[Guest Post] “Mi rivedo con altri occhi: i miei” di Caffeine Butt

Sono M. e sono un’esibizionista.
Pubblico online le mie foto di nudo (o quasi) dal 2007 e le scatto dal 2002.
La prima volta avevo 16 anni, era una sera d’inverno ed ero esageratamente vestita; la mia pelle aveva bisogno di evadere e io avevo bisogno di vedermi da un punto di vista che non fosse lo specchio. Quella sera è iniziato il mio lunghissimo rapporto con l’autoscatto. Per anni le foto sono rimaste più o meno segrete/private, poi sono state su MySpace, su blogspot, su alcuni forum di scambisti, su Tumblr e infine su Instagram.

Faccio parte di quel ristretto gruppo di persone molto più clemente con il mondo esterno che con se stessa e vedermi da un punto di vista esterno mi aiuta a rendere la mia immagine meno in attesa del mio stesso giudizio. Sono ben lontana dai canoni di bellezza più condivisi, ma con gli anni, osservandomi e fotografandomi, ho imparato a voler bene al mio corpo per come è e per le storie che ogni dettaglio può raccontare. Ho imparato anche a conoscerlo e riconoscerlo proprio grazie a ogni singolo particolare, quelli con i quali sono nata e quelli che riassumono le mie battaglie.
Quelle foto sono un momento in cui sperimento una sorta di corteggiamento verso me stessa: una sensualità solo mia e non diretta a nessun altro. Ma sono anche, e soprattutto, il momento in cui mi riapproprio di me e del mio corpo.

agit-porn

Autoscatto, Caffeine Butt

A volte non ce ne accorgiamo nemmeno, ma di fatto apparteniamo più agli altri che a noi. Il nostro corpo è oggetto della famiglia, del lavoro, della società e di tutte le regole e consuetudini che lo governano. Il modo in cui ci muoviamo, in cui parliamo, in cui ci avviciniamo o allontaniamo dagli altri, in cui ci vestiamo, in cui decidiamo di mostrarci, viene continuamente sottoposto al giudizio degli altri. Fotografarmi in atteggiamento sensuale per me è un momento di conquista e riconquista di me stessa, in cui quindi da un lato mi corteggio e dall’altro mi riapproprio di un mio spazio – il mio corpo – che normalmente viene cannibalizzato da altri pezzi di me: mi levo i panni che di volta in volta indossa la me professionista competente, la me consulente, la me madre, la me amica, familiare, confidente. Nel momento in cui mi spoglio di ogni altra veste, più o meno letteralmente, posso semplicemente essere solo me stessa, con i miei desideri, le mie paure, le mie fragilità, fisiche e non. La scelta dell’intimo, della musica che mi accompagna, della luce, del momento o della posa da fermare, raccontano sempre una storia o un’emozione. Non c’è nessuna pretesa di artisticità, nè di qualità. Non mi ritengo una fotografa né una modella. Sono solo una donna che racconta se stessa, a se stessa, tramite la pelle.

Spesso chi vede le mie foto è convinto di vedere una persona molto sicura di sé, che si compiace del proprio aspetto. Non è così ma amo comunque mostrare il mio corpo, con quei pezzi che semplicemente esistono e hanno il diritto di esistere fuori dai vestiti. La prima volta in cui ho detto su Instagram di essere una madre di due bambini, sono arrivate molte critiche: «Non ti vergogni, da madre, di mostrarti così?».
Se sono così scrupolosa con il mio anonimato, sul non mostrare mai il volto, o alcuni dettagli riconoscibili, è proprio perchè domande come questa mi fanno capire che purtroppo non siamo ancora in una società pronta ad accettare che una donna possa essere una madre pur rimanendo una donna. Si tollera ancora poco (e molto male) la coesistenza dei ruoli di madre e lavoratrice, accettare che una donna possa essere anche femminile, sensuale, sessualmente attiva dopo i figli è davvero così assurdo? Un’altra critica che mi è stata mossa è: «Ti dichiari femminista ma sfrutti comunque armi di seduzione imposte da una società maschilista e machista, come l’intimo in pizzo, la depilazione, il make-up, il mostrarsi…» come se davvero gli ideali femministi di parità tra i generi, di richiesta di parità di diritti, di ricerca di indipendenza e rifiuto alla sottomissione, non fossero compatibili con una ceretta integrale o con un po’ di mascara. O ci spogliamo ammiccanti per compiacere gli uomini o ci copriamo con una camicia in flanella e abbondanti capelli bianchi per incarnare lo stereotipo della femminista, ogni via di mezzo è inammissibile. L’unico ruolo che posso avere da donna che si mostra nuda, a quanto pare, è quello di una stronza altezzosa in cerca di lodi, una mistress ninfomane, una repressa in attesa di dick pic.

agit-porn

Autoscatto, Caffeine Butt

La verità, invece, è che rendere pubbliche le foto che mi scatto è solo uno stimolo a darmi un criterio (non troppo, non troppo poco, fare una selezione, avere un feed semi curato) ma ogni foto è lì principalmente per me. Non mi preoccupo troppo di ciò che pensa chi guarda perché non è il consenso ciò che cerco, solo uno spazio mio da condividere con chi si trova a suo agio in presenza di quell’aspetto di me. Chi mi segue da tempo, i più fedeli da anni – alla faccia della censura e degli account bannati – ha imparato un po’ a conoscermi grazie a lunghe conversazioni che amo portare avanti. Dopo un po’ arriva puntualmente il commento: “Non lo avrei mai detto ma sei una persona piacevolmente normale!”.
Non lo avrei mai detto nemmeno io.

La nostra misteriosa ospite di oggi, a cui sono grata per questo post, si fa chiamare Caffeine Butt su Instagram dove è ancora possibile trovarla finché censura non ci separi.

agit-porn

Autoscatto, Caffeine Butt

Buy Me a Coffee at ko-fi.com

[Guest Post] “Il cuore è un ologramma” di Polycarenze

“Troia, scegli o muori!”
Così mi minacciarono quando avevo quindici anni.
Va bene, non proprio così, più o meno: “troia, scegli o ti guadagnerai una gogna che ti farà rimpiangere di non aver posto fine al teatrino che hai messo su. Arriverai a scuola e sarà l’inferno. Arriverai a casa e sarà l’inferno. Puoi scegliere, eh. Puoi scegliere di NON scegliere.”
Insomma, a quindici anni ho tradito.
Entrai a capofitto nel mondo di quelle che ora chiamo Non Monogamie Non Etiche, anche se al tempo a malapena sapevo cosa significasse la parola etica.
Mi infatuai di due persone: prima una e, a distanza di qualche mese, l’altra. Tradii la prima con la seconda, poi tornai dalla prima e infine stetti con la seconda facendo soffrire tutti quanti e pure me stessa, che nel mentre venivo ricoperta da una montagna di merda e insulti sessisti da parte delle persone vicino a me.
Scelsi la monogamia per comodità e la mantenni forzatamente per quasi tre anni, perché fu quella che mi permise di liberarmi dalla gogna e di arrestare gli insulti, mentre nella mia testa si sovrapponevano immagini di triadi felici, amori combinati e relazioni esenti da gelosia.

Ho poco più di vent’anni e ogni giorno do voce alla mia inclinazione relazionale parlandone attivamente e rispondendo alle numerose domande di chi s’incuriosisce, sia sui social che nella vita reale.
Ho iniziato un pomeriggio, portando il mio fondoschiena a un poliaperitivo (aperitivo informale dove si discute di poliamore e non monogamie etiche), stanca di prendere porte in faccia da parte di persone mononormate, che mi identificavano unicamente con la mia non monogamia, non considerando tutto ciò che sono.

agit-porn

Polycarenze e A. al Milano Pride 2019

Con questo non intendo mettere in cattiva luce la monogamia, bensì quella già citata mononormatività. Non definisco il poliamore una scelta necessaria, ma un’inclinazione, una filosofia che ho compreso non riuscendo ad adeguarmi agli standard mononormati di una società che, per definire una relazione Normale e Vera, la vuole gonfia di gelosia, di possesso nascosto nelle affermazioni «sono solo tua!», «sei solo mio!», di controllo e/o di monosessualità; d’altronde un* bi/pan+ sessuale è spesso considerat* un* potenziale traditore/traditrice.
Il poliamore non esclude che ci si possa innamorare di più persone e che, se dovesse succedere, le persone coinvolte riescano a gestire i propri sentimenti senza scenate di gelosia, né regole proibitive (tant’è che io preferisco chiamarli accordi).
Conosco poliamoros* che hanno deciso di relazionarsi in modo selettivo con una sola persona o di non relazionarsi. Questo non l* rende meno poly.
La questione, almeno per me, sta nel riconoscere come intraprendere più relazioni insieme stia contribuendo a una meravigliosa crescita personale.
Relazionandomi sia sentimentalmente che sessualmente con più di un partner, imparo come salire a compromessi e non come scendere a essi.
Imparo ad abbracciare i miei limiti, a baciarli sulla bocca e poi scoparmeli.
Proprio così: i miei limiti li scopo!
Ci faccio a pugni, ci faccio BDSM e poi li accetto.
Accetto che anche in una relazione poly possa capitare di provare gelosia, che l’importante non sia eliminarla per forza per ottenere il certificato di SuperPolyMan/Woman, ma imparare a razionalizzarla, capire le sue radici e non scaricarla sull’altr*.
Siamo influenzat* dalla cultura del possesso sin da quando siamo in fasce, tant’è che quando il poliamore viene contestato, la frase tipica rimane “non dividerei il/la mi* partner con nessun*!”.
Il/la partner non è un oggetto, ma una persona con esperienze pregresse, con un carattere, dei sentimenti e una capacità intellettuale e di decisione. È un soggetto attivo, che si può porre in un modo o in un altro a seconda di ciò che gli/le proponiamo.

