[Guest Post] “Nudo classista” di girlsplaining

Mi imbatto frequentemente in contenuti prodotti da persone che giustamente abbracciano la causa femminista e vogliono sensibilizzare i propri amici e follower rispetto al discorso della libertà di espressione femminile e/o ai tabù legati al corpo femminile, ma troppo spesso mi accorgo di un’omissione che a me sembra non casuale. Un femminista non può tralasciare per tutta una “predica” di qualche minuto, dopo aver elencato tutti i suoi validissimi argomenti e le sacrosante istanze di libertà contenute nel pensiero antisessista, un aspetto così centrale e determinante senza percepire un senso di vuoto, senza sentire puzza di bruciato. Nello specifico mi riferisco a quelle migliaia di video, post e contenuti di vario genere in cui si vuole affermare che una femmina sia liberissima di mostrarsi nuda e che questo non ne faccia una prostituta, cioè che la sua nudità sia legittima ma non debba avere per forza una funzione sessuale o forse, nell’ambiguità determinata da quel mancato che tra poco dirò, costoro si accontentano più specificamente di comunicare che la nudità sia legittima IN QUANTO non ha funzione sessuale, quindi implicitamente che sia legittima se, e solo se, non ha funzione sessuale. L’omissione di cui parlo consiste in quel famoso «non c’è nulla di sbagliato nella libera espressione della propria sessualità, anzi!» che in troppi si dimenticano di citare e di porre a premessa di ogni considerazione sul tema.

L’impressione netta è che le battaglie intermedie legate al femminismo pop e un po’ sublimato, ai #nudeisnotporn, fungano da dispositivi in grado di rafforzare la mentalità sessuofoba dominante, insomma che stiano alla rivoluzione femminista come i riformismi socialdemocratici stavano al comunismo: anche se chi li promuoveva era animato spesso da nobili intenti, fungevano da contentino per gli oppressi di modo che non giungessero mai alla certezza che ribellarsi fosse l’unica via.

agit-porn

Moltissime che ci mettono la faccia, la tetta o un grammo della loro energia per portare avanti la sacrosanta battaglia del #nudeisnotporn, del «perché sono nuda ciò non implica che io sia una puttana», probabilmente si sentono così oppresse dalla sessualizzazione coatta del loro corpo e della loro persona da non poter che desiderare disperatamente questo orrendo ma rassicurante compromesso: quello per cui siamo tutti nudi ma non siamo puttane e, chi invece è puttana, merita di essere trattato diversamente; quel compromesso per cui al #nudeisnotporn non necessariamente segue il #pornisnotevil (sarebbe meglio che precedesse) e i nostri corpi diventano liberi solamente di veicolare (a beneficio già sapete di chi) messaggi che rimandino anche solo implicitamente a target consumistici, a mode, tendenze e canoni estetici imprenditorialmente profittabili.

Il sesso? Quello rimane un tabù. Eppure chiunque si approcci anche timidamente allo studio delle discriminazioni di genere sa benissimo che tutto ha la sua genesi negli assunti sessuofobi e continua a essere sotterraneamente alimentato proprio dall’azione inconscia di questi ultimi, ossia i segni e sintomi più in evidenza del sessismo, come appunto le riserve più grette e ingenue sulla nudità femminile o aspetti ancora più superficiali e meno intuitivamente legati all’argomento “sesso” (vedi il mansplaining), non sono altro che l’ultimo stadio di un processo che ha come principio e motore la sessuofobia, l’attribuzione di uno statuto speciale alla sfera sessuale e la declinazione di questo assunto nelle forme più disparate.

Facciamo dunque un balzo in avanti: il corpo è già ben oltre l’ostacolo ma il cuore si ostina a rimanere indietro. La poderosa struttura giurisprudenziale, sociale e culturale che garantiva la perpetuazione del patriarcato è oramai defunta, pertanto non esiste più alcun appiglio per certo maschilismo puritano, nessun possibile riscontro di una ratio che giustifichi la violenza di certi comportamenti. Alle soglie del 2020 viene effettivamente a trattarsi di una forma di pensiero primitivo e disfunzionale ed è oramai doveroso approcciare al maschilismo puritano come a una psicosi. Nella terapia psicanalitica delle psicosi si usa la cosiddetta interpretazione verso l’alto, ossia per aggirare le angosce che insorgerebbero in un’opera di scavo graduale, si preferisce scandagliare direttamente le profondità nominandone i contenuti.

