La categoria è: intersezionalità!

Di recente ho iniziato a vedere con una certa assiduità alcune serie tv e le ho trovate qualitativamente eccellenti, sia in termini di sceneggiatura che di recitazione.

Una che ho divorato è stata “Pose”.
Sebbene la prima stagione sia un po’ lenta e ripetitiva, sono riuscita ad andare oltre un lieve pregiudizio dovuto al ritmo e alla trama e, devo ammettere, che la seconda è stata davvero emozionante.
Le ballroom fanno da sfondo alle vicissitudini di persone transessuali (principalmente m to f), omo/bi-sessuali che vivono una costante discriminazione. L’ambientazione durante gli anni del governo Regan prima (col presagio di Trump che aleggia dall’omonima torre grande come il suo ego) e di quello Bush Senior poi, rende bene l’idea di un Paese per bianchi, etero, ricchi, sani.
A uno sguardo superficiale e affrettato potrebbe sembrare la storia di un gruppo di trans e gay il cui unico obiettivo è primeggiare ai ball, sfoggiando mise e pose audaci e sorprendenti, ma racconta innanzitutto le vicende di persone sulla (o ben oltre) soglia di povertà, che si prostituiscono o spacciano perché sembrano non esserci alternative quando anche fare la commessa non è accettabile se sei una persona transessuale immigrata, che si esibiscono in night club di bassa categoria o peep show malfamati, che non possono entrare in un gay bar perché è frequentato da uomini (bianchi) che escludono con violenza verbale e fisica transessuali, transgender e travestit* (molto interessante la discriminazione agita all’interno della comunità LGBTQI+ stessa, della quale si parla ancora troppo poco).
“Pose” parla molto di HIV e AIDS, di quanto sia costoso curarsi per chi non si può permettere un’assicurazione sanitaria e viene abbandonat* in ospedali fatiscenti, dove il personale medico e paramedico non basta, quello che c’è è spesso prevenuto, razzista, sessista, classista, salvo rare eccezioni. Affronta il tema della gentrification, del potere, dei soldi, della costruzione di un’identità personale e collettiva, anche in tale senso assume rilievo: viene passato il messaggio che la differenza viene fatta dai gruppi, dalle azioni plurali, dall’unione delle forze. Sì, c’è della retorica, me ne rendo conto, stiamo pur sempre parlando di una serie televisiva statunitense, ma questo non sminuisce la portata del progetto.

La sua forza sono le attrici e gli attori trans e omo/bi-sessuali: finalmente un’autorappresentazione che non risulta macchiettistica e, peggio ancora, moralista.
Mi permetto di spezzare una lancia a favore di attrici e attori cis, e magari etero, che nel corso della storia hanno interpretato personaggi transessuali e transgender: sono la prima a pensare che per interpretare (bene) un ruolo non si debba necessariamente essere, appartenere, identificare col personaggio, altrimenti nessuno avrebbe potuto vestire i panni di Hitler – per dire – ma va detto che, quelle che un mondo eteronormato e cisgenere tratta e definisce come minoranze, sono state messe in scena da sceneggiature e interpretazioni distanti dalla realtà, senza tenerle in considerazione.
Ciò ha origini estremamente antiche, se vogliamo: risale alle tragedie e commedie greche nelle quali le donne non potevano recitare e tutti i personaggi venivano interpretati da uomini.
Indicativo il caso di “Lisistrata”: una commedia dissacrante di Aristofane del 411 a. C. Lisistrata è una donna ateniese che riunisce e si mette a capo di un nutrito gruppo di donne provenienti da tutta la Grecia affinché si rifiutino di fare sesso con gli uomini, per convincerli a mettere fine alla guerra del Peloponneso. Peccato che quelle donne fossero interpretate da uomini, quelli che lo stesso Aristofane biasimava e ridicolizzava.

