Intervista Ribelle a Inside Porn

Fino a ora le “Interviste Ribelli” hanno avuto come protagonista una persona, mentre oggi ho il piacere di ospitare un collettivo formato da tre giovani donne che ho conosciuto personalmente qualche mese a Firenze durante il Festival della Sessuologia. Si tratta di Maria Giulia Giulianelli, Giulia Moscatelli e Arianna Quagliotto ovvero le ideatrici del progetto Inside Porn, nato all’Università di Bologna per poi affacciarsi al mondo non accademico.

Fuori dall’Università, dentro il porno:
Inside Porn ha deciso di parlare a tutt* del genere cinematografico più discusso e censurato.

Prima di unirvi nel collettivo Inside Porn qual era la vostra relazione con la pornografia?
Possiamo dire che l’aver fondato Inside Porn coincide con l’inizio del nostro percorso di approfondimento della pornografia, almeno per quel che riguarda l’audiovisivo; infatti, studiando tutte arti visive, non eravamo estranee all’uso del linguaggio pornografico in ambito artistico, fotografico e letterario, ma solo quando ci proposero di condurre una ricerca etnosemiotica abbiamo affrontato quella che comunemente possiamo trovare sulle piattaforme come PornHub.

Perché avete deciso di iniziare questo progetto?
Come suggerisce il nostro nome (Inside Porn, Dentro il Porno), il nostro desiderio è da subito stato quello di capire meglio il mondo della pornografia partendo da chi quel mondo lo costituisce. La scoperta è stata grande per quanto scontata: a fianco del classico porno mainstream era in movimento tutto un altro tipo di pornografia dichiaratamente legata a una maggiore inclusività delle possibili sfumature della sessualità.
Non volevamo un porno che categorizasse il proprio pubblico, ma che — al contrario — lo rappresentasse. 

Quali sono gli obiettivi e le modalità di Inside Porn?
Principalmente cerchiamo di creare degli spazi in cui si possa parlare di temi e questioni legati alla sessualità, aspetto della nostra vita che, purtroppo, a livello istituzionale, difficilmente viene affrontata in maniera consapevole e costruttiva. Promuovere la visione collettiva di prodotti pornografici ha molte valenze: in primo luogo culturale, cosa su cui ci battiamo molto. La pornografia viene considerata oscena e quindi poco degna di essere rappresentata, figuriamoci con una proiezione pubblica. Viene relegata alla sfera intima e molte persone, fra quelle che lo fanno, non ammettono di masturbarsi guardando porno. Attraverso le nostre serate vogliamo dimostrare l’esistenza di una pornografia che invece crea anche dei discorsi politici e sociali e, che ci crediate o no, esteticamente non ha nulla da invidiare ad altri generi cinematografici. L’obiettivo principale è riuscire a coinvolgere il pubblico, stimolarlo a un dibattito intorno a quello che hanno visto e a come vivono la propria sessualità e quella degli altri: il porno ti fa scoprire un sacco di cose e, se è vero che il diverso fa paura proprio per ignoranza, allora non c’è modo migliore che divulgare differenti punti di vista attraverso lo strumento che più li mette in scena.

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Ce l’ho Porno 2018, Inside Porn

La “fuoriuscita” dall’ambito accademico, all’interno del quale è nato Inside Porn, è definitiva o avete semplicemente ampliato il vostro obiettivo e quindi il pubblico di riferimento?
All’epoca della ricerca vera e propria eravamo tutte e tre studentesse universitarie, ora il nostro percorso accademico si è concluso però non vogliamo in nessun modo rifiutare quel mondo, anzi, vuoi mettere tenere una lezione sul porno all’università?! Pensiamo che l’ambiente accademico porti con sé una serie di codici che spesso entrano in conflitto con quella che è la nostra mission. Prima di tutto il linguaggio. Quando studiavamo semiotica non era semplice “tradurre” la nostra ricerca a chi se ne interessava: la semiotica ti costringe a un metalinguaggio molto specifico e per questo genere di temi è forse meglio essere un po’ più pop. Inoltre quando tenemmo una lezione all’interno di un ciclo di seminari dedicati alla ricerca, dovemmo censurare una penetrazione anale: se ci battiamo affinché la pornografia non sia più ghettizzata è necessario per noi non avere restrizioni su ciò che mostriamo. Gli spazi che ci hanno successivamente ospitate (Kinodromo, Cassero, Cinema Europa e altri) hanno dimostrato di avere completa fiducia nelle nostre rassegne e il pubblico che è intervenuto si è rivelato essere partecipe ed eterogeneo.

Che tipo di pornografia vi piace e vorreste divulgare?
Questa domanda può avere una duplice risposta: come studiose di pornografia potremmo affermare che ci piace tutta, come consumatrici preferiamo alcuni prodotti rispetto ad altri. Crediamo che tutta la pornografia abbia una sua dignità, ovviamente fintanto che per produrla ci si attiene alle basilari norme di consenso e sicurezza, ma siamo più interessate a divulgarne il lato meno conosciuto e standardizzato. Ciò che proiettiamo alle nostre serate sono porno che hanno una distribuzione più per festival che attraverso il web, tranne alcuni casi più celebri, come Erika Lust, per cui difficilmente vi si potrebbe accedere da casa propria. Vederli sullo schermo del cinema enfatizza l’esperienza catturando l’attenzione dello spettatore ponendolo in un contesto diverso dall’abituale visione domestica, aggiungi la possibilità di interagire direttamente con performer e registi presenti in sala e si può costruire uno spazio in cui parlare liberamente di sessualità.

Secondo voi la pornografia ha un valore pedagogico?
Può avere una valore pedagogico ma non deve per forza esserlo. Questo non vale solo per il porno, ma per qualsiasi mezzo espressivo. Alcuni produttori e performer sono sicuramente più consapevoli della sua possibilità educativa e rendono esplicito questo aspetto assumendolo come valore portante della propria produzione. Si parla molto della pornografia come primo vero approccio alla sessualità, prima ancora di un rapporto o di una relazione, quindi è inevitabile porsi delle domande in questo senso. In Italia l’educazione sessuale è spesso affrontata nel suo aspetto biologico, tralasciando completamente discorsi come il piacere o l’orientamento sessuale e il porno si rivela uno dei mezzi che più mette in gioco queste tematiche. Bisognerebbe fornire gli strumenti giusti a chi utilizza la pornografia come una sorta di “prima esperienza”, per comprendere quello che sta guardando, si parla alla fine di giovanissimi.

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Lunedì Porno al Cinema Europa (2018)

Conoscete il cosiddetto “porno femminista”? Se sì, ci spieghereste cosa lo distingue da altri tipi di porno?
Inizialmente, si parla degli anni ’80, il porno femminista si caratterizzava per il fatto di essere fatto da donne per le donne. All’epoca i film porno erano concentrati perlopiù sulla figura maschile e i “porno per donne” erano fatti da uomini che aggiungevano qualche “preliminare” in più alla scena di sesso. Nella maggior parte dei casi le prime registe e produttrici di porno femministi erano lavoratrici nell’industria pornografica, che decisero di creare da sé i propri film mettendo in primo piano il piacere femminile. Era proprio il fatto di assumere la donna non più solo come genere/organismo biologico davanti alla telecamera ma tutta la sua soggettività femminile, con il suo vissuto e il suo personale sguardo sul vivere la sessualità. Si trattava di rivendicare il proprio corpo, il piacere e il diritto ad amare il sesso esattamente come gli uomini. Con il passare degli anni il “porno femminista”, di pari passo con il femminismo stesso, ha ampliato il suo campo d’azione diventando più fluido e concentrando la lotta sui diritti di tutt*.

Il vostro ambito di ricerca e interesse è relativo solo alla pornografia cinematografica o alla letteratura in senso lato?
La ricerca è nata come specifica sul settore audiovisivo, ma con il passare del tempo abbiamo approfondito altri ambiti. Di fatto siamo interessate a tutte le espressioni possibili della sessualità, dal porno cinematografico alla fotografia, dalla performance all’installazione. Per quanto riguarda la letteratura siamo delle instancabili lettrici di testi relativi all’argomento, passione che cerchiamo di condividere attraverso “La piccola biblioteca del porno”, rubrica che esce nella nostra newsletter ogni mese con un titolo diverso per suggerire uno spunto di lettura al nostro pubblico: siamo sempre alla ricerca di altri autori per cui chiediamo ai lettori di agit-porn di consigliarci nuovi libri!

In cosa consiste “Ce l’ho porno” e come selezionate i film da proporre al pubblico?
Per quanto riguarda i normali eventi Ce l’ho Porno frequentiamo i festival nazionali e internazionali in modo da coinvolgerli per presentare una piccola selezione del loro programma a una nostra serata. Abbiamo per esempio organizzato due date in collaborazione con il Fish & Chips Film Festival e una con l’Hacker Porn Film Festival, così da poter fornire al nostro pubblico un assaggio del panorama pornografico indipendente contemporaneo.
La particolarità di questa stagione 2019/2020 è che, per la prima volta, abbiamo avuto la possibilità di curare una sezione di un festival, il Ce l’ho Corto Film Festival che si terrà a Bologna dal 28 al 30 Novembre, quindi di selezionare i cortometraggi attraverso una call pubblica aperta a tutti. Il modus operandi di entrambe le tipologie di selezione è sempre quella di pensare a una scaletta che dia spazio a diversi registri stilistici e a tipologie di opere, la selezione del festival rispecchia questa filosofia proponendo documentari, porno espliciti e corti di animazione. Ci piace scoprire con il nostro pubblico le infinite possibilità espressive della pornografia e approfittare dell’occasionalità del momento per conversare insieme.