Io credo che, mentre le riflessioni dei singoli hanno ragione di percorrere ogni via possibile, l’attivismo e la divulgazione femminista dovrebbero invece assumere questo metodo, rinunciare a decostruire gradualmente tutti i passaggi logici che conducono dal segno-superficiale-A (es. avances sessuale alla modella di nudo) fino agli abissi della storia dell’uomo e dunque al tabù del sesso. Ciò al fine di evitare che proprio questa gradualità dell’indagine e del disvelamento si presti a fungere da dispositivo antirivoluzionario, da meccanismo omeostatico che garantisce al sessismo e al capitalismo una sopravvivenza in forma accomodata.
Sarebbe il caso di partire dal #pornisnotevil e non dal #nudeisnotporn: solo dopo aver statuito che il sesso non sia qualcosa di speciale e dunque di delicato e pericoloso, solo allora potremo essere certi che «mi spoglio ma non per eccitare sessualmente» sia una libera scelta e non invece una forma più subdola di slutshaming, una negazione forzata, l’ulteriore tabuizzazione di un aspetto naturale (la sessualità/l’erotismo) insito in praticamente ogni comportamento umano, dunque l’ennesima strategia culturalmente data di sublimazione di ciò che che è ancora oggetto di divieto.
Finché non ci sembrerà del tutto innocuo e privo di particolari conseguenze sociali postare una foto con un pene in bocca o con la faccia inondata di sperma, i nude-not-porn rappresenteranno una forma normata dell’espressione di un falso sé, non saranno diversi da quelle che oggi sono le pubblicità dei reggiseni (col loro implicito «se non lo metti sei una schifosa esibizionista, i tuoi capezzoli devono essere ben nascosti!»).
Già oggi, a dimostrazione di quanto questo femminismo flat sia in fondo molto in ritardo sull’agenda della rivoluzione antisessista, si comincia ad avvertire tra i giovani adulti dei ceti più istruiti una certa istanza conformista anche se non apparentemente così perentoria: non hai nemmeno una foto di nudo un po’ artistico, pseudonaturista, alternativo o vattelappesca sui tuoi social? Allora c’è qualcosa in te che non va (che poi è un ragionamento non del tutto privo di una sua pregnanza).

agit-porn

Chi conosce il mondo della pornografia web (oramai amatoriale e quasi sempre non consensuale) sa bene che esiste già una sorta di muro invisibile che divide le “zozze” dalle modelle d’arte o ragazze alternative di classe media. Per ragioni che non sarebbe opportuno illustrare in questa sede, le ragazze consapevoli di classe media, a parità di valenza trasgressiva del contenuto pubblicato, ricevono una quantità di molestie infinitamente minore ma soprattutto una qualità diversa di molestie. È infatti interessante assistere a quegli sporadici incidenti, quelle crepe che si creano ogni tanto nel guscio esterno delle nostre filter-bubble in cui un frequentatore di canali di pornografia degradata, abituato a interagire con “sciampiste ragazzine tamarre”* e proletarie dell’erotismo social (coi loro contenuti di cattivo gusto a metà tra un prediciottesimo e le pubblicità dei club privé), inciampa in uno di questi profili più elitari e fa una fatica enorme a decodificarli, il risultato è sempre qualche interazione molesta in cui fa la figura del cinquantenne viscido maschilista (cioè di sé stesso).
Questo perché accade? Perché il #nudeisnotporn è un privilegio, uno status symbol nelle mani di chi ha gli strumenti intellettuali, culturali, sociali ed economici per sofisticare l’espressione di sé; mentre chi non è in grado di produrre un nude che sia qualificabile come not-porn, ovvero le proletarie dell’erotismo di cui sopra, costoro saranno sempre condannate a essere carne da macello, bestie in preda alle peggiori forme di molestia, allo stalking, alla minaccia perpetua (alimentata anche dall’assenza di un diritto all’oblio) per la propria sicurezza personale.
Se non si vuole favorire un semplice riposizionamento delle convenzioni e dei costumi in chiave forse ancora più classista e repressiva di prima, occorre fare ciò che ho poc’anzi proposto: prima abbattiamo il tabù della pornografia, poi cominciamo a spiegare alla gente che non tutta la nudità è pornografia. Impariamo a dire «anche fossi una puttana o una ninfomane, sarebbe semmai una cosa di cui vantarmi» e solo dopo a precisare «comunque in questo caso non lo sono e non voglio essere approcciata sessualmente». Sicuramente è la via meno semplice, ma è l’unica via per vivere in un mondo finalmente liberato da questo mostruoso tabù e un mondo autenticamente non sessista.