L’appropriazione di genere, come quella culturale, ha radici ben affondate in un terreno che solo relativamente di recente si sta smuovendo, non senza polemiche, ed è per questo che “Pose” assume un valore così grande. Portare sullo schermo quei personaggi e farli diventare popolari ha un’influenza sulla Società; di questo si parla nella serie stessa, quando esplode “Vogue” di Madonna e si intuisce che i riflettori verranno puntati sui ball e sulle persone che li animano. Una visibilità che è stata ed è strumentalizzata, ma che ha messo le/i protagonist* al centro della scena, almeno per un breve periodo.

Madonna cantava:

«[…] It makes no difference if you’re black or white
if you’re a boy or a girl.
If the music’s pumping it will give you new life
you’re a superstar, yes, that’s what you are, you know it
Come on, vogue!
Let your body move to the music (move to the music)…»

Potremmo continuare a parlare di appropriazione culturale: una donna bianca ha incrementato il proprio successo dipingendo le atmosfere delle ballroom, con un video patinato nel quale danzava con aitanti ballerini, in cui non vi è traccia di persone transessuali e apparivano solo due o tre donne. La protagonista era sempre lei, nonostante cantasse di un mondo di cui non faceva parte.

Quando pensate che il femminismo sia un argomento obsoleto, che riguarda esclusivamente le donne e magari le donne bianche benestanti, borghesi, guardate “Pose” e ne riparliamo.
Abbiamo bisogno di intersezionalità e di riflettere sul significato di questa parola, “Pose” ci dà l’occasione per farlo.

Claudia Ska

 

La fine è il mio inizio (cit.)

È stato un anno impegnativo e ricco di sorprese.
Ho iniziato questo progetto completamente sola, se non fosse stato per l’aiuto che mi fu dato dal mio amico Bedo, che ringrazio per avermi spiegato le nozioni base di WordPress e avere ideato una grafica in pieno stile agit-prop poi sostituita da questa che vedete, meno personalistica e più pop creata su misura dall’illustrastrice Giulia Nicolino, meglio nota come linEEtte.
In un secondo momento ho proposto a Gea Di Bella di collaborare in qualità di studiosa e appassionata di arte, che si dedica con amore alla sezione “Open Space” curando le mostre che pubblichiamo trimestralmente.
Abbiamo iniziato con Paola Malloppo e il servizio fotografico che ha condiviso in anteprima con agit-porn “Sara e Pepe: una prima volta“, poi è stata la volta di Azoto con le sue illustrazioni queer cyber punk e infine un’edizione speciale per dicembre in cui mostriamo una serie di foto dal progetto “Vita Privata” di Ossidiana Cosmica.

Nell’ottica di dare voce e spazio a punti di vista diversi e multisfaccettati, di arricchire agit-porn con altri contenuti e soprattutto di farlo diventare il più corale possibile, ad agosto è stato pubblicato il primo guest post scritto da Urfidia, seguito da quello di Mi Chiamo Maschio, Polycarenze, Gohar, Caffein Butt, Giulia Zollino, Ossidiana Cosmica, girlsplaining e Danilo Campanella, che ha fatto addirittura una doppietta.
Ho conosciuto queste persone, tranne Danilo – autore per “Erottica – sguardi obbliqui di corpi dilatati” (il 15° numero di “Rivista di Scienze Sociali” che curai nel 2016) – su Instagram, tramite il profilo @agit_p.o.r.n che è stato disattivato lo scorso 12 dicembre, senza una motivazione precisa, nonostante sappia perfettamente di non avere rispettato più volte le linee guida (di cui ho parlato qui e qui).

Non sono mancate ospiti che ci hanno dedicato il proprio tempo rispondendo alle domande che ho posto loro per la rubrica “Interviste Ribelli”, di cui fanno parte Rachele Borghi, Sara Silvera Darnich, Miss Mukade e il trio di Inside Porn.

A ottobre abbiamo avviato l’iniziativa “Sharing nudes“, nata per gioco proprio su Instagram: ho chiesto alle persone che mi seguivano di inviare tramite email delle foto. In tante e tanti vi hanno preso parte fino a ora, ringraziando per la possibilità di mostrarsi liberamente (anche se quasi nessun* mostra il volto, segno che lo stigma sulla nudità e sulla sessualizzazione è ancora fortissimo e per certi versi invalidante in molti ambiti dell’esistenza).

