[Guest Post] “Nudo classista” di girlsplaining

Mi imbatto frequentemente in contenuti prodotti da persone che giustamente abbracciano la causa femminista e vogliono sensibilizzare i propri amici e follower rispetto al discorso della libertà di espressione femminile e/o ai tabù legati al corpo femminile, ma troppo spesso mi accorgo di un’omissione che a me sembra non casuale. Un femminista non può tralasciare per tutta una “predica” di qualche minuto, dopo aver elencato tutti i suoi validissimi argomenti e le sacrosante istanze di libertà contenute nel pensiero antisessista, un aspetto così centrale e determinante senza percepire un senso di vuoto, senza sentire puzza di bruciato. Nello specifico mi riferisco a quelle migliaia di video, post e contenuti di vario genere in cui si vuole affermare che una femmina sia liberissima di mostrarsi nuda e che questo non ne faccia una prostituta, cioè che la sua nudità sia legittima ma non debba avere per forza una funzione sessuale o forse, nell’ambiguità determinata da quel mancato che tra poco dirò, costoro si accontentano più specificamente di comunicare che la nudità sia legittima IN QUANTO non ha funzione sessuale, quindi implicitamente che sia legittima se, e solo se, non ha funzione sessuale. L’omissione di cui parlo consiste in quel famoso «non c’è nulla di sbagliato nella libera espressione della propria sessualità, anzi!» che in troppi si dimenticano di citare e di porre a premessa di ogni considerazione sul tema.

L’impressione netta è che le battaglie intermedie legate al femminismo pop e un po’ sublimato, ai #nudeisnotporn, fungano da dispositivi in grado di rafforzare la mentalità sessuofoba dominante, insomma che stiano alla rivoluzione femminista come i riformismi socialdemocratici stavano al comunismo: anche se chi li promuoveva era animato spesso da nobili intenti, fungevano da contentino per gli oppressi di modo che non giungessero mai alla certezza che ribellarsi fosse l’unica via.

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Moltissime che ci mettono la faccia, la tetta o un grammo della loro energia per portare avanti la sacrosanta battaglia del #nudeisnotporn, del «perché sono nuda ciò non implica che io sia una puttana», probabilmente si sentono così oppresse dalla sessualizzazione coatta del loro corpo e della loro persona da non poter che desiderare disperatamente questo orrendo ma rassicurante compromesso: quello per cui siamo tutti nudi ma non siamo puttane e, chi invece è puttana, merita di essere trattato diversamente; quel compromesso per cui al #nudeisnotporn non necessariamente segue il #pornisnotevil (sarebbe meglio che precedesse) e i nostri corpi diventano liberi solamente di veicolare (a beneficio già sapete di chi) messaggi che rimandino anche solo implicitamente a target consumistici, a mode, tendenze e canoni estetici imprenditorialmente profittabili.

Il sesso? Quello rimane un tabù. Eppure chiunque si approcci anche timidamente allo studio delle discriminazioni di genere sa benissimo che tutto ha la sua genesi negli assunti sessuofobi e continua a essere sotterraneamente alimentato proprio dall’azione inconscia di questi ultimi, ossia i segni e sintomi più in evidenza del sessismo, come appunto le riserve più grette e ingenue sulla nudità femminile o aspetti ancora più superficiali e meno intuitivamente legati all’argomento “sesso” (vedi il mansplaining), non sono altro che l’ultimo stadio di un processo che ha come principio e motore la sessuofobia, l’attribuzione di uno statuto speciale alla sfera sessuale e la declinazione di questo assunto nelle forme più disparate.

Facciamo dunque un balzo in avanti: il corpo è già ben oltre l’ostacolo ma il cuore si ostina a rimanere indietro. La poderosa struttura giurisprudenziale, sociale e culturale che garantiva la perpetuazione del patriarcato è oramai defunta, pertanto non esiste più alcun appiglio per certo maschilismo puritano, nessun possibile riscontro di una ratio che giustifichi la violenza di certi comportamenti. Alle soglie del 2020 viene effettivamente a trattarsi di una forma di pensiero primitivo e disfunzionale ed è oramai doveroso approcciare al maschilismo puritano come a una psicosi. Nella terapia psicanalitica delle psicosi si usa la cosiddetta interpretazione verso l’alto, ossia per aggirare le angosce che insorgerebbero in un’opera di scavo graduale, si preferisce scandagliare direttamente le profondità nominandone i contenuti.

Io credo che, mentre le riflessioni dei singoli hanno ragione di percorrere ogni via possibile, l’attivismo e la divulgazione femminista dovrebbero invece assumere questo metodo, rinunciare a decostruire gradualmente tutti i passaggi logici che conducono dal segno-superficiale-A (es. avances sessuale alla modella di nudo) fino agli abissi della storia dell’uomo e dunque al tabù del sesso. Ciò al fine di evitare che proprio questa gradualità dell’indagine e del disvelamento si presti a fungere da dispositivo antirivoluzionario, da meccanismo omeostatico che garantisce al sessismo e al capitalismo una sopravvivenza in forma accomodata.
Sarebbe il caso di partire dal #pornisnotevil e non dal #nudeisnotporn: solo dopo aver statuito che il sesso non sia qualcosa di speciale e dunque di delicato e pericoloso, solo allora potremo essere certi che «mi spoglio ma non per eccitare sessualmente» sia una libera scelta e non invece una forma più subdola di slutshaming, una negazione forzata, l’ulteriore tabuizzazione di un aspetto naturale (la sessualità/l’erotismo) insito in praticamente ogni comportamento umano, dunque l’ennesima strategia culturalmente data di sublimazione di ciò che che è ancora oggetto di divieto.
Finché non ci sembrerà del tutto innocuo e privo di particolari conseguenze sociali postare una foto con un pene in bocca o con la faccia inondata di sperma, i nude-not-porn rappresenteranno una forma normata dell’espressione di un falso sé, non saranno diversi da quelle che oggi sono le pubblicità dei reggiseni (col loro implicito «se non lo metti sei una schifosa esibizionista, i tuoi capezzoli devono essere ben nascosti!»).
Già oggi, a dimostrazione di quanto questo femminismo flat sia in fondo molto in ritardo sull’agenda della rivoluzione antisessista, si comincia ad avvertire tra i giovani adulti dei ceti più istruiti una certa istanza conformista anche se non apparentemente così perentoria: non hai nemmeno una foto di nudo un po’ artistico, pseudonaturista, alternativo o vattelappesca sui tuoi social? Allora c’è qualcosa in te che non va (che poi è un ragionamento non del tutto privo di una sua pregnanza).