*I termini irriverenti utilizzati in questo articolo devono intendersi come descrittivi, in chiave ironica, di stereotipi sociali e culturali i quali tendono a esercitare un’attrazione sulla [auto-]percezione e sui comportamenti degli individui, uniformandoli o ingabbiandoli nella ripetizione di pattern interattivi rigidi e condannandoli all’assunzione di ruoli sociali ben definiti.

Questo articolo è stato gentilmente scritto da girlsplaining, che non ci ha lasciato uno straccio di bio, ma che trovate su Instagram.

agit-porn

girlsplaining

Buy Me a Coffee at ko-fi.com

Intervista Ribelle a Inside Porn

Fino a ora le “Interviste Ribelli” hanno avuto come protagonista una persona, mentre oggi ho il piacere di ospitare un collettivo formato da tre giovani donne che ho conosciuto personalmente qualche mese a Firenze durante il Festival della Sessuologia. Si tratta di Maria Giulia Giulianelli, Giulia Moscatelli e Arianna Quagliotto ovvero le ideatrici del progetto Inside Porn, nato all’Università di Bologna per poi affacciarsi al mondo non accademico.

Fuori dall’Università, dentro il porno:
Inside Porn ha deciso di parlare a tutt* del genere cinematografico più discusso e censurato.

Prima di unirvi nel collettivo Inside Porn qual era la vostra relazione con la pornografia?
Possiamo dire che l’aver fondato Inside Porn coincide con l’inizio del nostro percorso di approfondimento della pornografia, almeno per quel che riguarda l’audiovisivo; infatti, studiando tutte arti visive, non eravamo estranee all’uso del linguaggio pornografico in ambito artistico, fotografico e letterario, ma solo quando ci proposero di condurre una ricerca etnosemiotica abbiamo affrontato quella che comunemente possiamo trovare sulle piattaforme come PornHub.

Perché avete deciso di iniziare questo progetto?
Come suggerisce il nostro nome (Inside Porn, Dentro il Porno), il nostro desiderio è da subito stato quello di capire meglio il mondo della pornografia partendo da chi quel mondo lo costituisce. La scoperta è stata grande per quanto scontata: a fianco del classico porno mainstream era in movimento tutto un altro tipo di pornografia dichiaratamente legata a una maggiore inclusività delle possibili sfumature della sessualità.
Non volevamo un porno che categorizasse il proprio pubblico, ma che — al contrario — lo rappresentasse. 

Quali sono gli obiettivi e le modalità di Inside Porn?
Principalmente cerchiamo di creare degli spazi in cui si possa parlare di temi e questioni legati alla sessualità, aspetto della nostra vita che, purtroppo, a livello istituzionale, difficilmente viene affrontata in maniera consapevole e costruttiva. Promuovere la visione collettiva di prodotti pornografici ha molte valenze: in primo luogo culturale, cosa su cui ci battiamo molto. La pornografia viene considerata oscena e quindi poco degna di essere rappresentata, figuriamoci con una proiezione pubblica. Viene relegata alla sfera intima e molte persone, fra quelle che lo fanno, non ammettono di masturbarsi guardando porno. Attraverso le nostre serate vogliamo dimostrare l’esistenza di una pornografia che invece crea anche dei discorsi politici e sociali e, che ci crediate o no, esteticamente non ha nulla da invidiare ad altri generi cinematografici. L’obiettivo principale è riuscire a coinvolgere il pubblico, stimolarlo a un dibattito intorno a quello che hanno visto e a come vivono la propria sessualità e quella degli altri: il porno ti fa scoprire un sacco di cose e, se è vero che il diverso fa paura proprio per ignoranza, allora non c’è modo migliore che divulgare differenti punti di vista attraverso lo strumento che più li mette in scena.