Vorrei che agit-porn si consolidasse come luogo in cui condividere opinioni non conformi alla norma, perché c’è bisogno di voci fuori dal coro. Sono molto presente e attiva su Instagram e risento malamente dell’approccio pop e spesso superficiale ad argomenti quali femminismo, sessualità, pornografia, discriminazione (che sia essa fisica, etnica, di genere, sessuale, di “abilità” o tutte queste messe assieme, ecco perché credo e sostengo il femminismo intersezionale).
Vorrei che si prendesse atto del grande paradosso in cui siamo invischiat*: la volontà che si finge necessità di essere visibili per esprimersi contro la reale necessità di sovvertire lo status quo.
Prima o poi i social chiuderanno, si trasformeranno, e in ogni caso ci vincoleranno tramite nuove e sempre più subdole forme di potere: creiamo spazi alternativi per liberarci e comunicare, che siano essi fisici o virtuali, poco importa.
agit-porn vuole essere proprio questo: uno spazio libero dove né le menti né i corpi conoscono censura. Spero che vogliate unirvi, e il mio augurio per il 2020 è che non smettiate mai di guardarvi e guardare il mondo che vi circonda con spirito critico e voglia di cambiare.

Vi auguro un proficuo e felice anno nuovo con una meravigliosa canzone di Mercedes Sosa: “Todo cambia”.

Claudia Ska

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[Guest Post] “Murakami after sex” di Ossidiana Cosmica

Prova a ricordare una scena di sesso in Murakami.
Prova a ricordarne i dettagli, il contesto, il fine.
Immagino sia più facile ricordarne le sensazioni, e non sono sempre positive, vero?
Ho scoperto una cosa: non ricordo tutte le scene di sesso in Murakami ma riesco a trovare la pagina esatta in ogni libro con una precisione chirurgica. Da qualche parte, la mia coscienza — a quanto pare — le ha archiviate con un certo ordine.
Ho fatto delle ricerche e ho scoperto che la maggior parte dei fan non si sente a suo agio a leggere scene di sesso nei suoi libri, la critica sta pensando addirittura di catalogare Murakami come un autore che «non sa scrivere di sesso».
Non me l’aspettavo.
Più leggo le opinioni “degli altri” e più sento che c’è qualcosa che non torna: «maschilista, sessista, noioso, inconcepibile, disturbante…»
Cerco tra i libri che possiedo, li rileggo. Ecco: l’aggettivo che stavo cercando e che è sfuggito a molti è /tra·scen·den·tà·le/

Il sesso in Murakami è Trascendentale.

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Haruki Murakami

Leggo ancora.
Mi accorgo che nella maggior parte dei casi il sesso è sempre diverso pur seguendo uno schema ben preciso, e sopratutto ha uno scopo che “trascende” dal sesso nella maggior parte dei casi.
Mi stupisco.
Sono stupita del fatto che Murakami non sessualizzi il sesso.
Come si fa a non sessualizzare il sesso?
Lo descrive.
Nella maggior parte dei casi lo descrive in modo quasi obiettivo, un susseguirsi di fatti e azioni avvenuti tra due o più persone in un lasso di tempo a volte non del tutto preciso. Il suo è uno descrivere pragmatico, realistico, ma non pornografico.
C’è inoltre un dettaglio da non trascurare: durante la lettura molti tendono a “rimuovere”  la scena di sesso (me inclusa). Credo che Murakami abbia la maestria di inserire il sesso nelle sue narrazioni senza forzare troppo la mano e senza avere la presunzione di volerci eccitare; forse è per questo che non lo ricordiamo del tutto.
Tendiamo a preservare una sensazione quasi decontestualizzandola, per questo — forse — molti si sentono disorientati. Perché in qualche modo cambia anche il fine e la percezione che siamo abituati ad avere del sesso.
Spesso il personaggio maschile è inerme, come paralizzato, subisce il sesso da parte di una donna, che non sempre ne gode, ma compie l’atto per un fine più grande. A volte è nei sogni, non è consensuale (etero e non), altre fa addirittura paura e cambia per sempre la vita dei personaggi.

