La fine è il mio inizio (cit.)

È stato un anno impegnativo e ricco di sorprese.
Ho iniziato questo progetto completamente sola, se non fosse stato per l’aiuto che mi fu dato dal mio amico Bedo, che ringrazio per avermi spiegato le nozioni base di WordPress e avere ideato una grafica in pieno stile agit-prop poi sostituita da questa che vedete, meno personalistica e più pop creata su misura dall’illustrastrice Giulia Nicolino, meglio nota come linEEtte.
In un secondo momento ho proposto a Gea Di Bella di collaborare in qualità di studiosa e appassionata di arte, che si dedica con amore alla sezione “Open Space” curando le mostre che pubblichiamo trimestralmente.
Abbiamo iniziato con Paola Malloppo e il servizio fotografico che ha condiviso in anteprima con agit-porn “Sara e Pepe: una prima volta“, poi è stata la volta di Azoto con le sue illustrazioni queer cyber punk e infine un’edizione speciale per dicembre in cui mostriamo una serie di foto dal progetto “Vita Privata” di Ossidiana Cosmica.

Nell’ottica di dare voce e spazio a punti di vista diversi e multisfaccettati, di arricchire agit-porn con altri contenuti e soprattutto di farlo diventare il più corale possibile, ad agosto è stato pubblicato il primo guest post scritto da Urfidia, seguito da quello di Mi Chiamo Maschio, Polycarenze, Gohar, Caffein Butt, Giulia Zollino, Ossidiana Cosmica, girlsplaining e Danilo Campanella, che ha fatto addirittura una doppietta.
Ho conosciuto queste persone, tranne Danilo – autore per “Erottica – sguardi obbliqui di corpi dilatati” (il 15° numero di “Rivista di Scienze Sociali” che curai nel 2016) – su Instagram, tramite il profilo @agit_p.o.r.n che è stato disattivato lo scorso 12 dicembre, senza una motivazione precisa, nonostante sappia perfettamente di non avere rispettato più volte le linee guida (di cui ho parlato qui e qui).

Non sono mancate ospiti che ci hanno dedicato il proprio tempo rispondendo alle domande che ho posto loro per la rubrica “Interviste Ribelli”, di cui fanno parte Rachele Borghi, Sara Silvera Darnich, Miss Mukade e il trio di Inside Porn.

A ottobre abbiamo avviato l’iniziativa “Sharing nudes“, nata per gioco proprio su Instagram: ho chiesto alle persone che mi seguivano di inviare tramite email delle foto. In tante e tanti vi hanno preso parte fino a ora, ringraziando per la possibilità di mostrarsi liberamente (anche se quasi nessun* mostra il volto, segno che lo stigma sulla nudità e sulla sessualizzazione è ancora fortissimo e per certi versi invalidante in molti ambiti dell’esistenza).

Vorrei che agit-porn si consolidasse come luogo in cui condividere opinioni non conformi alla norma, perché c’è bisogno di voci fuori dal coro. Sono molto presente e attiva su Instagram e risento malamente dell’approccio pop e spesso superficiale ad argomenti quali femminismo, sessualità, pornografia, discriminazione (che sia essa fisica, etnica, di genere, sessuale, di “abilità” o tutte queste messe assieme, ecco perché credo e sostengo il femminismo intersezionale).
Vorrei che si prendesse atto del grande paradosso in cui siamo invischiat*: la volontà che si finge necessità di essere visibili per esprimersi contro la reale necessità di sovvertire lo status quo.
Prima o poi i social chiuderanno, si trasformeranno, e in ogni caso ci vincoleranno tramite nuove e sempre più subdole forme di potere: creiamo spazi alternativi per liberarci e comunicare, che siano essi fisici o virtuali, poco importa.
agit-porn vuole essere proprio questo: uno spazio libero dove né le menti né i corpi conoscono censura. Spero che vogliate unirvi, e il mio augurio per il 2020 è che non smettiate mai di guardarvi e guardare il mondo che vi circonda con spirito critico e voglia di cambiare.

Vi auguro un proficuo e felice anno nuovo con una meravigliosa canzone di Mercedes Sosa: “Todo cambia”.

Claudia Ska

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[Guest Post] “Le parole sono importanti?” di Danilo Campanella

Non c’è nulla da fare: non siamo iperborei.
La frase di F. Nietzsche non si adatta che a pochi, all’interno del grande marasma indistinto che chiamiamo società postmoderna. Non che ci si fosse illusi più di tanto. O forse sì. C’erano davvero moltissime persone, tra cui i più devoti intellettuali, che auspicavano una sorta di “miracolo”. Dopo gli anni ’50, il Sessantotto, gli scioperi, le manifestazioni per i diritti, il divorzio, i radicali, la corsa verso la laicità integrale dello Stato, il boom economico, l’alfabetizzazione, l’iperalimentazione, tutto sembrava assomigliare a una specie di miracolo. Tutto, fin quando si scoprì che avevamo speso milioni di dollari, migliaia di ore di lavoro degli scienziati, per mandare un satellite nello spazio che desse internet a tutti. Anche a coloro che gridano: «La terra è piatta!».
Non siamo iperborei.
La libera informazione non ha informato filosofi ma ha sfornato centinaia di migliaia di ignoranti, saccenti, leoni da tastiera, che vomitano in rete le offese più assurde. Anziché essere fonte di cultura, internet si è rivelata, per la maggior parte della popolazione, una valvola di sfogo, la finestra da cui gridare qualsiasi orrore. E ci si è accorti che, dopo secoli di evoluzione culturale, l’odio ha per bersaglio ancora loro: le “streghe”. Per streghe qui intendo il simbolo della diversità, in un certo periodo oscurantista, che viene individuato, mortificato ed eliminato. Personalmente ciò che mi avvilisce ancor più di qualsiasi polluzione terrapiattista è quando leggo o sento taluni rivolgersi a una donna con cui non sono d’accordo in questi termini: “puttana, troia, cessa, racchia, brutta”… seguito da aggettivo conforme. Per esempio se una donna impegnata in politica viene sospettata di non avere avuto un comportamento trasparente nell’esercizio delle sue funzioni, la si apostrofa non soltanto col termine “ladra” ma “ladra di una troia”. E altro.

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Choose Your Words, Bret Jordan

Ogni offesa nei confronti di una donna è solamente a sfondo sessista. Non ho una risposta netta a questo problema, noto solamente che il corpo della donna è e resta (non soltanto da parte degli uomini) il luogo di offesa più gettonato. Il corpo della donna è ancora, per lo meno in Italia, un lasciapassare sociale, un modo di compiacere chi hai davanti, per dire che esisti, e avere qualcosa.
Il parallelo sgradita/sgradevole è quanto mai palese nell’educazione delle bambine, laddove, da grande, l’offesa adolescenziale più forte è “sei intrombabile”, informazione malevola che non si rivolge a un ragazzo nelle medesime condizioni, a cui viene, per proprietà transitiva, dato l’appellativo infamante di “frocio”, uno svilimento del maschio, dato dal suo accostamento alla “femmina”, a causa di una vera o presunta effemminatezza. Ci dobbiamo chiedere quale responsabilità abbiano la famiglia e la politica nei confronti dei cittadini più giovani, in piena formazione umana e democratica. Laddove persino la Chiesa è diventata riformatrice e progressista, in particolare quella protestante (davanti a una chiesa valdese venne affisso il cartello “fai qualcosa di laico”) dobbiamo chiederci se tutto non debba ripartire dal linguaggio. Associazioni, gruppi culturali, intellettuali indipendenti, dovrebbero far rete per facilitare il percorso a una educazione empatica, civica, e informatica. L’odio condiviso non ha più a che fare con i poveri e gli ignoranti. L’odio parte da tutti, impiegati, docenti, politici, operai, e in genere colpisce quasi sempre lo stesso bersaglio: le donne. Non basta introdurre nuove pene per i nuovi reati, ma fare una prevenzione educativa. Ciò deve avvenire da ambo le parti, affinché, come a volte capita, le streghe perseguitate non diventino i nuovi inquisitori, vanificando un progetto di lungo corso, pacifico, umano.

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Muro di Berlino (particolare), Nick Fewings

«Cosa ne sai tu delle donne?»; «Come può un maschio, soprattutto oggi, parlare di femminismo?»; «Sei maschio, sei violento per natura»; «Sei patriarcale per natura»; «Sei un maschio, sei stupido»; «Sei un uomo, non capisci niente».
Affinché non vi sia un abuso della parola “femminismo” ma anche affinché questa non si tramuti in una nuova forma di caccia al ladro, sprezzante, violenta, avulsa da ogni forma di critica. Siamo il tempo storico delle barriere infrante: dal nichilismo al muro di Berlino, ogni pagina della nostra storia ci ricorda che siamo immersi nella filosofia della libertà. I confini sono soltanto nella nostra mente. E su ciò si progetta un nuovo, vero mondialismo. Per realizzarlo forse occorre tornare a riflettere sul concetto di confine, perché soltanto quando si sa che c’è un confine, rispettandolo, possiamo andare oltre. L’oltre è possibile solo in presenza di esso. Trovare un confine, distinguere l’odio, dalla libera espressione dell’opinione.
Questo vale per tutti e tutte.

