sempre positive, vero?
Ho scoperto una cosa: non ricordo tutte le scene di sesso in Murakami ma riesco a trovare la pagina esatta in ogni libro con una precisione chirurgica. Da qualche parte, la mia coscienza — a quanto pare — le ha archiviate con un certo ordine.
Ho fatto delle ricerche e ho scoperto che la maggior parte dei fan non si sente a suo agio a leggere scene di sesso nei suoi libri, la critica sta pensando addirittura di catalogare Murakami come un autore che «non sa scrivere di sesso».
Non me l’aspettavo.
Più leggo le opinioni “degli altri” e più sento che c’è qualcosa che non torna: «maschilista, sessista, noioso, inconcepibile, disturbante…»
Cerco tra i libri che possiedo, li rileggo. Ecco: l’aggettivo che stavo cercando e che è sfuggito a molti è /tra·scen·den·tà·le/

Il sesso in Murakami è Trascendentale.

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Haruki Murakami

Leggo ancora.
Mi accorgo che nella maggior parte dei casi il sesso è sempre diverso pur seguendo uno schema ben preciso, e sopratutto ha uno scopo che “trascende” dal sesso nella maggior parte dei casi.
Mi stupisco.
Sono stupita del fatto che Murakami non sessualizzi il sesso.
Come si fa a non sessualizzare il sesso?
Lo descrive.
Nella maggior parte dei casi lo descrive in modo quasi obiettivo, un susseguirsi di fatti e azioni avvenuti tra due o più persone in un lasso di tempo a volte non del tutto preciso. Il suo è uno descrivere pragmatico, realistico, ma non pornografico.
C’è inoltre un dettaglio da non trascurare: durante la lettura molti tendono a “rimuovere”  la scena di sesso (me inclusa). Credo che Murakami abbia la maestria di inserire il sesso nelle sue narrazioni senza forzare troppo la mano e senza avere la presunzione di volerci eccitare; forse è per questo che non lo ricordiamo del tutto.
Tendiamo a preservare una sensazione quasi decontestualizzandola, per questo — forse — molti si sentono disorientati. Perché in qualche modo cambia anche il fine e la percezione che siamo abituati ad avere del sesso.
Spesso il personaggio maschile è inerme, come paralizzato, subisce il sesso da parte di una donna, che non sempre ne gode, ma compie l’atto per un fine più grande. A volte è nei sogni, non è consensuale (etero e non), altre fa addirittura paura e cambia per sempre la vita dei personaggi.

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Nobuyoshi Araki

Leggo ancora.
Penso a “Kafka sulla spiaggia”, al rapporto sessuale tra una signora Saeki sonnambula e un giovane Kafka inerme che scoprirà di aver realizzato la profezia edipica dalla quale era fuggito.
Penso al rapporto tra la giovanissima Fukaeri e Tengo in “1Q84”. Fukaeri diviene traghettatrice del seme di Tengo che riuscirà ad inseminare un’altra donna probabilmente in un altro piano di realtà.
Penso a Kano Creta (“L’uccello che girava le viti del mondo” ndr), che sperimenta un atto sessuale incomprensibile quanto brutale, che le farà espellere grumi di dolore/piacere, feci e bava.
Penso a Myū (“La ragazza dello Sputnik” ndr) che, intrappolata in una ruota panoramica, vedrà una se stessa concedersi a Ferdinando. Un atto sessuale non voluto davvero, ma che si consuma in modo così osceno da sporcare e segnare la coscienza di Myū fino al trauma che l’allontanerà per sempre dal sesso.

Credo che Murakami abbia cambiato tutte le regole.
Il sesso nelle sue narrazioni è al centro eppure ne è fuori. È trascendentale e ha un che di spirituale. È la via maestra per sentire cose che non percepiamo nella normalità e ci aiuta a passare dall’altra parte.
Per questo non lo ricordiamo.

Ossidiana Cosmica, al secondo Martina Falchetti è designer e creativa. Ha creato un accogliente a raffinato progetto su Instagram in cui si confronta con la comunità che sta creando intorno a sé. Inizialmente nato come canale dedicato a libri e lettura, è presto diventato un aggregatore più corposo e ambizioso, che vi consiglio di seguire.