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Maddalena Bianchi, Inside Porn e Son Braciola @ Lunedì Porno al Cinema Europa (2018)

Claudia Ska

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[Guest Post] “Mi rivedo con altri occhi: i miei” di Caffeine Butt

Sono M. e sono un’esibizionista.
Pubblico online le mie foto di nudo (o quasi) dal 2007 e le scatto dal 2002.
La prima volta avevo 16 anni, era una sera d’inverno ed ero esageratamente vestita; la mia pelle aveva bisogno di evadere e io avevo bisogno di vedermi da un punto di vista che non fosse lo specchio. Quella sera è iniziato il mio lunghissimo rapporto con l’autoscatto. Per anni le foto sono rimaste più o meno segrete/private, poi sono state su MySpace, su blogspot, su alcuni forum di scambisti, su Tumblr e infine su Instagram.

Faccio parte di quel ristretto gruppo di persone molto più clemente con il mondo esterno che con se stessa e vedermi da un punto di vista esterno mi aiuta a rendere la mia immagine meno in attesa del mio stesso giudizio. Sono ben lontana dai canoni di bellezza più condivisi, ma con gli anni, osservandomi e fotografandomi, ho imparato a voler bene al mio corpo per come è e per le storie che ogni dettaglio può raccontare. Ho imparato anche a conoscerlo e riconoscerlo proprio grazie a ogni singolo particolare, quelli con i quali sono nata e quelli che riassumono le mie battaglie.
Quelle foto sono un momento in cui sperimento una sorta di corteggiamento verso me stessa: una sensualità solo mia e non diretta a nessun altro. Ma sono anche, e soprattutto, il momento in cui mi riapproprio di me e del mio corpo.

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Autoscatto, Caffeine Butt

A volte non ce ne accorgiamo nemmeno, ma di fatto apparteniamo più agli altri che a noi. Il nostro corpo è oggetto della famiglia, del lavoro, della società e di tutte le regole e consuetudini che lo governano. Il modo in cui ci muoviamo, in cui parliamo, in cui ci avviciniamo o allontaniamo dagli altri, in cui ci vestiamo, in cui decidiamo di mostrarci, viene continuamente sottoposto al giudizio degli altri. Fotografarmi in atteggiamento sensuale per me è un momento di conquista e riconquista di me stessa, in cui quindi da un lato mi corteggio e dall’altro mi riapproprio di un mio spazio – il mio corpo – che normalmente viene cannibalizzato da altri pezzi di me: mi levo i panni che di volta in volta indossa la me professionista competente, la me consulente, la me madre, la me amica, familiare, confidente. Nel momento in cui mi spoglio di ogni altra veste, più o meno letteralmente, posso semplicemente essere solo me stessa, con i miei desideri, le mie paure, le mie fragilità, fisiche e non. La scelta dell’intimo, della musica che mi accompagna, della luce, del momento o della posa da fermare, raccontano sempre una storia o un’emozione. Non c’è nessuna pretesa di artisticità, nè di qualità. Non mi ritengo una fotografa né una modella. Sono solo una donna che racconta se stessa, a se stessa, tramite la pelle.

Spesso chi vede le mie foto è convinto di vedere una persona molto sicura di sé, che si compiace del proprio aspetto. Non è così ma amo comunque mostrare il mio corpo, con quei pezzi che semplicemente esistono e hanno il diritto di esistere fuori dai vestiti. La prima volta in cui ho detto su Instagram di essere una madre di due bambini, sono arrivate molte critiche: «Non ti vergogni, da madre, di mostrarti così?».
Se sono così scrupolosa con il mio anonimato, sul non mostrare mai il volto, o alcuni dettagli riconoscibili, è proprio perchè domande come questa mi fanno capire che purtroppo non siamo ancora in una società pronta ad accettare che una donna possa essere una madre pur rimanendo una donna. Si tollera ancora poco (e molto male) la coesistenza dei ruoli di madre e lavoratrice, accettare che una donna possa essere anche femminile, sensuale, sessualmente attiva dopo i figli è davvero così assurdo? Un’altra critica che mi è stata mossa è: «Ti dichiari femminista ma sfrutti comunque armi di seduzione imposte da una società maschilista e machista, come l’intimo in pizzo, la depilazione, il make-up, il mostrarsi…» come se davvero gli ideali femministi di parità tra i generi, di richiesta di parità di diritti, di ricerca di indipendenza e rifiuto alla sottomissione, non fossero compatibili con una ceretta integrale o con un po’ di mascara. O ci spogliamo ammiccanti per compiacere gli uomini o ci copriamo con una camicia in flanella e abbondanti capelli bianchi per incarnare lo stereotipo della femminista, ogni via di mezzo è inammissibile. L’unico ruolo che posso avere da donna che si mostra nuda, a quanto pare, è quello di una stronza altezzosa in cerca di lodi, una mistress ninfomane, una repressa in attesa di dick pic.

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Autoscatto, Caffeine Butt

La verità, invece, è che rendere pubbliche le foto che mi scatto è solo uno stimolo a darmi un criterio (non troppo, non troppo poco, fare una selezione, avere un feed semi curato) ma ogni foto è lì principalmente per me. Non mi preoccupo troppo di ciò che pensa chi guarda perché non è il consenso ciò che cerco, solo uno spazio mio da condividere con chi si trova a suo agio in presenza di quell’aspetto di me. Chi mi segue da tempo, i più fedeli da anni – alla faccia della censura e degli account bannati – ha imparato un po’ a conoscermi grazie a lunghe conversazioni che amo portare avanti. Dopo un po’ arriva puntualmente il commento: “Non lo avrei mai detto ma sei una persona piacevolmente normale!”.
Non lo avrei mai detto nemmeno io.

La nostra misteriosa ospite di oggi, a cui sono grata per questo post, si fa chiamare Caffeine Butt su Instagram dove è ancora possibile trovarla finché censura non ci separi.

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Autoscatto, Caffeine Butt

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Intervista Ribelle a Miss Mukade

Il terzo appuntamento con la rubrica “Interviste ribelli” ospita Miss Mukade, una Prodomme, ossia dominatrice professionista. Ha iniziato nel Regno Unito e poi è venuta in Italia. Il suo lavoro si inscrive nel sex work, settore molto dibattuto anche all’interno del movimento femminista, di cui fa parte non senza difficoltà.

Saper dominare:
l’arte di tenere sotto controllo l’altr*
e sé stess*.
Il lavoro di Miss Mukade.

Come ti sei avvicinata al BDSM?
Mi sono avvicinata al BDSM in maniera del tutto inconsapevole, per inclinazione naturale e attraverso i fumetti: in particolare “Skorpio”, una raccolta per la maggior parte erotica che comprava mio nonno. La mia eroina preferita era Cybersix, una donna molto femminile, pallida, coi capelli corti e bruni, vestita di lattice, munita di frusta, che lottava contro dei cattivi mafiosi e maschilisti. Il boss aveva le apparenze di un bambino con un cervello sovra-sviluppato. Nonostante tentasse di violentarla durante le lotte, lei riusciva regolarmente a sottometterlo. Nella vita quotidiana Cybersix aveva le sembianze di un bibliotecario (lei, crossdresser, diveniva priva di forme, anonima e androgina) e attirava principalmente giovani bionde iperfemme, che aspiravano all’amore di questo asessuato, imberbe e intellettuale.
Portando avanti la mia esplorazione, sono diventata sempre più consapevole del mio ruolo: verso i diciassette anni le prime esperienze reali, per poi capire – nel mio primo quarto di secolo – di essere dominante, fino ad arrivare a fare outing, anche con la mia famiglia. Compresi che nella mia vita il BDSM è necessario e presente.

Com’è avvenuto il passaggio dalla pratica del BDSM per puro piacere a quella a pagamento?
C’è stata una transizione graduale nel mio passare da una pratica privata alla professionalità retribuita. La mia scelta è stata supportata dai primi compagni di gioco e dai miei due mentori: A23 e Madame Tachibana.
Mano a mano che giocavo con persone intime, queste mi hanno successivamente procurato dei clienti. In principio non mi sarei mai fatta pagare. Ero inesperta e inconsapevole del mio ruolo. Trovo il mio lavoro (e in generale il sex working) simile al lavoro di un* counselor, un* psicoterapeuta, piuttosto che all’idea stereotipata che la società ha della prostituzione.

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Miss Mukade, Jeanloup JarretDePorc

In cosa consiste il tuo lavoro?
C’è moltissima preparazione mentale, oltre che tecnica: un* dominante deve sempre essere in controllo, non può mai perderlo. Poi c’è l’attenzione al vestiario, la cura della persona, l’ambiente sempre pulito e possibilmente d’effetto (quest’ultimo è spesso accessorio per l’aumento di costi che comporterebbe). La parte più importante è la preparazione psicologica: bisogna pensare a eventuali fattori che potrebbero variare all’ultimo e sorprenderci, quindi è necessario avere sempre un piano B. Cosa fare se il/la cliente stesse male (malori fisici, attacchi di panico, reazioni anomale, ecc.)? Solo un* professionista (professional domme, ovvero prodomme) può essere preparat* e avere più di un paio di sottomessi .
Il mio lavoro consiste principalmente nell’offrire il mio tempo e la mia esperienza, quindi la mia tecnica ed empatia a persone che ne hanno bisogno: possono essere all’interno dell’etero normativa e sentirsi eccitate all’idea di trasgredirla, spesso si vergognano d’esporre al/la partner i propri desideri perché fanno parte di qualcosa d’alternativo e bizzarro; posso curare di chi ha parafilie perché ha traumi che ha sublimato a livello sessuale; diversamente abili, che hanno un rapporto privilegiato – a causa dell’handicap – con il dolore e spesso faticano a trovare una persona che sia disposta a giocare con loro. Tante persone vogliono essere solo umiliate a livello mentale, è un gioco di ruolo, un modo di rivedere la propria sessualità e gli episodi negativi in una luce sessualizzata e liberatoria, come a rivoltarli e pervertirli al piacere, invece che condannarli a un trauma perenne.

