L’ossessione per l’HIV è un affare

Il primo dicembre è la giornata mondiale contro l’AIDS, che è la sindrome dell’immunodeficienza acquisita ed è causata dal virus dell’HIV. Come a ogni ricorrenza si coglie l’occasione per affrontare pubblicamente il tema e cercare di sensibilizzare all’uso di metodi preventivi (innanzitutto i condom, sporadicamente si fa riferimento a oral dam e guanti) e per invitare a fare controlli periodici e informarsi.

Di recente ho riflettuto sul paradosso della questione: mettendo sotto i riflettori l’HIV e l’AIDS per cercare di fare chiarezza, secondo me si rafforza il biasimo verso le persone che hanno contratto il virus, mettendo la questione su un piano diverso rispetto a quello di altre infezioni contratte sessualmente.
Perché il virus dell’HIV dovrebbe farci più paura dell’epatite, dell’herpes genitale, della chlamydia trachomatis, del papilloma (HPV), dell’ureaplasma urealyticum, del mycoplasma genitalium, del trichomonas vaginalis, della gonorrea, della sifilide? Molti di essi sono asintomatici, alcuni se non individuati e trattati tempestivamente possono portare a patologie.
E allora perché tutta questa ignoranza e indifferenza nei confronti delle ITS (infezioni trasmissibili sessualmente)?

Dal mio punto di vista la questione è principalmente politica.

L’HIV e l’AIDS sono stati spesso descritti come il male del secolo e non a caso la narrazione che se ne è fatta ha contribuito a rafforzare lo stigma nei confronti della comunità LGBTQI+, specialmente quella maschile e transessuale m to f (male to female), che a partire dagli anni ‘80 era quella più colpita dal virus.
Sono iniziate così le campagne e le ricerche per tentare di circoscrivere il fenomeno e trovare le cure, ma contemporaneamente le persone con HIV sono state isolate, raccontate con la doppia accezione di vittime e carnefici.
Se il sesso era un tabù, il terrorismo psicologico e politico riguardo il virus lo hanno fortificato, contribuendo a intensificare il pensiero sessuofobico. La stessa attenzione dedicata al virus dell’immunodeficienza umana non è stata dedicata alle sopra citate infezioni trasmissibili sessualmente e così la gente ha il terrore di contrarre l’HIV ma non l’herpes, per dire.

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Hush Naidoo via Unsplash

Gli esami per l’HIV sono spesso gratuiti e anonimi se effettuati in strutture sanitarie pubbliche, perché non è funziona così per tutte le ITS?
In linea generale prima di accedere ai test per ITS si fanno colloqui con personale medico e/o paramedico dove viene chiesto che tipo di vita sessuale si conduce, che tipo di rapporti si sono avuti, con particolare attenzione ai rapporti non monogami e a quelli promiscui. Ora, parliamoci chiaramente, posso pure essere la persona più monogama del mondo, ma se la mia/il mio partner sessuale/affettiv* non lo è a mia insaputa e facciamo sesso senza l’uso di metodi barriera, capite bene che questi colloqui lasciano il tempo che trovano.
Mi sembra che tali informazioni vengano raccolte per mera tassonomia, non per un reale interesse alle persone e per poterle informare e istruire eventualmente in merito.
Quando andiamo a fare degli esami di laboratorio considerati di routine (emocromo, glicemia, colesterolo, trigliceridi e via discorrendo) non ci fanno il terzo grado: elenchiamo quali esami vogliamo eseguire, paghiamo se c’è da pagare, l’infermier* esegue il prelievo e aspettiamo pazientemente i risultati; perché per le ITS non è così, perché spesso ci si ritrova a subire un quarto grado di persone poco professionali e giudicanti?
Se vogliamo normalizzare queste tematiche — non per banalizzarle o passare il messaggio che non si debba fare attenzione, ma al contrario per inserirle in un discorso ampio e inclusivo di informazione, prevenzione e cura — allora dobbiamo approcciarci a esse come alle altre. Qualcun* potrebbe obiettare che se ho il colesterolo alle stelle non rischio di essere contagiosa, ma le ITS non sono le uniche infezioni che possiamo trasmettere, solo che su di esse c’è un’ossessione, e in particolare sull’HIV, perché la trasmissione avviene per via sessuale, appunto. Se non è sessuofobia questa, spiegatemi cosa altro potrebbe essere.

Inoltre mi amareggia la retorica, seppure con intenti positivi, che permea non solo la giornata mondiale contro l’AIDS ma la questione nella sua interezza.

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Natasha Spencer via Unsplash