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Ossidiana Cosmica, Martina Falchetti

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Intervista Ribelle a Inside Porn

Fino a ora le “Interviste Ribelli” hanno avuto come protagonista una persona, mentre oggi ho il piacere di ospitare un collettivo formato da tre giovani donne che ho conosciuto personalmente qualche mese a Firenze durante il Festival della Sessuologia. Si tratta di Maria Giulia Giulianelli, Giulia Moscatelli e Arianna Quagliotto ovvero le ideatrici del progetto Inside Porn, nato all’Università di Bologna per poi affacciarsi al mondo non accademico.

Fuori dall’Università, dentro il porno:
Inside Porn ha deciso di parlare a tutt* del genere cinematografico più discusso e censurato.

Prima di unirvi nel collettivo Inside Porn qual era la vostra relazione con la pornografia?
Possiamo dire che l’aver fondato Inside Porn coincide con l’inizio del nostro percorso di approfondimento della pornografia, almeno per quel che riguarda l’audiovisivo; infatti, studiando tutte arti visive, non eravamo estranee all’uso del linguaggio pornografico in ambito artistico, fotografico e letterario, ma solo quando ci proposero di condurre una ricerca etnosemiotica abbiamo affrontato quella che comunemente possiamo trovare sulle piattaforme come PornHub.

Perché avete deciso di iniziare questo progetto?
Come suggerisce il nostro nome (Inside Porn, Dentro il Porno), il nostro desiderio è da subito stato quello di capire meglio il mondo della pornografia partendo da chi quel mondo lo costituisce. La scoperta è stata grande per quanto scontata: a fianco del classico porno mainstream era in movimento tutto un altro tipo di pornografia dichiaratamente legata a una maggiore inclusività delle possibili sfumature della sessualità.
Non volevamo un porno che categorizasse il proprio pubblico, ma che — al contrario — lo rappresentasse. 

Quali sono gli obiettivi e le modalità di Inside Porn?
Principalmente cerchiamo di creare degli spazi in cui si possa parlare di temi e questioni legati alla sessualità, aspetto della nostra vita che, purtroppo, a livello istituzionale, difficilmente viene affrontata in maniera consapevole e costruttiva. Promuovere la visione collettiva di prodotti pornografici ha molte valenze: in primo luogo culturale, cosa su cui ci battiamo molto. La pornografia viene considerata oscena e quindi poco degna di essere rappresentata, figuriamoci con una proiezione pubblica. Viene relegata alla sfera intima e molte persone, fra quelle che lo fanno, non ammettono di masturbarsi guardando porno. Attraverso le nostre serate vogliamo dimostrare l’esistenza di una pornografia che invece crea anche dei discorsi politici e sociali e, che ci crediate o no, esteticamente non ha nulla da invidiare ad altri generi cinematografici. L’obiettivo principale è riuscire a coinvolgere il pubblico, stimolarlo a un dibattito intorno a quello che hanno visto e a come vivono la propria sessualità e quella degli altri: il porno ti fa scoprire un sacco di cose e, se è vero che il diverso fa paura proprio per ignoranza, allora non c’è modo migliore che divulgare differenti punti di vista attraverso lo strumento che più li mette in scena.

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Ce l’ho Porno 2018, Inside Porn

La “fuoriuscita” dall’ambito accademico, all’interno del quale è nato Inside Porn, è definitiva o avete semplicemente ampliato il vostro obiettivo e quindi il pubblico di riferimento?
All’epoca della ricerca vera e propria eravamo tutte e tre studentesse universitarie, ora il nostro percorso accademico si è concluso però non vogliamo in nessun modo rifiutare quel mondo, anzi, vuoi mettere tenere una lezione sul porno all’università?! Pensiamo che l’ambiente accademico porti con sé una serie di codici che spesso entrano in conflitto con quella che è la nostra mission. Prima di tutto il linguaggio. Quando studiavamo semiotica non era semplice “tradurre” la nostra ricerca a chi se ne interessava: la semiotica ti costringe a un metalinguaggio molto specifico e per questo genere di temi è forse meglio essere un po’ più pop. Inoltre quando tenemmo una lezione all’interno di un ciclo di seminari dedicati alla ricerca, dovemmo censurare una penetrazione anale: se ci battiamo affinché la pornografia non sia più ghettizzata è necessario per noi non avere restrizioni su ciò che mostriamo. Gli spazi che ci hanno successivamente ospitate (Kinodromo, Cassero, Cinema Europa e altri) hanno dimostrato di avere completa fiducia nelle nostre rassegne e il pubblico che è intervenuto si è rivelato essere partecipe ed eterogeneo.