Quali sono le differenze sostanziali che hai riscontrato tra il lavoro sessuale esercitato nel Regno Unito e in Italia?
Nel Regno Unito facevo parte di una comunità queer ben consolidata e di un sottogruppo alternativo di persone anarchiche che facevano molta politica. Il femminismo non TERF e inclusivo di noi sex worker mi dava supporto attraverso collettivi di, e aperti solo a, collegh*, e a piattaforme con recensioni dei clienti: sapevo chi evitare grazie a un database creato collettivamente da noi sex worker (anonimo, salvo i casi di violenza fisica o stalking riportati direttamente alla polizia con conseguente lista nera). Potevo inoltre confrontarmi di persona oppure online su problemi che andavano dalla gestione personale e fisica, all’amministrazione, a questioni legali ed economiche. Qui in Italia il Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute (CDCP) è attivo, ma i clienti possono accedere al gruppo senza alcuna barriera, frenandomi molto dal parlare o riportare alcune situazioni e/o alcuni comportamenti. Lo stigma poi è così forte che in alcuni gruppi di addette ai lavori sono stata cancellata perché ho segnalato dei molestatori. Per un contatto di salvezza faccio fede al mio vicino di casa e ad amici intimi.
In Inghilterra avevo diritto alla Golden Card dichiarandomi sex worker: potevo andare in qualsiasi centro di prevenzione e cura delle malattie sessuali, richiedere analisi e/o visite ginecologiche ed effettuarle in massimo quaranta minuti dall’accettazione. Se mi pungessi con un ago usato su un cliente o se si rompesse un preservativo, dovrei essere sicura di non essere infetta. La mia persona e di conseguenza il mio lavoro sarebbero compromessi e così i miei futuri clienti.
Essendo leggermente sottopeso (sono anemica), in Italia non posso donare il sangue, quindi non ho accesso alle analisi gratuite. Per una visita ginecologica non si spendono meno di trenta euro (presso il SSN, ndr), anche solo fare un tampone vaginale, anale, orale non è possibile senza dover pagare, inoltre è molto difficile trovare preservativi gratuiti (figuriamoci i dental dam!).

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Miss Mukade, Jeanloup JarretDePorc

Quali consigli ti sentiresti di dare a una persona che decidesse di intraprendere un lavoro sessuale?
Nonostante ci siano molte persone a malapena maggiorenni che si avviano a questo lavoro, secondo me sotto i venticinque anni non v’è la possibilità di fare una serie di esperienze personali e soprattutto di avere una preparazione a livello mentale adeguata. Bisogna avere un* mentore che guidi e protegga, almeno agli inizi, ed è necessario avere anche un* terapeuta. Tutte le relazioni umane comportano impegno e lettura di sé, ci vediamo attraverso le altre persone. In questo lavoro è importante avere un guscio ben sviluppato ma anche avere qualcun* da cui andare a parlare una volta alla settimana o almeno una volta al mese, perché dobbiamo sentirci sempre in diritto di essere vulnerabili, ma non davanti a un* cliente.
È imprescindibile dividere l’io privato dall’io pubblico, che non significa far finta di essere un’altra persona, piuttosto evitare di raccontare i dettagli della vita personale alla clientela. In particolar modo è fondamentale avere il totale controllo delle situazioni e protezioni, pianificare opzioni alternative, informarsi sulla profilassi, comprare materiale di tipo medico per lubrificazione e sanificazione.

Quali sono le difficoltà maggiori che hai nel fare un lavoro sessuale?
La difficoltà maggiore è proprio la mia tolleranza emotiva: accogliere le persone che si mettono nelle mie mani ma sempre e comunque in maniera razionale. Alla fine di ogni sessione dedico almeno quindici minuti a curare e parlare. Non è un lavoro che posso fare ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette, perché è estremamente impegnativo. Sarebbe come chiedere a un* terapeuta o un* infermier* di non avere mai una pausa: impossibile!
Le altre criticità sono a livello fiscale e sociale: il sex working non  viene riconosciuto come lavoro e pertanto non viene tutelato.

Cosa significa per te essere femminista e come cerchi di metterlo in pratica nel quotidiano?
Per me essere femminista vuol dire arrivare effettivamente a pari diritti, indipendentemente da come appaio o da ciò che ho tra le gambe. Il fatto che io possa fermarmi ad aiutare un uomo a portare pesi senza che questo mi mandi a quel paese o si offenda (cosa che mi è successa) oppure che io possa avere un corpo non depilato senza subire sguardi di disgusto da parte delle persone intorno a me, che un uomo possa piangere in pubblico, che si possa avere un salario equo. Vorrei che fosse importante solo quel che si ha tra le orecchie, non tra le cosce. Essere femminista per me vuol dire che possiamo fare ciò che vogliamo del corpo, vivere la sessualità e l’emotività con serenità. È pensare fuori dalla scatola, cercare d’immedesimarmi nell’altr*, avere empatia e cercare di andarle/gli incontro rimanendo assertiva, intuire cosa può percepire, ma senza intestardirmi sulla mia visione.

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Miss Mukade, Jeanloup JarretDePorc

Mi hai riferito che ricevi molte critiche, alcune feroci e arroganti, perché certe persone reputano contraddittorio che tu ti dichiari femminista: in quei casi come reagisci e come ti relazioni?
Rispondo con il silenzio a insulti, minacce e ottusità. In realtà non so che altro provare se non pena per persone che sono talmente povere di empatia da arrivare ad augurare il male ad altr* che non conoscono, semplicemente perché non ne condividono lo stile di vita. Invece con chi si mette in gioco dicendomi la propria opinione in maniera chiara, ma lasciando aperto anche solo uno spiraglio al dialogo, allora posso affrontare un discorso.

Hai dei progetti e/o dei desideri che ti piacerebbe realizzare che vuoi raccontarci?
Mi piacerebbe creare un dungeon con un connotato politico, uno spazio fisico nel quale le persone che fanno il mio lavoro possano condividere non solo esperienze ma anche un luogo dove portare clienti senza ricorrere alla propria abitazione, a posti inadeguati o rischiosi. Sarebbe utile una piattaforma che unisca persone del settore e un laboratorio per poter fare educazione sessuale. Mi piacerebbe sempre di più parlare di sessualità e disabilità, dell’asessualità.
Poter fare più politica, in generale, sarebbe un successo a livello personale. Mi sto attivando in proposito, cercherò di diffondere anche nel mio lavoro il baratto, l’economia circolare.
C’è bisogno di creare dei luoghi in cui stimolare il dibattito: spero davvero che sempre più persone superino quella linea che è il senso comune del pudore e della morale di massa. Vorrei che ci si focalizzasse più sulle nostre felicità e sicurezza, fisica e mentale, senza puntare il dito sulle sbavature fuori dai margini.

Miss Mukade è anche su Instragram.

Claudia Ska

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“Mother’s daughter”: il femminismo secondo Miley Cyrus

La scorsa settimana è uscito l’ultimo singolo di Miley Cirus ossia “Mother’s daughter“, che — una volta dimessi i panni della disneyana Hanna Montana — ha virato su un’immagine di sé sensuale e fortemente sessualizzata. Difficile sapere quanto ci sia di suo e quanto della manager (sua madre Tish Cyrus, presente nel video della suddetta canzone) e/o della produzione artistica, fatto sta che i testi, i video e le apparizioni della cantante originaria di Nashville sono ormai accompagnate dall’aggettivo “provocatorio”.
Non ultimo è proprio il caso di “Mother’s daughter”, che è stata lanciata con un video ricco di messaggi visuali, testuali e simboli.

È innegabile che negli ultimi anni il femminismo sia stato manipolato per fini di mercato e perché fa presa su una certa parte della popolazione (leggi pinkwashing), ma il fatto che determinate tematiche vengano proposte in un contesto mainstream e commerciale potrebbe sortire l’effetto positivo di incuriosire chi non conosce l’argomento e mettere in discussione determinati modelli.

Una delle accuse mosse a Miley Cyrus è di non essere credibile nel dichiararsi femminista perché veicola un’immagine di sé ambigua e per le collaborazioni artistiche con cantanti come Robin Thicke (memorabile la loro esibizione all’MTV Video Music Awards del 2013 quando cantarono assieme “Blured Lines”, nota come canzone sessista). Secondo me il punto sta proprio in questo: una persona che decide di mostrarsi in un certo modo e, come nel caso di Cyrus, di rompere col suo altero ego Disney, per virare su un’immagine in cui desiderio e spinta sessuali sono estremamente forti, è femminista, perché rappresenta la voglia di dire apertamente che innanzitutto ciascun* si mostra come preferisce e in secondo luogo che, se una donna vuole apparire come un essere sensuale, eroticizzarsi e pornografarsi, può farlo senza remore perché quella è la sua volontà. Non sto dicendo che debba piacerci come lo fa, ma dobbiamo prenderne atto.

Miley Cyrus in

Per come è strutturata la nostra Società, dove sesso e relative narrazioni sono tabù che incendiano gli animi proprio perché si cerca di nasconderli e quando se ne parla lo si fa in modo pruriginoso e perverso, è ovvio che, appena una persona —principalmente di sesso femminile — ne parla, scatta l’allarme rosso e scoppia il finimondo.
Ogni fottuta volta.
Maggiore è il tentativo di soffocare e censurare corpi e desideri sessuali, maggiore sarà l’effetto prorompente dei messaggi che saranno veicolati, col potenziale rischio che siano vanificati, fraintesi, alterati.