Danilo Campanella è laureato in filosofia. Scrive libri e dirige collane editoriali per alcune case editrici. Conferenziere itinerante, studia il rapporto tra antichità e modernità. Lo trovate su Instagrame su Facebook.

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Danilo Campanella

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L’ossessione per l’HIV è un affare

Il primo dicembre è la giornata mondiale contro l’AIDS, che è la sindrome dell’immunodeficienza acquisita ed è causata dal virus dell’HIV. Come a ogni ricorrenza si coglie l’occasione per affrontare pubblicamente il tema e cercare di sensibilizzare all’uso di metodi preventivi (innanzitutto i condom, sporadicamente si fa riferimento a oral dam e guanti) e per invitare a fare controlli periodici e informarsi.

Di recente ho riflettuto sul paradosso della questione: mettendo sotto i riflettori l’HIV e l’AIDS per cercare di fare chiarezza, secondo me si rafforza il biasimo verso le persone che hanno contratto il virus, mettendo la questione su un piano diverso rispetto a quello di altre infezioni contratte sessualmente.
Perché il virus dell’HIV dovrebbe farci più paura dell’epatite, dell’herpes genitale, della chlamydia trachomatis, del papilloma (HPV), dell’ureaplasma urealyticum, del mycoplasma genitalium, del trichomonas vaginalis, della gonorrea, della sifilide? Molti di essi sono asintomatici, alcuni se non individuati e trattati tempestivamente possono portare a patologie.
E allora perché tutta questa ignoranza e indifferenza nei confronti delle ITS (infezioni trasmissibili sessualmente)?

Dal mio punto di vista la questione è principalmente politica.

L’HIV e l’AIDS sono stati spesso descritti come il male del secolo e non a caso la narrazione che se ne è fatta ha contribuito a rafforzare lo stigma nei confronti della comunità LGBTQI+, specialmente quella maschile e transessuale m to f (male to female), che a partire dagli anni ‘80 era quella più colpita dal virus.
Sono iniziate così le campagne e le ricerche per tentare di circoscrivere il fenomeno e trovare le cure, ma contemporaneamente le persone con HIV sono state isolate, raccontate con la doppia accezione di vittime e carnefici.
Se il sesso era un tabù, il terrorismo psicologico e politico riguardo il virus lo hanno fortificato, contribuendo a intensificare il pensiero sessuofobico. La stessa attenzione dedicata al virus dell’immunodeficienza umana non è stata dedicata alle sopra citate infezioni trasmissibili sessualmente e così la gente ha il terrore di contrarre l’HIV ma non l’herpes, per dire.

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Hush Naidoo via Unsplash

Gli esami per l’HIV sono spesso gratuiti e anonimi se effettuati in strutture sanitarie pubbliche, perché non è funziona così per tutte le ITS?
In linea generale prima di accedere ai test per ITS si fanno colloqui con personale medico e/o paramedico dove viene chiesto che tipo di vita sessuale si conduce, che tipo di rapporti si sono avuti, con particolare attenzione ai rapporti non monogami e a quelli promiscui. Ora, parliamoci chiaramente, posso pure essere la persona più monogama del mondo, ma se la mia/il mio partner sessuale/affettiv* non lo è a mia insaputa e facciamo sesso senza l’uso di metodi barriera, capite bene che questi colloqui lasciano il tempo che trovano.
Mi sembra che tali informazioni vengano raccolte per mera tassonomia, non per un reale interesse alle persone e per poterle informare e istruire eventualmente in merito.
Quando andiamo a fare degli esami di laboratorio considerati di routine (emocromo, glicemia, colesterolo, trigliceridi e via discorrendo) non ci fanno il terzo grado: elenchiamo quali esami vogliamo eseguire, paghiamo se c’è da pagare, l’infermier* esegue il prelievo e aspettiamo pazientemente i risultati; perché per le ITS non è così, perché spesso ci si ritrova a subire un quarto grado di persone poco professionali e giudicanti?
Se vogliamo normalizzare queste tematiche — non per banalizzarle o passare il messaggio che non si debba fare attenzione, ma al contrario per inserirle in un discorso ampio e inclusivo di informazione, prevenzione e cura — allora dobbiamo approcciarci a esse come alle altre. Qualcun* potrebbe obiettare che se ho il colesterolo alle stelle non rischio di essere contagiosa, ma le ITS non sono le uniche infezioni che possiamo trasmettere, solo che su di esse c’è un’ossessione, e in particolare sull’HIV, perché la trasmissione avviene per via sessuale, appunto. Se non è sessuofobia questa, spiegatemi cosa altro potrebbe essere.

Inoltre mi amareggia la retorica, seppure con intenti positivi, che permea non solo la giornata mondiale contro l’AIDS ma la questione nella sua interezza.

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Natasha Spencer via Unsplash

Seppure apprezzo il lavoro di alcune associazioni e fondazioni, tutta questa divisione e concentrazione su problematiche specifiche secondo me non fa che dividere anziché unire, stigmatizzare, anziché famigliarizzare.
Questo è il paradosso di cui sopra.
Chi ha contratto il virus soffre comprensibilmente dello stigma, quindi desidera che se ne parli in un certo modo per normalizzare l’argomento ed equipararlo al resto delle altre infezioni, ma di fatto questa parificazione sembra non esserci. Si continua a parlare di HIV e ITS, persone sieropositive e persone sane (persone con altre infezioni: non pervenute per inconsapevolezza, vergogna, pressapochismo, varie ed eventuali), profilattici per difendersi da HIV e gravidanze (ah, sì, anche dalle ITS, ma non non possiamo stare a enumerarvi quali, arrangiatevi!).
Se le ITS sono parimenti deleterie, perché non vengono raccontate in modo univoco?
Trovo tutto questo dannoso e ipocrita.
Un ulteriore esempio che mi fa indisporre e che contribuisce a bollare la comunità LGBTQI+: ai Pride si trovano numerosi stand di enti, associazioni e fondazioni dove testarsi per l’HIV, permane questa connessione tra non eterosessualità e immunodeficienza acquisita.
La mia non è una critica al fatto che si possano fare gratuitamente i test, anzi, ben venga, ma perché solo dell’HIV? Perché proprio durante i Pride se, peraltro, recenti indagini statistiche riportano che le persone contagiate dichiarano di avere un orientamento eterosessuale, seguite subito dopo da uomini che fanno sesso con altri uomini (presumo gay o eventualmente bisessuali)?

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Teddy Osterblom via Unsplash

È molto facile scivolare trattando argomenti come questo, non so se sono stata in grado di veicolare quello che penso in modo lineare, chiaro e non equivoco, ci ho provato con tutta onestà e mi piacerebbe sapere cosa ne pensate, perché se ritenete che abbia scritto sciocchezze, che sia stata poco precisa, ambigua e se desiderate confrontarvi sul tema, a me farebbe molto piacere, perciò commentate, scrivetemi un’email oppure contattatemi tramite Instagram o Facebook.

Claudia Ska

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[Guest Post] “Nudo classista” di girlsplaining

Mi imbatto frequentemente in contenuti prodotti da persone che giustamente abbracciano la causa femminista e vogliono sensibilizzare i propri amici e follower rispetto al discorso della libertà di espressione femminile e/o ai tabù legati al corpo femminile, ma troppo spesso mi accorgo di un’omissione che a me sembra non casuale. Un femminista non può tralasciare per tutta una “predica” di qualche minuto, dopo aver elencato tutti i suoi validissimi argomenti e le sacrosante istanze di libertà contenute nel pensiero antisessista, un aspetto così centrale e determinante senza percepire un senso di vuoto, senza sentire puzza di bruciato. Nello specifico mi riferisco a quelle migliaia di video, post e contenuti di vario genere in cui si vuole affermare che una femmina sia liberissima di mostrarsi nuda e che questo non ne faccia una prostituta, cioè che la sua nudità sia legittima ma non debba avere per forza una funzione sessuale o forse, nell’ambiguità determinata da quel mancato che tra poco dirò, costoro si accontentano più specificamente di comunicare che la nudità sia legittima IN QUANTO non ha funzione sessuale, quindi implicitamente che sia legittima se, e solo se, non ha funzione sessuale. L’omissione di cui parlo consiste in quel famoso «non c’è nulla di sbagliato nella libera espressione della propria sessualità, anzi!» che in troppi si dimenticano di citare e di porre a premessa di ogni considerazione sul tema.

L’impressione netta è che le battaglie intermedie legate al femminismo pop e un po’ sublimato, ai #nudeisnotporn, fungano da dispositivi in grado di rafforzare la mentalità sessuofoba dominante, insomma che stiano alla rivoluzione femminista come i riformismi socialdemocratici stavano al comunismo: anche se chi li promuoveva era animato spesso da nobili intenti, fungevano da contentino per gli oppressi di modo che non giungessero mai alla certezza che ribellarsi fosse l’unica via.