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Nobuyoshi Araki

Leggo ancora.
Penso a “Kafka sulla spiaggia”, al rapporto sessuale tra una signora Saeki sonnambula e un giovane Kafka inerme che scoprirà di aver realizzato la profezia edipica dalla quale era fuggito.
Penso al rapporto tra la giovanissima Fukaeri e Tengo in “1Q84”. Fukaeri diviene traghettatrice del seme di Tengo che riuscirà ad inseminare un’altra donna probabilmente in un altro piano di realtà.
Penso a Kano Creta (“L’uccello che girava le viti del mondo” ndr), che sperimenta un atto sessuale incomprensibile quanto brutale, che le farà espellere grumi di dolore/piacere, feci e bava.
Penso a Myū (“La ragazza dello Sputnik” ndr) che, intrappolata in una ruota panoramica, vedrà una se stessa concedersi a Ferdinando. Un atto sessuale non voluto davvero, ma che si consuma in modo così osceno da sporcare e segnare la coscienza di Myū fino al trauma che l’allontanerà per sempre dal sesso.

Credo che Murakami abbia cambiato tutte le regole.
Il sesso nelle sue narrazioni è al centro eppure ne è fuori. È trascendentale e ha un che di spirituale. È la via maestra per sentire cose che non percepiamo nella normalità e ci aiuta a passare dall’altra parte.
Per questo non lo ricordiamo.

Ossidiana Cosmica, al secondo Martina Falchetti è designer e creativa. Ha creato un accogliente a raffinato progetto su Instagram in cui si confronta con la comunità che sta creando intorno a sé. Inizialmente nato come canale dedicato a libri e lettura, è presto diventato un aggregatore più corposo e ambizioso, che vi consiglio di seguire.

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Ossidiana Cosmica, Martina Falchetti

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Intervista Ribelle a Inside Porn

Fino a ora le “Interviste Ribelli” hanno avuto come protagonista una persona, mentre oggi ho il piacere di ospitare un collettivo formato da tre giovani donne che ho conosciuto personalmente qualche mese a Firenze durante il Festival della Sessuologia. Si tratta di Maria Giulia Giulianelli, Giulia Moscatelli e Arianna Quagliotto ovvero le ideatrici del progetto Inside Porn, nato all’Università di Bologna per poi affacciarsi al mondo non accademico.

Fuori dall’Università, dentro il porno:
Inside Porn ha deciso di parlare a tutt* del genere cinematografico più discusso e censurato.

Prima di unirvi nel collettivo Inside Porn qual era la vostra relazione con la pornografia?
Possiamo dire che l’aver fondato Inside Porn coincide con l’inizio del nostro percorso di approfondimento della pornografia, almeno per quel che riguarda l’audiovisivo; infatti, studiando tutte arti visive, non eravamo estranee all’uso del linguaggio pornografico in ambito artistico, fotografico e letterario, ma solo quando ci proposero di condurre una ricerca etnosemiotica abbiamo affrontato quella che comunemente possiamo trovare sulle piattaforme come PornHub.

Perché avete deciso di iniziare questo progetto?
Come suggerisce il nostro nome (Inside Porn, Dentro il Porno), il nostro desiderio è da subito stato quello di capire meglio il mondo della pornografia partendo da chi quel mondo lo costituisce. La scoperta è stata grande per quanto scontata: a fianco del classico porno mainstream era in movimento tutto un altro tipo di pornografia dichiaratamente legata a una maggiore inclusività delle possibili sfumature della sessualità.
Non volevamo un porno che categorizasse il proprio pubblico, ma che — al contrario — lo rappresentasse. 