Il video sembra voler fare propaganda; ai corpi non conformi allo standard vengono alternate frasi femministe che sembrano claim, ma questo non ne depotenzia il senso. L’immagine di persone che esprimono così apertamente istinti e ambizioni sessuali ci turbano perché il sesso è considerato una questione strettamente privata, da tenere lontana da occhi indiscreti. Se è vero che l’intimità ha tutto il diritto di essere tutelata, è vero anche che ciò non equivale a far tacere chi vive serenamente la propria sessualità. E se una donna si sente forte e libera anche sessualmente ha diritto di poterlo manifestare senza che questo susciti ogni volta disappunto, disgusto o stupore generale.

La donna che pareva tanto gentile e tanto onesta agli occhi di Dante può esserlo anche con un’esplicita carica sessuale e, se non fosse gentile e onesta, non sarebbe in ogni caso affare nostro.

Claudia Ska

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Mi piaci quando taci

Lo scorso martedì (11/06/2019) ho pubblicato un articolo in cui parlo della comunità italiana sex positive di Instagram e ho citato alcune delle persone che hanno più séguito, ciascun* per la propria peculiarità.

Quella stessa mattina, prima che l’articolo andasse online, Ketty Rotundo – creatrice di Clitoridea – ha riferito a me e altre amiche di non riuscire più ad accedere al proprio account. Ci siamo tutte mosse per capire cosa fosse successo, purtroppo senza riuscirci.

Il giorno dopo una simile sorte è toccata a Morena e Ivano di Le Sex En Rose mentre altri account come quelli di @virginandmartyr, @mysecretcase (shop online italiano di articoli per la sessualità), @vextape (ossia Vex Ashley, attrice porno, che attualmente ha circa 94 mila follower), nel suo piccolo anche @valentinasroom_ (La camera di Valentina, che si occupa di arte erotica) sono stati colpiti da shadow ban, (impossibile risalire ai loro profili tramite hashtag, per rintracciarli bisogna scrivere esattamente il nickname) o il cui profilo ha subìto anomalie (presenza online a intermittenza).
Nell’arco di 48 ore circa i profili di Clitoridea e Le Sex En Rose sembrano essere tornati alla normalità ma nonostante questo né l’una né gli altri hanno ricevuto spiegazioni su ragioni e modalità di disattivazione né tantomeno di ripristino, salvo un’email lapidaria di scuse dal servizio assistenza di Instagram ricevuta da Morena e Ivano.

Questi episodi mi hanno colpita particolarmente perché riguardano persone con progetti che mi stanno a cuore, con cui interagisco di frequente e mi confronto per costruire un dibattito sereno e costruttivo attorno ai temi della sessualità e dei tabù a essa connessi e anche perché temo che lo stesso possa accadere ad agit-porn, la cui comunità cresce giorno dopo giorno.

Partendo dal primo assioma della comunicazione, ossia «È impossibile non comunicare», chiunque sia presente online veicola messaggi testuali e/o visuali; alcuni hanno un valore aggiunto perché curati attentamente nella forma e nei contenuti e fra questi bisogna tenere conto che molti non esistono solamente come fini a sé stessi, ma anche per fare business. Con la cultura si mangia, a differenza di quanto disse Tremonti, chiedetelo a Tlon, per esempio. Ecco perché la chiusura di uno o più profili crea un danno concreto: in primis non è possibile recuperare alcun contenuto, come se venisse requisito tutto e messo sotto chiave, in secondo luogo il pubblico è principalmente attivo sui social, dove avviene l’80/90% dell’interazione e della comunicazione fra le parti. Proprio a partire dai social l’utenza arriva all’eventuale sito del profilo seguito, alle sue iniziative virtuali e fisiche, pertanto con la chiusura dell’account questo legame viene interrotto bruscamente e bisogna ricostruirlo daccapo con enorme dispendio di tempo ed energia; va da sé che più séguito si ha e più è facile fare accordi commerciali e trovare/creare collaborazioni con persone che hanno le medesime finalità e/o il cui discorso ben si sposa con quello del profilo in questione. Non si può liquidare la chiusura arbitraria di uno o più account con: «Ma dai, è solo Instagram!», perché Instagram è attualmente una piazza virtuale dove si fanno affari e anche laddove non se ne fanno il danno d’immagine è sostanziale.

Sui social investiamo il bene più pregiato che abbiamo: il nostro tempo. Molte persone lo investono per trarne guadagno ed è inammissibile che la piattaforma non fornisca uno straccio di motivazione argomentata e liquidi gli accadimenti con la nota a monte

“Se decidiamo di rimuovere i contenuti per violazione delle Linee guida della community o di disattivare o chiudere l’account, informeremo l’utente nei casi opportuni.”

Quali siano i casi opportuni è un mistero misterioso tenuto segreto dalle menti che stanno dietro il colosso di Menlo Park.

Foto di Florian Klauer

Foto di Florian Klauer

Cosa ci stiamo giocando? La libertà, quella di espressione e quella di parola. Viviamo nel paradosso del voler sdoganare i tabù sulla sessualità e i corpi ma per poterlo fare ci censuriamo affinché le nostre foto, i nostri video e le nostre didascalie non siano cancellate od oscurate. Stiamo pagando un prezzo altissimo perché i social fanno leva sul nostro narcisismo e non bastano le motivazioni che ho riportato poco sopra, cioè fare rete e fare affari. Stiamo assecondando un sistema-bavaglio che ci confonde, intimorisce e fuorvia con regole vaghe e discutibili.
Stare su un social generalista ci permette di fare un discorso ampio, che coinvolga persone che non andrebbero attivamente su determinati siti per pudore, indifferenza, disinformazione, ignoranza o chissà che altro. Esistono piattaforme a tema, ma ci ghettizzeremmo e costruiremmo un mondo ideale dove poterci mostrare come desideriamo a fare quello che ci pare fra persone che la pensano in modo affine o simile. Per contro stare tutt* assieme è quasi impossibile, almeno secondo gli algoritmi.

Abbiamo paura che la gente ci dimentichi e allora, pur di stare sulla scena, la corda per il cappio andiamo a comprarcela da sol*, almeno possiamo scegliere il colore e, quando ce la mettiamo intorno al collo, possiamo sorridere in camera dopo avere impostato il filtro che ci censura i capezzoli e i genitali. Perché sui social e per i social possiamo pure morire ma con stile, in modo fa-vo-lo-soh!

Claudia Ska

Buy Me a Coffee at ko-fi.com

A noi ci piace il Secs!

Ironiche, spregiudicate, con formazioni e competenze differenti ma accomunate da un grande interesse per il sesso e la sessualità: sono le persone che promuovono il pensiero sex positive dentro e fuori dal web.

Serie tv come la storica “Sex and the city” hanno agevolato i discorsi sulla sessualità delle donne in chiave pop, ma l’esplosione dei social media negli ultimi 10 anni ha fatto il resto, e proprio su quegli stessi social che hanno stretto la morsa della censura su contenuti di nudo, erotismo, pornografia, la comunità di persone sex positive si arricchisce di nuovi argomenti ed elementi.

Adesso siamo noi che vogliamo (ri)definire i nostri confini linguistici, anatomici, emotivi, affettivi, sensuali, sessuali apertamente e gioiosamente.

In questo articolo vi racconterò alcune delle persone che in Italia stanno scuotendo una cultura bigotta e ottusa a suon di post, stories ed eventi dove ciò che viene seminato in rete, viene raccolto fuori da questi schermi.

Potere di Iside*, vieni a me!
*dea egizia della saggezza, della magia, della salute (e del matrimonio, ok, lo ammetto)

Violeta Benini è un’ostetrica nota sui social come divulvatrice che, oltre al profilo omonimo, ne ha un altro paralleo in cui si fa chiamare Sesperta. Si occupa di benessere a vari livelli e in modo anticonvenzionale. Da lei non aspettatevi spiegoni incomprensibili con termini clinici altisonanti, ma delucidazioni sull’anatomia genitale femminile, indicazioni chiare e goliardiche sull’uso corretto di metodi contraccettivi, suggerimenti di sex toys per migliorare la salute del pavimento pelvico e sperimentare il piacere di chi ne fa uso. Violeta fa divulgazione, ossia condivide le sue conoscenze e il suo sapere specialistico con la comunità e lei stessa si tiene costantemente aggiornata e informata tramite corsi e master. La parte social è una delle componenti del suo lavoro, in quanto ha uno studio a Livorno, periodicamente riceve a Milano, e a breve anche a Firenze, organizza e conduce dei workshop in tutta Italia. È inoltre specializzata nel trattamento del pavimento pelvico e le eventuali problematiche a esso legate.
Instagram: @violetabenini e @sesperta.
Sito: www.violetab.com

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SE4SexEducation

Nel febbraio del 2018 Giulia Marchesi, psicologa con un master in sessuologia, ha avuto l’idea di creare SE ossia SE4SexEducation, un sito, una pagina Instragram e una pagina Facebook in cui fare educazione sessuale in modo chiaro ed esaustivo, per divulgare un approccio alla sessualità che fosse positivo e sereno, con l’obiettivo di abbattere tabù e pregiudizi che la circondano. Giulia è convinta che parlare apertamente e serenamente a bambin*, ragazz* e adult* sia la strada migliore per un’educazione sessuale e affettiva sana e rispettosa. SE4SexEducation pubblica periodicamente brevi video informativi per rispondere a curiosità riguardanti la sessualità e/o per approfondire alcune tematiche a essa inerenti; tali video sono seguiti da articoli dettagliati e di più ampio respiro. Oltre a curare l’attività online Giulia riceve nel suo studio a Verona, fa consulenze via Skype e organizza corsi per l’educazione sessuale nelle scuole, per i genitori e ovunque la chiamino: praticamente è la versione rosa e azzurra di Batman, con tanto di logo, e questo è il suo modo per combattere l’ignoranza.
Instagram: @se4sexeducation
Sito: www.se4sexeducation.it