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Moltissime che ci mettono la faccia, la tetta o un grammo della loro energia per portare avanti la sacrosanta battaglia del #nudeisnotporn, del «perché sono nuda ciò non implica che io sia una puttana», probabilmente si sentono così oppresse dalla sessualizzazione coatta del loro corpo e della loro persona da non poter che desiderare disperatamente questo orrendo ma rassicurante compromesso: quello per cui siamo tutti nudi ma non siamo puttane e, chi invece è puttana, merita di essere trattato diversamente; quel compromesso per cui al #nudeisnotporn non necessariamente segue il #pornisnotevil (sarebbe meglio che precedesse) e i nostri corpi diventano liberi solamente di veicolare (a beneficio già sapete di chi) messaggi che rimandino anche solo implicitamente a target consumistici, a mode, tendenze e canoni estetici imprenditorialmente profittabili.

Il sesso? Quello rimane un tabù. Eppure chiunque si approcci anche timidamente allo studio delle discriminazioni di genere sa benissimo che tutto ha la sua genesi negli assunti sessuofobi e continua a essere sotterraneamente alimentato proprio dall’azione inconscia di questi ultimi, ossia i segni e sintomi più in evidenza del sessismo, come appunto le riserve più grette e ingenue sulla nudità femminile o aspetti ancora più superficiali e meno intuitivamente legati all’argomento “sesso” (vedi il mansplaining), non sono altro che l’ultimo stadio di un processo che ha come principio e motore la sessuofobia, l’attribuzione di uno statuto speciale alla sfera sessuale e la declinazione di questo assunto nelle forme più disparate.

Facciamo dunque un balzo in avanti: il corpo è già ben oltre l’ostacolo ma il cuore si ostina a rimanere indietro. La poderosa struttura giurisprudenziale, sociale e culturale che garantiva la perpetuazione del patriarcato è oramai defunta, pertanto non esiste più alcun appiglio per certo maschilismo puritano, nessun possibile riscontro di una ratio che giustifichi la violenza di certi comportamenti. Alle soglie del 2020 viene effettivamente a trattarsi di una forma di pensiero primitivo e disfunzionale ed è oramai doveroso approcciare al maschilismo puritano come a una psicosi. Nella terapia psicanalitica delle psicosi si usa la cosiddetta interpretazione verso l’alto, ossia per aggirare le angosce che insorgerebbero in un’opera di scavo graduale, si preferisce scandagliare direttamente le profondità nominandone i contenuti.

Io credo che, mentre le riflessioni dei singoli hanno ragione di percorrere ogni via possibile, l’attivismo e la divulgazione femminista dovrebbero invece assumere questo metodo, rinunciare a decostruire gradualmente tutti i passaggi logici che conducono dal segno-superficiale-A (es. avances sessuale alla modella di nudo) fino agli abissi della storia dell’uomo e dunque al tabù del sesso. Ciò al fine di evitare che proprio questa gradualità dell’indagine e del disvelamento si presti a fungere da dispositivo antirivoluzionario, da meccanismo omeostatico che garantisce al sessismo e al capitalismo una sopravvivenza in forma accomodata.
Sarebbe il caso di partire dal #pornisnotevil e non dal #nudeisnotporn: solo dopo aver statuito che il sesso non sia qualcosa di speciale e dunque di delicato e pericoloso, solo allora potremo essere certi che «mi spoglio ma non per eccitare sessualmente» sia una libera scelta e non invece una forma più subdola di slutshaming, una negazione forzata, l’ulteriore tabuizzazione di un aspetto naturale (la sessualità/l’erotismo) insito in praticamente ogni comportamento umano, dunque l’ennesima strategia culturalmente data di sublimazione di ciò che che è ancora oggetto di divieto.
Finché non ci sembrerà del tutto innocuo e privo di particolari conseguenze sociali postare una foto con un pene in bocca o con la faccia inondata di sperma, i nude-not-porn rappresenteranno una forma normata dell’espressione di un falso sé, non saranno diversi da quelle che oggi sono le pubblicità dei reggiseni (col loro implicito «se non lo metti sei una schifosa esibizionista, i tuoi capezzoli devono essere ben nascosti!»).
Già oggi, a dimostrazione di quanto questo femminismo flat sia in fondo molto in ritardo sull’agenda della rivoluzione antisessista, si comincia ad avvertire tra i giovani adulti dei ceti più istruiti una certa istanza conformista anche se non apparentemente così perentoria: non hai nemmeno una foto di nudo un po’ artistico, pseudonaturista, alternativo o vattelappesca sui tuoi social? Allora c’è qualcosa in te che non va (che poi è un ragionamento non del tutto privo di una sua pregnanza).

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Chi conosce il mondo della pornografia web (oramai amatoriale e quasi sempre non consensuale) sa bene che esiste già una sorta di muro invisibile che divide le “zozze” dalle modelle d’arte o ragazze alternative di classe media. Per ragioni che non sarebbe opportuno illustrare in questa sede, le ragazze consapevoli di classe media, a parità di valenza trasgressiva del contenuto pubblicato, ricevono una quantità di molestie infinitamente minore ma soprattutto una qualità diversa di molestie. È infatti interessante assistere a quegli sporadici incidenti, quelle crepe che si creano ogni tanto nel guscio esterno delle nostre filter-bubble in cui un frequentatore di canali di pornografia degradata, abituato a interagire con “sciampiste ragazzine tamarre”* e proletarie dell’erotismo social (coi loro contenuti di cattivo gusto a metà tra un prediciottesimo e le pubblicità dei club privé), inciampa in uno di questi profili più elitari e fa una fatica enorme a decodificarli, il risultato è sempre qualche interazione molesta in cui fa la figura del cinquantenne viscido maschilista (cioè di sé stesso).
Questo perché accade? Perché il #nudeisnotporn è un privilegio, uno status symbol nelle mani di chi ha gli strumenti intellettuali, culturali, sociali ed economici per sofisticare l’espressione di sé; mentre chi non è in grado di produrre un nude che sia qualificabile come not-porn, ovvero le proletarie dell’erotismo di cui sopra, costoro saranno sempre condannate a essere carne da macello, bestie in preda alle peggiori forme di molestia, allo stalking, alla minaccia perpetua (alimentata anche dall’assenza di un diritto all’oblio) per la propria sicurezza personale.
Se non si vuole favorire un semplice riposizionamento delle convenzioni e dei costumi in chiave forse ancora più classista e repressiva di prima, occorre fare ciò che ho poc’anzi proposto: prima abbattiamo il tabù della pornografia, poi cominciamo a spiegare alla gente che non tutta la nudità è pornografia. Impariamo a dire «anche fossi una puttana o una ninfomane, sarebbe semmai una cosa di cui vantarmi» e solo dopo a precisare «comunque in questo caso non lo sono e non voglio essere approcciata sessualmente». Sicuramente è la via meno semplice, ma è l’unica via per vivere in un mondo finalmente liberato da questo mostruoso tabù e un mondo autenticamente non sessista.

*I termini irriverenti utilizzati in questo articolo devono intendersi come descrittivi, in chiave ironica, di stereotipi sociali e culturali i quali tendono a esercitare un’attrazione sulla [auto-]percezione e sui comportamenti degli individui, uniformandoli o ingabbiandoli nella ripetizione di pattern interattivi rigidi e condannandoli all’assunzione di ruoli sociali ben definiti.

Questo articolo è stato gentilmente scritto da girlsplaining, che non ci ha lasciato uno straccio di bio, ma che trovate su Instagram.

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Intervista Ribelle a Inside Porn

Fino a ora le “Interviste Ribelli” hanno avuto come protagonista una persona, mentre oggi ho il piacere di ospitare un collettivo formato da tre giovani donne che ho conosciuto personalmente qualche mese a Firenze durante il Festival della Sessuologia. Si tratta di Maria Giulia Giulianelli, Giulia Moscatelli e Arianna Quagliotto ovvero le ideatrici del progetto Inside Porn, nato all’Università di Bologna per poi affacciarsi al mondo non accademico.

Fuori dall’Università, dentro il porno:
Inside Porn ha deciso di parlare a tutt* del genere cinematografico più discusso e censurato.

Prima di unirvi nel collettivo Inside Porn qual era la vostra relazione con la pornografia?
Possiamo dire che l’aver fondato Inside Porn coincide con l’inizio del nostro percorso di approfondimento della pornografia, almeno per quel che riguarda l’audiovisivo; infatti, studiando tutte arti visive, non eravamo estranee all’uso del linguaggio pornografico in ambito artistico, fotografico e letterario, ma solo quando ci proposero di condurre una ricerca etnosemiotica abbiamo affrontato quella che comunemente possiamo trovare sulle piattaforme come PornHub.

Perché avete deciso di iniziare questo progetto?
Come suggerisce il nostro nome (Inside Porn, Dentro il Porno), il nostro desiderio è da subito stato quello di capire meglio il mondo della pornografia partendo da chi quel mondo lo costituisce. La scoperta è stata grande per quanto scontata: a fianco del classico porno mainstream era in movimento tutto un altro tipo di pornografia dichiaratamente legata a una maggiore inclusività delle possibili sfumature della sessualità.
Non volevamo un porno che categorizasse il proprio pubblico, ma che — al contrario — lo rappresentasse. 