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Chi conosce il mondo della pornografia web (oramai amatoriale e quasi sempre non consensuale) sa bene che esiste già una sorta di muro invisibile che divide le “zozze” dalle modelle d’arte o ragazze alternative di classe media. Per ragioni che non sarebbe opportuno illustrare in questa sede, le ragazze consapevoli di classe media, a parità di valenza trasgressiva del contenuto pubblicato, ricevono una quantità di molestie infinitamente minore ma soprattutto una qualità diversa di molestie. È infatti interessante assistere a quegli sporadici incidenti, quelle crepe che si creano ogni tanto nel guscio esterno delle nostre filter-bubble in cui un frequentatore di canali di pornografia degradata, abituato a interagire con “sciampiste ragazzine tamarre”* e proletarie dell’erotismo social (coi loro contenuti di cattivo gusto a metà tra un prediciottesimo e le pubblicità dei club privé), inciampa in uno di questi profili più elitari e fa una fatica enorme a decodificarli, il risultato è sempre qualche interazione molesta in cui fa la figura del cinquantenne viscido maschilista (cioè di sé stesso).
Questo perché accade? Perché il #nudeisnotporn è un privilegio, uno status symbol nelle mani di chi ha gli strumenti intellettuali, culturali, sociali ed economici per sofisticare l’espressione di sé; mentre chi non è in grado di produrre un nude che sia qualificabile come not-porn, ovvero le proletarie dell’erotismo di cui sopra, costoro saranno sempre condannate a essere carne da macello, bestie in preda alle peggiori forme di molestia, allo stalking, alla minaccia perpetua (alimentata anche dall’assenza di un diritto all’oblio) per la propria sicurezza personale.
Se non si vuole favorire un semplice riposizionamento delle convenzioni e dei costumi in chiave forse ancora più classista e repressiva di prima, occorre fare ciò che ho poc’anzi proposto: prima abbattiamo il tabù della pornografia, poi cominciamo a spiegare alla gente che non tutta la nudità è pornografia. Impariamo a dire «anche fossi una puttana o una ninfomane, sarebbe semmai una cosa di cui vantarmi» e solo dopo a precisare «comunque in questo caso non lo sono e non voglio essere approcciata sessualmente». Sicuramente è la via meno semplice, ma è l’unica via per vivere in un mondo finalmente liberato da questo mostruoso tabù e un mondo autenticamente non sessista.

*I termini irriverenti utilizzati in questo articolo devono intendersi come descrittivi, in chiave ironica, di stereotipi sociali e culturali i quali tendono a esercitare un’attrazione sulla [auto-]percezione e sui comportamenti degli individui, uniformandoli o ingabbiandoli nella ripetizione di pattern interattivi rigidi e condannandoli all’assunzione di ruoli sociali ben definiti.

Questo articolo è stato gentilmente scritto da girlsplaining, che non ci ha lasciato uno straccio di bio, ma che trovate su Instagram.

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girlsplaining

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[Guest Post] “Mi rivedo con altri occhi: i miei” di Caffeine Butt

Sono M. e sono un’esibizionista.
Pubblico online le mie foto di nudo (o quasi) dal 2007 e le scatto dal 2002.
La prima volta avevo 16 anni, era una sera d’inverno ed ero esageratamente vestita; la mia pelle aveva bisogno di evadere e io avevo bisogno di vedermi da un punto di vista che non fosse lo specchio. Quella sera è iniziato il mio lunghissimo rapporto con l’autoscatto. Per anni le foto sono rimaste più o meno segrete/private, poi sono state su MySpace, su blogspot, su alcuni forum di scambisti, su Tumblr e infine su Instagram.

Faccio parte di quel ristretto gruppo di persone molto più clemente con il mondo esterno che con se stessa e vedermi da un punto di vista esterno mi aiuta a rendere la mia immagine meno in attesa del mio stesso giudizio. Sono ben lontana dai canoni di bellezza più condivisi, ma con gli anni, osservandomi e fotografandomi, ho imparato a voler bene al mio corpo per come è e per le storie che ogni dettaglio può raccontare. Ho imparato anche a conoscerlo e riconoscerlo proprio grazie a ogni singolo particolare, quelli con i quali sono nata e quelli che riassumono le mie battaglie.
Quelle foto sono un momento in cui sperimento una sorta di corteggiamento verso me stessa: una sensualità solo mia e non diretta a nessun altro. Ma sono anche, e soprattutto, il momento in cui mi riapproprio di me e del mio corpo.

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Autoscatto, Caffeine Butt

A volte non ce ne accorgiamo nemmeno, ma di fatto apparteniamo più agli altri che a noi. Il nostro corpo è oggetto della famiglia, del lavoro, della società e di tutte le regole e consuetudini che lo governano. Il modo in cui ci muoviamo, in cui parliamo, in cui ci avviciniamo o allontaniamo dagli altri, in cui ci vestiamo, in cui decidiamo di mostrarci, viene continuamente sottoposto al giudizio degli altri. Fotografarmi in atteggiamento sensuale per me è un momento di conquista e riconquista di me stessa, in cui quindi da un lato mi corteggio e dall’altro mi riapproprio di un mio spazio – il mio corpo – che normalmente viene cannibalizzato da altri pezzi di me: mi levo i panni che di volta in volta indossa la me professionista competente, la me consulente, la me madre, la me amica, familiare, confidente. Nel momento in cui mi spoglio di ogni altra veste, più o meno letteralmente, posso semplicemente essere solo me stessa, con i miei desideri, le mie paure, le mie fragilità, fisiche e non. La scelta dell’intimo, della musica che mi accompagna, della luce, del momento o della posa da fermare, raccontano sempre una storia o un’emozione. Non c’è nessuna pretesa di artisticità, nè di qualità. Non mi ritengo una fotografa né una modella. Sono solo una donna che racconta se stessa, a se stessa, tramite la pelle.