agit-porn

Ce l’ho Porno 2018, Inside Porn

La “fuoriuscita” dall’ambito accademico, all’interno del quale è nato Inside Porn, è definitiva o avete semplicemente ampliato il vostro obiettivo e quindi il pubblico di riferimento?
All’epoca della ricerca vera e propria eravamo tutte e tre studentesse universitarie, ora il nostro percorso accademico si è concluso però non vogliamo in nessun modo rifiutare quel mondo, anzi, vuoi mettere tenere una lezione sul porno all’università?! Pensiamo che l’ambiente accademico porti con sé una serie di codici che spesso entrano in conflitto con quella che è la nostra mission. Prima di tutto il linguaggio. Quando studiavamo semiotica non era semplice “tradurre” la nostra ricerca a chi se ne interessava: la semiotica ti costringe a un metalinguaggio molto specifico e per questo genere di temi è forse meglio essere un po’ più pop. Inoltre quando tenemmo una lezione all’interno di un ciclo di seminari dedicati alla ricerca, dovemmo censurare una penetrazione anale: se ci battiamo affinché la pornografia non sia più ghettizzata è necessario per noi non avere restrizioni su ciò che mostriamo. Gli spazi che ci hanno successivamente ospitate (Kinodromo, Cassero, Cinema Europa e altri) hanno dimostrato di avere completa fiducia nelle nostre rassegne e il pubblico che è intervenuto si è rivelato essere partecipe ed eterogeneo.

Che tipo di pornografia vi piace e vorreste divulgare?
Questa domanda può avere una duplice risposta: come studiose di pornografia potremmo affermare che ci piace tutta, come consumatrici preferiamo alcuni prodotti rispetto ad altri. Crediamo che tutta la pornografia abbia una sua dignità, ovviamente fintanto che per produrla ci si attiene alle basilari norme di consenso e sicurezza, ma siamo più interessate a divulgarne il lato meno conosciuto e standardizzato. Ciò che proiettiamo alle nostre serate sono porno che hanno una distribuzione più per festival che attraverso il web, tranne alcuni casi più celebri, come Erika Lust, per cui difficilmente vi si potrebbe accedere da casa propria. Vederli sullo schermo del cinema enfatizza l’esperienza catturando l’attenzione dello spettatore ponendolo in un contesto diverso dall’abituale visione domestica, aggiungi la possibilità di interagire direttamente con performer e registi presenti in sala e si può costruire uno spazio in cui parlare liberamente di sessualità.

Secondo voi la pornografia ha un valore pedagogico?
Può avere una valore pedagogico ma non deve per forza esserlo. Questo non vale solo per il porno, ma per qualsiasi mezzo espressivo. Alcuni produttori e performer sono sicuramente più consapevoli della sua possibilità educativa e rendono esplicito questo aspetto assumendolo come valore portante della propria produzione. Si parla molto della pornografia come primo vero approccio alla sessualità, prima ancora di un rapporto o di una relazione, quindi è inevitabile porsi delle domande in questo senso. In Italia l’educazione sessuale è spesso affrontata nel suo aspetto biologico, tralasciando completamente discorsi come il piacere o l’orientamento sessuale e il porno si rivela uno dei mezzi che più mette in gioco queste tematiche. Bisognerebbe fornire gli strumenti giusti a chi utilizza la pornografia come una sorta di “prima esperienza”, per comprendere quello che sta guardando, si parla alla fine di giovanissimi.

agit-porn

Lunedì Porno al Cinema Europa (2018)