Che tipo di pornografia vi piace e vorreste divulgare?
Questa domanda può avere una duplice risposta: come studiose di pornografia potremmo affermare che ci piace tutta, come consumatrici preferiamo alcuni prodotti rispetto ad altri. Crediamo che tutta la pornografia abbia una sua dignità, ovviamente fintanto che per produrla ci si attiene alle basilari norme di consenso e sicurezza, ma siamo più interessate a divulgarne il lato meno conosciuto e standardizzato. Ciò che proiettiamo alle nostre serate sono porno che hanno una distribuzione più per festival che attraverso il web, tranne alcuni casi più celebri, come Erika Lust, per cui difficilmente vi si potrebbe accedere da casa propria. Vederli sullo schermo del cinema enfatizza l’esperienza catturando l’attenzione dello spettatore ponendolo in un contesto diverso dall’abituale visione domestica, aggiungi la possibilità di interagire direttamente con performer e registi presenti in sala e si può costruire uno spazio in cui parlare liberamente di sessualità.

Secondo voi la pornografia ha un valore pedagogico?
Può avere una valore pedagogico ma non deve per forza esserlo. Questo non vale solo per il porno, ma per qualsiasi mezzo espressivo. Alcuni produttori e performer sono sicuramente più consapevoli della sua possibilità educativa e rendono esplicito questo aspetto assumendolo come valore portante della propria produzione. Si parla molto della pornografia come primo vero approccio alla sessualità, prima ancora di un rapporto o di una relazione, quindi è inevitabile porsi delle domande in questo senso. In Italia l’educazione sessuale è spesso affrontata nel suo aspetto biologico, tralasciando completamente discorsi come il piacere o l’orientamento sessuale e il porno si rivela uno dei mezzi che più mette in gioco queste tematiche. Bisognerebbe fornire gli strumenti giusti a chi utilizza la pornografia come una sorta di “prima esperienza”, per comprendere quello che sta guardando, si parla alla fine di giovanissimi.

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Lunedì Porno al Cinema Europa (2018)

Conoscete il cosiddetto “porno femminista”? Se sì, ci spieghereste cosa lo distingue da altri tipi di porno?
Inizialmente, si parla degli anni ’80, il porno femminista si caratterizzava per il fatto di essere fatto da donne per le donne. All’epoca i film porno erano concentrati perlopiù sulla figura maschile e i “porno per donne” erano fatti da uomini che aggiungevano qualche “preliminare” in più alla scena di sesso. Nella maggior parte dei casi le prime registe e produttrici di porno femministi erano lavoratrici nell’industria pornografica, che decisero di creare da sé i propri film mettendo in primo piano il piacere femminile. Era proprio il fatto di assumere la donna non più solo come genere/organismo biologico davanti alla telecamera ma tutta la sua soggettività femminile, con il suo vissuto e il suo personale sguardo sul vivere la sessualità. Si trattava di rivendicare il proprio corpo, il piacere e il diritto ad amare il sesso esattamente come gli uomini. Con il passare degli anni il “porno femminista”, di pari passo con il femminismo stesso, ha ampliato il suo campo d’azione diventando più fluido e concentrando la lotta sui diritti di tutt*.