Spesso chi vede le mie foto è convinto di vedere una persona molto sicura di sé, che si compiace del proprio aspetto. Non è così ma amo comunque mostrare il mio corpo, con quei pezzi che semplicemente esistono e hanno il diritto di esistere fuori dai vestiti. La prima volta in cui ho detto su Instagram di essere una madre di due bambini, sono arrivate molte critiche: «Non ti vergogni, da madre, di mostrarti così?».
Se sono così scrupolosa con il mio anonimato, sul non mostrare mai il volto, o alcuni dettagli riconoscibili, è proprio perchè domande come questa mi fanno capire che purtroppo non siamo ancora in una società pronta ad accettare che una donna possa essere una madre pur rimanendo una donna. Si tollera ancora poco (e molto male) la coesistenza dei ruoli di madre e lavoratrice, accettare che una donna possa essere anche femminile, sensuale, sessualmente attiva dopo i figli è davvero così assurdo? Un’altra critica che mi è stata mossa è: «Ti dichiari femminista ma sfrutti comunque armi di seduzione imposte da una società maschilista e machista, come l’intimo in pizzo, la depilazione, il make-up, il mostrarsi…» come se davvero gli ideali femministi di parità tra i generi, di richiesta di parità di diritti, di ricerca di indipendenza e rifiuto alla sottomissione, non fossero compatibili con una ceretta integrale o con un po’ di mascara. O ci spogliamo ammiccanti per compiacere gli uomini o ci copriamo con una camicia in flanella e abbondanti capelli bianchi per incarnare lo stereotipo della femminista, ogni via di mezzo è inammissibile. L’unico ruolo che posso avere da donna che si mostra nuda, a quanto pare, è quello di una stronza altezzosa in cerca di lodi, una mistress ninfomane, una repressa in attesa di dick pic.

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Autoscatto, Caffeine Butt

La verità, invece, è che rendere pubbliche le foto che mi scatto è solo uno stimolo a darmi un criterio (non troppo, non troppo poco, fare una selezione, avere un feed semi curato) ma ogni foto è lì principalmente per me. Non mi preoccupo troppo di ciò che pensa chi guarda perché non è il consenso ciò che cerco, solo uno spazio mio da condividere con chi si trova a suo agio in presenza di quell’aspetto di me. Chi mi segue da tempo, i più fedeli da anni – alla faccia della censura e degli account bannati – ha imparato un po’ a conoscermi grazie a lunghe conversazioni che amo portare avanti. Dopo un po’ arriva puntualmente il commento: “Non lo avrei mai detto ma sei una persona piacevolmente normale!”.
Non lo avrei mai detto nemmeno io.

La nostra misteriosa ospite di oggi, a cui sono grata per questo post, si fa chiamare Caffeine Butt su Instagram dove è ancora possibile trovarla finché censura non ci separi.

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Autoscatto, Caffeine Butt

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[Guest Post] “Femvertising: quando femminismo e capitalismo si incontrano” di Gohar

Il femminismo è diventato mainstream. È sotto il naso di tutti sotto forma di magliette, post su Instagram e creme antirughe, ma è davvero femminista?
È sempre più frequente imbattersi in campagne pubblicitarie all’insegna dell’empowerment, come l’ormai celeberrimo spot “Like a Girl” del marchio di assorbenti Always, o la pubblicità della Nike “Dream Crazier” a cui Serena Williams ha prestato la voce o, ancora, il recente “progetto autostima” di Dove, in cui viene lanciato un messaggio di body positivity che invita ad accettare e celebrare il corpo delle donne nelle sue diverse forme. Siamo nell’era del femvertising. Questa parola macedonia, che unisce le parole feminism (femminismo) e advertising (pubblicità) è nata dall’esigenza di dare un nome a questa pratica, sempre più diffusa, che consiste proprio nell’inserimento di idee, tematiche e vocaboli femministi nella sfera del marketing promozionale. Il femvertising nasce dall’incrocio tra femminismo e capitalismo e funziona perché il femminismo ha subito una crescente popolarizzazione, riflessa dai media. La rappresentazione mediatica del femminismo è sempre stata controversa, fin dai tempi della cosiddetta prima ondata femminista delle “suffraggette”, quando il ritratto che veniva fatto di coloro che rivendicavano il diritto di voto era quello di donne frustrate, acide e incapaci di trovare marito (perché brutte, perché vecchie o perché lesbiche*). Accanto all’immagine stereotipata della brutta femminista zitella, che persiste ancor oggi, però, è comparsa quella più gradevole della femminista fica, incarnata anche da personagge famose come Beyoncé, Emma Watson o Chiara Ferragni che si sono apertamente e pubblicamente dichiarate femministe. Il femminismo è diventato pop, passando dall’essere un’impronunciabile “F-Word” ad essere qualcosa che può essere esibito con vanto e orgoglio. Non stupisce dunque, che alcuni marchi abbiano fatto del femminismo una vera e propria bandiera, costruendo la propria identità e immagine aziendale attorno ad esso (senza mai nominarlo apertamente).

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Trifecta Poster Series Creator, Ollie Monti

Essendo abituati a ritratti pubblicitari impietosi di donne i cui unici interessi sembrano essere la cura della casa e della famiglia tradizionale, vedere immagini di donne che hanno interessi e personalità è sicuramente rassicurante e i racconti di donne che “ce l’hanno fatta” possono avere un impatto positivo e incoraggiante, ma possono anche contribuire alla creazione di rappresentazioni ingannevoli della realtà.
La maggior parte del femvertising si basa sulla narrazione di donne che ce l’hanno fatta (le cosiddette self-made women), affermandosi socialmente ed economicamente**. Così, le self-made women diventano spesso modelli da seguire per le acquirenti. Ma non sempre ce la puoi fare anche tu, o almeno non con tanta facilità. Questa retorica generalista, che prende come modello delle donne di successo, sembra essere completamente estrapolata dalla realtà politica, economica e sociale. Un aspetto fondamentale del femminismo è costituito dalla teoria del punto di vista (standpoint theory), che evidenzia l’importanza della posizione del soggetto che parla, in questo caso rappresentato dalla self-made woman in questione. Questa pratica è di importanza cruciale perché evita il rischio di pensare come universale il nostro punto di vista, che è sempre condizionato dalla realtà in cui siamo immersi. Una donna bianca, eterosessuale, di classe media che dice «se ce l’ho fatta io, tutte possono farcela» fa sorridere con un po’ di amarezza, perché – se è vero che ha superato le barriere del maschilismo – non ha dovuto combattere contro la stigmatizzazione che subiscono le donne non bianche, non eterosessuali e non benestanti. Insomma, il femminismo pop tende ad essere troppo individualista e troppo poco intersezionale.