Valiziosa è un personaggio misterioso, quasi mitologico, che ridesta il web con nynphografiche (ossia schede dettagliate e accurate con tanto di punteggio in cui recensisce sex toys) e il piccantissimo kamafrutta (posizioni sessuali illustrate con frutta e ortaggi con didascalia descrittiva sui generis). A chi si iscrive alla newsletter, regala la singolare e divertente lista della spesa “Sì – No – Forse” da compilare con la/il partner per sperimentare, conoscere e conoscersi nell’intimità. La sua missione è quella di abbattere i tabù sul sesso con malizia e ironia e ci riesce con contenuti ironici e divertenti. Se cercate un modo per avvicinarvi a queste tematiche in modo discreto ma bizzarro, Valiziosa fa per voi e, oltre a ingolosirvi su sex toys di cui non avreste mai immaginato l’esistenza, vi saprà far sorridere, perché – diciamocelo – il sesso è bello proprio perché ci si diverte un sacco!
Instagram: @valiziosa
Sito: www.valiziosa.com

L’ultima Iside, non certo per rilevanza, è la Dottoressa Schiaffazzi, prima e unica esperta italiana di “accoppiamento presto” una tecnica sessuale che si realizza tramite lo schiaffasutra, del quale lei stessa si fa promotrice con video esplicativi che gira insieme a Perlo, l’intelligenza artificiale creata nella Silicon Valley e che proprio di recente ha subìto degli aggiornamenti sostanziali di cui tutt* non vediamo l’ora di venire a conoscenza. Il suo schiaffabolario è ricco di termini quali Shu-Shu (nota quella di legno), Maxi-Bon (il bla-bla è analogo alla Shu-Shu di legno), massaggi ditalici, boccalici, dirtelo-boccalici, tripudi di cuori; si sprecano i cactus, che sono una filosofia di vita, uno state of mind, una dimensione dell’anima. Tra il serio e il faceto, la Dottoressa Schiaffazzi ci parla di amore, inclusione, ascolto, sperimentazione, consenso e rispetto in chiave surreale e ironica, sempre di gran classe.
Instagram: @dottoressaschiaffazzi

Rendiamo grazie alle Grazie*
*dee delle gioia di vivere

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Morena e Ivano de Le Sex En Rose

La coppia più rosa del web è formata da Morena e Ivano di Le Sex En Rose. Unit* affettivamente e sul lavoro, è difficile star loro dietro: testano e recensiscono sex toys, organizzano set fotografici per campagne pubblicitarie molto glamour, hanno una rubrica di interviste nude che pubblicano sul loro sito, fanno divulgazione su temi riguardanti sessualità e tematiche lgbtqi+ con articoli di approfondimento e di recente hanno curato l’iniziativa “Piacere in Scatola – Consumare con Consenso” durante il Festival dell’Amore tenutosi a Milano dal 7 al 9 Giugno 2019. Per non parlare del podcast “Pottenrose” nel quale si diletta(va)no a leggere e commentare le fanfiction erotiche ispirate alla saga di “Harry Potter” con il loro inconfondibile accento piemontese. Lo stile è sobrio e solare nonostante tutto il rosa confetto e/o shocking, l’intesa e la complicità sono tangibili. Come direbbero loro: «Attenziòne!» (con la “o” aperta).
Instagram: @le_sex_en_rose
Sito: www.lesexenrose.com

Marvi Santamaria, meglio nota come Match and the City, ha iniziato la sua avventura online per raccontare il disagio(h) (quello con l’acca finale!) sulle dating app come Tinder. Dopo un anno di anonimato, Marvi ha deciso di uscire allo scoperto e, oltre a dedicarsi al tema degli incontri oline, tratta argomenti quali femminismo, pornografia etica, ha curato un podcast con puntate monotematiche, ha creato e tuttora modera due gruppi su Facebook in cui si confronta su questi temi, ogni mese raccoglie il meglio – secondo lei (come ci tiene a precisare) – su dating, sessualità, femminismo e lgbt in una newsletter; infine ha pubblicato il libro “Tinder and The City” (Alcatraz Edizioni) dove racconta storie di disagio sulle app di incontri, tra esperienze reali e finzione. Molto attenta e curiosa nel suo approccio, non manca di stimolare chi legge e guarda con consigli e riflessioni. Un’instancabile caterpillar!
Instagram: @matchandthecity
Sito: www.matchandthecity.it

La pagina Instagram di Virgin and Martyr è nata dalla collaborazione tra Greta Tosoni e Greta Elisabetta Vio, conosciutesi proprio sul social più in voga del momento. Inizialmente le persone erano invitate a inviare una foto del proprio corpo, di un particolare di esso, col fine di creare un archivio di immagini che raccontassero la diversità di ciascun corpo, col tempo è diventato un aggregatore di notizie, informazioni, esperienze non solo sui corpi ma anche sulla sessualità, trasformandosi in ciò che è oggi: un safe place in cui condividere e confrontarsi su body-shaming, tabù, sessualità, erotismo e pornografia, il tutto corredato da immagini e illustrazioni molto curate e con uno stile che caratterizza la pagina. L’attività virtuale va di pari passo a quella offline, nella quale le due Greta e alcune persone del team partecipano a dibattiti, incontri ed eventi volti a promuovere i suddetti temi. Su Virgin and Martyr le parole chiave sono rispetto, consenso e inclusività e i toni sono sempre pacati, senza scadere in un buonismo forzato. Difficile sentirsi fuori luogo sulla loro pagina.
Instagram: @virginandmartyr

Fiore Avvelenato nasce come blog per l’autostima sessuale e raccoglie articoli puntuali e approfonditi che riguardano la sessualità e il corpo da un punto di vista sociale, storico, artistico, letterario. La competenza di Donatella, ideatrice e autrice del blog, nell’ambito della moda e della storia del costume donano al progetto un valore aggiunto, rendendolo ancora più originale e affascinante, come il nome che porta. Fiore Avvelenato sa stimolare con aneddoti e digressioni che contestualizzano alcuni tabù e ci aiutano a osservarli meglio per poterli superare con consapevolezza e serenità. Su Instagram delizia la platea di follower con chicche maliziose, storie succulente e sondaggi in cui riesce a creare un’interazione onesta e mai giudicante, sempre aperta al confronto. Quello che mi piace di Fiore Avvelenato è che mi fa sentire come se mi trovassi in una biblioteca zozzetta dove lussureggiare acculturandomi, praticamente il paradiso per me, sapiosexual!
Instagram: @fioreavvelenato
Sito: www.fioreavvelenato.wordpress.com

Meno dissing Più dissidenti

Clitoridea (logo di Vincenzo Rotundo)

Dalla Calabria con furore e ardore c’è Clitoridea. Nata come sito di racconti erotici inviati dalle e dai fan è ben presto diventata un luogo dove chiedere supporto e confronto (nella rubrica “Clitoridea & Friends” chi ha una questione da sottoporre alla comunità lo può fare in modo anonimo e c’è chi risponde con pareri e/o consigli in forma altrettanto anonima). Inoltre Clitoridea è una pagina Instagram in cui vengono condivisi aforismi e poesie erotici, foto e illustrazioni a tema e nella quale si dibatte di tabù, corpi, sessualità, femminismo, pornografia. Ketty Rotundo, la sua fondatrice, organizza aperitivi con letture di racconti erotici. Insieme al gruppo Fem.In (Cosentine in lotta) organizza iniziative volte a sensibilizzare sui temi dell’inclusione, del femminismo intersezionale e delle patologie di genere. È tosta come il granito, divampa come un incendio, ha un senso dell’umorismo travolgente. Come non amarla?!
Instagram: @clitoridea
Sito: www.clitoridea.it

Benedetta Lo Zito è una donna che a un certo punto della sua vita, dopo essersi sentita sempre un’outsider per un motivo o per un altro, si è detta: «Mo’ prendi il tuo profilo da beauty influenZer e lo trasformi in un punto di ritrovo per coloro che non si sentono mai abbastanza!». E lo ha fatto tramutando Vitadibi in una parata femminista, sex e body positive, dove la peculiarità principale è quella di non mandarle a dire, complice anche la romanità che si è portata fino a Londra, dove vive. Su Instagram e Facebook parla di diritti umani, antifascismo, supporta la comunità lgbtqi+, promuove una sessualità libera e felice, l’amore per il proprio corpo. Instancabile social media manager di sé stessa, collabora inoltre al manifesto di fotografia erotica in salsa pop I Am Naked On The Internet di Miss Sorry e fa parte dello staff italo-inglese di Idioma, una linea di gioielli erotici femminili completamente artigianali e 100% made in Italy.
Il suo superpotere è saper connettere le persone anche con una risata, perché va bene essere militante, ma con la battuta pronta. Sempre.
Instagram: @vitadibi

Preparatevi a farvi infradiciare dall’onda anomala di Fluida Wolf attivista antisessista e antifascista, trash drag bitch, come ama autodefinirsi, traduttrice di testi che desiderano abbattere i tabù sulla sessualità, sul genere e aiutare a consapevolizzarsi sui propri piaceri e desideri. È inoltre conduttrice del workshop che da anni la sta portando in giro per l’Italia e fuori dai confini nazionali, ossia “Eiaculazione per f*che”, dove racconta come il corpo della donna, e particolarmente i genitali, sia stato silenziato al punto da non vedersi riconosciute parti di esso. Partendo da alcune nozioni anatomiche arriva a illustrare come avviene l’eiaculazione, senza voler istruire o indottrinare, ribelle fino al midollo, come piace ad agit-porn! Fluida Wolf è inoltre una studiosa di postporno, studi di genere e attiva nel dibattito sui diritti della comunità lgbtqi+ e delle/dei sex worker. Di lei mi piace anche ricordare le mise eccentriche e sfrontate, il make up fluo e le acconciature fatte di lunghissime extension e minidildo; la voglia di non essere a basso profilo, perché la rivoluzione non si può fare sottovoce.
Instagram: @valentine_aka_fluida_wolf

La comunità sex positive è in fermento e tante altre persone ne fanno parte, una menzione speciale va al progetto La camera di Valentina che racconta l’arte erotica passata e contemporanea, in modo scrupoloso e mai pedante nel tentativo di dirci qualcosa in più su sesso e passione.