Conoscete il cosiddetto “porno femminista”? Se sì, ci spieghereste cosa lo distingue da altri tipi di porno?
Inizialmente, si parla degli anni ’80, il porno femminista si caratterizzava per il fatto di essere fatto da donne per le donne. All’epoca i film porno erano concentrati perlopiù sulla figura maschile e i “porno per donne” erano fatti da uomini che aggiungevano qualche “preliminare” in più alla scena di sesso. Nella maggior parte dei casi le prime registe e produttrici di porno femministi erano lavoratrici nell’industria pornografica, che decisero di creare da sé i propri film mettendo in primo piano il piacere femminile. Era proprio il fatto di assumere la donna non più solo come genere/organismo biologico davanti alla telecamera ma tutta la sua soggettività femminile, con il suo vissuto e il suo personale sguardo sul vivere la sessualità. Si trattava di rivendicare il proprio corpo, il piacere e il diritto ad amare il sesso esattamente come gli uomini. Con il passare degli anni il “porno femminista”, di pari passo con il femminismo stesso, ha ampliato il suo campo d’azione diventando più fluido e concentrando la lotta sui diritti di tutt*.

Il vostro ambito di ricerca e interesse è relativo solo alla pornografia cinematografica o alla letteratura in senso lato?
La ricerca è nata come specifica sul settore audiovisivo, ma con il passare del tempo abbiamo approfondito altri ambiti. Di fatto siamo interessate a tutte le espressioni possibili della sessualità, dal porno cinematografico alla fotografia, dalla performance all’installazione. Per quanto riguarda la letteratura siamo delle instancabili lettrici di testi relativi all’argomento, passione che cerchiamo di condividere attraverso “La piccola biblioteca del porno”, rubrica che esce nella nostra newsletter ogni mese con un titolo diverso per suggerire uno spunto di lettura al nostro pubblico: siamo sempre alla ricerca di altri autori per cui chiediamo ai lettori di agit-porn di consigliarci nuovi libri!

In cosa consiste “Ce l’ho porno” e come selezionate i film da proporre al pubblico?
Per quanto riguarda i normali eventi Ce l’ho Porno frequentiamo i festival nazionali e internazionali in modo da coinvolgerli per presentare una piccola selezione del loro programma a una nostra serata. Abbiamo per esempio organizzato due date in collaborazione con il Fish & Chips Film Festival e una con l’Hacker Porn Film Festival, così da poter fornire al nostro pubblico un assaggio del panorama pornografico indipendente contemporaneo.
La particolarità di questa stagione 2019/2020 è che, per la prima volta, abbiamo avuto la possibilità di curare una sezione di un festival, il Ce l’ho Corto Film Festival che si terrà a Bologna dal 28 al 30 Novembre, quindi di selezionare i cortometraggi attraverso una call pubblica aperta a tutti. Il modus operandi di entrambe le tipologie di selezione è sempre quella di pensare a una scaletta che dia spazio a diversi registri stilistici e a tipologie di opere, la selezione del festival rispecchia questa filosofia proponendo documentari, porno espliciti e corti di animazione. Ci piace scoprire con il nostro pubblico le infinite possibilità espressive della pornografia e approfittare dell’occasionalità del momento per conversare insieme.

agit-porn

Maddalena Bianchi, Inside Porn e Son Braciola @ Lunedì Porno al Cinema Europa (2018)

Claudia Ska

Buy Me a Coffee at ko-fi.com

Il vello d’oro

Nella mitologia greca Crisomallo era un ariete alato dai poteri magici. Provvisto di una pelliccia dorata, è soprattutto famoso grazie al mito degli Argonauti, quello che racconta le vicissitudini di Giasone e di altri 50 eroi (machismo ne abbiamo?!) che partirono alla volta della Colchide per appropriarsi del vello d’oro del suddetto Crisomallo, ormai morto sacrificato da un pezzo e la cui pelliccia era custodita da un drago.
Ci tengo a ricordare che, per poter prendere il vello, a Giasone servì l’aiuto di Medea, come a Teseo quello di Arianna per uscire dal labirinto, giusto per fare un altro nome. Per puntualità filologica in stile “trattoria da Claudia Ska”: entrambe furono vilmente abbandonate. La prima si vendicò in modo rocambolesco, la seconda si unì a Dioniso (il dio dei festini, delle orge e del vino a pioggia: un ciaone a Teseo!).