C’è chi sarà curios* verso un modo nuovo di concepire le relazioni e vorrà provare ad abbracciare il poliamore per liberarsi dell’idea che la gelosia renda viva una storia d’amore.
C’è anche chi non ha questo desiderio e nemmeno ci ha mai pensato, perché consapevole di vivere una monogamia serena.
C’è chi ha tradito innumerevoli volte e passa da un tradimento all’altro ma rifiuta il poliamore perché, dopo una vita relazionale passata in modo non proprio etico, l’idea che si possa risolvere tutto con onestà e consenso sembra troppo stramba, e spesso perché si fa del male all’altr* ma non si vorrebbe soffrire per la stessa dinamica.

agit-porn

Love has no limits, Robert Ashworth

Più rispettabili o meno, le situazioni sono tutte diverse.
Personalmente ammiro chi si spoglia in pubblico per indossare nuove vesti, anche a costo di restare nud* per un po’, patendo il disagio.
Per liberarsi di uno stereotipo, il disagio va attraversato.
Per questo sono orgogliosa quando mi sdraio in spiaggia con le gambe, le ascelle e l’inguine coi peli, superando il disagio fomentato da un’idea di bellezza secondo cui il corpo delle donne debba essere sempre liscio, tonico e depilato e così, nelle relazioni, stimo il mio partner primario che, dopo tanti anni di relazioni monogame con ragazze gelose e lui non da meno, ha deciso di scoprirmi, scoprirsi e mettersi in gioco per affrontare insieme un cammino diverso, immaginando che la strada sarebbe potuta essere tortuosa ma non per questo meno piacevole.
Vivo il mio poliamore giorno per giorno, consapevole di come le mie relazioni s’influenzino a vicenda, anche se non sono tutte collegate. Parlo a* mie* partner, loro parlano a me. Dialogo e confronto sono al vertice, sempre, a prescindere dal numero dei/delle partner.

Amore, onestà, comunicazione, rispetto e consenso non dovrebbero essere prerogative di una relazione non monogama.
Alcune persone intolleranti sono venute da me con la pretesa di insegnarmi ad amare, perché secondo loro non ne sarei in grado. Ho risposto che forse è da presuntuos* supporre di conoscere a 360 gradi quale sia il modo corretto di amare, quale sia la definizione corretta di amore.
A parlare di onestà, comunicazione, rispetto e consenso dovremmo essere tutt* concordi, ma trovo che l’amore sia un concetto malleabile, basti pensare alle esigenze di ogni singol*: chi preferisce le parole, chi invece i gesti.
Ognun* di noi dovrebbe abbracciare la propria definizione d’amore.
Io ho trovato la mia nel poliamore, nella razionalizzazione della gelosia e nell’accoglienza della compersione: un sentimento di benessere che si prova nel momento in cui un* dei nostr* partner si relaziona in senso sentimentale e/o sessuale con una persona che non siamo noi. A ciò ho deciso di dare il nome “cuore ad ologramma”: anche se si tagliasse in due parti, entrambe mostrerebbero il cuore nella sua interezza.

Polycarenze è un’attivista poliamorosa: la trovate su Instragram a divulgare informazioni ed esperienze sul suo profilo social.

agit-porn

Polycarenze

Buy Me a Coffee at ko-fi.com

Intervista Ribelle a Miss Mukade

Il terzo appuntamento con la rubrica “Interviste ribelli” ospita Miss Mukade, una Prodomme, ossia dominatrice professionista. Ha iniziato nel Regno Unito e poi è venuta in Italia. Il suo lavoro si inscrive nel sex work, settore molto dibattuto anche all’interno del movimento femminista, di cui fa parte non senza difficoltà.

Saper dominare:
l’arte di tenere sotto controllo l’altr*
e sé stess*.
Il lavoro di Miss Mukade.

Come ti sei avvicinata al BDSM?
Mi sono avvicinata al BDSM in maniera del tutto inconsapevole, per inclinazione naturale e attraverso i fumetti: in particolare “Skorpio”, una raccolta per la maggior parte erotica che comprava mio nonno. La mia eroina preferita era Cybersix, una donna molto femminile, pallida, coi capelli corti e bruni, vestita di lattice, munita di frusta, che lottava contro dei cattivi mafiosi e maschilisti. Il boss aveva le apparenze di un bambino con un cervello sovra-sviluppato. Nonostante tentasse di violentarla durante le lotte, lei riusciva regolarmente a sottometterlo. Nella vita quotidiana Cybersix aveva le sembianze di un bibliotecario (lei, crossdresser, diveniva priva di forme, anonima e androgina) e attirava principalmente giovani bionde iperfemme, che aspiravano all’amore di questo asessuato, imberbe e intellettuale.
Portando avanti la mia esplorazione, sono diventata sempre più consapevole del mio ruolo: verso i diciassette anni le prime esperienze reali, per poi capire – nel mio primo quarto di secolo – di essere dominante, fino ad arrivare a fare outing, anche con la mia famiglia. Compresi che nella mia vita il BDSM è necessario e presente.

Com’è avvenuto il passaggio dalla pratica del BDSM per puro piacere a quella a pagamento?
C’è stata una transizione graduale nel mio passare da una pratica privata alla professionalità retribuita. La mia scelta è stata supportata dai primi compagni di gioco e dai miei due mentori: A23 e Madame Tachibana.
Mano a mano che giocavo con persone intime, queste mi hanno successivamente procurato dei clienti. In principio non mi sarei mai fatta pagare. Ero inesperta e inconsapevole del mio ruolo. Trovo il mio lavoro (e in generale il sex working) simile al lavoro di un* counselor, un* psicoterapeuta, piuttosto che all’idea stereotipata che la società ha della prostituzione.

agit-porn

Miss Mukade, Jeanloup JarretDePorc

In cosa consiste il tuo lavoro?
C’è moltissima preparazione mentale, oltre che tecnica: un* dominante deve sempre essere in controllo, non può mai perderlo. Poi c’è l’attenzione al vestiario, la cura della persona, l’ambiente sempre pulito e possibilmente d’effetto (quest’ultimo è spesso accessorio per l’aumento di costi che comporterebbe). La parte più importante è la preparazione psicologica: bisogna pensare a eventuali fattori che potrebbero variare all’ultimo e sorprenderci, quindi è necessario avere sempre un piano B. Cosa fare se il/la cliente stesse male (malori fisici, attacchi di panico, reazioni anomale, ecc.)? Solo un* professionista (professional domme, ovvero prodomme) può essere preparat* e avere più di un paio di sottomessi .
Il mio lavoro consiste principalmente nell’offrire il mio tempo e la mia esperienza, quindi la mia tecnica ed empatia a persone che ne hanno bisogno: possono essere all’interno dell’etero normativa e sentirsi eccitate all’idea di trasgredirla, spesso si vergognano d’esporre al/la partner i propri desideri perché fanno parte di qualcosa d’alternativo e bizzarro; posso curare di chi ha parafilie perché ha traumi che ha sublimato a livello sessuale; diversamente abili, che hanno un rapporto privilegiato – a causa dell’handicap – con il dolore e spesso faticano a trovare una persona che sia disposta a giocare con loro. Tante persone vogliono essere solo umiliate a livello mentale, è un gioco di ruolo, un modo di rivedere la propria sessualità e gli episodi negativi in una luce sessualizzata e liberatoria, come a rivoltarli e pervertirli al piacere, invece che condannarli a un trauma perenne.