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Typing Feminism Collaborative Project, Typing Feminism

Un’altra grande fetta del femvertising si focalizza sullo smantellamento degli stereotipi di genere ma, ironicamente, spesso ne riproduce degli altri. Ad esempio, molti prodotti all’insegna del girl power sono prodotti di bellezza che tendono a oggettificare i corpi delle donne. Sebbene la narrativa proposta sia più incentrata sulla cura del corpo che non sull’adesione all’ideale di bellezza, di fatto, rimane la convinzione che la bellezza debba essere un imperativo morale per le donne. Sebbene i criteri di ammissione al canone di bellezza a cui le donne sono socialmente sottoposte si amplino, dando spazio a corpi difformi dalla norma, la bellezza in sé sembra sempre restare un fattore di primaria importanza. Insomma, non devi per forza essere alta, magra e giovane, ora hai il permesso di essere bassa, grassa e di avere le rughe, però devi essere e sentirti bella. Quindi, la risorsa primaria delle donne resta il loro aspetto esteriore, a discapito della loro intelligenza. L’idea che il modo in cui il corpo delle donne appaia sia fondamentale è stata talmente tanto introiettata da essere percepita come normale, ma è un elemento di discriminazione di genere. Sebbene anche agli uomini sia richiesto di apparire piacenti, è molto raro che si parli di bellezza nelle pubblicità a loro dedicate. Sarebbe più costruttivo non richiedere alle donne di sentirsi belle comunque esse siano, ma mostrare loro che essere belle non deve necessariamente essere tra le loro priorità.

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Girl Gang, crochyayboxes

Oltre alla narrazione, già di per sé problematica, è bene ricordarsi quale sia l’intento della pubblicità. Sembra scontato ricordarlo, ma questa è una pratica commerciale, finalizzata a vendere un prodotto.
Mi è capitato di sentire un’influencer dire che l’obiettivo di Dove sia quello di «promuovere l’autostima, la sicurezza in sé stesse e valorizzare il corpo delle donne, qualunque siano la forma, il colore e l’aspetto di quest’ultimo». Questo messaggio è potente e costruttivo, ma sarebbe ingenuo pensare che l’obiettivo di Dove sia quello di aumentare l’autostima delle donne: Dove è un’azienda, il suo obiettivo è quello di vendere un prodotto. È lecito favorire quei marchi che fanno pubblicità femministe, decidendo di dare i propri soldi a loro piuttosto che a qualcun altro. Per farlo però bisogna chiedersi quanto sia genuina la loro adesione alla causa, analizzando quella che viene definita “trasparenza del marchio”. Bisogna, cioè, assicurarsi che l’attenzione alle politiche di genere non sia solo apparente ma si rifletta nelle politiche interne del brand e nelle sue pratiche economiche, per esempio accertandosi che le dirigenti donne ricevano uno stipendio pari a quello della controparte maschile. Non è sufficiente farsi portavoce di un messaggio contro la discriminazione per essere femministi. Perché un prodotto sia femminista non basta che ci sia scritto su di esso “girl power” né che la pubblicità si mostri femminista. Se vogliamo davvero comprare dei prodotti femministi, è necessario studiare la loro storia, e quindi la trasparenza del marchio, dell’azienda.
Insomma, prima di comprare quella maglietta fichissima con scritto “Girl Power”, assicuriamoci almeno che non sia stata cucita da donne sfruttate e sottopagate. Ricordiamoci che lo scopo dell’azienda è sempre quello di vendere un prodotto, ma non sempre quello di emancipare noi acquirenti né i produttori.

Note:
*Mentre gli insulti “brutte” e “vecchie” rinforzano l’idea che le donne debbano aderire a un determinato standard di bellezza, restando sempre giovani piacenti, lo stesso utilizzo della parola “lesbica” come fosse un insulto è un fatto di per sé problematico per ovvi motivi. In questo caso, l’idea di fondo è che una donna lesbica non segua semplicemente il proprio orientamento sessuale, ma si accontenti di stare con una partner dello stesso sesso perché incapace di conquistare un uomo. Questa narrativa rafforza l’eteonormatività perché rappresenta, di fatto, una negazione della stessa omosessualità, che viene vista come un ripiego.

**Un altro aspetto problematico di questa narrazione – che non è trattato per motivi di spazio – consiste proprio nell’indicare delle donne di successo come esempi di femminismo, come se essere socialmente, economicamente e politicamente affermate o avere una forte personalità siano di per sé sinonimi di adesione alla causa.

Gohar è dottoranda presso l’Università di Bologna. Si occupa di studi di genere e di femminismo contemporaneo. Il suo interesse è rivolto in particolare al femminismo pop, al post-femminismo e al femminismo neoliberale. La potete trovare su Instagram col nickname epentesi.

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Gohar

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[Guest Post] “Il cuore è un ologramma” di Polycarenze

“Troia, scegli o muori!”
Così mi minacciarono quando avevo quindici anni.
Va bene, non proprio così, più o meno: “troia, scegli o ti guadagnerai una gogna che ti farà rimpiangere di non aver posto fine al teatrino che hai messo su. Arriverai a scuola e sarà l’inferno. Arriverai a casa e sarà l’inferno. Puoi scegliere, eh. Puoi scegliere di NON scegliere.”
Insomma, a quindici anni ho tradito.
Entrai a capofitto nel mondo di quelle che ora chiamo Non Monogamie Non Etiche, anche se al tempo a malapena sapevo cosa significasse la parola etica.
Mi infatuai di due persone: prima una e, a distanza di qualche mese, l’altra. Tradii la prima con la seconda, poi tornai dalla prima e infine stetti con la seconda facendo soffrire tutti quanti e pure me stessa, che nel mentre venivo ricoperta da una montagna di merda e insulti sessisti da parte delle persone vicino a me.
Scelsi la monogamia per comodità e la mantenni forzatamente per quasi tre anni, perché fu quella che mi permise di liberarmi dalla gogna e di arrestare gli insulti, mentre nella mia testa si sovrapponevano immagini di triadi felici, amori combinati e relazioni esenti da gelosia.

