La categoria è: intersezionalità!

Di recente ho iniziato a vedere con una certa assiduità alcune serie tv e le ho trovate qualitativamente eccellenti, sia in termini di sceneggiatura che di recitazione.

Una che ho divorato è stata “Pose”.
Sebbene la prima stagione sia un po’ lenta e ripetitiva, sono riuscita ad andare oltre un lieve pregiudizio dovuto al ritmo e alla trama e, devo ammettere, che la seconda è stata davvero emozionante.
Le ballroom fanno da sfondo alle vicissitudini di persone transessuali (principalmente m to f), omo/bi-sessuali che vivono una costante discriminazione. L’ambientazione durante gli anni del governo Regan prima (col presagio di Trump che aleggia dall’omonima torre grande come il suo ego) e di quello Bush Senior poi, rende bene l’idea di un Paese per bianchi, etero, ricchi, sani.
A uno sguardo superficiale e affrettato potrebbe sembrare la storia di un gruppo di trans e gay il cui unico obiettivo è primeggiare ai ball, sfoggiando mise e pose audaci e sorprendenti, ma racconta innanzitutto le vicende di persone sulla (o ben oltre) soglia di povertà, che si prostituiscono o spacciano perché sembrano non esserci alternative quando anche fare la commessa non è accettabile se sei una persona transessuale immigrata, che si esibiscono in night club di bassa categoria o peep show malfamati, che non possono entrare in un gay bar perché è frequentato da uomini (bianchi) che escludono con violenza verbale e fisica transessuali, transgender e travestit* (molto interessante la discriminazione agita all’interno della comunità LGBTQI+ stessa, della quale si parla ancora troppo poco).
“Pose” parla molto di HIV e AIDS, di quanto sia costoso curarsi per chi non si può permettere un’assicurazione sanitaria e viene abbandonat* in ospedali fatiscenti, dove il personale medico e paramedico non basta, quello che c’è è spesso prevenuto, razzista, sessista, classista, salvo rare eccezioni. Affronta il tema della gentrification, del potere, dei soldi, della costruzione di un’identità personale e collettiva, anche in tale senso assume rilievo: viene passato il messaggio che la differenza viene fatta dai gruppi, dalle azioni plurali, dall’unione delle forze. Sì, c’è della retorica, me ne rendo conto, stiamo pur sempre parlando di una serie televisiva statunitense, ma questo non sminuisce la portata del progetto.

La sua forza sono le attrici e gli attori trans e omo/bi-sessuali: finalmente un’autorappresentazione che non risulta macchiettistica e, peggio ancora, moralista.
Mi permetto di spezzare una lancia a favore di attrici e attori cis, e magari etero, che nel corso della storia hanno interpretato personaggi transessuali e transgender: sono la prima a pensare che per interpretare (bene) un ruolo non si debba necessariamente essere, appartenere, identificare col personaggio, altrimenti nessuno avrebbe potuto vestire i panni di Hitler – per dire – ma va detto che, quelle che un mondo eteronormato e cisgenere tratta e definisce come minoranze, sono state messe in scena da sceneggiature e interpretazioni distanti dalla realtà, senza tenerle in considerazione.
Ciò ha origini estremamente antiche, se vogliamo: risale alle tragedie e commedie greche nelle quali le donne non potevano recitare e tutti i personaggi venivano interpretati da uomini.
Indicativo il caso di “Lisistrata”: una commedia dissacrante di Aristofane del 411 a. C. Lisistrata è una donna ateniese che riunisce e si mette a capo di un nutrito gruppo di donne provenienti da tutta la Grecia affinché si rifiutino di fare sesso con gli uomini, per convincerli a mettere fine alla guerra del Peloponneso. Peccato che quelle donne fossero interpretate da uomini, quelli che lo stesso Aristofane biasimava e ridicolizzava.