Conoscevate blogger e influencer dell’articolo? Ne avete altr* da suggerire?
Lasciate un commento qua sotto e non dimenticate di seguirmi anche su Instagram.

Claudia Ska

Buy Me a Coffee at ko-fi.com

Pensavo fosse distopia, invece era il Presente

Lo scorso aprile Emma Bonino ha dichiarato a TPI News (The Post Internazionale):

«Ancora non abbiamo capito che i diritti civili, così come la democrazia, sono dei processi e se uno non continua a pedalare cade. Ci siamo – anzi, si sono – distratti per anni e ora spero che questo campanello d’allarme venga finalmente colto e ci sia della resistenza un po’ più strutturata e un po’ più organizzata».

Diamo per scontati i diritti acquisiti e l’inesorabile venire meno di alcuni di essi non viene percepito con consapevolezza.
Stiamo attraversando un momento oscuro e lugubre determinato da proposte di legge censorie e abbiamo bisogno di una visione d’insieme, di non considerare ciò che accade come un evento singolo, a sé stante, dovremmo utilizzare il nostro senso critico e analitico per affrontare la realtà.
Spesso vengo contestata perché parlo di corpi, sesso e politica sottolineando quanto questi tre temi si intersechino fra loro. Sarebbe interessante se la politica si occupasse della cittadinanza e invece le singole persone del proprio piacere (sessuale), ma – ahimè – la politica si occupa anche dei nostri corpi e delle nostre scelte individuali e non possiamo non tenerne conto.

Vi propongo di fare un viaggio nel tempo e nello spazio insieme a me.
USA, Luglio 2018. Il Presidente Trump propone l’elezione di Brett Kavanaugh come uno dei giudici della Corte Suprema, ossia l’unico tribunale specificamente disciplinato dalla Costituzione e quindi super partes anche rispetto alle leggi votate nei singoli Stati. I membri della Corte sono 9, nominati a vita. Quando ci sono dei seggi vacanti, il Presidente nomina nuovi membri con il consenso del Senato. La Corte Suprema dovrebbe essere rappresentativa della pluralità delle anime politiche, sociali e geografiche degli Stati Uniti d’America.
Kavanaugh, dicevamo. Quando venne nominato si fece avanti una donna che lo accusò di tentato stupro 35 anni prima, quando avevano 15 anni, poi se ne aggiunsero altre due. Nonostante la battaglia legale e le proteste di piazza, Kavanaugh è stato comunque eletto a ottobre, dopo che ad aprile dello stesso anno è stato eletto un altro membro repubblicano nominato da Trump, ossia Neil Gorsuch.
L’attuale Corte Suprema statunitense è composta da 3 donne (una nominata da Clinton, due da Obama) e 6 uomini (uno solo afroamericano, nominato da Bush Jr) e di questi, 5 repubblicani. Il Presidente della Corte – John Roberts – pur essendo stato nominato da George W. Bush e quindi di fazione repubblicana, ha risposto a un attacco di Trump che accusava i giudici di essere “politicizzati”, perché il giudice federale della California Jon Tigar aveva bloccato il provvedimento che aveva sospeso il diritto di chiedere asilo alle persone che attraversano illegalmente il confine sud dello Stato, arrivando dal Messico.
Maggio 2019. Alabama, Missouri, Georgia  e Louisiana (con la firma del governatore democratico) sono gli Stati in cui solo quest’anno sono state approvate nell’arco di pochi giorni le une dalle altre le leggi anti-abortiste anche in caso di stupro e incesto. Tali leggi dovrebbero entrare in vigore il prossimo anno e solo la Corte Suprema potrebbe respingerle, in quanto nel 1973 ci fu la sentenza che proclamava il diritto alla libera scelta di ciò che riguarda la sfera più intima della persona, in nome del XIV Emendamento.
Se però la Corte Suprema è formata per la maggior parte da uomini conservatori e fra questi ce n’è uno che per di più è stato accusato di tentativo di stupro e durante il processo ha espresso la propria collera e aggressività, non è che ci sia da stare molto tranquill*.
Inoltre la firma del governatore John Bel Edwards mette in luce il fatto che il movimento pro-life stia prendendo sempre più piede nell’ala democratica, che al proprio interno include quella che dal 1995 è la Blue Dog Coalition, ossia un gruppo formato di 27 membri della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti del Partito Democratico, favorevole alla restrizione dell’aborto.

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aborto libero gratuito

Torniamo in Europa, precisamente a Verona, tra il 29 e il 31 marzo 2019 durante il XIII Congresso Mondiale delle Famiglie (World Congress of Families, che ho ribattezzato il What The Fuck Congress of  Families).


Secondo Il Post “Il WCF riunisce «il movimento globale» antiabortista, antifemminista e anti-LGBTQI ed è stato classificato come “gruppo d’odio” dal Southem Poverty Law Center, organizzazione americana senza fini di lucro impegnata nella tutela dei diritti delle persone”.

Si tratta di un movimento estremamente pericoloso e pervasivo, potente a livello politico ed economico, che può fare molte pressioni sui governi.
Ovviamente il controllo dei corpi, specialmente di quelli femminili, con l’interruzione di gravidanza sempre in agenda, è uno dei temi cardine. Si sposta l’attenzione dalla donna/madre unicamente al feto/figli*, senza tenere minimamente in considerazione non solo la volontà della persona direttamente coinvolta ma anche i suoi sentimenti, le sue esigenze, i suoi desideri. Nel momento in cui scopre di essere incinta e decide di abortire, la donna smette di contare come individuo: è nient’altro che incubatrice di una nuova vita, pertanto al suo posto ci sono altr* che decidono in sua vece o vorrebbero farlo.
In Italia la depenalizzazione e la regolamentazione dell’accesso alla pratica abortiva sono state sancite dalla cosiddetta Legge 194 (Legge 22 maggio 1978, n.194), la quale però lascia libertà di scelta agli obiettori e alle obiettrici di coscienza, ossia personale medico e paramedico che può rifiutarsi per motivi etici e/o religiosi (molto spesso economici) di praticare l’interruzione di gravidanza.
Il credo religioso c’entra davvero poco laddove ci sono ginecologhe e ginecologi che non effettuano l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) negli ospedali pubblici, dove il servizio è gratuito, ma la eseguono privatamente a costi elevati.
Dal dicembre 2009 in Italia l’IVG farmacologica può avvenire tramite la pillola RU486, che in quasi tutti i Paesi dell’Unione Europea può essere somministrata fino alla nona settimana di gravidanza, mentre in Italia al massimo fino alla settima. Questo metodo è economico perché non rende indispensabile l’ospedalizzazione (anche se nel nostro Paese è previsto ricovero di tre giorni, più per mortificare la persona che sceglie di abortire, che per una reale necessità, salvo casi specifici), non prevede alcun intervento chirurgico (costoso a livello economico, fisico nonché emotivo) con eventuali rischi dovuti all’intervento stesso.
Peccato che in Italia gli aborti farmacologici si fermino al 15,7%: ciò significa che prevale ancora l’interruzione chirurgica, che può essere effettuata solo tra la sesta e la quattordicesima settimana di gestazione a partire dall’ultima mestruazione, mentre idealmente la RU486 potrebbe essere assunta dalle primissime settimane ed è efficace per tutta la gravidanza, nonostante possa essere somministrata per legge entro il 63° giorno.

Come dicevo all’inizio dell’articolo è necessario osservare la situazione politica e sociale nel suo insieme, tenendo conto dell’avanzata capillare di movimenti xenofobi, omofobi, sessisti e in una parola fascisti. In Francia e in Italia a queste ultime votazioni per il Parlamento Europeo hanno vinto i partiti di Le Pen e Salvini, i cui discorsi sono pregni di odio, bigottismo e propaganda reazionaria.
Dovremmo ricordarci del patrocinio al WCF da parte del Ministro per la Famiglia e le Disabilità con le deleghe alle Politiche per la famiglia, disabilità, infanzia e adolescenza, politiche antidroga, adozioni, anche Vice-Segretario Federale vicario della Lega, ossia Fontana, che se credessi nel binomio Bene/Male, sarebbe sicuramente il secondo insieme a Pillon, noto in particolare per il disegno di legge 735 che porta il suo nome e che introdurrebbe una serie di modifiche in materia di diritto di famiglia, separazioni e affido condiviso dei minori e prevede, inoltre, che le disposizioni introdotte, una volta entrate in vigore, vengano applicate anche ai procedimenti pendenti. Ne suggerisco la lettura per rendersi conto di quanto potrebbe essere deleterio e pericoloso, soprattutto in casi in cui si chiede separazione per abuso/violenza. Pillon vorrebbe abolire la legge 194 e non ha perso occasione di schierarsi contro la comunità LGBTQI+, ma per fortuna lo scorso aprile è stato condannato in primo grado per diffamazione contro il circolo arcobaleno Omphalos di Perugia, accusato di fare propaganda omosessuale quando invece si occupava di distribuire materiale informativo contro bullismo e omofobia.
Il Ministro dell’Interno invece va avanti col suo tour che neppure Mengoni con l’ultimo disco e nelle sue tappe non manca di lanciare le forze dell’ordine tipo cani arrabbiati a casa della gente per far ritirare gli striscioni di critica e dissenso appesi ai balconi (Salerno e Brembate) o far requisire lo smartphone a una ragazza che con la scusa di una foto gli chiede: «Salvini, non siamo più terroni di merda?!», questo quando non sta sui social a offendere e umiliare, fra gli/le altr*, donne a caso (Laura Boldrini è una delle preferite seppure non disdegna mettere alla mercé di chi lo segue Giulia Pacilli, una ragazza che ha manifestato il proprio dissenso verso l’attuale governo e in particolare verso il ministro con cartelli sarcastici).
Non dobbiamo dare per scontata la nostra – seppure limitata – libertà, perché con manovre più o meno esplicite stanno cercando di sottrarcela. Dobbiamo lottare tenacemente e fare in modo che sempre più persone possano essere tutelate e ottenere nuovi diritti che favoriscano l’autodeterminazione.
Sembra distopico finché non ti rendi conto che quell* defraudat* sei tu.