Seppure apprezzo il lavoro di alcune associazioni e fondazioni, tutta questa divisione e concentrazione su problematiche specifiche secondo me non fa che dividere anziché unire, stigmatizzare, anziché famigliarizzare.
Questo è il paradosso di cui sopra.
Chi ha contratto il virus soffre comprensibilmente dello stigma, quindi desidera che se ne parli in un certo modo per normalizzare l’argomento ed equipararlo al resto delle altre infezioni, ma di fatto questa parificazione sembra non esserci. Si continua a parlare di HIV e ITS, persone sieropositive e persone sane (persone con altre infezioni: non pervenute per inconsapevolezza, vergogna, pressapochismo, varie ed eventuali), profilattici per difendersi da HIV e gravidanze (ah, sì, anche dalle ITS, ma non non possiamo stare a enumerarvi quali, arrangiatevi!).
Se le ITS sono parimenti deleterie, perché non vengono raccontate in modo univoco?
Trovo tutto questo dannoso e ipocrita.
Un ulteriore esempio che mi fa indisporre e che contribuisce a bollare la comunità LGBTQI+: ai Pride si trovano numerosi stand di enti, associazioni e fondazioni dove testarsi per l’HIV, permane questa connessione tra non eterosessualità e immunodeficienza acquisita.
La mia non è una critica al fatto che si possano fare gratuitamente i test, anzi, ben venga, ma perché solo dell’HIV? Perché proprio durante i Pride se, peraltro, recenti indagini statistiche riportano che le persone contagiate dichiarano di avere un orientamento eterosessuale, seguite subito dopo da uomini che fanno sesso con altri uomini (presumo gay o eventualmente bisessuali)?

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Teddy Osterblom via Unsplash

È molto facile scivolare trattando argomenti come questo, non so se sono stata in grado di veicolare quello che penso in modo lineare, chiaro e non equivoco, ci ho provato con tutta onestà e mi piacerebbe sapere cosa ne pensate, perché se ritenete che abbia scritto sciocchezze, che sia stata poco precisa, ambigua e se desiderate confrontarvi sul tema, a me farebbe molto piacere, perciò commentate, scrivetemi un’email oppure contattatemi tramite Instagram o Facebook.

Claudia Ska

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[Guest Post] “Il cuore è un ologramma” di Polycarenze

“Troia, scegli o muori!”
Così mi minacciarono quando avevo quindici anni.
Va bene, non proprio così, più o meno: “troia, scegli o ti guadagnerai una gogna che ti farà rimpiangere di non aver posto fine al teatrino che hai messo su. Arriverai a scuola e sarà l’inferno. Arriverai a casa e sarà l’inferno. Puoi scegliere, eh. Puoi scegliere di NON scegliere.”
Insomma, a quindici anni ho tradito.
Entrai a capofitto nel mondo di quelle che ora chiamo Non Monogamie Non Etiche, anche se al tempo a malapena sapevo cosa significasse la parola etica.
Mi infatuai di due persone: prima una e, a distanza di qualche mese, l’altra. Tradii la prima con la seconda, poi tornai dalla prima e infine stetti con la seconda facendo soffrire tutti quanti e pure me stessa, che nel mentre venivo ricoperta da una montagna di merda e insulti sessisti da parte delle persone vicino a me.
Scelsi la monogamia per comodità e la mantenni forzatamente per quasi tre anni, perché fu quella che mi permise di liberarmi dalla gogna e di arrestare gli insulti, mentre nella mia testa si sovrapponevano immagini di triadi felici, amori combinati e relazioni esenti da gelosia.

Ho poco più di vent’anni e ogni giorno do voce alla mia inclinazione relazionale parlandone attivamente e rispondendo alle numerose domande di chi s’incuriosisce, sia sui social che nella vita reale.
Ho iniziato un pomeriggio, portando il mio fondoschiena a un poliaperitivo (aperitivo informale dove si discute di poliamore e non monogamie etiche), stanca di prendere porte in faccia da parte di persone mononormate, che mi identificavano unicamente con la mia non monogamia, non considerando tutto ciò che sono.

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Polycarenze e A. al Milano Pride 2019

Con questo non intendo mettere in cattiva luce la monogamia, bensì quella già citata mononormatività. Non definisco il poliamore una scelta necessaria, ma un’inclinazione, una filosofia che ho compreso non riuscendo ad adeguarmi agli standard mononormati di una società che, per definire una relazione Normale e Vera, la vuole gonfia di gelosia, di possesso nascosto nelle affermazioni «sono solo tua!», «sei solo mio!», di controllo e/o di monosessualità; d’altronde un* bi/pan+ sessuale è spesso considerat* un* potenziale traditore/traditrice.
Il poliamore non esclude che ci si possa innamorare di più persone e che, se dovesse succedere, le persone coinvolte riescano a gestire i propri sentimenti senza scenate di gelosia, né regole proibitive (tant’è che io preferisco chiamarli accordi).
Conosco poliamoros* che hanno deciso di relazionarsi in modo selettivo con una sola persona o di non relazionarsi. Questo non l* rende meno poly.
La questione, almeno per me, sta nel riconoscere come intraprendere più relazioni insieme stia contribuendo a una meravigliosa crescita personale.
Relazionandomi sia sentimentalmente che sessualmente con più di un partner, imparo come salire a compromessi e non come scendere a essi.
Imparo ad abbracciare i miei limiti, a baciarli sulla bocca e poi scoparmeli.
Proprio così: i miei limiti li scopo!
Ci faccio a pugni, ci faccio BDSM e poi li accetto.
Accetto che anche in una relazione poly possa capitare di provare gelosia, che l’importante non sia eliminarla per forza per ottenere il certificato di SuperPolyMan/Woman, ma imparare a razionalizzarla, capire le sue radici e non scaricarla sull’altr*.
Siamo influenzat* dalla cultura del possesso sin da quando siamo in fasce, tant’è che quando il poliamore viene contestato, la frase tipica rimane “non dividerei il/la mi* partner con nessun*!”.
Il/la partner non è un oggetto, ma una persona con esperienze pregresse, con un carattere, dei sentimenti e una capacità intellettuale e di decisione. È un soggetto attivo, che si può porre in un modo o in un altro a seconda di ciò che gli/le proponiamo.

