“Mother’s daughter”: il femminismo secondo Miley Cyrus

La scorsa settimana è uscito l’ultimo singolo di Miley Cirus ossia “Mother’s daughter“, che — una volta dimessi i panni della disneyana Hanna Montana — ha virato su un’immagine di sé sensuale e fortemente sessualizzata. Difficile sapere quanto ci sia di suo e quanto della manager (sua madre Tish Cyrus, presente nel video della suddetta canzone) e/o della produzione artistica, fatto sta che i testi, i video e le apparizioni della cantante originaria di Nashville sono ormai accompagnate dall’aggettivo “provocatorio”.
Non ultimo è proprio il caso di “Mother’s daughter”, che è stata lanciata con un video ricco di messaggi visuali, testuali e simboli.

È innegabile che negli ultimi anni il femminismo sia stato manipolato per fini di mercato e perché fa presa su una certa parte della popolazione (leggi pinkwashing), ma il fatto che determinate tematiche vengano proposte in un contesto mainstream e commerciale potrebbe sortire l’effetto positivo di incuriosire chi non conosce l’argomento e mettere in discussione determinati modelli.

Una delle accuse mosse a Miley Cyrus è di non essere credibile nel dichiararsi femminista perché veicola un’immagine di sé ambigua e per le collaborazioni artistiche con cantanti come Robin Thicke (memorabile la loro esibizione all’MTV Video Music Awards del 2013 quando cantarono assieme “Blured Lines”, nota come canzone sessista). Secondo me il punto sta proprio in questo: una persona che decide di mostrarsi in un certo modo e, come nel caso di Cyrus, di rompere col suo altero ego Disney, per virare su un’immagine in cui desiderio e spinta sessuali sono estremamente forti, è femminista, perché rappresenta la voglia di dire apertamente che innanzitutto ciascun* si mostra come preferisce e in secondo luogo che, se una donna vuole apparire come un essere sensuale, eroticizzarsi e pornografarsi, può farlo senza remore perché quella è la sua volontà. Non sto dicendo che debba piacerci come lo fa, ma dobbiamo prenderne atto.

Miley Cyrus in

Per come è strutturata la nostra Società, dove sesso e relative narrazioni sono tabù che incendiano gli animi proprio perché si cerca di nasconderli e quando se ne parla lo si fa in modo pruriginoso e perverso, è ovvio che, appena una persona —principalmente di sesso femminile — ne parla, scatta l’allarme rosso e scoppia il finimondo.
Ogni fottuta volta.
Maggiore è il tentativo di soffocare e censurare corpi e desideri sessuali, maggiore sarà l’effetto prorompente dei messaggi che saranno veicolati, col potenziale rischio che siano vanificati, fraintesi, alterati.

Il video sembra voler fare propaganda; ai corpi non conformi allo standard vengono alternate frasi femministe che sembrano claim, ma questo non ne depotenzia il senso. L’immagine di persone che esprimono così apertamente istinti e ambizioni sessuali ci turbano perché il sesso è considerato una questione strettamente privata, da tenere lontana da occhi indiscreti. Se è vero che l’intimità ha tutto il diritto di essere tutelata, è vero anche che ciò non equivale a far tacere chi vive serenamente la propria sessualità. E se una donna si sente forte e libera anche sessualmente ha diritto di poterlo manifestare senza che questo susciti ogni volta disappunto, disgusto o stupore generale.

La donna che pareva tanto gentile e tanto onesta agli occhi di Dante può esserlo anche con un’esplicita carica sessuale e, se non fosse gentile e onesta, non sarebbe in ogni caso affare nostro.

Claudia Ska

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Orgoglio e Pregiudizio – un aneddoto dalla Pride Week