Quali sono le differenze sostanziali che hai riscontrato tra il lavoro sessuale esercitato nel Regno Unito e in Italia?
Nel Regno Unito facevo parte di una comunità queer ben consolidata e di un sottogruppo alternativo di persone anarchiche che facevano molta politica. Il femminismo non TERF e inclusivo di noi sex worker mi dava supporto attraverso collettivi di, e aperti solo a, collegh*, e a piattaforme con recensioni dei clienti: sapevo chi evitare grazie a un database creato collettivamente da noi sex worker (anonimo, salvo i casi di violenza fisica o stalking riportati direttamente alla polizia con conseguente lista nera). Potevo inoltre confrontarmi di persona oppure online su problemi che andavano dalla gestione personale e fisica, all’amministrazione, a questioni legali ed economiche. Qui in Italia il Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute (CDCP) è attivo, ma i clienti possono accedere al gruppo senza alcuna barriera, frenandomi molto dal parlare o riportare alcune situazioni e/o alcuni comportamenti. Lo stigma poi è così forte che in alcuni gruppi di addette ai lavori sono stata cancellata perché ho segnalato dei molestatori. Per un contatto di salvezza faccio fede al mio vicino di casa e ad amici intimi.
In Inghilterra avevo diritto alla Golden Card dichiarandomi sex worker: potevo andare in qualsiasi centro di prevenzione e cura delle malattie sessuali, richiedere analisi e/o visite ginecologiche ed effettuarle in massimo quaranta minuti dall’accettazione. Se mi pungessi con un ago usato su un cliente o se si rompesse un preservativo, dovrei essere sicura di non essere infetta. La mia persona e di conseguenza il mio lavoro sarebbero compromessi e così i miei futuri clienti.
Essendo leggermente sottopeso (sono anemica), in Italia non posso donare il sangue, quindi non ho accesso alle analisi gratuite. Per una visita ginecologica non si spendono meno di trenta euro (presso il SSN, ndr), anche solo fare un tampone vaginale, anale, orale non è possibile senza dover pagare, inoltre è molto difficile trovare preservativi gratuiti (figuriamoci i dental dam!).

agit-porn

Miss Mukade, Jeanloup JarretDePorc

Quali consigli ti sentiresti di dare a una persona che decidesse di intraprendere un lavoro sessuale?
Nonostante ci siano molte persone a malapena maggiorenni che si avviano a questo lavoro, secondo me sotto i venticinque anni non v’è la possibilità di fare una serie di esperienze personali e soprattutto di avere una preparazione a livello mentale adeguata. Bisogna avere un* mentore che guidi e protegga, almeno agli inizi, ed è necessario avere anche un* terapeuta. Tutte le relazioni umane comportano impegno e lettura di sé, ci vediamo attraverso le altre persone. In questo lavoro è importante avere un guscio ben sviluppato ma anche avere qualcun* da cui andare a parlare una volta alla settimana o almeno una volta al mese, perché dobbiamo sentirci sempre in diritto di essere vulnerabili, ma non davanti a un* cliente.
È imprescindibile dividere l’io privato dall’io pubblico, che non significa far finta di essere un’altra persona, piuttosto evitare di raccontare i dettagli della vita personale alla clientela. In particolar modo è fondamentale avere il totale controllo delle situazioni e protezioni, pianificare opzioni alternative, informarsi sulla profilassi, comprare materiale di tipo medico per lubrificazione e sanificazione.

Quali sono le difficoltà maggiori che hai nel fare un lavoro sessuale?
La difficoltà maggiore è proprio la mia tolleranza emotiva: accogliere le persone che si mettono nelle mie mani ma sempre e comunque in maniera razionale. Alla fine di ogni sessione dedico almeno quindici minuti a curare e parlare. Non è un lavoro che posso fare ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette, perché è estremamente impegnativo. Sarebbe come chiedere a un* terapeuta o un* infermier* di non avere mai una pausa: impossibile!
Le altre criticità sono a livello fiscale e sociale: il sex working non  viene riconosciuto come lavoro e pertanto non viene tutelato.

Cosa significa per te essere femminista e come cerchi di metterlo in pratica nel quotidiano?
Per me essere femminista vuol dire arrivare effettivamente a pari diritti, indipendentemente da come appaio o da ciò che ho tra le gambe. Il fatto che io possa fermarmi ad aiutare un uomo a portare pesi senza che questo mi mandi a quel paese o si offenda (cosa che mi è successa) oppure che io possa avere un corpo non depilato senza subire sguardi di disgusto da parte delle persone intorno a me, che un uomo possa piangere in pubblico, che si possa avere un salario equo. Vorrei che fosse importante solo quel che si ha tra le orecchie, non tra le cosce. Essere femminista per me vuol dire che possiamo fare ciò che vogliamo del corpo, vivere la sessualità e l’emotività con serenità. È pensare fuori dalla scatola, cercare d’immedesimarmi nell’altr*, avere empatia e cercare di andarle/gli incontro rimanendo assertiva, intuire cosa può percepire, ma senza intestardirmi sulla mia visione.

agit-porn

Miss Mukade, Jeanloup JarretDePorc

Mi hai riferito che ricevi molte critiche, alcune feroci e arroganti, perché certe persone reputano contraddittorio che tu ti dichiari femminista: in quei casi come reagisci e come ti relazioni?
Rispondo con il silenzio a insulti, minacce e ottusità. In realtà non so che altro provare se non pena per persone che sono talmente povere di empatia da arrivare ad augurare il male ad altr* che non conoscono, semplicemente perché non ne condividono lo stile di vita. Invece con chi si mette in gioco dicendomi la propria opinione in maniera chiara, ma lasciando aperto anche solo uno spiraglio al dialogo, allora posso affrontare un discorso.

Hai dei progetti e/o dei desideri che ti piacerebbe realizzare che vuoi raccontarci?
Mi piacerebbe creare un dungeon con un connotato politico, uno spazio fisico nel quale le persone che fanno il mio lavoro possano condividere non solo esperienze ma anche un luogo dove portare clienti senza ricorrere alla propria abitazione, a posti inadeguati o rischiosi. Sarebbe utile una piattaforma che unisca persone del settore e un laboratorio per poter fare educazione sessuale. Mi piacerebbe sempre di più parlare di sessualità e disabilità, dell’asessualità.
Poter fare più politica, in generale, sarebbe un successo a livello personale. Mi sto attivando in proposito, cercherò di diffondere anche nel mio lavoro il baratto, l’economia circolare.
C’è bisogno di creare dei luoghi in cui stimolare il dibattito: spero davvero che sempre più persone superino quella linea che è il senso comune del pudore e della morale di massa. Vorrei che ci si focalizzasse più sulle nostre felicità e sicurezza, fisica e mentale, senza puntare il dito sulle sbavature fuori dai margini.

Miss Mukade è anche su Instragram.

Claudia Ska

Buy Me a Coffee at ko-fi.com

[Guest Post] “Il crimine di essere virili” di Mi Chiamo Maschio

Quei “veri maschi” che non sempre sono tossici.

Faccio un lavoro che mi costringe a passare molto tempo sui social e, a discapito di coloro che credono che ciò significhi “non fare nulla”, ogni giorno mi devo confrontare con il peggio dell’umanità, che si riversa nelle bacheche sotto forma di commenti frustrati.
In questi giorni uno in particolare ha catturato la mia attenzione. Sotto un articolo a sostegno delle tesi del neo femminismo, un uomo dichiarava polemico: «Avete reso la virilità un crimine».
Al di là di come la si pensi, devo ammettere che questo commentatore ha avuto una capacità di sintesi degna dei migliori copywriter. In poche parole ha espresso un concetto in realtà molto articolato.
Si tratta, in partenza, della solita lamentela del maschio/bianco/etero che, alla faccia della propria virilità (per l’appunto), non trova modo migliore per ribattere alle critiche che lagnarsi tutto il tempo in un pietoso quanto insopportabile vittimismo.
Alla pari di quegli etero che ancora hanno la spudoratezza di chiedere perché non esiste un “etero Pride”.
Ho però resistito alla repulsione iniziale e mi sono soffermato a riflettere meglio su quelle parole.

Perché quest’uomo ha sentito la propria virilità minacciata? È lui che non riesce a distinguere virilità e mascolinità tossica o sono le stesse donne che tendono a farle combaciare?
Ho provato a chiedere in giro e in effetti ho notato che c’è un po’ di confusione a riguardo. È il solito schema che si ripete ogni qual volta si cerca di smantellare un estremismo: più è esagerato il pensiero da abbattere, più si tende a esagerare a nostra volta e si finisce a dividere il mondo solo in bianco e nero e buonanotte alle sfumature.

Cosa significa essere virili? Un uomo che si definisce tale è automaticamente fautore di una mascolinità tossica? Quest’ultima è solo prerogativa di maschioni villosi? Un uomo mingherlino ed effeminato sarebbe di per sé già privo di ogni sospetto?
Chiaro che no. Virilità e mascolinità tossica son cose ben diverse, che possono certo convivere ma non necessariamente. Per dirla alla pari delle nostre maestre delle elementari: non dobbiamo sommare le mele con le pere.