C’è chi sarà curios* verso un modo nuovo di concepire le relazioni e vorrà provare ad abbracciare il poliamore per liberarsi dell’idea che la gelosia renda viva una storia d’amore.
C’è anche chi non ha questo desiderio e nemmeno ci ha mai pensato, perché consapevole di vivere una monogamia serena.
C’è chi ha tradito innumerevoli volte e passa da un tradimento all’altro ma rifiuta il poliamore perché, dopo una vita relazionale passata in modo non proprio etico, l’idea che si possa risolvere tutto con onestà e consenso sembra troppo stramba, e spesso perché si fa del male all’altr* ma non si vorrebbe soffrire per la stessa dinamica.

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Love has no limits, Robert Ashworth

Più rispettabili o meno, le situazioni sono tutte diverse.
Personalmente ammiro chi si spoglia in pubblico per indossare nuove vesti, anche a costo di restare nud* per un po’, patendo il disagio.
Per liberarsi di uno stereotipo, il disagio va attraversato.
Per questo sono orgogliosa quando mi sdraio in spiaggia con le gambe, le ascelle e l’inguine coi peli, superando il disagio fomentato da un’idea di bellezza secondo cui il corpo delle donne debba essere sempre liscio, tonico e depilato e così, nelle relazioni, stimo il mio partner primario che, dopo tanti anni di relazioni monogame con ragazze gelose e lui non da meno, ha deciso di scoprirmi, scoprirsi e mettersi in gioco per affrontare insieme un cammino diverso, immaginando che la strada sarebbe potuta essere tortuosa ma non per questo meno piacevole.
Vivo il mio poliamore giorno per giorno, consapevole di come le mie relazioni s’influenzino a vicenda, anche se non sono tutte collegate. Parlo a* mie* partner, loro parlano a me. Dialogo e confronto sono al vertice, sempre, a prescindere dal numero dei/delle partner.

Amore, onestà, comunicazione, rispetto e consenso non dovrebbero essere prerogative di una relazione non monogama.
Alcune persone intolleranti sono venute da me con la pretesa di insegnarmi ad amare, perché secondo loro non ne sarei in grado. Ho risposto che forse è da presuntuos* supporre di conoscere a 360 gradi quale sia il modo corretto di amare, quale sia la definizione corretta di amore.
A parlare di onestà, comunicazione, rispetto e consenso dovremmo essere tutt* concordi, ma trovo che l’amore sia un concetto malleabile, basti pensare alle esigenze di ogni singol*: chi preferisce le parole, chi invece i gesti.
Ognun* di noi dovrebbe abbracciare la propria definizione d’amore.
Io ho trovato la mia nel poliamore, nella razionalizzazione della gelosia e nell’accoglienza della compersione: un sentimento di benessere che si prova nel momento in cui un* dei nostr* partner si relaziona in senso sentimentale e/o sessuale con una persona che non siamo noi. A ciò ho deciso di dare il nome “cuore ad ologramma”: anche se si tagliasse in due parti, entrambe mostrerebbero il cuore nella sua interezza.

Polycarenze è un’attivista poliamorosa: la trovate su Instragram a divulgare informazioni ed esperienze sul suo profilo social.

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Polycarenze

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Intervista Ribelle a Miss Mukade

Il terzo appuntamento con la rubrica “Interviste ribelli” ospita Miss Mukade, una Prodomme, ossia dominatrice professionista. Ha iniziato nel Regno Unito e poi è venuta in Italia. Il suo lavoro si inscrive nel sex work, settore molto dibattuto anche all’interno del movimento femminista, di cui fa parte non senza difficoltà.

Saper dominare:
l’arte di tenere sotto controllo l’altr*
e sé stess*.
Il lavoro di Miss Mukade.

Come ti sei avvicinata al BDSM?
Mi sono avvicinata al BDSM in maniera del tutto inconsapevole, per inclinazione naturale e attraverso i fumetti: in particolare “Skorpio”, una raccolta per la maggior parte erotica che comprava mio nonno. La mia eroina preferita era Cybersix, una donna molto femminile, pallida, coi capelli corti e bruni, vestita di lattice, munita di frusta, che lottava contro dei cattivi mafiosi e maschilisti. Il boss aveva le apparenze di un bambino con un cervello sovra-sviluppato. Nonostante tentasse di violentarla durante le lotte, lei riusciva regolarmente a sottometterlo. Nella vita quotidiana Cybersix aveva le sembianze di un bibliotecario (lei, crossdresser, diveniva priva di forme, anonima e androgina) e attirava principalmente giovani bionde iperfemme, che aspiravano all’amore di questo asessuato, imberbe e intellettuale.
Portando avanti la mia esplorazione, sono diventata sempre più consapevole del mio ruolo: verso i diciassette anni le prime esperienze reali, per poi capire – nel mio primo quarto di secolo – di essere dominante, fino ad arrivare a fare outing, anche con la mia famiglia. Compresi che nella mia vita il BDSM è necessario e presente.