Quali sono gli obiettivi e le modalità di Inside Porn?
Principalmente cerchiamo di creare degli spazi in cui si possa parlare di temi e questioni legati alla sessualità, aspetto della nostra vita che, purtroppo, a livello istituzionale, difficilmente viene affrontata in maniera consapevole e costruttiva. Promuovere la visione collettiva di prodotti pornografici ha molte valenze: in primo luogo culturale, cosa su cui ci battiamo molto. La pornografia viene considerata oscena e quindi poco degna di essere rappresentata, figuriamoci con una proiezione pubblica. Viene relegata alla sfera intima e molte persone, fra quelle che lo fanno, non ammettono di masturbarsi guardando porno. Attraverso le nostre serate vogliamo dimostrare l’esistenza di una pornografia che invece crea anche dei discorsi politici e sociali e, che ci crediate o no, esteticamente non ha nulla da invidiare ad altri generi cinematografici. L’obiettivo principale è riuscire a coinvolgere il pubblico, stimolarlo a un dibattito intorno a quello che hanno visto e a come vivono la propria sessualità e quella degli altri: il porno ti fa scoprire un sacco di cose e, se è vero che il diverso fa paura proprio per ignoranza, allora non c’è modo migliore che divulgare differenti punti di vista attraverso lo strumento che più li mette in scena.

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Ce l’ho Porno 2018, Inside Porn

La “fuoriuscita” dall’ambito accademico, all’interno del quale è nato Inside Porn, è definitiva o avete semplicemente ampliato il vostro obiettivo e quindi il pubblico di riferimento?
All’epoca della ricerca vera e propria eravamo tutte e tre studentesse universitarie, ora il nostro percorso accademico si è concluso però non vogliamo in nessun modo rifiutare quel mondo, anzi, vuoi mettere tenere una lezione sul porno all’università?! Pensiamo che l’ambiente accademico porti con sé una serie di codici che spesso entrano in conflitto con quella che è la nostra mission. Prima di tutto il linguaggio. Quando studiavamo semiotica non era semplice “tradurre” la nostra ricerca a chi se ne interessava: la semiotica ti costringe a un metalinguaggio molto specifico e per questo genere di temi è forse meglio essere un po’ più pop. Inoltre quando tenemmo una lezione all’interno di un ciclo di seminari dedicati alla ricerca, dovemmo censurare una penetrazione anale: se ci battiamo affinché la pornografia non sia più ghettizzata è necessario per noi non avere restrizioni su ciò che mostriamo. Gli spazi che ci hanno successivamente ospitate (Kinodromo, Cassero, Cinema Europa e altri) hanno dimostrato di avere completa fiducia nelle nostre rassegne e il pubblico che è intervenuto si è rivelato essere partecipe ed eterogeneo.

Che tipo di pornografia vi piace e vorreste divulgare?
Questa domanda può avere una duplice risposta: come studiose di pornografia potremmo affermare che ci piace tutta, come consumatrici preferiamo alcuni prodotti rispetto ad altri. Crediamo che tutta la pornografia abbia una sua dignità, ovviamente fintanto che per produrla ci si attiene alle basilari norme di consenso e sicurezza, ma siamo più interessate a divulgarne il lato meno conosciuto e standardizzato. Ciò che proiettiamo alle nostre serate sono porno che hanno una distribuzione più per festival che attraverso il web, tranne alcuni casi più celebri, come Erika Lust, per cui difficilmente vi si potrebbe accedere da casa propria. Vederli sullo schermo del cinema enfatizza l’esperienza catturando l’attenzione dello spettatore ponendolo in un contesto diverso dall’abituale visione domestica, aggiungi la possibilità di interagire direttamente con performer e registi presenti in sala e si può costruire uno spazio in cui parlare liberamente di sessualità.

Secondo voi la pornografia ha un valore pedagogico?
Può avere una valore pedagogico ma non deve per forza esserlo. Questo non vale solo per il porno, ma per qualsiasi mezzo espressivo. Alcuni produttori e performer sono sicuramente più consapevoli della sua possibilità educativa e rendono esplicito questo aspetto assumendolo come valore portante della propria produzione. Si parla molto della pornografia come primo vero approccio alla sessualità, prima ancora di un rapporto o di una relazione, quindi è inevitabile porsi delle domande in questo senso. In Italia l’educazione sessuale è spesso affrontata nel suo aspetto biologico, tralasciando completamente discorsi come il piacere o l’orientamento sessuale e il porno si rivela uno dei mezzi che più mette in gioco queste tematiche. Bisognerebbe fornire gli strumenti giusti a chi utilizza la pornografia come una sorta di “prima esperienza”, per comprendere quello che sta guardando, si parla alla fine di giovanissimi.

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Lunedì Porno al Cinema Europa (2018)

Conoscete il cosiddetto “porno femminista”? Se sì, ci spieghereste cosa lo distingue da altri tipi di porno?
Inizialmente, si parla degli anni ’80, il porno femminista si caratterizzava per il fatto di essere fatto da donne per le donne. All’epoca i film porno erano concentrati perlopiù sulla figura maschile e i “porno per donne” erano fatti da uomini che aggiungevano qualche “preliminare” in più alla scena di sesso. Nella maggior parte dei casi le prime registe e produttrici di porno femministi erano lavoratrici nell’industria pornografica, che decisero di creare da sé i propri film mettendo in primo piano il piacere femminile. Era proprio il fatto di assumere la donna non più solo come genere/organismo biologico davanti alla telecamera ma tutta la sua soggettività femminile, con il suo vissuto e il suo personale sguardo sul vivere la sessualità. Si trattava di rivendicare il proprio corpo, il piacere e il diritto ad amare il sesso esattamente come gli uomini. Con il passare degli anni il “porno femminista”, di pari passo con il femminismo stesso, ha ampliato il suo campo d’azione diventando più fluido e concentrando la lotta sui diritti di tutt*.

Il vostro ambito di ricerca e interesse è relativo solo alla pornografia cinematografica o alla letteratura in senso lato?
La ricerca è nata come specifica sul settore audiovisivo, ma con il passare del tempo abbiamo approfondito altri ambiti. Di fatto siamo interessate a tutte le espressioni possibili della sessualità, dal porno cinematografico alla fotografia, dalla performance all’installazione. Per quanto riguarda la letteratura siamo delle instancabili lettrici di testi relativi all’argomento, passione che cerchiamo di condividere attraverso “La piccola biblioteca del porno”, rubrica che esce nella nostra newsletter ogni mese con un titolo diverso per suggerire uno spunto di lettura al nostro pubblico: siamo sempre alla ricerca di altri autori per cui chiediamo ai lettori di agit-porn di consigliarci nuovi libri!

In cosa consiste “Ce l’ho porno” e come selezionate i film da proporre al pubblico?
Per quanto riguarda i normali eventi Ce l’ho Porno frequentiamo i festival nazionali e internazionali in modo da coinvolgerli per presentare una piccola selezione del loro programma a una nostra serata. Abbiamo per esempio organizzato due date in collaborazione con il Fish & Chips Film Festival e una con l’Hacker Porn Film Festival, così da poter fornire al nostro pubblico un assaggio del panorama pornografico indipendente contemporaneo.
La particolarità di questa stagione 2019/2020 è che, per la prima volta, abbiamo avuto la possibilità di curare una sezione di un festival, il Ce l’ho Corto Film Festival che si terrà a Bologna dal 28 al 30 Novembre, quindi di selezionare i cortometraggi attraverso una call pubblica aperta a tutti. Il modus operandi di entrambe le tipologie di selezione è sempre quella di pensare a una scaletta che dia spazio a diversi registri stilistici e a tipologie di opere, la selezione del festival rispecchia questa filosofia proponendo documentari, porno espliciti e corti di animazione. Ci piace scoprire con il nostro pubblico le infinite possibilità espressive della pornografia e approfittare dell’occasionalità del momento per conversare insieme.