Il vostro ambito di ricerca e interesse è relativo solo alla pornografia cinematografica o alla letteratura in senso lato?
La ricerca è nata come specifica sul settore audiovisivo, ma con il passare del tempo abbiamo approfondito altri ambiti. Di fatto siamo interessate a tutte le espressioni possibili della sessualità, dal porno cinematografico alla fotografia, dalla performance all’installazione. Per quanto riguarda la letteratura siamo delle instancabili lettrici di testi relativi all’argomento, passione che cerchiamo di condividere attraverso “La piccola biblioteca del porno”, rubrica che esce nella nostra newsletter ogni mese con un titolo diverso per suggerire uno spunto di lettura al nostro pubblico: siamo sempre alla ricerca di altri autori per cui chiediamo ai lettori di agit-porn di consigliarci nuovi libri!

In cosa consiste “Ce l’ho porno” e come selezionate i film da proporre al pubblico?
Per quanto riguarda i normali eventi Ce l’ho Porno frequentiamo i festival nazionali e internazionali in modo da coinvolgerli per presentare una piccola selezione del loro programma a una nostra serata. Abbiamo per esempio organizzato due date in collaborazione con il Fish & Chips Film Festival e una con l’Hacker Porn Film Festival, così da poter fornire al nostro pubblico un assaggio del panorama pornografico indipendente contemporaneo.
La particolarità di questa stagione 2019/2020 è che, per la prima volta, abbiamo avuto la possibilità di curare una sezione di un festival, il Ce l’ho Corto Film Festival che si terrà a Bologna dal 28 al 30 Novembre, quindi di selezionare i cortometraggi attraverso una call pubblica aperta a tutti. Il modus operandi di entrambe le tipologie di selezione è sempre quella di pensare a una scaletta che dia spazio a diversi registri stilistici e a tipologie di opere, la selezione del festival rispecchia questa filosofia proponendo documentari, porno espliciti e corti di animazione. Ci piace scoprire con il nostro pubblico le infinite possibilità espressive della pornografia e approfittare dell’occasionalità del momento per conversare insieme.

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Maddalena Bianchi, Inside Porn e Son Braciola @ Lunedì Porno al Cinema Europa (2018)

Claudia Ska

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Il vello d’oro

Nella mitologia greca Crisomallo era un ariete alato dai poteri magici. Provvisto di una pelliccia dorata, è soprattutto famoso grazie al mito degli Argonauti, quello che racconta le vicissitudini di Giasone e di altri 50 eroi (machismo ne abbiamo?!) che partirono alla volta della Colchide per appropriarsi del vello d’oro del suddetto Crisomallo, ormai morto sacrificato da un pezzo e la cui pelliccia era custodita da un drago.
Ci tengo a ricordare che, per poter prendere il vello, a Giasone servì l’aiuto di Medea, come a Teseo quello di Arianna per uscire dal labirinto, giusto per fare un altro nome. Per puntualità filologica in stile “trattoria da Claudia Ska”: entrambe furono vilmente abbandonate. La prima si vendicò in modo rocambolesco, la seconda si unì a Dioniso (il dio dei festini, delle orge e del vino a pioggia: un ciaone a Teseo!).

Questa premessa serve principalmente a ostentare gli studi classici e che ho una passione per i miti greci, ma altresì a introdurre le foto che ho fatto qualche tempo fa con Renato Buontempo, conosciuto l’estate scorsa sul set di I am naked on the Internet, ospitato nel suo atelier.
Qualche giorno prima di posare con Renato ho iniziato a ricapitolare nella mente ciò che avrei dovuto fare: scegliere alcuni outfit, i trucchi da portare e infine depilarmi, visto che da settimane giravo nature seppure con imbarazzo (pantaloni lunghi, magliette con le maniche corte e non canottiere, per non parlare della soggezione per la peluria sul labbro superiore). Non avevo voglia di togliere i peli e rivendicavo il mio corpo così com’era, ma ero contemporaneamente a disagio perché non ci ero abituata e la Società ridicolizza questa scelta. Ci ho pensato su e poi ho scritto a Renato dicendogli che avevo i peli e avrei voluto posare così, come mai avevo fatto, neanche negli autoscatti. Solo in seguito ho pensato al mio messaggio: mi sono giustificata riguardo il mio corpo, la mia peluria; l’ultima volta che lo feci fu quando frequentai una persona a cui piacevo TUTTA, SEMPRE e che infatti — quando mi scusai — mi guardò come a dire: “E sti cazzi?!”.