Com’è avvenuto il passaggio dalla pratica del BDSM per puro piacere a quella a pagamento?
C’è stata una transizione graduale nel mio passare da una pratica privata alla professionalità retribuita. La mia scelta è stata supportata dai primi compagni di gioco e dai miei due mentori: A23 e Madame Tachibana.
Mano a mano che giocavo con persone intime, queste mi hanno successivamente procurato dei clienti. In principio non mi sarei mai fatta pagare. Ero inesperta e inconsapevole del mio ruolo. Trovo il mio lavoro (e in generale il sex working) simile al lavoro di un* counselor, un* psicoterapeuta, piuttosto che all’idea stereotipata che la società ha della prostituzione.

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Miss Mukade, Jeanloup JarretDePorc

In cosa consiste il tuo lavoro?
C’è moltissima preparazione mentale, oltre che tecnica: un* dominante deve sempre essere in controllo, non può mai perderlo. Poi c’è l’attenzione al vestiario, la cura della persona, l’ambiente sempre pulito e possibilmente d’effetto (quest’ultimo è spesso accessorio per l’aumento di costi che comporterebbe). La parte più importante è la preparazione psicologica: bisogna pensare a eventuali fattori che potrebbero variare all’ultimo e sorprenderci, quindi è necessario avere sempre un piano B. Cosa fare se il/la cliente stesse male (malori fisici, attacchi di panico, reazioni anomale, ecc.)? Solo un* professionista (professional domme, ovvero prodomme) può essere preparat* e avere più di un paio di sottomessi .
Il mio lavoro consiste principalmente nell’offrire il mio tempo e la mia esperienza, quindi la mia tecnica ed empatia a persone che ne hanno bisogno: possono essere all’interno dell’etero normativa e sentirsi eccitate all’idea di trasgredirla, spesso si vergognano d’esporre al/la partner i propri desideri perché fanno parte di qualcosa d’alternativo e bizzarro; posso curare di chi ha parafilie perché ha traumi che ha sublimato a livello sessuale; diversamente abili, che hanno un rapporto privilegiato – a causa dell’handicap – con il dolore e spesso faticano a trovare una persona che sia disposta a giocare con loro. Tante persone vogliono essere solo umiliate a livello mentale, è un gioco di ruolo, un modo di rivedere la propria sessualità e gli episodi negativi in una luce sessualizzata e liberatoria, come a rivoltarli e pervertirli al piacere, invece che condannarli a un trauma perenne.

Quali sono le differenze sostanziali che hai riscontrato tra il lavoro sessuale esercitato nel Regno Unito e in Italia?
Nel Regno Unito facevo parte di una comunità queer ben consolidata e di un sottogruppo alternativo di persone anarchiche che facevano molta politica. Il femminismo non TERF e inclusivo di noi sex worker mi dava supporto attraverso collettivi di, e aperti solo a, collegh*, e a piattaforme con recensioni dei clienti: sapevo chi evitare grazie a un database creato collettivamente da noi sex worker (anonimo, salvo i casi di violenza fisica o stalking riportati direttamente alla polizia con conseguente lista nera). Potevo inoltre confrontarmi di persona oppure online su problemi che andavano dalla gestione personale e fisica, all’amministrazione, a questioni legali ed economiche. Qui in Italia il Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute (CDCP) è attivo, ma i clienti possono accedere al gruppo senza alcuna barriera, frenandomi molto dal parlare o riportare alcune situazioni e/o alcuni comportamenti. Lo stigma poi è così forte che in alcuni gruppi di addette ai lavori sono stata cancellata perché ho segnalato dei molestatori. Per un contatto di salvezza faccio fede al mio vicino di casa e ad amici intimi.
In Inghilterra avevo diritto alla Golden Card dichiarandomi sex worker: potevo andare in qualsiasi centro di prevenzione e cura delle malattie sessuali, richiedere analisi e/o visite ginecologiche ed effettuarle in massimo quaranta minuti dall’accettazione. Se mi pungessi con un ago usato su un cliente o se si rompesse un preservativo, dovrei essere sicura di non essere infetta. La mia persona e di conseguenza il mio lavoro sarebbero compromessi e così i miei futuri clienti.
Essendo leggermente sottopeso (sono anemica), in Italia non posso donare il sangue, quindi non ho accesso alle analisi gratuite. Per una visita ginecologica non si spendono meno di trenta euro (presso il SSN, ndr), anche solo fare un tampone vaginale, anale, orale non è possibile senza dover pagare, inoltre è molto difficile trovare preservativi gratuiti (figuriamoci i dental dam!).

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Miss Mukade, Jeanloup JarretDePorc

Quali consigli ti sentiresti di dare a una persona che decidesse di intraprendere un lavoro sessuale?
Nonostante ci siano molte persone a malapena maggiorenni che si avviano a questo lavoro, secondo me sotto i venticinque anni non v’è la possibilità di fare una serie di esperienze personali e soprattutto di avere una preparazione a livello mentale adeguata. Bisogna avere un* mentore che guidi e protegga, almeno agli inizi, ed è necessario avere anche un* terapeuta. Tutte le relazioni umane comportano impegno e lettura di sé, ci vediamo attraverso le altre persone. In questo lavoro è importante avere un guscio ben sviluppato ma anche avere qualcun* da cui andare a parlare una volta alla settimana o almeno una volta al mese, perché dobbiamo sentirci sempre in diritto di essere vulnerabili, ma non davanti a un* cliente.
È imprescindibile dividere l’io privato dall’io pubblico, che non significa far finta di essere un’altra persona, piuttosto evitare di raccontare i dettagli della vita personale alla clientela. In particolar modo è fondamentale avere il totale controllo delle situazioni e protezioni, pianificare opzioni alternative, informarsi sulla profilassi, comprare materiale di tipo medico per lubrificazione e sanificazione.