Questa premessa serve principalmente a ostentare gli studi classici e che ho una passione per i miti greci, ma altresì a introdurre le foto che ho fatto qualche tempo fa con Renato Buontempo, conosciuto l’estate scorsa sul set di I am naked on the Internet, ospitato nel suo atelier.
Qualche giorno prima di posare con Renato ho iniziato a ricapitolare nella mente ciò che avrei dovuto fare: scegliere alcuni outfit, i trucchi da portare e infine depilarmi, visto che da settimane giravo nature seppure con imbarazzo (pantaloni lunghi, magliette con le maniche corte e non canottiere, per non parlare della soggezione per la peluria sul labbro superiore). Non avevo voglia di togliere i peli e rivendicavo il mio corpo così com’era, ma ero contemporaneamente a disagio perché non ci ero abituata e la Società ridicolizza questa scelta. Ci ho pensato su e poi ho scritto a Renato dicendogli che avevo i peli e avrei voluto posare così, come mai avevo fatto, neanche negli autoscatti. Solo in seguito ho pensato al mio messaggio: mi sono giustificata riguardo il mio corpo, la mia peluria; l’ultima volta che lo feci fu quando frequentai una persona a cui piacevo TUTTA, SEMPRE e che infatti — quando mi scusai — mi guardò come a dire: “E sti cazzi?!”.

Voglio condividere una selezione di foto del set con Renato in cui si vedono peli, smagliature, cellulite, ventre un po’ gonfio, quelle che la Società definisce imperfezioni rispetto a uno standard verosimilmente inarrivabile a meno che non siate mannequin (in francese rende pienamente l’idea) di 40 chili per un metro e 80 centimetri di altezza, che — al posto di cibarsi — sniffano.

Per me spogliarmi non significa far vedere la fica, le tette, le chiappe, piuttosto mostrare quello che solitamente nascondo con un senso che somiglia alla vergogna più che al pudore. Non voglio sentirmi desolata se non faccio la ceretta, se non mi rado, se non uso l’epilatore elettrico, se non mi sparo la luce pulsata o il laser, se non utilizzo creme depilatorie, se non mi strappo ogni singolo pelo con la pinzetta o col filo, e sarebbe una storia meravigliosa se vi dicessi che non mi sentirò più a disagio dopo la pubblicazione di questo articolo, ma la verità è che esibisco il pelo più disinvoltamente su Internet che non nella realtà.

Non sono pronta ad attraversare quell’impaccio nel quotidiano, ad avere occhi puntati addosso che mi osservano giudicanti, che mi deridono; se accadesse potrebbero presentarsi due situazioni: immensa soggezione o immensa rabbia con conseguente sbrocco plateale.
So che la depilazione è una questione meno rilevante di altre, ma agisce in modo prepotente come tutto ciò che riguarda i nostri corpi, impreparati ad autodeterminarsi in un contesto dove essere divers* è uno stigma.

I miei peli mi fanno riflettere su circostanze ben più complesse e mi fanno comprendere che, se io mi sento in difficoltà per una sciocchezza come questa, chissà quale spettro di emozioni attraversano le persone grasse, le persone di etnia differente dalla caucasica, le persone lgbtqi+, le persone poliamorose, le persone disabili, le persone povere, e insomma tutte quelle che non sono persone bianche, etero, abili, con un reddito.
Dovremmo imparare a immergerci nel disagio altrui per evitare il giudizio.
Aiuterebbe la causa anche farsi i cazzi propri, a latere.

Si ringrazia la lingua italiana per le espressioni idiomatiche sessiste.

Claudia Ska

Buy Me a Coffee at ko-fi.com

[Guest Post] “La strada è il mio ufficio” di Giulia Zollino

Sono un’operatrice di strada e ormai per me la strada non è più solo quel luogo che puzza di asfalto, su cui le macchine sfrecciano frenetiche. Ogni settimana, a bordo di un’utilitaria blu notte, distribuisco preservativi e ascolto chi la strada la vive e la respira ogni giorno: le prostitute, le lucciole, le puttane, le lavoratrici sessuali.