Voglio condividere una selezione di foto del set con Renato in cui si vedono peli, smagliature, cellulite, ventre un po’ gonfio, quelle che la Società definisce imperfezioni rispetto a uno standard verosimilmente inarrivabile a meno che non siate mannequin (in francese rende pienamente l’idea) di 40 chili per un metro e 80 centimetri di altezza, che — al posto di cibarsi — sniffano.

Per me spogliarmi non significa far vedere la fica, le tette, le chiappe, piuttosto mostrare quello che solitamente nascondo con un senso che somiglia alla vergogna più che al pudore. Non voglio sentirmi desolata se non faccio la ceretta, se non mi rado, se non uso l’epilatore elettrico, se non mi sparo la luce pulsata o il laser, se non utilizzo creme depilatorie, se non mi strappo ogni singolo pelo con la pinzetta o col filo, e sarebbe una storia meravigliosa se vi dicessi che non mi sentirò più a disagio dopo la pubblicazione di questo articolo, ma la verità è che esibisco il pelo più disinvoltamente su Internet che non nella realtà.

Non sono pronta ad attraversare quell’impaccio nel quotidiano, ad avere occhi puntati addosso che mi osservano giudicanti, che mi deridono; se accadesse potrebbero presentarsi due situazioni: immensa soggezione o immensa rabbia con conseguente sbrocco plateale.
So che la depilazione è una questione meno rilevante di altre, ma agisce in modo prepotente come tutto ciò che riguarda i nostri corpi, impreparati ad autodeterminarsi in un contesto dove essere divers* è uno stigma.

I miei peli mi fanno riflettere su circostanze ben più complesse e mi fanno comprendere che, se io mi sento in difficoltà per una sciocchezza come questa, chissà quale spettro di emozioni attraversano le persone grasse, le persone di etnia differente dalla caucasica, le persone lgbtqi+, le persone poliamorose, le persone disabili, le persone povere, e insomma tutte quelle che non sono persone bianche, etero, abili, con un reddito.
Dovremmo imparare a immergerci nel disagio altrui per evitare il giudizio.
Aiuterebbe la causa anche farsi i cazzi propri, a latere.

Si ringrazia la lingua italiana per le espressioni idiomatiche sessiste.

Claudia Ska

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[Guest Post] “La strada è il mio ufficio” di Giulia Zollino

Sono un’operatrice di strada e ormai per me la strada non è più solo quel luogo che puzza di asfalto, su cui le macchine sfrecciano frenetiche. Ogni settimana, a bordo di un’utilitaria blu notte, distribuisco preservativi e ascolto chi la strada la vive e la respira ogni giorno: le prostitute, le lucciole, le puttane, le lavoratrici sessuali.

Per gran parte della mia vita la strada non ha avuto nessun valore, nessun significato. È stata semplicemente un tramite, un percorso da attraversare per raggiungere qualcosa (o qualcuno),  tuttalpiù qualcosa da osservare annoiata dal finestrino di un treno.
La strada in quanto spazio a sé non esisteva, non per me. Potevo avventurarmi in riflessioni  sul simbolico di qualche spazio occupato, sul valore storico e politico di una piazza, ma non sulla strada. Insomma, io e la strada eravamo legate da un rapporto di pura utilità.

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La strada, Giulia Zollino

La complessa meraviglia della strada l’ho (ri)scoperta sulla Via Emilia.
Era notte; avevo la febbre e il cuore in gola.
«Come ti senti? ‒ mi chiese un’altra operatrice ‒ Stasera cominciamo da qui» mi disse mostrandomi la mappa della città.
«C’è qualcosa che non devo dire?» chiese una me piena di dubbi e paura di sbagliare.
«Lo capirai. Comportati normalmente».
Quelli che fino al giorno prima erano solo dei nomi scritti su carta, quella notte sarebbero diventati volti, persone.