Quali sono le difficoltà maggiori che hai nel fare un lavoro sessuale?
La difficoltà maggiore è proprio la mia tolleranza emotiva: accogliere le persone che si mettono nelle mie mani ma sempre e comunque in maniera razionale. Alla fine di ogni sessione dedico almeno quindici minuti a curare e parlare. Non è un lavoro che posso fare ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette, perché è estremamente impegnativo. Sarebbe come chiedere a un* terapeuta o un* infermier* di non avere mai una pausa: impossibile!
Le altre criticità sono a livello fiscale e sociale: il sex working non  viene riconosciuto come lavoro e pertanto non viene tutelato.

Cosa significa per te essere femminista e come cerchi di metterlo in pratica nel quotidiano?
Per me essere femminista vuol dire arrivare effettivamente a pari diritti, indipendentemente da come appaio o da ciò che ho tra le gambe. Il fatto che io possa fermarmi ad aiutare un uomo a portare pesi senza che questo mi mandi a quel paese o si offenda (cosa che mi è successa) oppure che io possa avere un corpo non depilato senza subire sguardi di disgusto da parte delle persone intorno a me, che un uomo possa piangere in pubblico, che si possa avere un salario equo. Vorrei che fosse importante solo quel che si ha tra le orecchie, non tra le cosce. Essere femminista per me vuol dire che possiamo fare ciò che vogliamo del corpo, vivere la sessualità e l’emotività con serenità. È pensare fuori dalla scatola, cercare d’immedesimarmi nell’altr*, avere empatia e cercare di andarle/gli incontro rimanendo assertiva, intuire cosa può percepire, ma senza intestardirmi sulla mia visione.

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Miss Mukade, Jeanloup JarretDePorc

Mi hai riferito che ricevi molte critiche, alcune feroci e arroganti, perché certe persone reputano contraddittorio che tu ti dichiari femminista: in quei casi come reagisci e come ti relazioni?
Rispondo con il silenzio a insulti, minacce e ottusità. In realtà non so che altro provare se non pena per persone che sono talmente povere di empatia da arrivare ad augurare il male ad altr* che non conoscono, semplicemente perché non ne condividono lo stile di vita. Invece con chi si mette in gioco dicendomi la propria opinione in maniera chiara, ma lasciando aperto anche solo uno spiraglio al dialogo, allora posso affrontare un discorso.

Hai dei progetti e/o dei desideri che ti piacerebbe realizzare che vuoi raccontarci?
Mi piacerebbe creare un dungeon con un connotato politico, uno spazio fisico nel quale le persone che fanno il mio lavoro possano condividere non solo esperienze ma anche un luogo dove portare clienti senza ricorrere alla propria abitazione, a posti inadeguati o rischiosi. Sarebbe utile una piattaforma che unisca persone del settore e un laboratorio per poter fare educazione sessuale. Mi piacerebbe sempre di più parlare di sessualità e disabilità, dell’asessualità.
Poter fare più politica, in generale, sarebbe un successo a livello personale. Mi sto attivando in proposito, cercherò di diffondere anche nel mio lavoro il baratto, l’economia circolare.
C’è bisogno di creare dei luoghi in cui stimolare il dibattito: spero davvero che sempre più persone superino quella linea che è il senso comune del pudore e della morale di massa. Vorrei che ci si focalizzasse più sulle nostre felicità e sicurezza, fisica e mentale, senza puntare il dito sulle sbavature fuori dai margini.

Miss Mukade è anche su Instragram.

Claudia Ska

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[Guest Post] “Il crimine di essere virili” di Mi Chiamo Maschio

Quei “veri maschi” che non sempre sono tossici.

Faccio un lavoro che mi costringe a passare molto tempo sui social e, a discapito di coloro che credono che ciò significhi “non fare nulla”, ogni giorno mi devo confrontare con il peggio dell’umanità, che si riversa nelle bacheche sotto forma di commenti frustrati.
In questi giorni uno in particolare ha catturato la mia attenzione. Sotto un articolo a sostegno delle tesi del neo femminismo, un uomo dichiarava polemico: «Avete reso la virilità un crimine».
Al di là di come la si pensi, devo ammettere che questo commentatore ha avuto una capacità di sintesi degna dei migliori copywriter. In poche parole ha espresso un concetto in realtà molto articolato.
Si tratta, in partenza, della solita lamentela del maschio/bianco/etero che, alla faccia della propria virilità (per l’appunto), non trova modo migliore per ribattere alle critiche che lagnarsi tutto il tempo in un pietoso quanto insopportabile vittimismo.
Alla pari di quegli etero che ancora hanno la spudoratezza di chiedere perché non esiste un “etero Pride”.
Ho però resistito alla repulsione iniziale e mi sono soffermato a riflettere meglio su quelle parole.