L’appropriazione di genere, come quella culturale, ha radici ben affondate in un terreno che solo relativamente di recente si sta smuovendo, non senza polemiche, ed è per questo che “Pose” assume un valore così grande. Portare sullo schermo quei personaggi e farli diventare popolari ha un’influenza sulla Società; di questo si parla nella serie stessa, quando esplode “Vogue” di Madonna e si intuisce che i riflettori verranno puntati sui ball e sulle persone che li animano. Una visibilità che è stata ed è strumentalizzata, ma che ha messo le/i protagonist* al centro della scena, almeno per un breve periodo.

Madonna cantava:

«[…] It makes no difference if you’re black or white
if you’re a boy or a girl.
If the music’s pumping it will give you new life
you’re a superstar, yes, that’s what you are, you know it
Come on, vogue!
Let your body move to the music (move to the music)…»

Potremmo continuare a parlare di appropriazione culturale: una donna bianca ha incrementato il proprio successo dipingendo le atmosfere delle ballroom, con un video patinato nel quale danzava con aitanti ballerini, in cui non vi è traccia di persone transessuali e apparivano solo due o tre donne. La protagonista era sempre lei, nonostante cantasse di un mondo di cui non faceva parte.

Quando pensate che il femminismo sia un argomento obsoleto, che riguarda esclusivamente le donne e magari le donne bianche benestanti, borghesi, guardate “Pose” e ne riparliamo.
Abbiamo bisogno di intersezionalità e di riflettere sul significato di questa parola, “Pose” ci dà l’occasione per farlo.

Claudia Ska

 

L’ossessione per l’HIV è un affare

Il primo dicembre è la giornata mondiale contro l’AIDS, che è la sindrome dell’immunodeficienza acquisita ed è causata dal virus dell’HIV. Come a ogni ricorrenza si coglie l’occasione per affrontare pubblicamente il tema e cercare di sensibilizzare all’uso di metodi preventivi (innanzitutto i condom, sporadicamente si fa riferimento a oral dam e guanti) e per invitare a fare controlli periodici e informarsi.

Di recente ho riflettuto sul paradosso della questione: mettendo sotto i riflettori l’HIV e l’AIDS per cercare di fare chiarezza, secondo me si rafforza il biasimo verso le persone che hanno contratto il virus, mettendo la questione su un piano diverso rispetto a quello di altre infezioni contratte sessualmente.
Perché il virus dell’HIV dovrebbe farci più paura dell’epatite, dell’herpes genitale, della chlamydia trachomatis, del papilloma (HPV), dell’ureaplasma urealyticum, del mycoplasma genitalium, del trichomonas vaginalis, della gonorrea, della sifilide? Molti di essi sono asintomatici, alcuni se non individuati e trattati tempestivamente possono portare a patologie.
E allora perché tutta questa ignoranza e indifferenza nei confronti delle ITS (infezioni trasmissibili sessualmente)?

Dal mio punto di vista la questione è principalmente politica.

L’HIV e l’AIDS sono stati spesso descritti come il male del secolo e non a caso la narrazione che se ne è fatta ha contribuito a rafforzare lo stigma nei confronti della comunità LGBTQI+, specialmente quella maschile e transessuale m to f (male to female), che a partire dagli anni ‘80 era quella più colpita dal virus.
Sono iniziate così le campagne e le ricerche per tentare di circoscrivere il fenomeno e trovare le cure, ma contemporaneamente le persone con HIV sono state isolate, raccontate con la doppia accezione di vittime e carnefici.
Se il sesso era un tabù, il terrorismo psicologico e politico riguardo il virus lo hanno fortificato, contribuendo a intensificare il pensiero sessuofobico. La stessa attenzione dedicata al virus dell’immunodeficienza umana non è stata dedicata alle sopra citate infezioni trasmissibili sessualmente e così la gente ha il terrore di contrarre l’HIV ma non l’herpes, per dire.