«Ciao! Che begli occhi… sei nuova?» mi chiese V. “Grossa, robusta, bionda, ucraina” diceva il file nominativi. Quella sera aveva una gonna di jeans molto anni ‘90, Camperos marroni, un giubbottino attillato da cui spuntavano due grosse tette e un colbacco bianco in testa. Non dimenticherò mai quell’outfit improbabile.
Qualche chilometro più avanti c’era T., una trans peruviana dai capelli castano scuro. Era bellissima (lo è sempre). Indossava una pelliccia bianca che le arrivava ai piedi. Le scarpe argento erano altissime e piene di brillantini. Gli occhi, marrone scuro, erano segnati da una riga di eye-liner color oro.
«Ma ciao bel cioccolatinooo!» disse al mediatore nigeriano poco più che sessantenne, roteando la borsetta in aria. Affianco a lei, davanti al Diesel, Rebecca, un’altra trans peruviana. Quell’incontro fu breve ma impreziosito da una gestualità per me tutta nuova. Dalla borsetta tirò fuori uno specchietto e con un colpo netto si sistemò la parrucca: «Ti piace? L’ho pagata 200 euro».  Con l’altra mano prese i preservativi e con l’abilità di chi ha ripetuto quel gesto mille volte, li sistemò nella borsetta dividendoli uno a uno.
A partire da quella notte avrei rivisto quei gesti, sentito quegli odori e toccato quelle mani (e non solo) fredde d’inverno e calde d’estate ogni settimana, per più di un anno.

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Georgina Orellano, Furiosaurbana

Con una visione tutta goffmaniana, lo spazio urbano è un palcoscenico che ospita l’incessante mutamento delle soggettività e degli oggetti che lo abitano. La strada fa da sfondo a un incessante rituale in cui le signore acquistano e difendono il proprio spazio a colpi di rossetti colorati e battute scanzonate.
«Questo pezzo è mio. Non ci può stare nessun’altra».
L’angolo, il marciapiede, il lampione malfunzionante, il pezzo di strada diventa una proprietà, un luogo in cui la separazione tra sfera pubblica e sfera privata non è poi così marcata. I confini si sfumano, nulla è definito e definitivo.
Quando si parla di strada come luogo della pratica prostitutiva è facile darne una rappresentazione parziale e tendente a evidenziarne gli aspetti più oscuri e violenti, ma la strada è un luogo pieno di contraddizioni e, per questo, difficile da raccontare.
È calda e fredda allo stesso tempo. Tremendamente semplice e meravigliosamente complessa.
Ricca e spoglia. Sporca, cruda, diretta, ruvida ma anche dolce, delicata, abbagliante.
È incantatrice, invitante, performativa, teatrale, grezza.

La strada è uno spazio di azione, di espressione del sé. È libertà, gioco, ironia.

A fare la strada sono le persone, le signore della notte (e del giorno) con il loro modo di “stare”, di giocare con quei codici tipici delle “operatrici stradali”, come ama definirsi Cristina. Per le “favolose signore” la strada diventa un ambiente “familiare, favorevole, agito e agevole”, in cui esibire, estremizzare o nascondere parte di sé*. Quel modo di calpestare la strada e di imporre coraggiosamente la propria presenza è unico, personale. Ti entra dentro e ti travolge.
«La calle te enseña todo» mi ripete ogni tanto Sandra.
Ha ragione. A me, che mi trovo dall’altro lato, con il volto incorniciato da un finestrino, ha insegnato molte cose.  Mi ha mostrato altre modalità di (re)esistere e di occupare lo spazio con il proprio corpo, a testa alta, con coraggio. Mi ha insegnato a sfidare i giudizi, a osare e prendermi la libertà di giocare. Con la strada ho imparato a ridere degli altri, del mondo e di me stessa, oltre che «la menta ammazza il sentimento di sesso».

*P. Marcasciano, “L’aurora delle trans cattive”, Alegre, Roma, 2018

Giulia Zollino si è laureata in antropologia ed è un’operatrice di strada nonché un’educatrice sessuale. Su Instagram cura un profilo in cui racconta la sua professione con ironia e disincanto per informare e aiutare a de-stigmatizzare il lavoro sessuale.

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Giulia Zollino

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