Perché quest’uomo ha sentito la propria virilità minacciata? È lui che non riesce a distinguere virilità e mascolinità tossica o sono le stesse donne che tendono a farle combaciare?
Ho provato a chiedere in giro e in effetti ho notato che c’è un po’ di confusione a riguardo. È il solito schema che si ripete ogni qual volta si cerca di smantellare un estremismo: più è esagerato il pensiero da abbattere, più si tende a esagerare a nostra volta e si finisce a dividere il mondo solo in bianco e nero e buonanotte alle sfumature.

Cosa significa essere virili? Un uomo che si definisce tale è automaticamente fautore di una mascolinità tossica? Quest’ultima è solo prerogativa di maschioni villosi? Un uomo mingherlino ed effeminato sarebbe di per sé già privo di ogni sospetto?
Chiaro che no. Virilità e mascolinità tossica son cose ben diverse, che possono certo convivere ma non necessariamente. Per dirla alla pari delle nostre maestre delle elementari: non dobbiamo sommare le mele con le pere.

Dunque che cos’è la virilità?

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Un’idea di virile, Abby Savage

Pensandoci ho individuato tre elementi che contribuiscono alla definizione, che hanno manifestazioni più o meno evidenti e, per quanto mi riguarda, anche valori diversi. Di per sé, però, non hanno nemmeno un disvalore.
In pratica non sono caratteristiche automaticamente negative o positive, esattamente come la virilità in toto.
Parlo della forza/grettezza fisica, del coraggio e della potenza sessuale.
Se la prima è subito evidente al primo sguardo, per le altre due occorre una conoscenza più intima e basta anche solo una delle tre per far dire «quello è proprio un uomo virile!».
Sull’ultima in particolare è meglio precisare una cosa: con “potenza sessuale” intendo la capacità di dare piacere al/la partner, non certo di dominare senza consenso. È chiaro che solitamente è una caratteristiche che si attribuisce a chi detiene il ruolo attivo ed è incarnata dall’immagine del pene in erezione, ma non avrei problemi a dare lo stesso titolo anche a un uomo passivo. Dopotutto, come direbbe Busi, «ci vogliono le palle per prenderlo nel culo».
Allo stesso modo queste stesse caratteristiche sono tranquillamente utilizzabili anche per le donne, e lo si fa in realtà, ma difficile che venga usata proprio la parola “virile”, si preferisce piuttosto dire anche per loro «quella è proprio una con le palle!», utilizzando un’espressione infelice, intrisa di retaggi maschilisti, che hanno provocato un vero e proprio buco lessicale.

Come si combinano quindi virilità e mascolinità tossica?

La mascolinità tossica abusa della virilità come un eroinomane della droga. Prende queste caratteristiche e le porta all’esagerazione declinandole in chiave sessista, omofoba e trans-fobica, aggiungendo inoltre atteggiamenti che non sono affatto virili, come la prevaricazione, la discriminazione, l’insulto, la violenza…
Un maschio tossico è colui che crede che la propria essenza di uomo risieda unicamente nella propria virilità, che senza di questa non sia più nulla. Da qui l’esigenza di difenderla a tutti i costi, di non permettere alcuna eccezione, di non rischiare di metterla in gioco mostrandosi in modo diverso da quello che gli è stato detto essere “un vero maschio”.
Il problema però non risiede nella virilità in sé. Essere forti, rudi, muscolosi, coraggiosi, temerari o potenti in campo sessuale non sono certo cose per cui un uomo debba vergognarsi.
E al contempo non lo è essere attratti da queste caratteristiche.
Se vogliamo vederla in chiave più semplicistica, la virilità è uno strumento, è l’uso che se ne fa che ci definisce. E non è nemmeno necessaria per comportarsi da veri stronzi.
Un uomo può essere un bullo misogino e sessista pesando 50 chili, essendo impotente e nascondendo la propria codardia dietro lattine di birra, rutti e partite di calcio.
Non sarà un esemplare così diffuso, ma esiste, credetemi.

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Supereroi, Craig Mclachlan da Unsplash

Il vero crimine, quindi, è pensare che un uomo virile sia di per sé un maschio tossico senza avergli dato la possibilità di farsi conoscere. Il crimine è indottrinare i giovani uomini drogandoli con pillole avvelenate di virilità. Il crimine è pensare che la nostra virilità sia così importante da doverla difendere a tutti i costi. Criminale è attuare nuove discriminazioni quando si tenta di debellare quelle vecchie.

Dobbiamo in fondo essere tutt* più virili e avere il coraggio di non farci tentare dalle semplificazioni, di salvaguardare sempre le sfumature, che senza di quelle l’arcobaleno sarebbe solo una sbavatura del cielo.

Potete seguire Mi Chiamo Maschio sulla sua pagina Instagram, dove condivide le sue riflessioni con uno stile accattivante e inconfondibile.