Il video che ho condiviso è di Clara Campi, stand up comedian milanese.
Nota bene: non sono riuscita a reperire l’autrice o l’autore dell’immagine che ho trovato su Internet. Se sai chi è, me lo diresti per inserire i credits? Grazie!

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Lo fanno per il nostro bene (parte seconda)

[Questa è la seconda parte dell’articolo pubblicato lo scorso 30 Aprile 2019, che potrete leggere qui.]

Il tema della censura frustra chi lo subisce e in molti casi limita anche il suo potere economico.

Consideriamo i/le sex workers (lavoratori e lavoratrici del sesso) e alcun* artist*. La prima categoria è stata fortemente messa in difficoltà con la legge statunitense FOSTA-SESTA (Fight Online Sex Trafficking Act e Stop Enabling Sex Traffickers Act) firmata da Trump nel marzo del 2018 per combattere il traffico sessuale. Questa legge scritta in modo ambiguo e vago rende responsabili dei contenuti pubblicati sul proprio sito i proprietari delle varie piattaforme, pertanto molti siti hanno deciso di eliminare il problema alla radice impedendo la condivisione di materiale e servizi a sfondo sessuale. Da Backpage.com (sito di annunci di vario tipo), Patreon, Reddit, Craiglist, Google, passando da Tumblr, che ha visto crollare il traffico del 30% da quando nel dicembre 2018 ha dato un giro di vite alle condizioni d’uso (fonte: DrCommodore.it), la stretta si è fatta soffocante per chiunque.

Suppongo che siamo d’accordo sull’importanza di riconoscere e neutralizzare chi sfrutta la prostituzione, il traffico di persone e la diffusione di materiale pornografico realizzato tramite coercizione o senza che le persone protagoniste ne fossero a conoscenza, pertanto si sarebbe potuto scrivere la legge in modo preciso e dettagliato, senza andare a colpire categorie di persone che con consapevolezza hanno deciso di esercitare una professione. Non è ipocrisia quella di considerare la prostituzione e la pornografia attività che esistono come conseguenza di una forzatura di un soggetto X su un soggetto Y?
È stata approvata una legge che nega l’autodeterminazione.
E, come è stato fatto notare, a essere ulteriormente discriminate saranno le persone marginalizzate per etnia, ceto sociale e sesso (persone non bianche, povere, transessuali). Persone che in completa autonomia hanno potuto scegliere cosa far vedere e vendere di sé, selezionare anticipatamente la clientela e stabilire un valore economico alle proprie prestazioni, si trovano nuovamente alla mercé di papponi e costrette a mettersi su strada con un rischio maggiore di subire violenza.

Autoscatto e autocensura, Dicembre 2018

Autoscatto e autocensura, Dicembre 2018

Per quanto riguarda invece chi di nudo, erotismo e/o pornografia ha fatto una forma d’arte, la situazione non è migliore, soprattutto per artist* poco conosciut* che vorrebbero far arrivare le proprie opere anche fuori dalle personali cerchie sociali e/o dall’area geografica di provenienza.
Molt* di loro usano i social per promuoversi e creare una rete tale da diffondere il proprio lavoro. Il passaparola è fondamentale a questo scopo ed è stato proprio il passaparola che ha permesso a molt* di farsi notare da gallerie d’arte, musei, aziende con cui collaborare e incrementare i guadagni e la visibilità. Per tornare al social più in voga negli ultimi anni, Instagram, tempio del visuale, quest* artist* si sono vist* censurare foto e illustrazioni e in molti casi anche chiudere il profilo perché considerati inappropriati, con la conseguente perdita di materiale e follower. Se è vero che le immagini sono salvate altrove, non vale per le didascalie e in generale la parte testuale, inoltre ricostruire la fan-base non è facile e immediato, richiede tempo, sforzo e impegno. Attualmente Instagram usa un metodo più subdolo dell’eliminazione delle immagini, il cosiddetto shadow ban, ossia l’oscuramento. I contenuti restano online, ma visibili solo se una persona va sul profilo su cui sono stati pubblicati. Non ci sono hashtag che tengano, non si viene indicizzat*. Questo va ad aggiungersi al fatto che le pubblicazioni di ciascun* utente vengono visualizzate solo dal 7% dei follower, a meno che non decida di sponsorizzare i propri contenuti, opzione che può essere utilizzata solo da chi ha un profilo aziendale.
Nel mio caso non potrei anche volendo: la parola porn contenuta nell’indirizzo del sito mi impedisce di riportare l’url nella mia biografia di Instagram, per cui ho dovuto aggirare il problema utilizzando Linktree e, quando uso direct (messaggistica privata di Instagram), mi viene impedito l’invio in quanto “il link è stato individuato come non sicuro […]”.
Chi vende sex toys e in generale materiale per adulti (tranne se le finalità sono contraccezione o pianificazione di gravidanza), non può creare inserzioni a pagamento su Facebook e Instagram, che ne vietano la sponsorizzazione e la vendita sulle loro piattaforme. Questo vale quindi anche per chi sponsorizza e vende fotografie, illustrazioni e video a carattere erotico e pornografico o dove siano visibili corpi nudi, a prescindere da eventuali atteggiamenti allusivi o esplicitamente sessuali. Se si tratta di libri, il problema è superato in quanto le aziende non ne impediscono la vendita.

Dal mio punto di vista la tutela della sensibilità e della sicurezza dell’utenza sono pretesti per agire un controllo reazionario sulle persone, per questo è necessario informarsi e rivendicare la propria libertà con proteste e proposte, perché la sola rivendicazione non basta se non si è proattiv*.

Claudia Ska

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Lo fanno per il nostro bene (parte prima)

«Chi censura i censori?»
Decimo Giunio Giovenale

Nell’Aprile 2016 lanciammo il numero 15 di “Rivista di Scienze Sociali”, così ogni giorno condividevo su Facebook il link a uno degli articoli per promuoverli.

Alcuni di essi erano corredati dalle immagini del servizio fotografico “Santa Firunika dalla veste nera” che feci con Alex Gallo e che lanciammo in anteprima proprio su “Erottica – Sguardi obbliqui di corpi dilatati”.

L’articolo di Francesco Macarone Palmieri, “Emoporn” (di cui consiglio fortemente la lettura), era uno di questi. Sotto il titolo e nella preview troneggiava una foto in bianco e nero di me in ginocchio col ventre e la vulva scoperti, il seno nascosto da uno scialle nero e il volto tagliato dall’inquadratura.

Facebook eliminò il post perché offensivo.

Era già capitato in altre occasioni, ma fu in quel periodo che iniziai a pubblicare più o meno sistematicamente foto mie in polemica con la condotta censoria del social network.
La domanda più o meno esplicita che ponevo era sempre la stessa: «Che colpa hanno i nostri corpi?» ed è la medesima da allora.
Iniziai a usare Facebook sempre meno, prediligendo Instragram, che sembrava più aperto sul tema nonostante dal 2012 fosse stato acquisito dall’azienda di Zuckerberg. Mi ero sbagliata di grosso e non ci è voluto molto a capire che Instragram è altrettanto bigotto: talis pater

Stando ai dati di Luglio 2018, il maggior numero di utenti che utilizza Instagram si trova negli USA seguiti nell’ordine da India, Brasile, Indonesia e Turchia (fonte: Hootsuite).
Sono andata a cercare le condizioni delle donne in quegli Stati e ho scoperto che nel 2018 la Thomson Reuters Foundation ha stilato la classifica dei 10 Paesi più pericolosi al mondo per le donne: è emerso che l’India è al primo posto mentre gli Stati Uniti d’America al decimo. Fra i parametri considerati ci sono discriminazione, violenza sessuale e non, traffico di esseri umani (schiavitù domestica, lavoro forzato, matrimonio forzato e schiavitù sessuale).
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) il Brasile è invece quinto Paese al mondo per tasso di femminicidi (fonte: LetteraDonna).
Nella zona nord dell’isola di Sumatra, nella provincia di Aceh in Indonesia, nell’ottobre del 2018 è stato istituito il divieto per le donne di mangiare fuori con un uomo tranne che se accompagnate da un famigliare (maschio, ovviamente) e inoltre dalle ore 21.00 è vietato servire clienti donne nei locali pubblici per “proteggerne la dignità” (fonte: Sky Tg24).
In Turchia, nonostante i movimenti femministi locali, le donne faticano a essere considerate e trattate alla pari degli uomini e sono diffusi stupro, femminicidio e violenza domestica, oltre ad altri tipi di discriminazioni (fonte: Wikipedia).
Da tempo mi interrogo sulla connessione tra globalizzazione, diffusione dei social media e libertà e penso che ci sia una relazione tra questi temi e la censura.
Un’azienda che cerca di imporsi economicamente su larga scala e in modo capillare, deve fare i conti con leggi, norme e tradizioni del luogo in cui entra e desidera stare. Se le donne sono ritenute inferiori (rispetto agli uomini [eterossessuali], che in una visione patriarcale è il metro di paragone assoluto), se i loro (nostri) corpi sono considerati volgari e pericolosi, sarà necessario privare tali persone della libertà di espressione, sarà imposto loro il divieto di mostrarsi come vogliono e persino di parlare di cosa desiderano e come lo desiderano.