Quali sono gli obiettivi e le modalità di Inside Porn?
Principalmente cerchiamo di creare degli spazi in cui si possa parlare di temi e questioni legati alla sessualità, aspetto della nostra vita che, purtroppo, a livello istituzionale, difficilmente viene affrontata in maniera consapevole e costruttiva. Promuovere la visione collettiva di prodotti pornografici ha molte valenze: in primo luogo culturale, cosa su cui ci battiamo molto. La pornografia viene considerata oscena e quindi poco degna di essere rappresentata, figuriamoci con una proiezione pubblica. Viene relegata alla sfera intima e molte persone, fra quelle che lo fanno, non ammettono di masturbarsi guardando porno. Attraverso le nostre serate vogliamo dimostrare l’esistenza di una pornografia che invece crea anche dei discorsi politici e sociali e, che ci crediate o no, esteticamente non ha nulla da invidiare ad altri generi cinematografici. L’obiettivo principale è riuscire a coinvolgere il pubblico, stimolarlo a un dibattito intorno a quello che hanno visto e a come vivono la propria sessualità e quella degli altri: il porno ti fa scoprire un sacco di cose e, se è vero che il diverso fa paura proprio per ignoranza, allora non c’è modo migliore che divulgare differenti punti di vista attraverso lo strumento che più li mette in scena.

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Ce l’ho Porno 2018, Inside Porn

La “fuoriuscita” dall’ambito accademico, all’interno del quale è nato Inside Porn, è definitiva o avete semplicemente ampliato il vostro obiettivo e quindi il pubblico di riferimento?
All’epoca della ricerca vera e propria eravamo tutte e tre studentesse universitarie, ora il nostro percorso accademico si è concluso però non vogliamo in nessun modo rifiutare quel mondo, anzi, vuoi mettere tenere una lezione sul porno all’università?! Pensiamo che l’ambiente accademico porti con sé una serie di codici che spesso entrano in conflitto con quella che è la nostra mission. Prima di tutto il linguaggio. Quando studiavamo semiotica non era semplice “tradurre” la nostra ricerca a chi se ne interessava: la semiotica ti costringe a un metalinguaggio molto specifico e per questo genere di temi è forse meglio essere un po’ più pop. Inoltre quando tenemmo una lezione all’interno di un ciclo di seminari dedicati alla ricerca, dovemmo censurare una penetrazione anale: se ci battiamo affinché la pornografia non sia più ghettizzata è necessario per noi non avere restrizioni su ciò che mostriamo. Gli spazi che ci hanno successivamente ospitate (Kinodromo, Cassero, Cinema Europa e altri) hanno dimostrato di avere completa fiducia nelle nostre rassegne e il pubblico che è intervenuto si è rivelato essere partecipe ed eterogeneo.

Che tipo di pornografia vi piace e vorreste divulgare?
Questa domanda può avere una duplice risposta: come studiose di pornografia potremmo affermare che ci piace tutta, come consumatrici preferiamo alcuni prodotti rispetto ad altri. Crediamo che tutta la pornografia abbia una sua dignità, ovviamente fintanto che per produrla ci si attiene alle basilari norme di consenso e sicurezza, ma siamo più interessate a divulgarne il lato meno conosciuto e standardizzato. Ciò che proiettiamo alle nostre serate sono porno che hanno una distribuzione più per festival che attraverso il web, tranne alcuni casi più celebri, come Erika Lust, per cui difficilmente vi si potrebbe accedere da casa propria. Vederli sullo schermo del cinema enfatizza l’esperienza catturando l’attenzione dello spettatore ponendolo in un contesto diverso dall’abituale visione domestica, aggiungi la possibilità di interagire direttamente con performer e registi presenti in sala e si può costruire uno spazio in cui parlare liberamente di sessualità.

Secondo voi la pornografia ha un valore pedagogico?
Può avere una valore pedagogico ma non deve per forza esserlo. Questo non vale solo per il porno, ma per qualsiasi mezzo espressivo. Alcuni produttori e performer sono sicuramente più consapevoli della sua possibilità educativa e rendono esplicito questo aspetto assumendolo come valore portante della propria produzione. Si parla molto della pornografia come primo vero approccio alla sessualità, prima ancora di un rapporto o di una relazione, quindi è inevitabile porsi delle domande in questo senso. In Italia l’educazione sessuale è spesso affrontata nel suo aspetto biologico, tralasciando completamente discorsi come il piacere o l’orientamento sessuale e il porno si rivela uno dei mezzi che più mette in gioco queste tematiche. Bisognerebbe fornire gli strumenti giusti a chi utilizza la pornografia come una sorta di “prima esperienza”, per comprendere quello che sta guardando, si parla alla fine di giovanissimi.