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Mi chiamo maschio, logo

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Milano Pride: gioia e involuzione

La parata del Milano Pride era finita da un po’, sul palco grande in Porta Venezia parlavano organizzatrici/organizzatori e promotrici/promotori dell’evento, mentre ero in Largo Bellintani a scambiare due chiacchiere con amiche e amici, quando abbiamo assistito a una scena che, se non fosse stata così grottesca, mi avrebbe messa ancora più a disagio.
Un ragazzo con la camicia aperta, che con una mano brandiva nervosamente e aggressivamente un fucile ad acqua, di quelli verdi e arancioni che si usano per gioco, e nell’altra teneva un sacchetto di plastica con dentro quella che a me è sembrata polenta, si è messo a urlare contro le persone che stavano allo stand di un’associazione per i diritti LGBTQI+. Urlava il suo schifo e la sua rabbia contro un evento che tra i suoi sponsor fra gli altri ha avuto Deliveroo, azienda che consegna cibo a domicilio sfruttando i propri riders, per la quale lui lavora (o ha lavorato, non ho capito). Si è allontanato furioso per poi tornare sui suoi passi ancora più irato perché una delle persone dello stand è scoppiata a ridere: “Che cazzo ridi?! Cosa cazzo ridi?!” le si è fatto sotto muovendo il fucile ad acqua come se glielo volesse spaccare sulla faccia. Lei si è raggelata e si è fatta seria. Nel frattempo colleghe e colleghi si sono avvicinat* insieme ad altre persone. Ci hanno parlato, lo hanno calmato, lui ha posato sacchetto e fucile e si sono fumat* una sigaretta assieme. Non so cosa si siano dett*, ma forse ciascun* ha avuto modo di spiegare e raccontare la propria posizione, magari hanno scoperto di avere in comune più di quanto avrebbero potuto immaginare, chissà.

Come può un evento come il Milano Pride non tenere conto della condotta aziendale degli sponsor dai quali riceve i soldi?! Come si può supportare la comunità arcobaleno e fottersene di chi viene sfruttat* sul posto di lavoro? Com’è possibile sostenere lesbiche, gay, bisessuali, pansessuali, asessuali, intersex, transessuali, transgender, persone queer e prendere denaro da colossi che hanno fatto i soldi sfruttando materie prime di Paesi ridotti sul lastrico, inquinandoli e riducendo in povertà le popolazioni autoctone? Paesi dove spesso i diritti umani, tra cui la libertà di esprimere il proprio orientamento sessuale, sono deboli o inesistenti e dove le multinazionali hanno supportato l’ascesa al potere di personaggi autoritari e violenti, per poter controllare le masse e garantirsi lo sfruttamento umano e ambientale a costi ridicoli.
Per non parlare delle aziende che vanno forte a propagandare quanto sono progressiste sul fronte arcobaleno, ma poi licenziano alla chetichella e con buonuscite da capogiro dirigenti e dipendenti molesti sul posto di lavoro. Siamo interessat* solo ai nostri diritti ma quanto ci interessano quelli altrui (anche se secondo me non c’è una reale differenza quando si parla di giustizia)?

Ho ballato sotto il carro di Coca Cola perché aveva un impianto audio della madonna e passava musica che mi piaceva: mi sono vergognata perché mi sono divertita sulle spalle di altre persone. Le multinazionali diventano i colossi che stanno giocando al ribasso. Mi sento sporca e mi assolvo col detto che il più pulito c’ha la rogna. Così mi trovo spaesata e amareggiata, in eterno conflitto: voglio sostenere il Pride perché credo nei valori che promuove, ma al contempo mi fa schifo l’impianto strutturale. Vorrei che fosse una festa per chiunque, non solo per la comunità LGBTQI* benestante. Se sei lgbtqi+ e sfruttat* come fai a partecipare a un evento finanziato dai soldi di aziende che hanno contribuito al tuo sfruttamento?
Non credo che tutte le persone in corteo fossero consapevoli del cortocircuito e questo non è positivo: ci manca una coscienza collettiva.

Mi si potrebbe obiettare che è dovere dei governi creare condizioni e sancire leggi che tutelino le persone che lavorano, ma quando il capitale pubblico è nettamente inferiore a quello dei privati e questi ultimi possono fare il bello e il cattivo tempo le dinamiche di negoziazione si fanno più complesse e ambigue.

Foto di Jon Tyson

Foto di Jon Tyson

Dovremmo lottare insieme ogni giorno per i diritti di tutt*, non solo di una parte della popolazione, mettendoci nell’ottica che non si è mai al sicuro se sono solo alcune ad averne. Non possiamo essere attivist* per metà: femminist* ma contro il lavoro sessuale pur se autodeterminato, rainbow ma distratt* verso il precariato, favorevoli all’immigrazione ma comod* con l’usa e getta.
E non sarebbe meglio marciare insieme anziché mettere in fila tutti quei carri che inquinano? Magari l’anno prossimo pedaliamo e camminiamo per l’orgoglio arcobaleno, invece di giocare a chi ha il ca… rro più grosso.

Claudia Ska

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Orgoglio e Pregiudizio – un aneddoto dalla Pride Week