Dunque che cos’è la virilità?

agit-porn

Un’idea di virile, Abby Savage

Pensandoci ho individuato tre elementi che contribuiscono alla definizione, che hanno manifestazioni più o meno evidenti e, per quanto mi riguarda, anche valori diversi. Di per sé, però, non hanno nemmeno un disvalore.
In pratica non sono caratteristiche automaticamente negative o positive, esattamente come la virilità in toto.
Parlo della forza/grettezza fisica, del coraggio e della potenza sessuale.
Se la prima è subito evidente al primo sguardo, per le altre due occorre una conoscenza più intima e basta anche solo una delle tre per far dire «quello è proprio un uomo virile!».
Sull’ultima in particolare è meglio precisare una cosa: con “potenza sessuale” intendo la capacità di dare piacere al/la partner, non certo di dominare senza consenso. È chiaro che solitamente è una caratteristiche che si attribuisce a chi detiene il ruolo attivo ed è incarnata dall’immagine del pene in erezione, ma non avrei problemi a dare lo stesso titolo anche a un uomo passivo. Dopotutto, come direbbe Busi, «ci vogliono le palle per prenderlo nel culo».
Allo stesso modo queste stesse caratteristiche sono tranquillamente utilizzabili anche per le donne, e lo si fa in realtà, ma difficile che venga usata proprio la parola “virile”, si preferisce piuttosto dire anche per loro «quella è proprio una con le palle!», utilizzando un’espressione infelice, intrisa di retaggi maschilisti, che hanno provocato un vero e proprio buco lessicale.

Come si combinano quindi virilità e mascolinità tossica?

La mascolinità tossica abusa della virilità come un eroinomane della droga. Prende queste caratteristiche e le porta all’esagerazione declinandole in chiave sessista, omofoba e trans-fobica, aggiungendo inoltre atteggiamenti che non sono affatto virili, come la prevaricazione, la discriminazione, l’insulto, la violenza…
Un maschio tossico è colui che crede che la propria essenza di uomo risieda unicamente nella propria virilità, che senza di questa non sia più nulla. Da qui l’esigenza di difenderla a tutti i costi, di non permettere alcuna eccezione, di non rischiare di metterla in gioco mostrandosi in modo diverso da quello che gli è stato detto essere “un vero maschio”.
Il problema però non risiede nella virilità in sé. Essere forti, rudi, muscolosi, coraggiosi, temerari o potenti in campo sessuale non sono certo cose per cui un uomo debba vergognarsi.
E al contempo non lo è essere attratti da queste caratteristiche.
Se vogliamo vederla in chiave più semplicistica, la virilità è uno strumento, è l’uso che se ne fa che ci definisce. E non è nemmeno necessaria per comportarsi da veri stronzi.
Un uomo può essere un bullo misogino e sessista pesando 50 chili, essendo impotente e nascondendo la propria codardia dietro lattine di birra, rutti e partite di calcio.
Non sarà un esemplare così diffuso, ma esiste, credetemi.

agit-porn

Supereroi, Craig Mclachlan da Unsplash

Il vero crimine, quindi, è pensare che un uomo virile sia di per sé un maschio tossico senza avergli dato la possibilità di farsi conoscere. Il crimine è indottrinare i giovani uomini drogandoli con pillole avvelenate di virilità. Il crimine è pensare che la nostra virilità sia così importante da doverla difendere a tutti i costi. Criminale è attuare nuove discriminazioni quando si tenta di debellare quelle vecchie.

Dobbiamo in fondo essere tutt* più virili e avere il coraggio di non farci tentare dalle semplificazioni, di salvaguardare sempre le sfumature, che senza di quelle l’arcobaleno sarebbe solo una sbavatura del cielo.

Potete seguire Mi Chiamo Maschio sulla sua pagina Instagram, dove condivide le sue riflessioni con uno stile accattivante e inconfondibile.

agit-porn

Mi chiamo maschio, logo

Buy Me a Coffee at ko-fi.com

Lo faccio in pubblico: parlare di sesso

Se sei una donna e parli pubblicamente di sesso forse ti sarà capitato di trovarti in condizioni sgradevoli: dick pic (foto di peni) non volute, ricezione di messaggi in cui ti è stato proposto di fare sexting, richieste di invio di foto in cui sei nuda o di alcune parti del tuo corpo scoperte (generalmente seno, sedere e/o genitali), fino alle proposte di prestazioni sessuali a pagamento, talvolta anche messaggi accusatori e offensivi, che più sovente arrivano quando rispondi con sarcasmo, in modo assertivo o con rabbia, perché un rifiuto genera frustrazione nell’interlocutore, che invece di metterselo in saccoccia e tornare al suo posto, attacca, come fanno le bestie quando si sentono minacciate. Uso il maschile perché queste situazioni mi sono capitate esclusivamente con maschi di varie età: dai giovanissimi (addirittura presunti pre-adolescenti) a uomini attempati.

Se non sei una donna o non ti senti tale, ma ti è capitato quanto ho descritto sopra con un sesso o un altro, non importa, questo articolo ti riguarda ugualmente.

No.no_gif

Pare che “no” sia una risposta che le persone non vogliono proprio ricevere e per cui l’unica replica possibile sembri l’accusa, la denigrazione, l’offesa. “No” è la prima parola che impariamo a dire per separarci da qualcun* e/o qualcosa, afferma un primo passo verso la scelta e l’autodeterminazione, ma mi pare che abbia assunto le fattezze di una minaccia, come se rifiuto e negazione fossero inammissibili e offensivi di per sé; “no” viene interpretato come “fai schifo/non vali niente/varie ed eventuali”, ma queste sono appunto interpretazioni, anzi distorsioni di una sillaba che significa semplicemente che all’altr* non interessa o non va di fare una determinata cosa in un dato momento o in assoluto, non che la persona che ha fatto la domanda/proposta sia un essere spregevole, c’è una bella differenza, che però sembra sfocata a molt*.

Ho una pagina e un sito in cui parlo di sessualità, erotismo e pornografia e per farlo uso anche la mia immagine. Il fatto che mostri il mio corpo parzialmente o totalmente nudo dice, fra l’altro, che:

  • tutto sommato, nonostante le pressioni culturali, mi trovo a mio agio con esso;
  • il mio senso del pudore riguarda altri àmbiti della mia vita;
  • sono esibizionista;
  • non lo sessualizzo per partito preso e anche se lo facessi questo non equivarrebbe a disponibilità sessuale a prescindere.

Se una persona male interpretasse i contenuti che condivido, che siano testuali e/o visuali, non sarebbe necessariamente una mia responsabilità o peggio ancora una mia colpa.
Eppure…
Se una persona mi contattasse per fini sessuali, scambiando la mia ampiezza di vedute a riguardo con desiderio costante e impellente di fare sesso, il problema sarebbe mio o suo?
Se una persona scambiasse la mia libertà sessuale e disinibizione per disponibilità a fare sesso a pagamento il problema sarebbe mio o suo?
La risposta corretta è: il problema sarebbe di entramb*.
Infatti sarebbe suo perché dimostrerebbe di non avere strumenti per discernere e sarebbe anche mio, che mi dovrei sorbire messaggi indesiderati spesso molesti, irruenti e invadenti.
Le persone che agiscono i suddetti comportamenti non solo non sanno di seguire una logica patriarcale, ma spesso sono quelle che asseriscono che uomini e donne ormai hanno gli stessi diritti e che le persone che dicono il contrario sono nazi-femministe, aggettivo molto in voga tra chi è priv* di coscienza civile, storica, sociale e in generale umanità.

Per chi se lo stesse chiedendo, no, non esistono le nazi-femministe. Esistono le persone a favore dei diritti umani e civili e quelle che non lo sono. Se far notare e pretendere di non essere molestat* per la propria libertà sessuale fosse nazi-femminista, le nazi(femministe) dovrebbero quanto meno asfissiare tali ignoranti con del monossido di carbonio.

Foto di Micheile Henderson

“Ciò che sminuisce un* di noi, sminuisce tutt* noi”, Micheile Henderson

Esistono i femminismi, certo, ci sono persino le Rad-Fem ossia Femministe Radicali, ma siccome sono escludenti e discriminanti (fra le varie posizioni non considerano le donne transessuali come donne, sono contrarie al lavoro sessuale perché secondo loro è un prodotto del patriarcato), per me sono semplicemente stronze. In questo sicuramente abbiamo qualcosa in comune: siamo radicali nei giudizi.

Consigli per persone particolarmente pudìche, moraliste, moleste:

  • se ti imbatti nella pagina o sul sito di una persona che parla di sessualità, non accollarti, non offenderla, non umiliarla: quella persona sta portando avanti un discorso pubblico sulla libertà, a te potrà sembrare un pretesto per mostrarsi nuda, a ogni modo la sua motivazione non ti riguarda direttamente e non ti autorizza a sminuire il suo lavoro e la sua dignità.
  • Se reputi che i contenuti che condivide siano discutibili e offensivi, diglielo argomentando le tue motivazioni, l’importante è che ti chieda in che modo il suo corpo e la sua libertà (sessuale) ledono i tuoi diritti, altrimenti non seguirla, qualora lo facessi, disattiva gli aggiornamenti del suo canale, in extremis bloccala.