Per gran parte della mia vita la strada non ha avuto nessun valore, nessun significato. È stata semplicemente un tramite, un percorso da attraversare per raggiungere qualcosa (o qualcuno),  tuttalpiù qualcosa da osservare annoiata dal finestrino di un treno.
La strada in quanto spazio a sé non esisteva, non per me. Potevo avventurarmi in riflessioni  sul simbolico di qualche spazio occupato, sul valore storico e politico di una piazza, ma non sulla strada. Insomma, io e la strada eravamo legate da un rapporto di pura utilità.

agit-porn

La strada, Giulia Zollino

La complessa meraviglia della strada l’ho (ri)scoperta sulla Via Emilia.
Era notte; avevo la febbre e il cuore in gola.
«Come ti senti? ‒ mi chiese un’altra operatrice ‒ Stasera cominciamo da qui» mi disse mostrandomi la mappa della città.
«C’è qualcosa che non devo dire?» chiese una me piena di dubbi e paura di sbagliare.
«Lo capirai. Comportati normalmente».
Quelli che fino al giorno prima erano solo dei nomi scritti su carta, quella notte sarebbero diventati volti, persone.

«Ciao! Che begli occhi… sei nuova?» mi chiese V. “Grossa, robusta, bionda, ucraina” diceva il file nominativi. Quella sera aveva una gonna di jeans molto anni ‘90, Camperos marroni, un giubbottino attillato da cui spuntavano due grosse tette e un colbacco bianco in testa. Non dimenticherò mai quell’outfit improbabile.
Qualche chilometro più avanti c’era T., una trans peruviana dai capelli castano scuro. Era bellissima (lo è sempre). Indossava una pelliccia bianca che le arrivava ai piedi. Le scarpe argento erano altissime e piene di brillantini. Gli occhi, marrone scuro, erano segnati da una riga di eye-liner color oro.
«Ma ciao bel cioccolatinooo!» disse al mediatore nigeriano poco più che sessantenne, roteando la borsetta in aria. Affianco a lei, davanti al Diesel, Rebecca, un’altra trans peruviana. Quell’incontro fu breve ma impreziosito da una gestualità per me tutta nuova. Dalla borsetta tirò fuori uno specchietto e con un colpo netto si sistemò la parrucca: «Ti piace? L’ho pagata 200 euro».  Con l’altra mano prese i preservativi e con l’abilità di chi ha ripetuto quel gesto mille volte, li sistemò nella borsetta dividendoli uno a uno.
A partire da quella notte avrei rivisto quei gesti, sentito quegli odori e toccato quelle mani (e non solo) fredde d’inverno e calde d’estate ogni settimana, per più di un anno.

agit-porn

Georgina Orellano, Furiosaurbana

Con una visione tutta goffmaniana, lo spazio urbano è un palcoscenico che ospita l’incessante mutamento delle soggettività e degli oggetti che lo abitano. La strada fa da sfondo a un incessante rituale in cui le signore acquistano e difendono il proprio spazio a colpi di rossetti colorati e battute scanzonate.
«Questo pezzo è mio. Non ci può stare nessun’altra».
L’angolo, il marciapiede, il lampione malfunzionante, il pezzo di strada diventa una proprietà, un luogo in cui la separazione tra sfera pubblica e sfera privata non è poi così marcata. I confini si sfumano, nulla è definito e definitivo.
Quando si parla di strada come luogo della pratica prostitutiva è facile darne una rappresentazione parziale e tendente a evidenziarne gli aspetti più oscuri e violenti, ma la strada è un luogo pieno di contraddizioni e, per questo, difficile da raccontare.
È calda e fredda allo stesso tempo. Tremendamente semplice e meravigliosamente complessa.
Ricca e spoglia. Sporca, cruda, diretta, ruvida ma anche dolce, delicata, abbagliante.
È incantatrice, invitante, performativa, teatrale, grezza.

La strada è uno spazio di azione, di espressione del sé. È libertà, gioco, ironia.