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Maddalena Bianchi, Inside Porn e Son Braciola @ Lunedì Porno al Cinema Europa (2018)

Claudia Ska

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[Guest Post] “Femvertising: quando femminismo e capitalismo si incontrano” di Gohar

Il femminismo è diventato mainstream. È sotto il naso di tutti sotto forma di magliette, post su Instagram e creme antirughe, ma è davvero femminista?
È sempre più frequente imbattersi in campagne pubblicitarie all’insegna dell’empowerment, come l’ormai celeberrimo spot “Like a Girl” del marchio di assorbenti Always, o la pubblicità della Nike “Dream Crazier” a cui Serena Williams ha prestato la voce o, ancora, il recente “progetto autostima” di Dove, in cui viene lanciato un messaggio di body positivity che invita ad accettare e celebrare il corpo delle donne nelle sue diverse forme. Siamo nell’era del femvertising. Questa parola macedonia, che unisce le parole feminism (femminismo) e advertising (pubblicità) è nata dall’esigenza di dare un nome a questa pratica, sempre più diffusa, che consiste proprio nell’inserimento di idee, tematiche e vocaboli femministi nella sfera del marketing promozionale. Il femvertising nasce dall’incrocio tra femminismo e capitalismo e funziona perché il femminismo ha subito una crescente popolarizzazione, riflessa dai media. La rappresentazione mediatica del femminismo è sempre stata controversa, fin dai tempi della cosiddetta prima ondata femminista delle “suffraggette”, quando il ritratto che veniva fatto di coloro che rivendicavano il diritto di voto era quello di donne frustrate, acide e incapaci di trovare marito (perché brutte, perché vecchie o perché lesbiche*). Accanto all’immagine stereotipata della brutta femminista zitella, che persiste ancor oggi, però, è comparsa quella più gradevole della femminista fica, incarnata anche da personagge famose come Beyoncé, Emma Watson o Chiara Ferragni che si sono apertamente e pubblicamente dichiarate femministe. Il femminismo è diventato pop, passando dall’essere un’impronunciabile “F-Word” ad essere qualcosa che può essere esibito con vanto e orgoglio. Non stupisce dunque, che alcuni marchi abbiano fatto del femminismo una vera e propria bandiera, costruendo la propria identità e immagine aziendale attorno ad esso (senza mai nominarlo apertamente).

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Trifecta Poster Series Creator, Ollie Monti

Essendo abituati a ritratti pubblicitari impietosi di donne i cui unici interessi sembrano essere la cura della casa e della famiglia tradizionale, vedere immagini di donne che hanno interessi e personalità è sicuramente rassicurante e i racconti di donne che “ce l’hanno fatta” possono avere un impatto positivo e incoraggiante, ma possono anche contribuire alla creazione di rappresentazioni ingannevoli della realtà.
La maggior parte del femvertising si basa sulla narrazione di donne che ce l’hanno fatta (le cosiddette self-made women), affermandosi socialmente ed economicamente**. Così, le self-made women diventano spesso modelli da seguire per le acquirenti. Ma non sempre ce la puoi fare anche tu, o almeno non con tanta facilità. Questa retorica generalista, che prende come modello delle donne di successo, sembra essere completamente estrapolata dalla realtà politica, economica e sociale. Un aspetto fondamentale del femminismo è costituito dalla teoria del punto di vista (standpoint theory), che evidenzia l’importanza della posizione del soggetto che parla, in questo caso rappresentato dalla self-made woman in questione. Questa pratica è di importanza cruciale perché evita il rischio di pensare come universale il nostro punto di vista, che è sempre condizionato dalla realtà in cui siamo immersi. Una donna bianca, eterosessuale, di classe media che dice «se ce l’ho fatta io, tutte possono farcela» fa sorridere con un po’ di amarezza, perché – se è vero che ha superato le barriere del maschilismo – non ha dovuto combattere contro la stigmatizzazione che subiscono le donne non bianche, non eterosessuali e non benestanti. Insomma, il femminismo pop tende ad essere troppo individualista e troppo poco intersezionale.

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Typing Feminism Collaborative Project, Typing Feminism

Un’altra grande fetta del femvertising si focalizza sullo smantellamento degli stereotipi di genere ma, ironicamente, spesso ne riproduce degli altri. Ad esempio, molti prodotti all’insegna del girl power sono prodotti di bellezza che tendono a oggettificare i corpi delle donne. Sebbene la narrativa proposta sia più incentrata sulla cura del corpo che non sull’adesione all’ideale di bellezza, di fatto, rimane la convinzione che la bellezza debba essere un imperativo morale per le donne. Sebbene i criteri di ammissione al canone di bellezza a cui le donne sono socialmente sottoposte si amplino, dando spazio a corpi difformi dalla norma, la bellezza in sé sembra sempre restare un fattore di primaria importanza. Insomma, non devi per forza essere alta, magra e giovane, ora hai il permesso di essere bassa, grassa e di avere le rughe, però devi essere e sentirti bella. Quindi, la risorsa primaria delle donne resta il loro aspetto esteriore, a discapito della loro intelligenza. L’idea che il modo in cui il corpo delle donne appaia sia fondamentale è stata talmente tanto introiettata da essere percepita come normale, ma è un elemento di discriminazione di genere. Sebbene anche agli uomini sia richiesto di apparire piacenti, è molto raro che si parli di bellezza nelle pubblicità a loro dedicate. Sarebbe più costruttivo non richiedere alle donne di sentirsi belle comunque esse siano, ma mostrare loro che essere belle non deve necessariamente essere tra le loro priorità.

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Girl Gang, crochyayboxes

Oltre alla narrazione, già di per sé problematica, è bene ricordarsi quale sia l’intento della pubblicità. Sembra scontato ricordarlo, ma questa è una pratica commerciale, finalizzata a vendere un prodotto.
Mi è capitato di sentire un’influencer dire che l’obiettivo di Dove sia quello di «promuovere l’autostima, la sicurezza in sé stesse e valorizzare il corpo delle donne, qualunque siano la forma, il colore e l’aspetto di quest’ultimo». Questo messaggio è potente e costruttivo, ma sarebbe ingenuo pensare che l’obiettivo di Dove sia quello di aumentare l’autostima delle donne: Dove è un’azienda, il suo obiettivo è quello di vendere un prodotto. È lecito favorire quei marchi che fanno pubblicità femministe, decidendo di dare i propri soldi a loro piuttosto che a qualcun altro. Per farlo però bisogna chiedersi quanto sia genuina la loro adesione alla causa, analizzando quella che viene definita “trasparenza del marchio”. Bisogna, cioè, assicurarsi che l’attenzione alle politiche di genere non sia solo apparente ma si rifletta nelle politiche interne del brand e nelle sue pratiche economiche, per esempio accertandosi che le dirigenti donne ricevano uno stipendio pari a quello della controparte maschile. Non è sufficiente farsi portavoce di un messaggio contro la discriminazione per essere femministi. Perché un prodotto sia femminista non basta che ci sia scritto su di esso “girl power” né che la pubblicità si mostri femminista. Se vogliamo davvero comprare dei prodotti femministi, è necessario studiare la loro storia, e quindi la trasparenza del marchio, dell’azienda.
Insomma, prima di comprare quella maglietta fichissima con scritto “Girl Power”, assicuriamoci almeno che non sia stata cucita da donne sfruttate e sottopagate. Ricordiamoci che lo scopo dell’azienda è sempre quello di vendere un prodotto, ma non sempre quello di emancipare noi acquirenti né i produttori.

Note:
*Mentre gli insulti “brutte” e “vecchie” rinforzano l’idea che le donne debbano aderire a un determinato standard di bellezza, restando sempre giovani piacenti, lo stesso utilizzo della parola “lesbica” come fosse un insulto è un fatto di per sé problematico per ovvi motivi. In questo caso, l’idea di fondo è che una donna lesbica non segua semplicemente il proprio orientamento sessuale, ma si accontenti di stare con una partner dello stesso sesso perché incapace di conquistare un uomo. Questa narrativa rafforza l’eteonormatività perché rappresenta, di fatto, una negazione della stessa omosessualità, che viene vista come un ripiego.

**Un altro aspetto problematico di questa narrazione – che non è trattato per motivi di spazio – consiste proprio nell’indicare delle donne di successo come esempi di femminismo, come se essere socialmente, economicamente e politicamente affermate o avere una forte personalità siano di per sé sinonimi di adesione alla causa.

Gohar è dottoranda presso l’Università di Bologna. Si occupa di studi di genere e di femminismo contemporaneo. Il suo interesse è rivolto in particolare al femminismo pop, al post-femminismo e al femminismo neoliberale. La potete trovare su Instagram col nickname epentesi.

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Gohar

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[Guest Post] “Il cuore è un ologramma” di Polycarenze

“Troia, scegli o muori!”
Così mi minacciarono quando avevo quindici anni.
Va bene, non proprio così, più o meno: “troia, scegli o ti guadagnerai una gogna che ti farà rimpiangere di non aver posto fine al teatrino che hai messo su. Arriverai a scuola e sarà l’inferno. Arriverai a casa e sarà l’inferno. Puoi scegliere, eh. Puoi scegliere di NON scegliere.”
Insomma, a quindici anni ho tradito.
Entrai a capofitto nel mondo di quelle che ora chiamo Non Monogamie Non Etiche, anche se al tempo a malapena sapevo cosa significasse la parola etica.
Mi infatuai di due persone: prima una e, a distanza di qualche mese, l’altra. Tradii la prima con la seconda, poi tornai dalla prima e infine stetti con la seconda facendo soffrire tutti quanti e pure me stessa, che nel mentre venivo ricoperta da una montagna di merda e insulti sessisti da parte delle persone vicino a me.
Scelsi la monogamia per comodità e la mantenni forzatamente per quasi tre anni, perché fu quella che mi permise di liberarmi dalla gogna e di arrestare gli insulti, mentre nella mia testa si sovrapponevano immagini di triadi felici, amori combinati e relazioni esenti da gelosia.