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Hush Naidoo via Unsplash

Gli esami per l’HIV sono spesso gratuiti e anonimi se effettuati in strutture sanitarie pubbliche, perché non è funziona così per tutte le ITS?
In linea generale prima di accedere ai test per ITS si fanno colloqui con personale medico e/o paramedico dove viene chiesto che tipo di vita sessuale si conduce, che tipo di rapporti si sono avuti, con particolare attenzione ai rapporti non monogami e a quelli promiscui. Ora, parliamoci chiaramente, posso pure essere la persona più monogama del mondo, ma se la mia/il mio partner sessuale/affettiv* non lo è a mia insaputa e facciamo sesso senza l’uso di metodi barriera, capite bene che questi colloqui lasciano il tempo che trovano.
Mi sembra che tali informazioni vengano raccolte per mera tassonomia, non per un reale interesse alle persone e per poterle informare e istruire eventualmente in merito.
Quando andiamo a fare degli esami di laboratorio considerati di routine (emocromo, glicemia, colesterolo, trigliceridi e via discorrendo) non ci fanno il terzo grado: elenchiamo quali esami vogliamo eseguire, paghiamo se c’è da pagare, l’infermier* esegue il prelievo e aspettiamo pazientemente i risultati; perché per le ITS non è così, perché spesso ci si ritrova a subire un quarto grado di persone poco professionali e giudicanti?
Se vogliamo normalizzare queste tematiche — non per banalizzarle o passare il messaggio che non si debba fare attenzione, ma al contrario per inserirle in un discorso ampio e inclusivo di informazione, prevenzione e cura — allora dobbiamo approcciarci a esse come alle altre. Qualcun* potrebbe obiettare che se ho il colesterolo alle stelle non rischio di essere contagiosa, ma le ITS non sono le uniche infezioni che possiamo trasmettere, solo che su di esse c’è un’ossessione, e in particolare sull’HIV, perché la trasmissione avviene per via sessuale, appunto. Se non è sessuofobia questa, spiegatemi cosa altro potrebbe essere.

Inoltre mi amareggia la retorica, seppure con intenti positivi, che permea non solo la giornata mondiale contro l’AIDS ma la questione nella sua interezza.

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Natasha Spencer via Unsplash

Seppure apprezzo il lavoro di alcune associazioni e fondazioni, tutta questa divisione e concentrazione su problematiche specifiche secondo me non fa che dividere anziché unire, stigmatizzare, anziché famigliarizzare.
Questo è il paradosso di cui sopra.
Chi ha contratto il virus soffre comprensibilmente dello stigma, quindi desidera che se ne parli in un certo modo per normalizzare l’argomento ed equipararlo al resto delle altre infezioni, ma di fatto questa parificazione sembra non esserci. Si continua a parlare di HIV e ITS, persone sieropositive e persone sane (persone con altre infezioni: non pervenute per inconsapevolezza, vergogna, pressapochismo, varie ed eventuali), profilattici per difendersi da HIV e gravidanze (ah, sì, anche dalle ITS, ma non non possiamo stare a enumerarvi quali, arrangiatevi!).
Se le ITS sono parimenti deleterie, perché non vengono raccontate in modo univoco?
Trovo tutto questo dannoso e ipocrita.
Un ulteriore esempio che mi fa indisporre e che contribuisce a bollare la comunità LGBTQI+: ai Pride si trovano numerosi stand di enti, associazioni e fondazioni dove testarsi per l’HIV, permane questa connessione tra non eterosessualità e immunodeficienza acquisita.
La mia non è una critica al fatto che si possano fare gratuitamente i test, anzi, ben venga, ma perché solo dell’HIV? Perché proprio durante i Pride se, peraltro, recenti indagini statistiche riportano che le persone contagiate dichiarano di avere un orientamento eterosessuale, seguite subito dopo da uomini che fanno sesso con altri uomini (presumo gay o eventualmente bisessuali)?

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Teddy Osterblom via Unsplash

È molto facile scivolare trattando argomenti come questo, non so se sono stata in grado di veicolare quello che penso in modo lineare, chiaro e non equivoco, ci ho provato con tutta onestà e mi piacerebbe sapere cosa ne pensate, perché se ritenete che abbia scritto sciocchezze, che sia stata poco precisa, ambigua e se desiderate confrontarvi sul tema, a me farebbe molto piacere, perciò commentate, scrivetemi un’email oppure contattatemi tramite Instagram o Facebook.

Claudia Ska

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