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Lunedì Porno al Cinema Europa (2018)

Conoscete il cosiddetto “porno femminista”? Se sì, ci spieghereste cosa lo distingue da altri tipi di porno?
Inizialmente, si parla degli anni ’80, il porno femminista si caratterizzava per il fatto di essere fatto da donne per le donne. All’epoca i film porno erano concentrati perlopiù sulla figura maschile e i “porno per donne” erano fatti da uomini che aggiungevano qualche “preliminare” in più alla scena di sesso. Nella maggior parte dei casi le prime registe e produttrici di porno femministi erano lavoratrici nell’industria pornografica, che decisero di creare da sé i propri film mettendo in primo piano il piacere femminile. Era proprio il fatto di assumere la donna non più solo come genere/organismo biologico davanti alla telecamera ma tutta la sua soggettività femminile, con il suo vissuto e il suo personale sguardo sul vivere la sessualità. Si trattava di rivendicare il proprio corpo, il piacere e il diritto ad amare il sesso esattamente come gli uomini. Con il passare degli anni il “porno femminista”, di pari passo con il femminismo stesso, ha ampliato il suo campo d’azione diventando più fluido e concentrando la lotta sui diritti di tutt*.

Il vostro ambito di ricerca e interesse è relativo solo alla pornografia cinematografica o alla letteratura in senso lato?
La ricerca è nata come specifica sul settore audiovisivo, ma con il passare del tempo abbiamo approfondito altri ambiti. Di fatto siamo interessate a tutte le espressioni possibili della sessualità, dal porno cinematografico alla fotografia, dalla performance all’installazione. Per quanto riguarda la letteratura siamo delle instancabili lettrici di testi relativi all’argomento, passione che cerchiamo di condividere attraverso “La piccola biblioteca del porno”, rubrica che esce nella nostra newsletter ogni mese con un titolo diverso per suggerire uno spunto di lettura al nostro pubblico: siamo sempre alla ricerca di altri autori per cui chiediamo ai lettori di agit-porn di consigliarci nuovi libri!

In cosa consiste “Ce l’ho porno” e come selezionate i film da proporre al pubblico?
Per quanto riguarda i normali eventi Ce l’ho Porno frequentiamo i festival nazionali e internazionali in modo da coinvolgerli per presentare una piccola selezione del loro programma a una nostra serata. Abbiamo per esempio organizzato due date in collaborazione con il Fish & Chips Film Festival e una con l’Hacker Porn Film Festival, così da poter fornire al nostro pubblico un assaggio del panorama pornografico indipendente contemporaneo.
La particolarità di questa stagione 2019/2020 è che, per la prima volta, abbiamo avuto la possibilità di curare una sezione di un festival, il Ce l’ho Corto Film Festival che si terrà a Bologna dal 28 al 30 Novembre, quindi di selezionare i cortometraggi attraverso una call pubblica aperta a tutti. Il modus operandi di entrambe le tipologie di selezione è sempre quella di pensare a una scaletta che dia spazio a diversi registri stilistici e a tipologie di opere, la selezione del festival rispecchia questa filosofia proponendo documentari, porno espliciti e corti di animazione. Ci piace scoprire con il nostro pubblico le infinite possibilità espressive della pornografia e approfittare dell’occasionalità del momento per conversare insieme.

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Maddalena Bianchi, Inside Porn e Son Braciola @ Lunedì Porno al Cinema Europa (2018)

Claudia Ska

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Sara e Pepe: una prima volta [CLOSED]

10/05/2019 – 10/08/2019

In esclusiva su Open Space, lo spazio espositivo di agit-porn, la prima serie “di coppia” della fotografa Paola Malloppo.