Ho poco più di vent’anni e ogni giorno do voce alla mia inclinazione relazionale parlandone attivamente e rispondendo alle numerose domande di chi s’incuriosisce, sia sui social che nella vita reale.
Ho iniziato un pomeriggio, portando il mio fondoschiena a un poliaperitivo (aperitivo informale dove si discute di poliamore e non monogamie etiche), stanca di prendere porte in faccia da parte di persone mononormate, che mi identificavano unicamente con la mia non monogamia, non considerando tutto ciò che sono.

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Polycarenze e A. al Milano Pride 2019

Con questo non intendo mettere in cattiva luce la monogamia, bensì quella già citata mononormatività. Non definisco il poliamore una scelta necessaria, ma un’inclinazione, una filosofia che ho compreso non riuscendo ad adeguarmi agli standard mononormati di una società che, per definire una relazione Normale e Vera, la vuole gonfia di gelosia, di possesso nascosto nelle affermazioni «sono solo tua!», «sei solo mio!», di controllo e/o di monosessualità; d’altronde un* bi/pan+ sessuale è spesso considerat* un* potenziale traditore/traditrice.
Il poliamore non esclude che ci si possa innamorare di più persone e che, se dovesse succedere, le persone coinvolte riescano a gestire i propri sentimenti senza scenate di gelosia, né regole proibitive (tant’è che io preferisco chiamarli accordi).
Conosco poliamoros* che hanno deciso di relazionarsi in modo selettivo con una sola persona o di non relazionarsi. Questo non l* rende meno poly.
La questione, almeno per me, sta nel riconoscere come intraprendere più relazioni insieme stia contribuendo a una meravigliosa crescita personale.
Relazionandomi sia sentimentalmente che sessualmente con più di un partner, imparo come salire a compromessi e non come scendere a essi.
Imparo ad abbracciare i miei limiti, a baciarli sulla bocca e poi scoparmeli.
Proprio così: i miei limiti li scopo!
Ci faccio a pugni, ci faccio BDSM e poi li accetto.
Accetto che anche in una relazione poly possa capitare di provare gelosia, che l’importante non sia eliminarla per forza per ottenere il certificato di SuperPolyMan/Woman, ma imparare a razionalizzarla, capire le sue radici e non scaricarla sull’altr*.
Siamo influenzat* dalla cultura del possesso sin da quando siamo in fasce, tant’è che quando il poliamore viene contestato, la frase tipica rimane “non dividerei il/la mi* partner con nessun*!”.
Il/la partner non è un oggetto, ma una persona con esperienze pregresse, con un carattere, dei sentimenti e una capacità intellettuale e di decisione. È un soggetto attivo, che si può porre in un modo o in un altro a seconda di ciò che gli/le proponiamo.

C’è chi sarà curios* verso un modo nuovo di concepire le relazioni e vorrà provare ad abbracciare il poliamore per liberarsi dell’idea che la gelosia renda viva una storia d’amore.
C’è anche chi non ha questo desiderio e nemmeno ci ha mai pensato, perché consapevole di vivere una monogamia serena.
C’è chi ha tradito innumerevoli volte e passa da un tradimento all’altro ma rifiuta il poliamore perché, dopo una vita relazionale passata in modo non proprio etico, l’idea che si possa risolvere tutto con onestà e consenso sembra troppo stramba, e spesso perché si fa del male all’altr* ma non si vorrebbe soffrire per la stessa dinamica.

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Love has no limits, Robert Ashworth

Più rispettabili o meno, le situazioni sono tutte diverse.
Personalmente ammiro chi si spoglia in pubblico per indossare nuove vesti, anche a costo di restare nud* per un po’, patendo il disagio.
Per liberarsi di uno stereotipo, il disagio va attraversato.
Per questo sono orgogliosa quando mi sdraio in spiaggia con le gambe, le ascelle e l’inguine coi peli, superando il disagio fomentato da un’idea di bellezza secondo cui il corpo delle donne debba essere sempre liscio, tonico e depilato e così, nelle relazioni, stimo il mio partner primario che, dopo tanti anni di relazioni monogame con ragazze gelose e lui non da meno, ha deciso di scoprirmi, scoprirsi e mettersi in gioco per affrontare insieme un cammino diverso, immaginando che la strada sarebbe potuta essere tortuosa ma non per questo meno piacevole.
Vivo il mio poliamore giorno per giorno, consapevole di come le mie relazioni s’influenzino a vicenda, anche se non sono tutte collegate. Parlo a* mie* partner, loro parlano a me. Dialogo e confronto sono al vertice, sempre, a prescindere dal numero dei/delle partner.

Amore, onestà, comunicazione, rispetto e consenso non dovrebbero essere prerogative di una relazione non monogama.
Alcune persone intolleranti sono venute da me con la pretesa di insegnarmi ad amare, perché secondo loro non ne sarei in grado. Ho risposto che forse è da presuntuos* supporre di conoscere a 360 gradi quale sia il modo corretto di amare, quale sia la definizione corretta di amore.
A parlare di onestà, comunicazione, rispetto e consenso dovremmo essere tutt* concordi, ma trovo che l’amore sia un concetto malleabile, basti pensare alle esigenze di ogni singol*: chi preferisce le parole, chi invece i gesti.
Ognun* di noi dovrebbe abbracciare la propria definizione d’amore.
Io ho trovato la mia nel poliamore, nella razionalizzazione della gelosia e nell’accoglienza della compersione: un sentimento di benessere che si prova nel momento in cui un* dei nostr* partner si relaziona in senso sentimentale e/o sessuale con una persona che non siamo noi. A ciò ho deciso di dare il nome “cuore ad ologramma”: anche se si tagliasse in due parti, entrambe mostrerebbero il cuore nella sua interezza.

Polycarenze è un’attivista poliamorosa: la trovate su Instragram a divulgare informazioni ed esperienze sul suo profilo social.

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Polycarenze

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[Guest Post] “Il crimine di essere virili” di Mi Chiamo Maschio

Quei “veri maschi” che non sempre sono tossici.