Vi ho abituat* ad articoli formali, quasi di stampo giornalistico, oggi lasciatemi svaccare con un aneddotto personale nel quale vi racconto quello che mi è capitato la scorsa domenica al Festival Mix Milano – Cinema GayLesbico e Queer Culture, una rassegna internazionale che si tiene in varie città al mondo, tra cui Milano. Quest’anno era la 33^ edizione e io, modestamente, me la sono persa come ogni anno da 10 anni a questa parte perché ho la capacità di repellere qualunque evento si manifesti nell’arco di 10 Km da me, ma l’ultima sera ho fatto un salto al sagrato del Piccolo Teatro Strehler, dove si tiene, per stare un po’ con un amico e un’amica.
Ho rivisto, fra le altre, una persona che avevo conosciuto alcuni anni fa quando facevo parte del Kollettivo Drag King del Teatro Atir-Ringhiera (ebbene, sì, sono un king e il mio nome d’arte è Steve McQueer), che mi ha presentato a due amiche e ci ha tenuto a precisare che fossi etero.
Fitta allo stomaco.
Una delle sue amiche ha esclamato «Ah, sì? », forse lo ha trovato singolare.
Alla sua esclamazione/domanda ho risposto «Ma sì, c’ho ‘sto vizio, ma manco troppo!».
Lei ha continuato: «Quindi sei stata solo con uomini?» o qualcosa di simile. Sarebbe stato un buon momento per darle le spalle e riprendere a chiacchierare con la mia amica bisessuale e il mio amico etero eppure femminista. Guardate un po’ con che gente mi accompagno, eccentricità spinta al massimo!
Invece ho risposto specificando che ho avuto relazioni sentimentali con uomini, ma intercourse sessuali anche con donne, principalmente perché definirmi mi fa sentire in gabbia, se avete letto la mia bio o mi conoscete personalmente dovreste averlo appurato.
A quel punto è arrivata la frase fatidica: «Si vede (cercami l’evidenza su ‘sta fregna!, nda) che stai ancora cercando qualcosa.».
La risposta più plausibile sarebbe stata che stavo cercando di trattenermi dal mandarla a cagare, ma ho risposto che non sto cercando niente, non sono un cane da tartufo.
Non paga, mi ha chiesto se con le donne avessi scambiato solo baci . Ho risposto come se fossi davanti alla Corte d’Assise e poi è arrivata la domanda con la quale avrebbe vinto il Premio “Vattenaffanculo” dell’anno 2019, se mai fosse esistito: «E allora come mai tutta questa vicinanza a questo mondo (LGBTQI+, nda)?».

Il mio primo pensiero è stato: «Ma davvero me lo stai chiedendo? No, dai, dimmi che scherzi, porchiddio!».
Il secondo: «Voglio morire affogata come Virginia Wolf! Procuratemi dei sassi, ve ne prego, ché vado ad ammazzarmi nella fontana davanti al Castello Sforzesco!».
Il terzo, molto nazional-popolare: «No, Maria, io esco!».
Alla fine ho optato per un quarto pensiero diplomatico ma stizzito: “Che c’entra, mica per essere solidale bisogna essere omosessuale!” al che le ho davvero voltato le spalle per rimettermi a parlare con la mia amica e il mio amico, con le orecchie che fumavano che manco quando la designazione del papa va male.

Mi sono sentita molto a disagio: prima di tutto perché ho trovato disturbante essere introdotta con una specifica sul mio orientamento sessuale, per di più da una persona che mi conosce di vista e che non sa quali siano state e siano le mie relazioni affettive e sessuali, poi perché una totale sconosciuta abbia cercato di invadere la mia intimità con domande insistenti, inopportune, personali, indiscrete e appiattendo la mia persona sulla base di chi mi sono scopata.

agit-porn

Foto di Sharon McCutcheon

Giugno è il mese dedicato al Pride, ossia Orgoglio, quello celebrato dal movimento LGBTQI+ nato organicamente 50 anni fa dai cosiddetti moti di Stonewall (qui il racconto pubblicato lo scorso anno da Alessandro Bianchi, aka @zuccherosintattico) Sabato 29 Giugno ci sarà la parata milanese, e proprio lo scorso 21 giugno è cominciata la Pride Week, ossia una settimana di eventi dedicati all’orgoglio arcobaleno.
Alcune persone non vogliono etichette, altre invece si sentono rappresentate e tutelate ad averne, non è importante, le critiche mosse alla sigla LGBTQI+, che cerca di essere inclusiva e rappresentativa di uno spettro ampio di orientamenti sessuali e sensibilità, viene spesso strumentalizzata per togliere attenzione alle questioni fondamentali alle quali quella sigla, che è indicativa, cerca di dare rilevanza.
Riconoscimento ed estensione di diritti civili, sociali e umani, rispetto della diversità, inclusione, solidarietà. Le istanze portate avanti dal movimento arcobaleno non riguardano solo le persone omosessuali, bisessuali, transessuali, transgender, non binarie, asessuali, queer, intersessuali ma tutt* noi, come il femminismo non riguarda solo le donne.
(Almeno) quando si parla di diritti dobbiamo allearci, supportarci, fare in modo che le diversità non rallentino o impediscano il cammino verso una Società equa e solidale, ecco perché trovo ridicola e sconsiderata la domanda «Se sei etero, che ci fai qui?»: l’empatia non è abbastanza?! Ritengo inoltre che tutt* noi, sia chi si sente parte integrante del movimento LGBTQI+ che le persone alleate, dobbiamo fare un enorme lavoro sul considerare le persone bisessuali e pansessuali valide, invece di nutrire sospetto perché potrebbero spezzarci il cuore, “fregarci” scegliendo un altro sesso rispetto al nostro, come se i genitali prevalessero sul resto.
Dai, su, ce la possiamo fare!
Lo scambio di domande e risposte di domenica mi ha consapevolizzato ancora di più sull’egualitarismo dell’ottusità: non importa qual è il nostro orientamento sessuale, se abbiamo la sensibilità di un comodino in laminato, non ci sono battaglie per i diritti che tengano.

Claudia Ska

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