Paola Malloppo nasce in Puglia, durante una partita dei mitici mondiali del ’90. Inizia a occuparsi di fotografia erotica nel 2013 sempre con grande curiosità, sviluppando alcuni progetti che negli anni sono stati esposti in varie città (Bologna, Foggia, Milano, Parma…). Attualmente risiede a Belluno, dove lavora in tutt’altro campo, senza mai tralasciare la sua passione fotografica.

È stato un processo così naturale, da fare dimenticare ogni incertezza o dubbio.

Non a caso per presentare questa esposizione sono state scelte le parole chiave dell’autrice delle foto: naturalezza e assenza di incertezza colpiscono e ti fanno sentire ogni pezzo come fosse tuo, se non addirittura desiderare che lo sia.

Nonostante i sette anni di carriera alle spalle in questo campo è facile riuscire ancora a fare le cose per la prima volta. […] Dietro l’obiettivo sono una ragazza mediamente timida e durante il set questa timidezza non scompare mai del tutto, quindi, nonostante la voglia, questa esperienza è stata spesso rimandata per paura di un’intimità troppo forte da affrontare.[…]

Sara e Pepe sono i primi protagonisti, in quanto coppia in una relazione intima, delle opere di Paola Malloppo e in effetti è un’impressione inedita anche per chi osserva e segue Paola e il suo lavoro, poiché pone chi guarda in un ruolo differente: abituati/e a vedere e sognare le donne sensuali, presenti a sé stesse e sicure dei suoi ritratti, avevamo lasciato che la nostra immaginazione si ingigantisse e abbracciasse mille storie possibili; che si eccitasse, insomma.

Il potere erotico-immaginifico non si attua solo in narrazioni da completare e da guidare, ma anche in quelle compiute e dalle quali lasciarsi portare. È il caso della serie con Sara e Pepe: giovani, scandalosamente pornografici, quindi veri; innamoratissimi in un contesto dove l’amore perde i fronzoli e si mostra sincero, consenzientemente perverso, senza censure.

Partendo da Malloppo fino a noi, tutti/e viviamo la prima volta in quanto voyeur. Lo siamo sempre davanti alle visioni pornografiche ma, a differenza dei video, le fotografie inducono alla quiete, alla riflessione e al confronto con quella parte di noi forse addirittura colpevolizzata nel trarre piacere. Ecco perché le fotografie di Paola Malloppo funzionano così bene: passano dal corpo, assorbite dalla pelle, per restare dentro.

L’uso dell’analogico crea un effetto “viaggio nel tempo” che trascina le ambientazioni in un non-luogo dove tutte le fantasie possono avere il loro posto; un effetto liberatorio impreziosito dall’occhio di Malloppo che coglie angolazioni, espressioni e gesti che frantumano la finzione. Non è un set preimpostato, non c’è recitazione: è la sconvolgente realtà della libertà a tutto spiano.

[…]Poi ho conosciuto Sara, dovevo scattare solo con lei, ma nella consueta chiacchierata mi ha parlato di Pepe, che era nell’altra stanza a guardare la TV, mi ha detto che a lui sarebbe sicuramente piaciuto e che se volevo poteva chiederglielo. È stato un processo così naturale, da fare dimenticare ogni incertezza o dubbio; la dimostrazione astrale di come certe cose non possono che avvenire nel giusto tempo, spazio e situazione. Così ho scoperto di trovarmi bene anche in questo tipo di situazione, che può sembrare simile, ma è in realtà diversissima dalla mia “normale” esperienza fotografica. Se nei miei set non manca mai il contatto (soprattutto visivo) con la modella, qui sono stata relegata al ruolo di un comune voyeur di cui le persone non sentono la presenza, non più regista indiscusso della scena, ma spettatore che, di tanto in tanto, viene chiamato a partecipare all’azione come nei migliori degli spettacoli di magia. Questo può sembrare un passo indietro, ma è stato per me il balzo più proficuo. Ho avuto modo di cambiare la mia prospettiva e il mio ruolo nella pièce e ciò che è venuto fuori è stato un set che sono molto orgogliosa di aver scattato, non solo per la sua oggettiva sincerità, ma soprattutto perché rappresenta una nuova scoperta in un percorso semi-professionale iniziato da un po’.

Gea Di Bella

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