Consigli per persone che parlano pubblicamente di sesso:

  • vai avanti per la tua strada, che tu lo faccia per piacere esibizionistico o perché ti smuove il fuoco sacro della libertà di espressione. Segui la tua vocazione.
  • Per quanto possibile non rispondere aggressivamente alle provocazioni, piuttosto lasciale cadere nel vuoto.
  • Mettere alla gogna pubblica tali persone condividendone i messaggi, le foto, i profili serve solo ad aizzare odio verso quelli che in fin dei conti sono capri espiatori. L’ho fatto per un po’, ma mi sono resa conto che tale comportamento era giustizialista e violento, quindi ho ritirato quei contenuti perché vorrei contribuire a creare una piattaforma virtuale sana e costruttiva, dove non si polarizzano le posizioni.
  • Sarà difficile mantenere la calma quando ricevi messaggi offensivi, stupidi, prepotenti, esprimi chiaramente come ti ha fatto sentire il messaggio che hai ricevuto, non cercare di essere educat* a ogni costo, sei un essere umano e anche tu hai pulsioni, emozioni e sentimenti, solo non permettere che la bestialità prenda il sopravvento, piuttosto ricorri al blocco in tronco. Lo so, non cambia lo stato delle cose, ma ti risparmia uno scambio che non di rado si rivela deludente e inefficace.

Claudia Ska

Buy Me a Coffee at ko-fi.com

“Mother’s daughter”: il femminismo secondo Miley Cyrus

La scorsa settimana è uscito l’ultimo singolo di Miley Cirus ossia “Mother’s daughter“, che — una volta dimessi i panni della disneyana Hanna Montana — ha virato su un’immagine di sé sensuale e fortemente sessualizzata. Difficile sapere quanto ci sia di suo e quanto della manager (sua madre Tish Cyrus, presente nel video della suddetta canzone) e/o della produzione artistica, fatto sta che i testi, i video e le apparizioni della cantante originaria di Nashville sono ormai accompagnate dall’aggettivo “provocatorio”.
Non ultimo è proprio il caso di “Mother’s daughter”, che è stata lanciata con un video ricco di messaggi visuali, testuali e simboli.

È innegabile che negli ultimi anni il femminismo sia stato manipolato per fini di mercato e perché fa presa su una certa parte della popolazione (leggi pinkwashing), ma il fatto che determinate tematiche vengano proposte in un contesto mainstream e commerciale potrebbe sortire l’effetto positivo di incuriosire chi non conosce l’argomento e mettere in discussione determinati modelli.

Una delle accuse mosse a Miley Cyrus è di non essere credibile nel dichiararsi femminista perché veicola un’immagine di sé ambigua e per le collaborazioni artistiche con cantanti come Robin Thicke (memorabile la loro esibizione all’MTV Video Music Awards del 2013 quando cantarono assieme “Blured Lines”, nota come canzone sessista). Secondo me il punto sta proprio in questo: una persona che decide di mostrarsi in un certo modo e, come nel caso di Cyrus, di rompere col suo altero ego Disney, per virare su un’immagine in cui desiderio e spinta sessuali sono estremamente forti, è femminista, perché rappresenta la voglia di dire apertamente che innanzitutto ciascun* si mostra come preferisce e in secondo luogo che, se una donna vuole apparire come un essere sensuale, eroticizzarsi e pornografarsi, può farlo senza remore perché quella è la sua volontà. Non sto dicendo che debba piacerci come lo fa, ma dobbiamo prenderne atto.

Miley Cyrus in

Per come è strutturata la nostra Società, dove sesso e relative narrazioni sono tabù che incendiano gli animi proprio perché si cerca di nasconderli e quando se ne parla lo si fa in modo pruriginoso e perverso, è ovvio che, appena una persona —principalmente di sesso femminile — ne parla, scatta l’allarme rosso e scoppia il finimondo.
Ogni fottuta volta.
Maggiore è il tentativo di soffocare e censurare corpi e desideri sessuali, maggiore sarà l’effetto prorompente dei messaggi che saranno veicolati, col potenziale rischio che siano vanificati, fraintesi, alterati.

Il video sembra voler fare propaganda; ai corpi non conformi allo standard vengono alternate frasi femministe che sembrano claim, ma questo non ne depotenzia il senso. L’immagine di persone che esprimono così apertamente istinti e ambizioni sessuali ci turbano perché il sesso è considerato una questione strettamente privata, da tenere lontana da occhi indiscreti. Se è vero che l’intimità ha tutto il diritto di essere tutelata, è vero anche che ciò non equivale a far tacere chi vive serenamente la propria sessualità. E se una donna si sente forte e libera anche sessualmente ha diritto di poterlo manifestare senza che questo susciti ogni volta disappunto, disgusto o stupore generale.

La donna che pareva tanto gentile e tanto onesta agli occhi di Dante può esserlo anche con un’esplicita carica sessuale e, se non fosse gentile e onesta, non sarebbe in ogni caso affare nostro.

Claudia Ska

Buy Me a Coffee at ko-fi.com

Milano Pride: gioia e involuzione

La parata del Milano Pride era finita da un po’, sul palco grande in Porta Venezia parlavano organizzatrici/organizzatori e promotrici/promotori dell’evento, mentre ero in Largo Bellintani a scambiare due chiacchiere con amiche e amici, quando abbiamo assistito a una scena che, se non fosse stata così grottesca, mi avrebbe messa ancora più a disagio.
Un ragazzo con la camicia aperta, che con una mano brandiva nervosamente e aggressivamente un fucile ad acqua, di quelli verdi e arancioni che si usano per gioco, e nell’altra teneva un sacchetto di plastica con dentro quella che a me è sembrata polenta, si è messo a urlare contro le persone che stavano allo stand di un’associazione per i diritti LGBTQI+. Urlava il suo schifo e la sua rabbia contro un evento che tra i suoi sponsor fra gli altri ha avuto Deliveroo, azienda che consegna cibo a domicilio sfruttando i propri riders, per la quale lui lavora (o ha lavorato, non ho capito). Si è allontanato furioso per poi tornare sui suoi passi ancora più irato perché una delle persone dello stand è scoppiata a ridere: “Che cazzo ridi?! Cosa cazzo ridi?!” le si è fatto sotto muovendo il fucile ad acqua come se glielo volesse spaccare sulla faccia. Lei si è raggelata e si è fatta seria. Nel frattempo colleghe e colleghi si sono avvicinat* insieme ad altre persone. Ci hanno parlato, lo hanno calmato, lui ha posato sacchetto e fucile e si sono fumat* una sigaretta assieme. Non so cosa si siano dett*, ma forse ciascun* ha avuto modo di spiegare e raccontare la propria posizione, magari hanno scoperto di avere in comune più di quanto avrebbero potuto immaginare, chissà.

Come può un evento come il Milano Pride non tenere conto della condotta aziendale degli sponsor dai quali riceve i soldi?! Come si può supportare la comunità arcobaleno e fottersene di chi viene sfruttat* sul posto di lavoro? Com’è possibile sostenere lesbiche, gay, bisessuali, pansessuali, asessuali, intersex, transessuali, transgender, persone queer e prendere denaro da colossi che hanno fatto i soldi sfruttando materie prime di Paesi ridotti sul lastrico, inquinandoli e riducendo in povertà le popolazioni autoctone? Paesi dove spesso i diritti umani, tra cui la libertà di esprimere il proprio orientamento sessuale, sono deboli o inesistenti e dove le multinazionali hanno supportato l’ascesa al potere di personaggi autoritari e violenti, per poter controllare le masse e garantirsi lo sfruttamento umano e ambientale a costi ridicoli.
Per non parlare delle aziende che vanno forte a propagandare quanto sono progressiste sul fronte arcobaleno, ma poi licenziano alla chetichella e con buonuscite da capogiro dirigenti e dipendenti molesti sul posto di lavoro. Siamo interessat* solo ai nostri diritti ma quanto ci interessano quelli altrui (anche se secondo me non c’è una reale differenza quando si parla di giustizia)?

Ho ballato sotto il carro di Coca Cola perché aveva un impianto audio della madonna e passava musica che mi piaceva: mi sono vergognata perché mi sono divertita sulle spalle di altre persone. Le multinazionali diventano i colossi che stanno giocando al ribasso. Mi sento sporca e mi assolvo col detto che il più pulito c’ha la rogna. Così mi trovo spaesata e amareggiata, in eterno conflitto: voglio sostenere il Pride perché credo nei valori che promuove, ma al contempo mi fa schifo l’impianto strutturale. Vorrei che fosse una festa per chiunque, non solo per la comunità LGBTQI* benestante. Se sei lgbtqi+ e sfruttat* come fai a partecipare a un evento finanziato dai soldi di aziende che hanno contribuito al tuo sfruttamento?
Non credo che tutte le persone in corteo fossero consapevoli del cortocircuito e questo non è positivo: ci manca una coscienza collettiva.