A fare la strada sono le persone, le signore della notte (e del giorno) con il loro modo di “stare”, di giocare con quei codici tipici delle “operatrici stradali”, come ama definirsi Cristina. Per le “favolose signore” la strada diventa un ambiente “familiare, favorevole, agito e agevole”, in cui esibire, estremizzare o nascondere parte di sé*. Quel modo di calpestare la strada e di imporre coraggiosamente la propria presenza è unico, personale. Ti entra dentro e ti travolge.
«La calle te enseña todo» mi ripete ogni tanto Sandra.
Ha ragione. A me, che mi trovo dall’altro lato, con il volto incorniciato da un finestrino, ha insegnato molte cose.  Mi ha mostrato altre modalità di (re)esistere e di occupare lo spazio con il proprio corpo, a testa alta, con coraggio. Mi ha insegnato a sfidare i giudizi, a osare e prendermi la libertà di giocare. Con la strada ho imparato a ridere degli altri, del mondo e di me stessa, oltre che «la menta ammazza il sentimento di sesso».

*P. Marcasciano, “L’aurora delle trans cattive”, Alegre, Roma, 2018

Giulia Zollino si è laureata in antropologia ed è un’operatrice di strada nonché un’educatrice sessuale. Su Instagram cura un profilo in cui racconta la sua professione con ironia e disincanto per informare e aiutare a de-stigmatizzare il lavoro sessuale.

agit-porn

Giulia Zollino

Buy Me a Coffee at ko-fi.com

“Sharing nudes”: sharing i-s-caring

Qualche giorno fa, nelle mie storie su Instagram, ho proposto a chi mi segue di inviarmi una foto di nudo. L’intento era ritrarsi come preferiva: l’unica limitazione era data dalla censura del social, che ha minacciato di chiudermi l’account nonostante avessi meticolosamente coperto le parti incriminate (la linea divisoria delle natiche, piselli mosci o in tiro, capezzoli femminili, vulve). Così ho pensato che era ridicolo tutto quello che stavamo facendo: volevo dare loro la possibilità di essere liberi ma coprendo quello che desideravano scoprire.
Inverosimile.
Ho quindi deciso di creare una sezione su agit-porn che sia dedicata alla voglia di ciascun* di mostrarsi senza remore, giudizi, paura. Ci sono due vincoli:

  1. nessuna censura (paradossalmente tutelo l’anonimato: chi invia foto con viso censurato, può partecipare);
  2. nessun atto sessuale esplicito; non per pudore ma perché vorrei che il corpo fosse libero di essere mostrato al di là del sesso.

Il mio desiderio è che “Sharing nudes” sia popolare, nel senso “del popolo”. Pubblicherò tutto, perché vorrei che fosse accogliente e verace come una trattoria. Voglio che sia un progetto di tutte le persone che partecipano, così come sono, senza vincoli estetici, stilistici. Non mi interessa che sia un progetto bello come i locali hipster di Milano, voglio che sia vero, toccante.
Non è nouvelle cousine, è la carbonara col guanciale prima dell’avvento dei programmi di cucina su tutti i canali televisivi.

Sharing is caring.
Sharing is scaring.
La condivisione è prendersi cura.
La condivisione fa paura.
Che ne dite se ci spogliamo della seconda per mettere in atto la prima?

Regole per partecipare:

  • preferibilmente un autoscatto del corpo nudo, sia esso a figura intera che un parziale;
  • se volete pubblicare i genitali, il seno o il sedere, che siano visibili e non coperti da mani, biancheria, oggetti, altrimenti scegliete parti che preferite mostrare liberamente;
  • una sola foto a persona;
  • la foto deve essere nominata Sharing_Nudes_nome/pseudonimo/anonim*;
  • nell’oggetto indicare “Sharing nudes” – nome vero, pseudonimo, anonim*;
  • inviare l’email a new.agit.porn@gmail.com

Le sottoscrizioni che non rispetteranno le suddette regole non saranno prese in considerazione.
Il progetto è permanente e ogni settimana verranno aggiunte le foto di quella precedente.

Vi aspetto con gioia e curiosità e vi ringrazio per la fiducia.

DISCLAIMER
Per poter accedere alla galleria fotografica di “Sharing Nudes” è necessario avere dai 18 anni in su ed essere in possesso della PW, che potrete richiedere via email.
Se sei minorenne, clicca qui, se invece sei maggiorenne, clicca qua.

 

Claudia Ska

Buy Me a Coffee at ko-fi.com