In questo contesto storico, politico e sociale si inserisce il porno-attivismo, con le sue provocazioni che trascendono la narrazione volta a eccitare e usando la rappresentazione dell’atto sessuale per un discorso politico di de-colonizzazione e libertà, rivendicazione dei diritti e quindi autodeterminazione.
Quando una persona consapevole (l’aggettivo è fondamentale in questo assunto) si mostra nuda, sta compiendo due azioni: la prima è quella oggettiva di mostrare il proprio corpo integralmente o parzialmente, la seconda è quella intrinseca di esercitare la propria libertà di espressione, senza cercare legittimazione, perché si è legittimata con l’azione stessa.

Una ricerca del Center for Technology Innovation at Brookings del 2016 raccolse i dati in cui si diceva chiaramente come gli Stati che avevano applicato il divieto di usare determinate applicazioni e siti persero 2 miliardi e 400 milioni di dollari nel 2015 (fonte: Panorama). Considerata l’ingente somma, alcuni sono tornati sulle proprie decisioni aprendo le porte ad aziende come Facebook (che possiede Instagram e Whatsapp) e Google, fra le più note, potenti e pervasive. Gli accordi si fanno sempre sulla base di compromessi a scapito della libertà: limitando quella delle/degli utenti, non solo impedendo che condividano contenuti che sono ritenuti pericolosi per la community, ma anche ricavando informazioni personali su di ess* per avere un controllo maggiore, se non totale (abitudini di acquisto, stile di vita, opinioni politiche, interessi, ecc.).

«Instagram riflette la nostra eterogenea comunità di culture, età e credenze. Abbiamo dedicato molto tempo a riflettere sui diversi punti di vista delle persone in modo da creare un ambiente sicuro e aperto per tutti.»
Incipit della versione lunga delle linee guida della community.

Se il tuo sito accetta utenti dai 13 anni in su di credo religiosi, opinioni politiche, e condizioni sociali disparate e se tali utenti usufruiscono del tuo sito anche in Paesi dove sono in vigore pena di morte (non c’è bisogno di andare in Medio Oriente, negli USA con la pena capitale se la cavano benissimo!), tortura, imposizioni di natura religiosa o statale che limitano la libertà di espressione e parola, come minimo devi fare in modo che chiunque non si scontenti.
Quello che deduco è che la violenza, l’omofobia, il sessismo, l’oggettificazione dei corpi femminili e la xenofobia vengono tollerati, mentre le soggettività dei corpi e i discorsi su una sessualità positiva ed eterogenea sono censurati, lo dimostrano le numerose pagine a sfondo razzista ancora attive nonostante le segnalazioni e il fatto che la narrazione mainstream della sessualità se la passa piuttosto bene. Pertanto la conclusione alla quale sono arrivata è che pagine e profili volti alla limitazione delle libertà altrui vengono favoriti, mentre pagine e profili volti all’estensione di tali libertà vengono osteggiati e censurati.

[continua…]

Claudia Ska

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L’insurrezione del porno

L’immaginario del porno mainstream è fatto da persone che rispondono a precisi canoni estetici, etnici e sociali: donne borghesi, bianche, slanciate, toniche, formose, con seni sodi grandi come meloni (spesso grazie alla chirurgia estetica), uomini anch’essi borghesi e bianchi, palestrati, aitanti e dotati di peni di dimensioni simili a mattarelli da cucina.

Tutto ciò che esula da questo standard viene isolato, trattato come un’eccezione. Andate su PornHub: “giapponesi” e “nere” (notare gli aggettivi al femminile) sono categorie definite; che poi le “nere” siano africane, francesi, americane, varie ed eventuali, non ci è dato saperlo, ma in quanto di pelle scura bastano per costituire una sezione propria. Sono l’alternativa alla norma: la donna bianca.
“Gay” è un sito a sé con delle sotto-categorie a sua volta, perché in un mondo omofobo come il nostro non è contemplato che le persone che desiderano eccitarsi con la pornografia possano finire su un video di uomini che si divertono allegramente trastullandosi a vicenda.
Nello specifico delle rappresentazioni eterosessuali, l’uomo è dominante e la donna viene raffigurata come colei che gode principalmente nell’essere dominata e penetrata. Si sprecano le fellatio a scapito dei cunnilingus e le scene terminano con lui/loro che eiacula/no su viso, seno, natiche, piedi di lei/loro. Nelle rappresentazioni “lesbiche” (presente su PornHub anch’essa come categoria e non con un sito a parte come per gli uomini omosessuali), vengono usati una serie di espedienti per eccitare principalmente (forse esclusivamente) un pubblico maschile eterosessuale. I video lesbici mainstream contengono sogni e desideri di uomini eterosessuali, difficilmente le lesbiche vi si identificheranno.
Se è vero che le attrici porno scelgono cosa fare sul set (e su questo devo approfondire la questione), le sceneggiature sono viziate da un punto di vista etero-normato, machista e sessista.
I titoli stessi dei video che si trovano online sulle più note piattaforme di pornografia in streaming la dicono lunga sulla visione e rappresentazione della donna, che in moltissimi casi viene definita troia, vacca, puttana, cagna, mignotta, zoccola, porca mentre lui è stallone, toro, maschione, porco – sì – ma con una sfumatura non denigratoria.
I titoli dovrebbero dare un’idea di cosa si vedrà, ossia una o più donne che vogliono godere e che per questo si meritano di ricevere il pene o i peni dei loro partner.
Inoltre nel porno tradizionale il sesso è sempre penetrativo e tra falli veri e finti a volte si arriva al parossismo.

È evidente quanto la pornografia che siamo abituat* a fruire sia normativa a più livelli, laddove la norma è persona cisgenere, abile, di pelle bianca, afferente al ceto medio, eterosessuale. Non è raro che quando si chiede alle persone se guardano e piace loro il porno, quasi naturalmente penseranno a una pornografia di quel tipo, che di fatto è unidirezionale; non a caso molt* esprimono rigetto nei suoi confronti.

Da qui nasce l’esigenza di un porno alternativo, ossia il post-porno, che per sua stessa natura è, o dovrebbe essere, inclusivo e intersezionale abbracciando la diversità delle persone e delle prospettive, sia di chi lo mette in scena che di chi ne fruisce. Il post-porno nacque proprio dall’esigenza di ridimensionare e contrapporsi al modello della pornografia tradizionale, sovvertendo modelli stereotipati non solo sessualmente ma anche socialmente.
Ci stiamo abituando al porno cosiddetto etico di Erika Lust, che resta comunque normativo, edulcorato rispetto a un discorso politico più esplicito e comunque infarcito di product placement (Erika Lust ha uno shop online e nei suoi film non è casuale che siano presenti i prodotti che vende).
Business is business.

Nel filone del post porno si inserisce il porno-attivismo ossia l’uso della pornografia in modo apertamente politico, con la finalità di turbare lo sguardo delle spettatrici e degli spettatori.
Il porno-attivismo è estremo perché si colloca fuori dalle regole e/o dal senso comune. È sfacciato, provocatorio, sovversivo, finalizzato all’autodeterminazione in senso lato. Come ogni gesto rivoluzionario, porta scompiglio e non è facile da digerire né tantomeno da gestire, perché mette in soggezione il comune senso del pudore in luoghi e circostanze che non ci si aspetta.

Grazie a Fluida Wolf (sempre sia lodata!) ho scoperto Maria Basura e il suo progetto Fuck the fascism in cui compie atti vandalici contro statue, monumenti, tombe di colonialisti. Questi atti sono sessuali: armata di strap-on e dildo, frustini e passamontagna, mette in scena un abuso sessuale ai danni delle icone di uomini che hanno violentato popoli e luoghi imponendo religioni, lingue, riti, usi e costumi in modo arbitrario.
Conoscevo già i lavori di Diana J. Torres, nota come pornoterrorista, che ha fatto un enorme lavoro di divulgazione anticonformista rispetto al piacere femminile e ai corpi (“Fica potens” e “Pornoterrorismo” entrambi editi da Golena edizioni).
Maria è sudamericana, nata e vissuta in un continente occupato da potenze europee, le quali – oltre a usurpare terre, schiavizzare e sterminare le persone autoctone – hanno anche deportato massivamente persone dall’Africa (altro continente sottomesso con la forza e la violenza) per sfruttarle altrove, al solo scopo di dare prestigio, potere economico e politico al Paese d’origine. Diana invece è spagnola ma vive in Messico da ormai molti anni.
Entrambe sono esempi emblematici della discriminazione in quanto donne che non incarnano i modelli di un porno che – è evidente – non appartiene loro.

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Maria Basura in un assalto porno guerrigliero di “Fuck the fascism”

Lo stato di cattività ha innescato la necessità di ribellarsi.

È (anche) da questa prospettiva che dovremmo guardare la pornografia: i corpi che vediamo portano addosso le esperienze di cittadin* abili, bianch*, precari* ma non pover* ed escludono un’ampia fetta della Società che non conosciamo semplicemente perché lontana da noi in un modo o nell’altro.
Abbiamo bisogno di una pornografia intersezionale, democratica, progressista, inclusiva, solidale, che dia voce a ciascun* e nella quale chiunque possa identificarsi e desiderare.
Non significa normare in modo diverso, ma dare la possibilità di esprimersi e di trovare materiale di cui fruire senza sentirsi esclus*.

Il post-porn è la risposta femminista alla narrazione del piacere.

Claudia Ska

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