Faccio un lavoro che mi costringe a passare molto tempo sui social e, a discapito di coloro che credono che ciò significhi “non fare nulla”, ogni giorno mi devo confrontare con il peggio dell’umanità, che si riversa nelle bacheche sotto forma di commenti frustrati.
In questi giorni uno in particolare ha catturato la mia attenzione. Sotto un articolo a sostegno delle tesi del neo femminismo, un uomo dichiarava polemico: «Avete reso la virilità un crimine».
Al di là di come la si pensi, devo ammettere che questo commentatore ha avuto una capacità di sintesi degna dei migliori copywriter. In poche parole ha espresso un concetto in realtà molto articolato.
Si tratta, in partenza, della solita lamentela del maschio/bianco/etero che, alla faccia della propria virilità (per l’appunto), non trova modo migliore per ribattere alle critiche che lagnarsi tutto il tempo in un pietoso quanto insopportabile vittimismo.
Alla pari di quegli etero che ancora hanno la spudoratezza di chiedere perché non esiste un “etero Pride”.
Ho però resistito alla repulsione iniziale e mi sono soffermato a riflettere meglio su quelle parole.

Perché quest’uomo ha sentito la propria virilità minacciata? È lui che non riesce a distinguere virilità e mascolinità tossica o sono le stesse donne che tendono a farle combaciare?
Ho provato a chiedere in giro e in effetti ho notato che c’è un po’ di confusione a riguardo. È il solito schema che si ripete ogni qual volta si cerca di smantellare un estremismo: più è esagerato il pensiero da abbattere, più si tende a esagerare a nostra volta e si finisce a dividere il mondo solo in bianco e nero e buonanotte alle sfumature.

Cosa significa essere virili? Un uomo che si definisce tale è automaticamente fautore di una mascolinità tossica? Quest’ultima è solo prerogativa di maschioni villosi? Un uomo mingherlino ed effeminato sarebbe di per sé già privo di ogni sospetto?
Chiaro che no. Virilità e mascolinità tossica son cose ben diverse, che possono certo convivere ma non necessariamente. Per dirla alla pari delle nostre maestre delle elementari: non dobbiamo sommare le mele con le pere.

Dunque che cos’è la virilità?

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Un’idea di virile, Abby Savage

Pensandoci ho individuato tre elementi che contribuiscono alla definizione, che hanno manifestazioni più o meno evidenti e, per quanto mi riguarda, anche valori diversi. Di per sé, però, non hanno nemmeno un disvalore.
In pratica non sono caratteristiche automaticamente negative o positive, esattamente come la virilità in toto.
Parlo della forza/grettezza fisica, del coraggio e della potenza sessuale.
Se la prima è subito evidente al primo sguardo, per le altre due occorre una conoscenza più intima e basta anche solo una delle tre per far dire «quello è proprio un uomo virile!».
Sull’ultima in particolare è meglio precisare una cosa: con “potenza sessuale” intendo la capacità di dare piacere al/la partner, non certo di dominare senza consenso. È chiaro che solitamente è una caratteristiche che si attribuisce a chi detiene il ruolo attivo ed è incarnata dall’immagine del pene in erezione, ma non avrei problemi a dare lo stesso titolo anche a un uomo passivo. Dopotutto, come direbbe Busi, «ci vogliono le palle per prenderlo nel culo».
Allo stesso modo queste stesse caratteristiche sono tranquillamente utilizzabili anche per le donne, e lo si fa in realtà, ma difficile che venga usata proprio la parola “virile”, si preferisce piuttosto dire anche per loro «quella è proprio una con le palle!», utilizzando un’espressione infelice, intrisa di retaggi maschilisti, che hanno provocato un vero e proprio buco lessicale.

Come si combinano quindi virilità e mascolinità tossica?

La mascolinità tossica abusa della virilità come un eroinomane della droga. Prende queste caratteristiche e le porta all’esagerazione declinandole in chiave sessista, omofoba e trans-fobica, aggiungendo inoltre atteggiamenti che non sono affatto virili, come la prevaricazione, la discriminazione, l’insulto, la violenza…
Un maschio tossico è colui che crede che la propria essenza di uomo risieda unicamente nella propria virilità, che senza di questa non sia più nulla. Da qui l’esigenza di difenderla a tutti i costi, di non permettere alcuna eccezione, di non rischiare di metterla in gioco mostrandosi in modo diverso da quello che gli è stato detto essere “un vero maschio”.
Il problema però non risiede nella virilità in sé. Essere forti, rudi, muscolosi, coraggiosi, temerari o potenti in campo sessuale non sono certo cose per cui un uomo debba vergognarsi.
E al contempo non lo è essere attratti da queste caratteristiche.
Se vogliamo vederla in chiave più semplicistica, la virilità è uno strumento, è l’uso che se ne fa che ci definisce. E non è nemmeno necessaria per comportarsi da veri stronzi.
Un uomo può essere un bullo misogino e sessista pesando 50 chili, essendo impotente e nascondendo la propria codardia dietro lattine di birra, rutti e partite di calcio.
Non sarà un esemplare così diffuso, ma esiste, credetemi.

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Supereroi, Craig Mclachlan da Unsplash

Il vero crimine, quindi, è pensare che un uomo virile sia di per sé un maschio tossico senza avergli dato la possibilità di farsi conoscere. Il crimine è indottrinare i giovani uomini drogandoli con pillole avvelenate di virilità. Il crimine è pensare che la nostra virilità sia così importante da doverla difendere a tutti i costi. Criminale è attuare nuove discriminazioni quando si tenta di debellare quelle vecchie.

Dobbiamo in fondo essere tutt* più virili e avere il coraggio di non farci tentare dalle semplificazioni, di salvaguardare sempre le sfumature, che senza di quelle l’arcobaleno sarebbe solo una sbavatura del cielo.

Potete seguire Mi Chiamo Maschio sulla sua pagina Instagram, dove condivide le sue riflessioni con uno stile accattivante e inconfondibile.

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Mi chiamo maschio, logo

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Intervista ribelle a Sara Silvera Darnich

Tornano le “Interviste ribelli” di agit-porn nelle quali ci confrontiamo con persone che secondo noi vivono e comunicano in modo dissidente e resiliente: oggi tocca a Sara Silvera Darnich.

Sara Silvera Darnich:
da studentessa incompresa a educatrice resiliente

Mi viene difficile descrivere Sara e restituirvi un suo ritratto esaustivo, perché è una persona con così tanti interessi, passioni e competenze che se mi dimenticassi qualcosa, sentirei di farle un torto. Ho deciso quindi di introdurvi subito a questa interessantissima intervista che ha rilasciato ad agit-porn.
Buona lettura!