Ho poco più di vent’anni e ogni giorno do voce alla mia inclinazione relazionale parlandone attivamente e rispondendo alle numerose domande di chi s’incuriosisce, sia sui social che nella vita reale.
Ho iniziato un pomeriggio, portando il mio fondoschiena a un poliaperitivo (aperitivo informale dove si discute di poliamore e non monogamie etiche), stanca di prendere porte in faccia da parte di persone mononormate, che mi identificavano unicamente con la mia non monogamia, non considerando tutto ciò che sono.

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Polycarenze e A. al Milano Pride 2019

Con questo non intendo mettere in cattiva luce la monogamia, bensì quella già citata mononormatività. Non definisco il poliamore una scelta necessaria, ma un’inclinazione, una filosofia che ho compreso non riuscendo ad adeguarmi agli standard mononormati di una società che, per definire una relazione Normale e Vera, la vuole gonfia di gelosia, di possesso nascosto nelle affermazioni «sono solo tua!», «sei solo mio!», di controllo e/o di monosessualità; d’altronde un* bi/pan+ sessuale è spesso considerat* un* potenziale traditore/traditrice.
Il poliamore non esclude che ci si possa innamorare di più persone e che, se dovesse succedere, le persone coinvolte riescano a gestire i propri sentimenti senza scenate di gelosia, né regole proibitive (tant’è che io preferisco chiamarli accordi).
Conosco poliamoros* che hanno deciso di relazionarsi in modo selettivo con una sola persona o di non relazionarsi. Questo non l* rende meno poly.
La questione, almeno per me, sta nel riconoscere come intraprendere più relazioni insieme stia contribuendo a una meravigliosa crescita personale.
Relazionandomi sia sentimentalmente che sessualmente con più di un partner, imparo come salire a compromessi e non come scendere a essi.
Imparo ad abbracciare i miei limiti, a baciarli sulla bocca e poi scoparmeli.
Proprio così: i miei limiti li scopo!
Ci faccio a pugni, ci faccio BDSM e poi li accetto.
Accetto che anche in una relazione poly possa capitare di provare gelosia, che l’importante non sia eliminarla per forza per ottenere il certificato di SuperPolyMan/Woman, ma imparare a razionalizzarla, capire le sue radici e non scaricarla sull’altr*.
Siamo influenzat* dalla cultura del possesso sin da quando siamo in fasce, tant’è che quando il poliamore viene contestato, la frase tipica rimane “non dividerei il/la mi* partner con nessun*!”.
Il/la partner non è un oggetto, ma una persona con esperienze pregresse, con un carattere, dei sentimenti e una capacità intellettuale e di decisione. È un soggetto attivo, che si può porre in un modo o in un altro a seconda di ciò che gli/le proponiamo.

C’è chi sarà curios* verso un modo nuovo di concepire le relazioni e vorrà provare ad abbracciare il poliamore per liberarsi dell’idea che la gelosia renda viva una storia d’amore.
C’è anche chi non ha questo desiderio e nemmeno ci ha mai pensato, perché consapevole di vivere una monogamia serena.
C’è chi ha tradito innumerevoli volte e passa da un tradimento all’altro ma rifiuta il poliamore perché, dopo una vita relazionale passata in modo non proprio etico, l’idea che si possa risolvere tutto con onestà e consenso sembra troppo stramba, e spesso perché si fa del male all’altr* ma non si vorrebbe soffrire per la stessa dinamica.

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Love has no limits, Robert Ashworth

Più rispettabili o meno, le situazioni sono tutte diverse.
Personalmente ammiro chi si spoglia in pubblico per indossare nuove vesti, anche a costo di restare nud* per un po’, patendo il disagio.
Per liberarsi di uno stereotipo, il disagio va attraversato.
Per questo sono orgogliosa quando mi sdraio in spiaggia con le gambe, le ascelle e l’inguine coi peli, superando il disagio fomentato da un’idea di bellezza secondo cui il corpo delle donne debba essere sempre liscio, tonico e depilato e così, nelle relazioni, stimo il mio partner primario che, dopo tanti anni di relazioni monogame con ragazze gelose e lui non da meno, ha deciso di scoprirmi, scoprirsi e mettersi in gioco per affrontare insieme un cammino diverso, immaginando che la strada sarebbe potuta essere tortuosa ma non per questo meno piacevole.
Vivo il mio poliamore giorno per giorno, consapevole di come le mie relazioni s’influenzino a vicenda, anche se non sono tutte collegate. Parlo a* mie* partner, loro parlano a me. Dialogo e confronto sono al vertice, sempre, a prescindere dal numero dei/delle partner.

Amore, onestà, comunicazione, rispetto e consenso non dovrebbero essere prerogative di una relazione non monogama.
Alcune persone intolleranti sono venute da me con la pretesa di insegnarmi ad amare, perché secondo loro non ne sarei in grado. Ho risposto che forse è da presuntuos* supporre di conoscere a 360 gradi quale sia il modo corretto di amare, quale sia la definizione corretta di amore.
A parlare di onestà, comunicazione, rispetto e consenso dovremmo essere tutt* concordi, ma trovo che l’amore sia un concetto malleabile, basti pensare alle esigenze di ogni singol*: chi preferisce le parole, chi invece i gesti.
Ognun* di noi dovrebbe abbracciare la propria definizione d’amore.
Io ho trovato la mia nel poliamore, nella razionalizzazione della gelosia e nell’accoglienza della compersione: un sentimento di benessere che si prova nel momento in cui un* dei nostr* partner si relaziona in senso sentimentale e/o sessuale con una persona che non siamo noi. A ciò ho deciso di dare il nome “cuore ad ologramma”: anche se si tagliasse in due parti, entrambe mostrerebbero il cuore nella sua interezza.

Polycarenze è un’attivista poliamorosa: la trovate su Instragram a divulgare informazioni ed esperienze sul suo profilo social.

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Polycarenze

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Intervista Ribelle a Miss Mukade

Il terzo appuntamento con la rubrica “Interviste ribelli” ospita Miss Mukade, una Prodomme, ossia dominatrice professionista. Ha iniziato nel Regno Unito e poi è venuta in Italia. Il suo lavoro si inscrive nel sex work, settore molto dibattuto anche all’interno del movimento femminista, di cui fa parte non senza difficoltà.

Saper dominare:
l’arte di tenere sotto controllo l’altr*
e sé stess*.
Il lavoro di Miss Mukade.

Come ti sei avvicinata al BDSM?
Mi sono avvicinata al BDSM in maniera del tutto inconsapevole, per inclinazione naturale e attraverso i fumetti: in particolare “Skorpio”, una raccolta per la maggior parte erotica che comprava mio nonno. La mia eroina preferita era Cybersix, una donna molto femminile, pallida, coi capelli corti e bruni, vestita di lattice, munita di frusta, che lottava contro dei cattivi mafiosi e maschilisti. Il boss aveva le apparenze di un bambino con un cervello sovra-sviluppato. Nonostante tentasse di violentarla durante le lotte, lei riusciva regolarmente a sottometterlo. Nella vita quotidiana Cybersix aveva le sembianze di un bibliotecario (lei, crossdresser, diveniva priva di forme, anonima e androgina) e attirava principalmente giovani bionde iperfemme, che aspiravano all’amore di questo asessuato, imberbe e intellettuale.
Portando avanti la mia esplorazione, sono diventata sempre più consapevole del mio ruolo: verso i diciassette anni le prime esperienze reali, per poi capire – nel mio primo quarto di secolo – di essere dominante, fino ad arrivare a fare outing, anche con la mia famiglia. Compresi che nella mia vita il BDSM è necessario e presente.

Com’è avvenuto il passaggio dalla pratica del BDSM per puro piacere a quella a pagamento?
C’è stata una transizione graduale nel mio passare da una pratica privata alla professionalità retribuita. La mia scelta è stata supportata dai primi compagni di gioco e dai miei due mentori: A23 e Madame Tachibana.
Mano a mano che giocavo con persone intime, queste mi hanno successivamente procurato dei clienti. In principio non mi sarei mai fatta pagare. Ero inesperta e inconsapevole del mio ruolo. Trovo il mio lavoro (e in generale il sex working) simile al lavoro di un* counselor, un* psicoterapeuta, piuttosto che all’idea stereotipata che la società ha della prostituzione.

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Miss Mukade, Jeanloup JarretDePorc

In cosa consiste il tuo lavoro?
C’è moltissima preparazione mentale, oltre che tecnica: un* dominante deve sempre essere in controllo, non può mai perderlo. Poi c’è l’attenzione al vestiario, la cura della persona, l’ambiente sempre pulito e possibilmente d’effetto (quest’ultimo è spesso accessorio per l’aumento di costi che comporterebbe). La parte più importante è la preparazione psicologica: bisogna pensare a eventuali fattori che potrebbero variare all’ultimo e sorprenderci, quindi è necessario avere sempre un piano B. Cosa fare se il/la cliente stesse male (malori fisici, attacchi di panico, reazioni anomale, ecc.)? Solo un* professionista (professional domme, ovvero prodomme) può essere preparat* e avere più di un paio di sottomessi .
Il mio lavoro consiste principalmente nell’offrire il mio tempo e la mia esperienza, quindi la mia tecnica ed empatia a persone che ne hanno bisogno: possono essere all’interno dell’etero normativa e sentirsi eccitate all’idea di trasgredirla, spesso si vergognano d’esporre al/la partner i propri desideri perché fanno parte di qualcosa d’alternativo e bizzarro; posso curare di chi ha parafilie perché ha traumi che ha sublimato a livello sessuale; diversamente abili, che hanno un rapporto privilegiato – a causa dell’handicap – con il dolore e spesso faticano a trovare una persona che sia disposta a giocare con loro. Tante persone vogliono essere solo umiliate a livello mentale, è un gioco di ruolo, un modo di rivedere la propria sessualità e gli episodi negativi in una luce sessualizzata e liberatoria, come a rivoltarli e pervertirli al piacere, invece che condannarli a un trauma perenne.