Mi si potrebbe obiettare che è dovere dei governi creare condizioni e sancire leggi che tutelino le persone che lavorano, ma quando il capitale pubblico è nettamente inferiore a quello dei privati e questi ultimi possono fare il bello e il cattivo tempo le dinamiche di negoziazione si fanno più complesse e ambigue.

Foto di Jon Tyson

Foto di Jon Tyson

Dovremmo lottare insieme ogni giorno per i diritti di tutt*, non solo di una parte della popolazione, mettendoci nell’ottica che non si è mai al sicuro se sono solo alcune ad averne. Non possiamo essere attivist* per metà: femminist* ma contro il lavoro sessuale pur se autodeterminato, rainbow ma distratt* verso il precariato, favorevoli all’immigrazione ma comod* con l’usa e getta.
E non sarebbe meglio marciare insieme anziché mettere in fila tutti quei carri che inquinano? Magari l’anno prossimo pedaliamo e camminiamo per l’orgoglio arcobaleno, invece di giocare a chi ha il ca… rro più grosso.

Claudia Ska

Buy Me a Coffee at ko-fi.com

Orgoglio e Pregiudizio – un aneddoto dalla Pride Week

Vi ho abituat* ad articoli formali, quasi di stampo giornalistico, oggi lasciatemi svaccare con un aneddotto personale nel quale vi racconto quello che mi è capitato la scorsa domenica al Festival Mix Milano – Cinema GayLesbico e Queer Culture, una rassegna internazionale che si tiene in varie città al mondo, tra cui Milano. Quest’anno era la 33^ edizione e io, modestamente, me la sono persa come ogni anno da 10 anni a questa parte perché ho la capacità di repellere qualunque evento si manifesti nell’arco di 10 Km da me, ma l’ultima sera ho fatto un salto al sagrato del Piccolo Teatro Strehler, dove si tiene, per stare un po’ con un amico e un’amica.
Ho rivisto, fra le altre, una persona che avevo conosciuto alcuni anni fa quando facevo parte del Kollettivo Drag King del Teatro Atir-Ringhiera (ebbene, sì, sono un king e il mio nome d’arte è Steve McQueer), che mi ha presentato a due amiche e ci ha tenuto a precisare che fossi etero.
Fitta allo stomaco.
Una delle sue amiche ha esclamato «Ah, sì? », forse lo ha trovato singolare.
Alla sua esclamazione/domanda ho risposto «Ma sì, c’ho ‘sto vizio, ma manco troppo!».
Lei ha continuato: «Quindi sei stata solo con uomini?» o qualcosa di simile. Sarebbe stato un buon momento per darle le spalle e riprendere a chiacchierare con la mia amica bisessuale e il mio amico etero eppure femminista. Guardate un po’ con che gente mi accompagno, eccentricità spinta al massimo!
Invece ho risposto specificando che ho avuto relazioni sentimentali con uomini, ma intercourse sessuali anche con donne, principalmente perché definirmi mi fa sentire in gabbia, se avete letto la mia bio o mi conoscete personalmente dovreste averlo appurato.
A quel punto è arrivata la frase fatidica: «Si vede (cercami l’evidenza su ‘sta fregna!, nda) che stai ancora cercando qualcosa.».
La risposta più plausibile sarebbe stata che stavo cercando di trattenermi dal mandarla a cagare, ma ho risposto che non sto cercando niente, non sono un cane da tartufo.
Non paga, mi ha chiesto se con le donne avessi scambiato solo baci . Ho risposto come se fossi davanti alla Corte d’Assise e poi è arrivata la domanda con la quale avrebbe vinto il Premio “Vattenaffanculo” dell’anno 2019, se mai fosse esistito: «E allora come mai tutta questa vicinanza a questo mondo (LGBTQI+, nda)?».

Il mio primo pensiero è stato: «Ma davvero me lo stai chiedendo? No, dai, dimmi che scherzi, porchiddio!».
Il secondo: «Voglio morire affogata come Virginia Wolf! Procuratemi dei sassi, ve ne prego, ché vado ad ammazzarmi nella fontana davanti al Castello Sforzesco!».
Il terzo, molto nazional-popolare: «No, Maria, io esco!».
Alla fine ho optato per un quarto pensiero diplomatico ma stizzito: “Che c’entra, mica per essere solidale bisogna essere omosessuale!” al che le ho davvero voltato le spalle per rimettermi a parlare con la mia amica e il mio amico, con le orecchie che fumavano che manco quando la designazione del papa va male.

Mi sono sentita molto a disagio: prima di tutto perché ho trovato disturbante essere introdotta con una specifica sul mio orientamento sessuale, per di più da una persona che mi conosce di vista e che non sa quali siano state e siano le mie relazioni affettive e sessuali, poi perché una totale sconosciuta abbia cercato di invadere la mia intimità con domande insistenti, inopportune, personali, indiscrete e appiattendo la mia persona sulla base di chi mi sono scopata.

agit-porn

Foto di Sharon McCutcheon

Giugno è il mese dedicato al Pride, ossia Orgoglio, quello celebrato dal movimento LGBTQI+ nato organicamente 50 anni fa dai cosiddetti moti di Stonewall (qui il racconto pubblicato lo scorso anno da Alessandro Bianchi, aka @zuccherosintattico) Sabato 29 Giugno ci sarà la parata milanese, e proprio lo scorso 21 giugno è cominciata la Pride Week, ossia una settimana di eventi dedicati all’orgoglio arcobaleno.
Alcune persone non vogliono etichette, altre invece si sentono rappresentate e tutelate ad averne, non è importante, le critiche mosse alla sigla LGBTQI+, che cerca di essere inclusiva e rappresentativa di uno spettro ampio di orientamenti sessuali e sensibilità, viene spesso strumentalizzata per togliere attenzione alle questioni fondamentali alle quali quella sigla, che è indicativa, cerca di dare rilevanza.
Riconoscimento ed estensione di diritti civili, sociali e umani, rispetto della diversità, inclusione, solidarietà. Le istanze portate avanti dal movimento arcobaleno non riguardano solo le persone omosessuali, bisessuali, transessuali, transgender, non binarie, asessuali, queer, intersessuali ma tutt* noi, come il femminismo non riguarda solo le donne.
(Almeno) quando si parla di diritti dobbiamo allearci, supportarci, fare in modo che le diversità non rallentino o impediscano il cammino verso una Società equa e solidale, ecco perché trovo ridicola e sconsiderata la domanda «Se sei etero, che ci fai qui?»: l’empatia non è abbastanza?! Ritengo inoltre che tutt* noi, sia chi si sente parte integrante del movimento LGBTQI+ che le persone alleate, dobbiamo fare un enorme lavoro sul considerare le persone bisessuali e pansessuali valide, invece di nutrire sospetto perché potrebbero spezzarci il cuore, “fregarci” scegliendo un altro sesso rispetto al nostro, come se i genitali prevalessero sul resto.
Dai, su, ce la possiamo fare!
Lo scambio di domande e risposte di domenica mi ha consapevolizzato ancora di più sull’egualitarismo dell’ottusità: non importa qual è il nostro orientamento sessuale, se abbiamo la sensibilità di un comodino in laminato, non ci sono battaglie per i diritti che tengano.

Claudia Ska

Buy Me a Coffee at ko-fi.com

Mi piaci quando taci

Lo scorso martedì (11/06/2019) ho pubblicato un articolo in cui parlo della comunità italiana sex positive di Instagram e ho citato alcune delle persone che hanno più séguito, ciascun* per la propria peculiarità.

Quella stessa mattina, prima che l’articolo andasse online, Ketty Rotundo – creatrice di Clitoridea – ha riferito a me e altre amiche di non riuscire più ad accedere al proprio account. Ci siamo tutte mosse per capire cosa fosse successo, purtroppo senza riuscirci.

Il giorno dopo una simile sorte è toccata a Morena e Ivano di Le Sex En Rose mentre altri account come quelli di @virginandmartyr, @mysecretcase (shop online italiano di articoli per la sessualità), @vextape (ossia Vex Ashley, attrice porno, che attualmente ha circa 94 mila follower), nel suo piccolo anche @valentinasroom_ (La camera di Valentina, che si occupa di arte erotica) sono stati colpiti da shadow ban, (impossibile risalire ai loro profili tramite hashtag, per rintracciarli bisogna scrivere esattamente il nickname) o il cui profilo ha subìto anomalie (presenza online a intermittenza).
Nell’arco di 48 ore circa i profili di Clitoridea e Le Sex En Rose sembrano essere tornati alla normalità ma nonostante questo né l’una né gli altri hanno ricevuto spiegazioni su ragioni e modalità di disattivazione né tantomeno di ripristino, salvo un’email lapidaria di scuse dal servizio assistenza di Instagram ricevuta da Morena e Ivano.

Questi episodi mi hanno colpita particolarmente perché riguardano persone con progetti che mi stanno a cuore, con cui interagisco di frequente e mi confronto per costruire un dibattito sereno e costruttivo attorno ai temi della sessualità e dei tabù a essa connessi e anche perché temo che lo stesso possa accadere ad agit-porn, la cui comunità cresce giorno dopo giorno.