Mi hai raccontato che qualcun* ti ha chiesto come mai nella tua bio su Instragram non hai scritto di essere femminista. Mi piacerebbe se condividessi con le lettrici e i lettori di agit-porn la risposta che hai dato a me e come si è sviluppata la tua coscienza femminista, se in modo consapevole e strutturato o in modo casuale.
Io non mi definisco femminista esattamente come non mi definisco a favore dei diritti umani, antifascista, antirazzista e antisessista, semplicemente lo sono.
Tutto di me dice che sono femminista: il tipo di riflessioni che faccio, i libri che leggo, i progetti che supporto, le battaglie che combatto. Non sono sempre stata femminista, anzi, per tutta la mia vita ho avuto atteggiamenti maschilisti; ho un intero ossario nell’armadio: dal bodyshaming, alle battute sessiste ai danni di varie categorie di donne dalle cosplayer alle attiviste di nudo, alle modelle. Insomma, mi credevo molto figa e molto intelligente invece ero una mitraglietta di minchiate. Potessi tornare indietro mi prenderei a ceffoni ma ho deciso di riparare ai miei errori basando la mia personale idea di femminismo sulla collaborazione attiva: mi piace supportare i progetti e le battaglie di altre donne e promuovere il lavoro di squadra e non la competizione. Sono molto soddisfatta di quello che sono ma soprattutto sono l’esempio vivente che nella vita si può sempre smettere di essere imbecilli: un po’ come Homer quando diceva: “Non sono gay ma posso imparare!”.

Preferisci non mostrare il tuo corpo svestito, salvo una foto in cui indossi un abito che ti lascia scoperta la schiena, ma hai collaborato e continuerai a collaborare con il progetto “I am naked on the Internet” di Miss Sorry. Come nasce questa cooperazione e di che natura sono e saranno i tuoi contributi?
Penso sia fondamentale supportare persone che combattono le nostre stesse battaglie, soprattutto se il loro mezzo di espressione è diverso dal nostro. Del progetto “I am Naked on the Internet” mi sono innamorata subito così come della personalità di Miss Sorry: sono stata contattata dopo che ho parlato sul mio profilo della sessualizzazione del corpo dei bambini. Sul sito porterò il mio contributo pedagogico su temi come il corpo e la sessualità dei bambini che sono affini a quelli trattati dal progetto fotografico di “I am Naked on the Internet” riguardo la sessualità e il corpo degli adulti.

Il non mostrarti parzialmente o totalmente nuda è una scelta o piuttosto una condizione per te naturale? Che rapporto hai col tuo corpo?
Io non mi spoglio online ma amo stare nuda a casa mia, lontano da occhi estranei, vivo molto a mio agio la nudità soprattutto nella quotidianità con il mio fidanzato.
Il fatto di non mostrarmi nuda rappresenta alla perfezione il mio carattere: sono una comunicatrice nata, ma sono una persona estremamente riservata. È difficile crederlo perché il mio modo di comunicare si basa sul racconto della mia esperienza personale, anche se di fatto non racconto quasi niente di quello che accade nella mia vita offline e, per quanto una persona si racconti anche parzialmente online, non equivale a conoscere approfonditamente la sua storia. Attualmente ho un ottimo rapporto con il mio corpo ma non è sempre stato così: ho subito bodyshaming e per anni l’immagine riflessa nello specchio era il frutto di una fantasia malata che si immaginava deformità e rotolini dove non c’erano. Spesso è stato difficile vedermi per ciò che ero realmente perché il mio peso era troppo o troppo poco a seconda della persona che mi trovavo davanti. A fare la differenza è stata soprattutto una rete di relazioni affettive sane: da Fausto, il mio fidanzato, che si è sempre rifiutato di considerare difetti quelle parti del corpo che ritenevo tali, fino ad arrivare alle persone che mi circondano online e offline che rifiutano il sessismo, il bodyshaming e l’ossessione per il corpo normato dai media.

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“Sarettina”, Fausto Chiodoni

Da poco è uscito un tuo articolo per Clitoridea in cui parli di peli. Come mai eri ossessionata dalla depilazione (intendo anche prima della cura cortisonica che ti ha causato irsutismo)? Volevi aderire a uno standard di bellezza oppure provavi un’innata repulsione per la peluria?
Credo che la mia ossessione per la depilazione sia nata con il giudizio degli altri. Non mi sono mai fatta problemi riguardo il mio corpo, le mie origini straniere o il mio modo di fare le cose finché non è arrivato il confronto con l’Altro. Lo stereotipo della “donna glabra” è uno dei più devastanti sulla psiche delle donne more come me, soprattutto se circondate da coetanee bionde o castane chiare: vivi costantemente commenti sinceramente stupiti di compagne e compagni che ti dicono: “Ma tu hai peli!” come se fosse una cosa anormale, quando per una donna con la mia storia genetica e medica lo è perfettamente. I miei peli, il taglio dei miei occhi, il mio cognome urlavano solo una cosa: “Tu sei diversa!” in un periodo della vita come l’infanzia dove tutto ciò che desideri è essere uguale agli altri. Mi sono a lungo interrogata sul mio rapporto con la depilazione, soprattutto su quanto lo standard di bellezza abbia influito sul mio desiderio di avere una pelle liscia. Ora che ho 28 anni penso che mi piaccia la sensazione di avere un corpo liscio e mi piace depilarmi esattamente come mi piace mettermi il rossetto o portare i capelli lunghi. È cambiato lo sguardo sulla depilazione: prima mi depilavo perché la mia repulsione era dettata dal desiderio di voler aderire a uno standard di bellezza, quest’anno, per la prima volta la decisione di depilarmi o meno è una scelta consapevole.