Quali sono le differenze sostanziali che hai riscontrato tra il lavoro sessuale esercitato nel Regno Unito e in Italia?
Nel Regno Unito facevo parte di una comunità queer ben consolidata e di un sottogruppo alternativo di persone anarchiche che facevano molta politica. Il femminismo non TERF e inclusivo di noi sex worker mi dava supporto attraverso collettivi di, e aperti solo a, collegh*, e a piattaforme con recensioni dei clienti: sapevo chi evitare grazie a un database creato collettivamente da noi sex worker (anonimo, salvo i casi di violenza fisica o stalking riportati direttamente alla polizia con conseguente lista nera). Potevo inoltre confrontarmi di persona oppure online su problemi che andavano dalla gestione personale e fisica, all’amministrazione, a questioni legali ed economiche. Qui in Italia il Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute (CDCP) è attivo, ma i clienti possono accedere al gruppo senza alcuna barriera, frenandomi molto dal parlare o riportare alcune situazioni e/o alcuni comportamenti. Lo stigma poi è così forte che in alcuni gruppi di addette ai lavori sono stata cancellata perché ho segnalato dei molestatori. Per un contatto di salvezza faccio fede al mio vicino di casa e ad amici intimi.
In Inghilterra avevo diritto alla Golden Card dichiarandomi sex worker: potevo andare in qualsiasi centro di prevenzione e cura delle malattie sessuali, richiedere analisi e/o visite ginecologiche ed effettuarle in massimo quaranta minuti dall’accettazione. Se mi pungessi con un ago usato su un cliente o se si rompesse un preservativo, dovrei essere sicura di non essere infetta. La mia persona e di conseguenza il mio lavoro sarebbero compromessi e così i miei futuri clienti.
Essendo leggermente sottopeso (sono anemica), in Italia non posso donare il sangue, quindi non ho accesso alle analisi gratuite. Per una visita ginecologica non si spendono meno di trenta euro (presso il SSN, ndr), anche solo fare un tampone vaginale, anale, orale non è possibile senza dover pagare, inoltre è molto difficile trovare preservativi gratuiti (figuriamoci i dental dam!).

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Miss Mukade, Jeanloup JarretDePorc

Quali consigli ti sentiresti di dare a una persona che decidesse di intraprendere un lavoro sessuale?
Nonostante ci siano molte persone a malapena maggiorenni che si avviano a questo lavoro, secondo me sotto i venticinque anni non v’è la possibilità di fare una serie di esperienze personali e soprattutto di avere una preparazione a livello mentale adeguata. Bisogna avere un* mentore che guidi e protegga, almeno agli inizi, ed è necessario avere anche un* terapeuta. Tutte le relazioni umane comportano impegno e lettura di sé, ci vediamo attraverso le altre persone. In questo lavoro è importante avere un guscio ben sviluppato ma anche avere qualcun* da cui andare a parlare una volta alla settimana o almeno una volta al mese, perché dobbiamo sentirci sempre in diritto di essere vulnerabili, ma non davanti a un* cliente.
È imprescindibile dividere l’io privato dall’io pubblico, che non significa far finta di essere un’altra persona, piuttosto evitare di raccontare i dettagli della vita personale alla clientela. In particolar modo è fondamentale avere il totale controllo delle situazioni e protezioni, pianificare opzioni alternative, informarsi sulla profilassi, comprare materiale di tipo medico per lubrificazione e sanificazione.

Quali sono le difficoltà maggiori che hai nel fare un lavoro sessuale?
La difficoltà maggiore è proprio la mia tolleranza emotiva: accogliere le persone che si mettono nelle mie mani ma sempre e comunque in maniera razionale. Alla fine di ogni sessione dedico almeno quindici minuti a curare e parlare. Non è un lavoro che posso fare ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette, perché è estremamente impegnativo. Sarebbe come chiedere a un* terapeuta o un* infermier* di non avere mai una pausa: impossibile!
Le altre criticità sono a livello fiscale e sociale: il sex working non  viene riconosciuto come lavoro e pertanto non viene tutelato.

Cosa significa per te essere femminista e come cerchi di metterlo in pratica nel quotidiano?
Per me essere femminista vuol dire arrivare effettivamente a pari diritti, indipendentemente da come appaio o da ciò che ho tra le gambe. Il fatto che io possa fermarmi ad aiutare un uomo a portare pesi senza che questo mi mandi a quel paese o si offenda (cosa che mi è successa) oppure che io possa avere un corpo non depilato senza subire sguardi di disgusto da parte delle persone intorno a me, che un uomo possa piangere in pubblico, che si possa avere un salario equo. Vorrei che fosse importante solo quel che si ha tra le orecchie, non tra le cosce. Essere femminista per me vuol dire che possiamo fare ciò che vogliamo del corpo, vivere la sessualità e l’emotività con serenità. È pensare fuori dalla scatola, cercare d’immedesimarmi nell’altr*, avere empatia e cercare di andarle/gli incontro rimanendo assertiva, intuire cosa può percepire, ma senza intestardirmi sulla mia visione.

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Miss Mukade, Jeanloup JarretDePorc

Mi hai riferito che ricevi molte critiche, alcune feroci e arroganti, perché certe persone reputano contraddittorio che tu ti dichiari femminista: in quei casi come reagisci e come ti relazioni?
Rispondo con il silenzio a insulti, minacce e ottusità. In realtà non so che altro provare se non pena per persone che sono talmente povere di empatia da arrivare ad augurare il male ad altr* che non conoscono, semplicemente perché non ne condividono lo stile di vita. Invece con chi si mette in gioco dicendomi la propria opinione in maniera chiara, ma lasciando aperto anche solo uno spiraglio al dialogo, allora posso affrontare un discorso.

Hai dei progetti e/o dei desideri che ti piacerebbe realizzare che vuoi raccontarci?
Mi piacerebbe creare un dungeon con un connotato politico, uno spazio fisico nel quale le persone che fanno il mio lavoro possano condividere non solo esperienze ma anche un luogo dove portare clienti senza ricorrere alla propria abitazione, a posti inadeguati o rischiosi. Sarebbe utile una piattaforma che unisca persone del settore e un laboratorio per poter fare educazione sessuale. Mi piacerebbe sempre di più parlare di sessualità e disabilità, dell’asessualità.
Poter fare più politica, in generale, sarebbe un successo a livello personale. Mi sto attivando in proposito, cercherò di diffondere anche nel mio lavoro il baratto, l’economia circolare.
C’è bisogno di creare dei luoghi in cui stimolare il dibattito: spero davvero che sempre più persone superino quella linea che è il senso comune del pudore e della morale di massa. Vorrei che ci si focalizzasse più sulle nostre felicità e sicurezza, fisica e mentale, senza puntare il dito sulle sbavature fuori dai margini.

Miss Mukade è anche su Instragram.

Claudia Ska

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Milano Pride: gioia e involuzione

La parata del Milano Pride era finita da un po’, sul palco grande in Porta Venezia parlavano organizzatrici/organizzatori e promotrici/promotori dell’evento, mentre ero in Largo Bellintani a scambiare due chiacchiere con amiche e amici, quando abbiamo assistito a una scena che, se non fosse stata così grottesca, mi avrebbe messa ancora più a disagio.
Un ragazzo con la camicia aperta, che con una mano brandiva nervosamente e aggressivamente un fucile ad acqua, di quelli verdi e arancioni che si usano per gioco, e nell’altra teneva un sacchetto di plastica con dentro quella che a me è sembrata polenta, si è messo a urlare contro le persone che stavano allo stand di un’associazione per i diritti LGBTQI+. Urlava il suo schifo e la sua rabbia contro un evento che tra i suoi sponsor fra gli altri ha avuto Deliveroo, azienda che consegna cibo a domicilio sfruttando i propri riders, per la quale lui lavora (o ha lavorato, non ho capito). Si è allontanato furioso per poi tornare sui suoi passi ancora più irato perché una delle persone dello stand è scoppiata a ridere: “Che cazzo ridi?! Cosa cazzo ridi?!” le si è fatto sotto muovendo il fucile ad acqua come se glielo volesse spaccare sulla faccia. Lei si è raggelata e si è fatta seria. Nel frattempo colleghe e colleghi si sono avvicinat* insieme ad altre persone. Ci hanno parlato, lo hanno calmato, lui ha posato sacchetto e fucile e si sono fumat* una sigaretta assieme. Non so cosa si siano dett*, ma forse ciascun* ha avuto modo di spiegare e raccontare la propria posizione, magari hanno scoperto di avere in comune più di quanto avrebbero potuto immaginare, chissà.