Partendo dal primo assioma della comunicazione, ossia «È impossibile non comunicare», chiunque sia presente online veicola messaggi testuali e/o visuali; alcuni hanno un valore aggiunto perché curati attentamente nella forma e nei contenuti e fra questi bisogna tenere conto che molti non esistono solamente come fini a sé stessi, ma anche per fare business. Con la cultura si mangia, a differenza di quanto disse Tremonti, chiedetelo a Tlon, per esempio. Ecco perché la chiusura di uno o più profili crea un danno concreto: in primis non è possibile recuperare alcun contenuto, come se venisse requisito tutto e messo sotto chiave, in secondo luogo il pubblico è principalmente attivo sui social, dove avviene l’80/90% dell’interazione e della comunicazione fra le parti. Proprio a partire dai social l’utenza arriva all’eventuale sito del profilo seguito, alle sue iniziative virtuali e fisiche, pertanto con la chiusura dell’account questo legame viene interrotto bruscamente e bisogna ricostruirlo daccapo con enorme dispendio di tempo ed energia; va da sé che più séguito si ha e più è facile fare accordi commerciali e trovare/creare collaborazioni con persone che hanno le medesime finalità e/o il cui discorso ben si sposa con quello del profilo in questione. Non si può liquidare la chiusura arbitraria di uno o più account con: «Ma dai, è solo Instagram!», perché Instagram è attualmente una piazza virtuale dove si fanno affari e anche laddove non se ne fanno il danno d’immagine è sostanziale.

Sui social investiamo il bene più pregiato che abbiamo: il nostro tempo. Molte persone lo investono per trarne guadagno ed è inammissibile che la piattaforma non fornisca uno straccio di motivazione argomentata e liquidi gli accadimenti con la nota a monte

“Se decidiamo di rimuovere i contenuti per violazione delle Linee guida della community o di disattivare o chiudere l’account, informeremo l’utente nei casi opportuni.”

Quali siano i casi opportuni è un mistero misterioso tenuto segreto dalle menti che stanno dietro il colosso di Menlo Park.

Foto di Florian Klauer

Foto di Florian Klauer

Cosa ci stiamo giocando? La libertà, quella di espressione e quella di parola. Viviamo nel paradosso del voler sdoganare i tabù sulla sessualità e i corpi ma per poterlo fare ci censuriamo affinché le nostre foto, i nostri video e le nostre didascalie non siano cancellate od oscurate. Stiamo pagando un prezzo altissimo perché i social fanno leva sul nostro narcisismo e non bastano le motivazioni che ho riportato poco sopra, cioè fare rete e fare affari. Stiamo assecondando un sistema-bavaglio che ci confonde, intimorisce e fuorvia con regole vaghe e discutibili.
Stare su un social generalista ci permette di fare un discorso ampio, che coinvolga persone che non andrebbero attivamente su determinati siti per pudore, indifferenza, disinformazione, ignoranza o chissà che altro. Esistono piattaforme a tema, ma ci ghettizzeremmo e costruiremmo un mondo ideale dove poterci mostrare come desideriamo a fare quello che ci pare fra persone che la pensano in modo affine o simile. Per contro stare tutt* assieme è quasi impossibile, almeno secondo gli algoritmi.

Abbiamo paura che la gente ci dimentichi e allora, pur di stare sulla scena, la corda per il cappio andiamo a comprarcela da sol*, almeno possiamo scegliere il colore e, quando ce la mettiamo intorno al collo, possiamo sorridere in camera dopo avere impostato il filtro che ci censura i capezzoli e i genitali. Perché sui social e per i social possiamo pure morire ma con stile, in modo fa-vo-lo-soh!

Claudia Ska

Buy Me a Coffee at ko-fi.com

A noi ci piace il Secs!

Ironiche, spregiudicate, con formazioni e competenze differenti ma accomunate da un grande interesse per il sesso e la sessualità: sono le persone che promuovono il pensiero sex positive dentro e fuori dal web.

Serie tv come la storica “Sex and the city” hanno agevolato i discorsi sulla sessualità delle donne in chiave pop, ma l’esplosione dei social media negli ultimi 10 anni ha fatto il resto, e proprio su quegli stessi social che hanno stretto la morsa della censura su contenuti di nudo, erotismo, pornografia, la comunità di persone sex positive si arricchisce di nuovi argomenti ed elementi.

Adesso siamo noi che vogliamo (ri)definire i nostri confini linguistici, anatomici, emotivi, affettivi, sensuali, sessuali apertamente e gioiosamente.

In questo articolo vi racconterò alcune delle persone che in Italia stanno scuotendo una cultura bigotta e ottusa a suon di post, stories ed eventi dove ciò che viene seminato in rete, viene raccolto fuori da questi schermi.

Potere di Iside*, vieni a me!
*dea egizia della saggezza, della magia, della salute (e del matrimonio, ok, lo ammetto)

Violeta Benini è un’ostetrica nota sui social come divulvatrice che, oltre al profilo omonimo, ne ha un altro paralleo in cui si fa chiamare Sesperta. Si occupa di benessere a vari livelli e in modo anticonvenzionale. Da lei non aspettatevi spiegoni incomprensibili con termini clinici altisonanti, ma delucidazioni sull’anatomia genitale femminile, indicazioni chiare e goliardiche sull’uso corretto di metodi contraccettivi, suggerimenti di sex toys per migliorare la salute del pavimento pelvico e sperimentare il piacere di chi ne fa uso. Violeta fa divulgazione, ossia condivide le sue conoscenze e il suo sapere specialistico con la comunità e lei stessa si tiene costantemente aggiornata e informata tramite corsi e master. La parte social è una delle componenti del suo lavoro, in quanto ha uno studio a Livorno, periodicamente riceve a Milano, e a breve anche a Firenze, organizza e conduce dei workshop in tutta Italia. È inoltre specializzata nel trattamento del pavimento pelvico e le eventuali problematiche a esso legate.
Instagram: @violetabenini e @sesperta.
Sito: www.violetab.com

agit-porn

SE4SexEducation

Nel febbraio del 2018 Giulia Marchesi, psicologa con un master in sessuologia, ha avuto l’idea di creare SE ossia SE4SexEducation, un sito, una pagina Instragram e una pagina Facebook in cui fare educazione sessuale in modo chiaro ed esaustivo, per divulgare un approccio alla sessualità che fosse positivo e sereno, con l’obiettivo di abbattere tabù e pregiudizi che la circondano. Giulia è convinta che parlare apertamente e serenamente a bambin*, ragazz* e adult* sia la strada migliore per un’educazione sessuale e affettiva sana e rispettosa. SE4SexEducation pubblica periodicamente brevi video informativi per rispondere a curiosità riguardanti la sessualità e/o per approfondire alcune tematiche a essa inerenti; tali video sono seguiti da articoli dettagliati e di più ampio respiro. Oltre a curare l’attività online Giulia riceve nel suo studio a Verona, fa consulenze via Skype e organizza corsi per l’educazione sessuale nelle scuole, per i genitori e ovunque la chiamino: praticamente è la versione rosa e azzurra di Batman, con tanto di logo, e questo è il suo modo per combattere l’ignoranza.
Instagram: @se4sexeducation
Sito: www.se4sexeducation.it

Valiziosa è un personaggio misterioso, quasi mitologico, che ridesta il web con nynphografiche (ossia schede dettagliate e accurate con tanto di punteggio in cui recensisce sex toys) e il piccantissimo kamafrutta (posizioni sessuali illustrate con frutta e ortaggi con didascalia descrittiva sui generis). A chi si iscrive alla newsletter, regala la singolare e divertente lista della spesa “Sì – No – Forse” da compilare con la/il partner per sperimentare, conoscere e conoscersi nell’intimità. La sua missione è quella di abbattere i tabù sul sesso con malizia e ironia e ci riesce con contenuti ironici e divertenti. Se cercate un modo per avvicinarvi a queste tematiche in modo discreto ma bizzarro, Valiziosa fa per voi e, oltre a ingolosirvi su sex toys di cui non avreste mai immaginato l’esistenza, vi saprà far sorridere, perché – diciamocelo – il sesso è bello proprio perché ci si diverte un sacco!
Instagram: @valiziosa
Sito: www.valiziosa.com

L’ultima Iside, non certo per rilevanza, è la Dottoressa Schiaffazzi, prima e unica esperta italiana di “accoppiamento presto” una tecnica sessuale che si realizza tramite lo schiaffasutra, del quale lei stessa si fa promotrice con video esplicativi che gira insieme a Perlo, l’intelligenza artificiale creata nella Silicon Valley e che proprio di recente ha subìto degli aggiornamenti sostanziali di cui tutt* non vediamo l’ora di venire a conoscenza. Il suo schiaffabolario è ricco di termini quali Shu-Shu (nota quella di legno), Maxi-Bon (il bla-bla è analogo alla Shu-Shu di legno), massaggi ditalici, boccalici, dirtelo-boccalici, tripudi di cuori; si sprecano i cactus, che sono una filosofia di vita, uno state of mind, una dimensione dell’anima. Tra il serio e il faceto, la Dottoressa Schiaffazzi ci parla di amore, inclusione, ascolto, sperimentazione, consenso e rispetto in chiave surreale e ironica, sempre di gran classe.
Instagram: @dottoressaschiaffazzi