Vi ho abituat* ad articoli formali, quasi di stampo giornalistico, oggi lasciatemi svaccare con un aneddotto personale nel quale vi racconto quello che mi è capitato la scorsa domenica al Festival Mix Milano – Cinema GayLesbico e Queer Culture, una rassegna internazionale che si tiene in varie città al mondo, tra cui Milano. Quest’anno era la 33^ edizione e io, modestamente, me la sono persa come ogni anno da 10 anni a questa parte perché ho la capacità di repellere qualunque evento si manifesti nell’arco di 10 Km da me, ma l’ultima sera ho fatto un salto al sagrato del Piccolo Teatro Strehler, dove si tiene, per stare un po’ con un amico e un’amica.
Ho rivisto, fra le altre, una persona che avevo conosciuto alcuni anni fa quando facevo parte del Kollettivo Drag King del Teatro Atir-Ringhiera (ebbene, sì, sono un king e il mio nome d’arte è Steve McQueer), che mi ha presentato a due amiche e ci ha tenuto a precisare che fossi etero.
Fitta allo stomaco.
Una delle sue amiche ha esclamato «Ah, sì? », forse lo ha trovato singolare.
Alla sua esclamazione/domanda ho risposto «Ma sì, c’ho ‘sto vizio, ma manco troppo!».
Lei ha continuato: «Quindi sei stata solo con uomini?» o qualcosa di simile. Sarebbe stato un buon momento per darle le spalle e riprendere a chiacchierare con la mia amica bisessuale e il mio amico etero eppure femminista. Guardate un po’ con che gente mi accompagno, eccentricità spinta al massimo!
Invece ho risposto specificando che ho avuto relazioni sentimentali con uomini, ma intercourse sessuali anche con donne, principalmente perché definirmi mi fa sentire in gabbia, se avete letto la mia bio o mi conoscete personalmente dovreste averlo appurato.
A quel punto è arrivata la frase fatidica: «Si vede (cercami l’evidenza su ‘sta fregna!, nda) che stai ancora cercando qualcosa.».
La risposta più plausibile sarebbe stata che stavo cercando di trattenermi dal mandarla a cagare, ma ho risposto che non sto cercando niente, non sono un cane da tartufo.
Non paga, mi ha chiesto se con le donne avessi scambiato solo baci . Ho risposto come se fossi davanti alla Corte d’Assise e poi è arrivata la domanda con la quale avrebbe vinto il Premio “Vattenaffanculo” dell’anno 2019, se mai fosse esistito: «E allora come mai tutta questa vicinanza a questo mondo (LGBTQI+, nda)?».

Il mio primo pensiero è stato: «Ma davvero me lo stai chiedendo? No, dai, dimmi che scherzi, porchiddio!».
Il secondo: «Voglio morire affogata come Virginia Wolf! Procuratemi dei sassi, ve ne prego, ché vado ad ammazzarmi nella fontana davanti al Castello Sforzesco!».
Il terzo, molto nazional-popolare: «No, Maria, io esco!».
Alla fine ho optato per un quarto pensiero diplomatico ma stizzito: “Che c’entra, mica per essere solidale bisogna essere omosessuale!” al che le ho davvero voltato le spalle per rimettermi a parlare con la mia amica e il mio amico, con le orecchie che fumavano che manco quando la designazione del papa va male.

Mi sono sentita molto a disagio: prima di tutto perché ho trovato disturbante essere introdotta con una specifica sul mio orientamento sessuale, per di più da una persona che mi conosce di vista e che non sa quali siano state e siano le mie relazioni affettive e sessuali, poi perché una totale sconosciuta abbia cercato di invadere la mia intimità con domande insistenti, inopportune, personali, indiscrete e appiattendo la mia persona sulla base di chi mi sono scopata.

agit-porn

Foto di Sharon McCutcheon

Giugno è il mese dedicato al Pride, ossia Orgoglio, quello celebrato dal movimento LGBTQI+ nato organicamente 50 anni fa dai cosiddetti moti di Stonewall (qui il racconto pubblicato lo scorso anno da Alessandro Bianchi, aka @zuccherosintattico) Sabato 29 Giugno ci sarà la parata milanese, e proprio lo scorso 21 giugno è cominciata la Pride Week, ossia una settimana di eventi dedicati all’orgoglio arcobaleno.
Alcune persone non vogliono etichette, altre invece si sentono rappresentate e tutelate ad averne, non è importante, le critiche mosse alla sigla LGBTQI+, che cerca di essere inclusiva e rappresentativa di uno spettro ampio di orientamenti sessuali e sensibilità, viene spesso strumentalizzata per togliere attenzione alle questioni fondamentali alle quali quella sigla, che è indicativa, cerca di dare rilevanza.
Riconoscimento ed estensione di diritti civili, sociali e umani, rispetto della diversità, inclusione, solidarietà. Le istanze portate avanti dal movimento arcobaleno non riguardano solo le persone omosessuali, bisessuali, transessuali, transgender, non binarie, asessuali, queer, intersessuali ma tutt* noi, come il femminismo non riguarda solo le donne.
(Almeno) quando si parla di diritti dobbiamo allearci, supportarci, fare in modo che le diversità non rallentino o impediscano il cammino verso una Società equa e solidale, ecco perché trovo ridicola e sconsiderata la domanda «Se sei etero, che ci fai qui?»: l’empatia non è abbastanza?! Ritengo inoltre che tutt* noi, sia chi si sente parte integrante del movimento LGBTQI+ che le persone alleate, dobbiamo fare un enorme lavoro sul considerare le persone bisessuali e pansessuali valide, invece di nutrire sospetto perché potrebbero spezzarci il cuore, “fregarci” scegliendo un altro sesso rispetto al nostro, come se i genitali prevalessero sul resto.
Dai, su, ce la possiamo fare!
Lo scambio di domande e risposte di domenica mi ha consapevolizzato ancora di più sull’egualitarismo dell’ottusità: non importa qual è il nostro orientamento sessuale, se abbiamo la sensibilità di un comodino in laminato, non ci sono battaglie per i diritti che tengano.

Claudia Ska

Buy Me a Coffee at ko-fi.com