Come può un evento come il Milano Pride non tenere conto della condotta aziendale degli sponsor dai quali riceve i soldi?! Come si può supportare la comunità arcobaleno e fottersene di chi viene sfruttat* sul posto di lavoro? Com’è possibile sostenere lesbiche, gay, bisessuali, pansessuali, asessuali, intersex, transessuali, transgender, persone queer e prendere denaro da colossi che hanno fatto i soldi sfruttando materie prime di Paesi ridotti sul lastrico, inquinandoli e riducendo in povertà le popolazioni autoctone? Paesi dove spesso i diritti umani, tra cui la libertà di esprimere il proprio orientamento sessuale, sono deboli o inesistenti e dove le multinazionali hanno supportato l’ascesa al potere di personaggi autoritari e violenti, per poter controllare le masse e garantirsi lo sfruttamento umano e ambientale a costi ridicoli.
Per non parlare delle aziende che vanno forte a propagandare quanto sono progressiste sul fronte arcobaleno, ma poi licenziano alla chetichella e con buonuscite da capogiro dirigenti e dipendenti molesti sul posto di lavoro. Siamo interessat* solo ai nostri diritti ma quanto ci interessano quelli altrui (anche se secondo me non c’è una reale differenza quando si parla di giustizia)?

Ho ballato sotto il carro di Coca Cola perché aveva un impianto audio della madonna e passava musica che mi piaceva: mi sono vergognata perché mi sono divertita sulle spalle di altre persone. Le multinazionali diventano i colossi che stanno giocando al ribasso. Mi sento sporca e mi assolvo col detto che il più pulito c’ha la rogna. Così mi trovo spaesata e amareggiata, in eterno conflitto: voglio sostenere il Pride perché credo nei valori che promuove, ma al contempo mi fa schifo l’impianto strutturale. Vorrei che fosse una festa per chiunque, non solo per la comunità LGBTQI* benestante. Se sei lgbtqi+ e sfruttat* come fai a partecipare a un evento finanziato dai soldi di aziende che hanno contribuito al tuo sfruttamento?
Non credo che tutte le persone in corteo fossero consapevoli del cortocircuito e questo non è positivo: ci manca una coscienza collettiva.

Mi si potrebbe obiettare che è dovere dei governi creare condizioni e sancire leggi che tutelino le persone che lavorano, ma quando il capitale pubblico è nettamente inferiore a quello dei privati e questi ultimi possono fare il bello e il cattivo tempo le dinamiche di negoziazione si fanno più complesse e ambigue.

Foto di Jon Tyson

Foto di Jon Tyson

Dovremmo lottare insieme ogni giorno per i diritti di tutt*, non solo di una parte della popolazione, mettendoci nell’ottica che non si è mai al sicuro se sono solo alcune ad averne. Non possiamo essere attivist* per metà: femminist* ma contro il lavoro sessuale pur se autodeterminato, rainbow ma distratt* verso il precariato, favorevoli all’immigrazione ma comod* con l’usa e getta.
E non sarebbe meglio marciare insieme anziché mettere in fila tutti quei carri che inquinano? Magari l’anno prossimo pedaliamo e camminiamo per l’orgoglio arcobaleno, invece di giocare a chi ha il ca… rro più grosso.

Claudia Ska

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Mi piaci quando taci

Lo scorso martedì (11/06/2019) ho pubblicato un articolo in cui parlo della comunità italiana sex positive di Instagram e ho citato alcune delle persone che hanno più séguito, ciascun* per la propria peculiarità.

Quella stessa mattina, prima che l’articolo andasse online, Ketty Rotundo – creatrice di Clitoridea – ha riferito a me e altre amiche di non riuscire più ad accedere al proprio account. Ci siamo tutte mosse per capire cosa fosse successo, purtroppo senza riuscirci.

Il giorno dopo una simile sorte è toccata a Morena e Ivano di Le Sex En Rose mentre altri account come quelli di @virginandmartyr, @mysecretcase (shop online italiano di articoli per la sessualità), @vextape (ossia Vex Ashley, attrice porno, che attualmente ha circa 94 mila follower), nel suo piccolo anche @valentinasroom_ (La camera di Valentina, che si occupa di arte erotica) sono stati colpiti da shadow ban, (impossibile risalire ai loro profili tramite hashtag, per rintracciarli bisogna scrivere esattamente il nickname) o il cui profilo ha subìto anomalie (presenza online a intermittenza).
Nell’arco di 48 ore circa i profili di Clitoridea e Le Sex En Rose sembrano essere tornati alla normalità ma nonostante questo né l’una né gli altri hanno ricevuto spiegazioni su ragioni e modalità di disattivazione né tantomeno di ripristino, salvo un’email lapidaria di scuse dal servizio assistenza di Instagram ricevuta da Morena e Ivano.

Questi episodi mi hanno colpita particolarmente perché riguardano persone con progetti che mi stanno a cuore, con cui interagisco di frequente e mi confronto per costruire un dibattito sereno e costruttivo attorno ai temi della sessualità e dei tabù a essa connessi e anche perché temo che lo stesso possa accadere ad agit-porn, la cui comunità cresce giorno dopo giorno.

Partendo dal primo assioma della comunicazione, ossia «È impossibile non comunicare», chiunque sia presente online veicola messaggi testuali e/o visuali; alcuni hanno un valore aggiunto perché curati attentamente nella forma e nei contenuti e fra questi bisogna tenere conto che molti non esistono solamente come fini a sé stessi, ma anche per fare business. Con la cultura si mangia, a differenza di quanto disse Tremonti, chiedetelo a Tlon, per esempio. Ecco perché la chiusura di uno o più profili crea un danno concreto: in primis non è possibile recuperare alcun contenuto, come se venisse requisito tutto e messo sotto chiave, in secondo luogo il pubblico è principalmente attivo sui social, dove avviene l’80/90% dell’interazione e della comunicazione fra le parti. Proprio a partire dai social l’utenza arriva all’eventuale sito del profilo seguito, alle sue iniziative virtuali e fisiche, pertanto con la chiusura dell’account questo legame viene interrotto bruscamente e bisogna ricostruirlo daccapo con enorme dispendio di tempo ed energia; va da sé che più séguito si ha e più è facile fare accordi commerciali e trovare/creare collaborazioni con persone che hanno le medesime finalità e/o il cui discorso ben si sposa con quello del profilo in questione. Non si può liquidare la chiusura arbitraria di uno o più account con: «Ma dai, è solo Instagram!», perché Instagram è attualmente una piazza virtuale dove si fanno affari e anche laddove non se ne fanno il danno d’immagine è sostanziale.

Sui social investiamo il bene più pregiato che abbiamo: il nostro tempo. Molte persone lo investono per trarne guadagno ed è inammissibile che la piattaforma non fornisca uno straccio di motivazione argomentata e liquidi gli accadimenti con la nota a monte

“Se decidiamo di rimuovere i contenuti per violazione delle Linee guida della community o di disattivare o chiudere l’account, informeremo l’utente nei casi opportuni.”

Quali siano i casi opportuni è un mistero misterioso tenuto segreto dalle menti che stanno dietro il colosso di Menlo Park.

Foto di Florian Klauer

Foto di Florian Klauer

Cosa ci stiamo giocando? La libertà, quella di espressione e quella di parola. Viviamo nel paradosso del voler sdoganare i tabù sulla sessualità e i corpi ma per poterlo fare ci censuriamo affinché le nostre foto, i nostri video e le nostre didascalie non siano cancellate od oscurate. Stiamo pagando un prezzo altissimo perché i social fanno leva sul nostro narcisismo e non bastano le motivazioni che ho riportato poco sopra, cioè fare rete e fare affari. Stiamo assecondando un sistema-bavaglio che ci confonde, intimorisce e fuorvia con regole vaghe e discutibili.
Stare su un social generalista ci permette di fare un discorso ampio, che coinvolga persone che non andrebbero attivamente su determinati siti per pudore, indifferenza, disinformazione, ignoranza o chissà che altro. Esistono piattaforme a tema, ma ci ghettizzeremmo e costruiremmo un mondo ideale dove poterci mostrare come desideriamo a fare quello che ci pare fra persone che la pensano in modo affine o simile. Per contro stare tutt* assieme è quasi impossibile, almeno secondo gli algoritmi.

Abbiamo paura che la gente ci dimentichi e allora, pur di stare sulla scena, la corda per il cappio andiamo a comprarcela da sol*, almeno possiamo scegliere il colore e, quando ce la mettiamo intorno al collo, possiamo sorridere in camera dopo avere impostato il filtro che ci censura i capezzoli e i genitali. Perché sui social e per i social possiamo pure morire ma con stile, in modo fa-vo-lo-soh!

Claudia Ska

Buy Me a Coffee at ko-fi.com