Rendiamo grazie alle Grazie*
*dee delle gioia di vivere

agit-porn

Morena e Ivano de Le Sex En Rose

La coppia più rosa del web è formata da Morena e Ivano di Le Sex En Rose. Unit* affettivamente e sul lavoro, è difficile star loro dietro: testano e recensiscono sex toys, organizzano set fotografici per campagne pubblicitarie molto glamour, hanno una rubrica di interviste nude che pubblicano sul loro sito, fanno divulgazione su temi riguardanti sessualità e tematiche lgbtqi+ con articoli di approfondimento e di recente hanno curato l’iniziativa “Piacere in Scatola – Consumare con Consenso” durante il Festival dell’Amore tenutosi a Milano dal 7 al 9 Giugno 2019. Per non parlare del podcast “Pottenrose” nel quale si diletta(va)no a leggere e commentare le fanfiction erotiche ispirate alla saga di “Harry Potter” con il loro inconfondibile accento piemontese. Lo stile è sobrio e solare nonostante tutto il rosa confetto e/o shocking, l’intesa e la complicità sono tangibili. Come direbbero loro: «Attenziòne!» (con la “o” aperta).
Instagram: @le_sex_en_rose
Sito: www.lesexenrose.com

Marvi Santamaria, meglio nota come Match and the City, ha iniziato la sua avventura online per raccontare il disagio(h) (quello con l’acca finale!) sulle dating app come Tinder. Dopo un anno di anonimato, Marvi ha deciso di uscire allo scoperto e, oltre a dedicarsi al tema degli incontri oline, tratta argomenti quali femminismo, pornografia etica, ha curato un podcast con puntate monotematiche, ha creato e tuttora modera due gruppi su Facebook in cui si confronta su questi temi, ogni mese raccoglie il meglio – secondo lei (come ci tiene a precisare) – su dating, sessualità, femminismo e lgbt in una newsletter; infine ha pubblicato il libro “Tinder and The City” (Alcatraz Edizioni) dove racconta storie di disagio sulle app di incontri, tra esperienze reali e finzione. Molto attenta e curiosa nel suo approccio, non manca di stimolare chi legge e guarda con consigli e riflessioni. Un’instancabile caterpillar!
Instagram: @matchandthecity
Sito: www.matchandthecity.it

La pagina Instagram di Virgin and Martyr è nata dalla collaborazione tra Greta Tosoni e Greta Elisabetta Vio, conosciutesi proprio sul social più in voga del momento. Inizialmente le persone erano invitate a inviare una foto del proprio corpo, di un particolare di esso, col fine di creare un archivio di immagini che raccontassero la diversità di ciascun corpo, col tempo è diventato un aggregatore di notizie, informazioni, esperienze non solo sui corpi ma anche sulla sessualità, trasformandosi in ciò che è oggi: un safe place in cui condividere e confrontarsi su body-shaming, tabù, sessualità, erotismo e pornografia, il tutto corredato da immagini e illustrazioni molto curate e con uno stile che caratterizza la pagina. L’attività virtuale va di pari passo a quella offline, nella quale le due Greta e alcune persone del team partecipano a dibattiti, incontri ed eventi volti a promuovere i suddetti temi. Su Virgin and Martyr le parole chiave sono rispetto, consenso e inclusività e i toni sono sempre pacati, senza scadere in un buonismo forzato. Difficile sentirsi fuori luogo sulla loro pagina.
Instagram: @virginandmartyr

Fiore Avvelenato nasce come blog per l’autostima sessuale e raccoglie articoli puntuali e approfonditi che riguardano la sessualità e il corpo da un punto di vista sociale, storico, artistico, letterario. La competenza di Donatella, ideatrice e autrice del blog, nell’ambito della moda e della storia del costume donano al progetto un valore aggiunto, rendendolo ancora più originale e affascinante, come il nome che porta. Fiore Avvelenato sa stimolare con aneddoti e digressioni che contestualizzano alcuni tabù e ci aiutano a osservarli meglio per poterli superare con consapevolezza e serenità. Su Instagram delizia la platea di follower con chicche maliziose, storie succulente e sondaggi in cui riesce a creare un’interazione onesta e mai giudicante, sempre aperta al confronto. Quello che mi piace di Fiore Avvelenato è che mi fa sentire come se mi trovassi in una biblioteca zozzetta dove lussureggiare acculturandomi, praticamente il paradiso per me, sapiosexual!
Instagram: @fioreavvelenato
Sito: www.fioreavvelenato.wordpress.com

Meno dissing Più dissidenti

Clitoridea (logo di Vincenzo Rotundo)

Dalla Calabria con furore e ardore c’è Clitoridea. Nata come sito di racconti erotici inviati dalle e dai fan è ben presto diventata un luogo dove chiedere supporto e confronto (nella rubrica “Clitoridea & Friends” chi ha una questione da sottoporre alla comunità lo può fare in modo anonimo e c’è chi risponde con pareri e/o consigli in forma altrettanto anonima). Inoltre Clitoridea è una pagina Instagram in cui vengono condivisi aforismi e poesie erotici, foto e illustrazioni a tema e nella quale si dibatte di tabù, corpi, sessualità, femminismo, pornografia. Ketty Rotundo, la sua fondatrice, organizza aperitivi con letture di racconti erotici. Insieme al gruppo Fem.In (Cosentine in lotta) organizza iniziative volte a sensibilizzare sui temi dell’inclusione, del femminismo intersezionale e delle patologie di genere. È tosta come il granito, divampa come un incendio, ha un senso dell’umorismo travolgente. Come non amarla?!
Instagram: @clitoridea
Sito: www.clitoridea.it

Benedetta Lo Zito è una donna che a un certo punto della sua vita, dopo essersi sentita sempre un’outsider per un motivo o per un altro, si è detta: «Mo’ prendi il tuo profilo da beauty influenZer e lo trasformi in un punto di ritrovo per coloro che non si sentono mai abbastanza!». E lo ha fatto tramutando Vitadibi in una parata femminista, sex e body positive, dove la peculiarità principale è quella di non mandarle a dire, complice anche la romanità che si è portata fino a Londra, dove vive. Su Instagram e Facebook parla di diritti umani, antifascismo, supporta la comunità lgbtqi+, promuove una sessualità libera e felice, l’amore per il proprio corpo. Instancabile social media manager di sé stessa, collabora inoltre al manifesto di fotografia erotica in salsa pop I Am Naked On The Internet di Miss Sorry e fa parte dello staff italo-inglese di Idioma, una linea di gioielli erotici femminili completamente artigianali e 100% made in Italy.
Il suo superpotere è saper connettere le persone anche con una risata, perché va bene essere militante, ma con la battuta pronta. Sempre.
Instagram: @vitadibi

Preparatevi a farvi infradiciare dall’onda anomala di Fluida Wolf attivista antisessista e antifascista, trash drag bitch, come ama autodefinirsi, traduttrice di testi che desiderano abbattere i tabù sulla sessualità, sul genere e aiutare a consapevolizzarsi sui propri piaceri e desideri. È inoltre conduttrice del workshop che da anni la sta portando in giro per l’Italia e fuori dai confini nazionali, ossia “Eiaculazione per f*che”, dove racconta come il corpo della donna, e particolarmente i genitali, sia stato silenziato al punto da non vedersi riconosciute parti di esso. Partendo da alcune nozioni anatomiche arriva a illustrare come avviene l’eiaculazione, senza voler istruire o indottrinare, ribelle fino al midollo, come piace ad agit-porn! Fluida Wolf è inoltre una studiosa di postporno, studi di genere e attiva nel dibattito sui diritti della comunità lgbtqi+ e delle/dei sex worker. Di lei mi piace anche ricordare le mise eccentriche e sfrontate, il make up fluo e le acconciature fatte di lunghissime extension e minidildo; la voglia di non essere a basso profilo, perché la rivoluzione non si può fare sottovoce.
Instagram: @valentine_aka_fluida_wolf

La comunità sex positive è in fermento e tante altre persone ne fanno parte, una menzione speciale va al progetto La camera di Valentina che racconta l’arte erotica passata e contemporanea, in modo scrupoloso e mai pedante nel tentativo di dirci qualcosa in più su sesso e passione.

Conoscevate blogger e influencer dell’articolo? Ne avete altr* da suggerire?
Lasciate un commento qua sotto e non dimenticate di seguirmi anche su Instagram.

Claudia Ska

Buy Me a Coffee at ko-fi.com