Nel tuo lavoro di educatrice ti capita di dover parlare di sessualità alle bambine e ai bambini? Lo fai liberamente o prima ti confronti col gruppo insegnanti e con le famiglie interessate?
Questo è un tema estremamente delicato che fa entrare in gioco diverse “forze” come il limite, la professionalità, la deontologia e la personalità dell’educatore. Personalmente mi è capitato molto raramente che i bambini mi facessero domande specifiche sul sesso perché al nido e alla scuola dell’infanzia non sono temi comuni. Io ho delle convinzioni in merito alla spiegazione della sessualità nei bambini ma non posso imporle alle famiglie. Se mi trovo davanti un bambino di famiglia religiosa o che ha vedute differenti dalle mie non posso assolutamente mettere a repentaglio l’alleanza tra scuola e famiglia e dare al bambino informazioni diverse da quelle che i suoi genitori hanno detto, perciò – se dovessi ricevere una domanda sulla sessualità da parte di un* dei bambin* – cercherei immediatamente di rispondere strategicamente con un’altra domanda: “Cosa ti hanno detto i tuoi genitori?”, poi ne parlerei con l’équipe di collegh* e insieme a loro con i genitori per sapere come procedere su una linea comune. Per quanto mi riguarda l’unico tema sul quale non sento di dovermi confrontare con i genitori è la discriminazione: nella mia concezione di educazione sono rispettati tutti gli orientamenti sessuali e tutti i generi. Se un genitore si dimostrasse omofob*, non potrei sostenere la sua tesi e, nel caso, insieme all’équipe, chiederei il parere sia ai miei coordinatori che al responsabile del servizio ma non voglio assecondare insegnamenti che dicano a un bambino che certi amori valgono meno o che sono contronatura.

Su Instagram curi delle rubriche sui libri che leggi, concentrandoti principalmente su distopie e horror. In alcune stories hai parlato dell’importanza della paura e dell’orrore nella narrativa per l’infanzia: anche io ho notato che favole e cartoni animati contemporanei sono edulcorati rispetto a 15/20 anni fa. Secondo te come mai questa scelta e quali sono le ripercussioni sulla Società? Il tentativo di “protezione a ogni costo” e in senso lato non è forse lo stesso che esercitano anche i social media sulle persone, fallendo miseramente?
Sono molto critica su questo fronte, perché sono fermamente convinta che rendere più edulcorati i contenuti per bambini sia controproducente per la loro l’educazione emotiva. Penso che esporre i bambini a piccole dosi di paura, tristezza, frustrazione e rabbia permetta loro di conoscerne i meccanismi e di declinarli secondo la propria individualità: se imparo fin da piccol* come mi arrabbio, come divento triste, cosa mi fa paura e in che modo mi spavento, quando queste forze mi coglieranno fuori da luoghi protetti e all’improvviso, avrò gli strumenti necessari per fare fronte a questa situazione destabilizzante, semplicemente perché ne ho già fatto esperienza insieme ai miei genitori, ai miei insegnati e ai miei coetanei. Un/a bambin* che non riesce a dare forma al proprio universo interiore diventa preda delle proprie emozioni, ne viene sopraffatt*. Sui social si sta facendo lo stesso: per “proteggere” i propri utenti (ma di fatto i propri investitori) si bollano come “forti”, “violenti”, “controversi” temi e contenuti che trattano di attualità e sessualità senza fare un vero e proprio ragionamento su di essi. Penso al messaggio che può arrivare agli adolescenti che si approcciano per la prima volta ai social: un corpo nudo che viene censurato sempre significa che è sempre sbagliato, quando di fatto ci sono mille sfumature tra un corpo nudo mostrato in un video porno e uno di revenge porn, di chi si mostra nud* per attivismo o per fini artistici e di chi viene mostrat* nud* contro la sua volontà. È una semplificazione devastante che non educa il senso critico di nessun*.

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Sara Silvera Darnich

Sei un’appassionata del mondo animale, ti sarebbe piaciuto fare la zoologa e più nello specifico la chirotterologa: come sei approdata alla pedagogia? Riesci a portare questa tua grande passione in campo educativo per raccontare e cercare di spiegare il mondo alle bambine e ai bambini con cui lavori?
Sono approdata alla pedagogia per rabbia: dopo due bocciature ero arrabbiata per i torti subiti a scuola dagli insegnanti, ero scontenta del sistema scolastico e, preda di un delirio di onnipotenza, desideravo diventare una sorta di “Vigilante dell’educazione” che sbaragliava i crimini della cattiva pedagogia. Fortunatamente al delirio è subentrata la ragionevolezza e il mio lavoro mi ha guarito da tutta l’inquietudine rendendomi un essere umano equilibrato. Amo profondamente il mio mestiere e sono riuscita a trovare il modo di coniugare la mia passione per il mondo animale con la mia professione: spesso mi piace insegnare ai bambini il rispetto degli animali raccontando loro come funzionano, come si comportano e che ruolo ricoprono all’interno dell’ecosistema.

In età adulta hai scoperto di essere una persona disprassica, cosa ha comportato questa notizia per te e perché hai deciso di fare divulgazione a riguardo?
Ogni volta che racconto della mia diagnosi tardiva le persone fanno sempre la stessa osservazione: “Deve essere stato terribile scoprire di avere un disturbo da adulta!”.
In realtà per me scoprire di essere disprassica è stata la cosa più bella della mia vita: ho potuto fare finalmente pace con una parte molto dolorosa del mio passato scolastico e ho avuto le indicazioni cliniche necessarie per migliorare gli aspetti della mia esistenza che ancora rappresentano una difficoltà.
Ho deciso di fare divulgazione per informare non solo riguardo il mio disturbo e su cosa significa conviverci tutti i giorni, ma sopratutto per mostrare uno sguardo diverso sulla disabilità: non come limite ma possibilità.

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“Sara”, Fausto Chiodoni

Quali sono i progetti a cui stai lavorando al momento e che ti vedranno coinvolta prossimamente? Arriveranno novità anche sulla tua pagina di Instragram?
Al momento sto lavorando ad alcuni progetti editoriali…. ma non posso dire ancora niente. Sarò relatrice al convegno organizzato da Ad&F (Associazione Disprassia e Famiglie) del 6 Settembre prossimo dove interverrò come professionista dell’educazione e disprassica. Inoltre sto lavorando alla seconda “edizione” del mio personale progetto di maglieria “Como el Pato” che vuole mostrare attraverso il lavoro a maglia come una persona con disabilità invisibile possa superare i limiti della propria diagnosi.

Spero che grazie a questa intervista, voi agitatrici e agitatori, vi siate incuriosit* rispetto alle tematiche toccate e ai progetti citati; per approfondimenti e ulteriori curiosità Sara avrà piacere di rispondervi se la contatterete sul suo profilo Instagram @sarai_sanguedidrago

Claudia Ska

Buy Me a Coffee at ko-fi.com