[Guest Post] “Mi rivedo con altri occhi: i miei” di Caffeine Butt

Sono M. e sono un’esibizionista.
Pubblico online le mie foto di nudo (o quasi) dal 2007 e le scatto dal 2002.
La prima volta avevo 16 anni, era una sera d’inverno ed ero esageratamente vestita; la mia pelle aveva bisogno di evadere e io avevo bisogno di vedermi da un punto di vista che non fosse lo specchio. Quella sera è iniziato il mio lunghissimo rapporto con l’autoscatto. Per anni le foto sono rimaste più o meno segrete/private, poi sono state su MySpace, su blogspot, su alcuni forum di scambisti, su Tumblr e infine su Instagram.

Faccio parte di quel ristretto gruppo di persone molto più clemente con il mondo esterno che con se stessa e vedermi da un punto di vista esterno mi aiuta a rendere la mia immagine meno in attesa del mio stesso giudizio. Sono ben lontana dai canoni di bellezza più condivisi, ma con gli anni, osservandomi e fotografandomi, ho imparato a voler bene al mio corpo per come è e per le storie che ogni dettaglio può raccontare. Ho imparato anche a conoscerlo e riconoscerlo proprio grazie a ogni singolo particolare, quelli con i quali sono nata e quelli che riassumono le mie battaglie.
Quelle foto sono un momento in cui sperimento una sorta di corteggiamento verso me stessa: una sensualità solo mia e non diretta a nessun altro. Ma sono anche, e soprattutto, il momento in cui mi riapproprio di me e del mio corpo.

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Autoscatto, Caffeine Butt

A volte non ce ne accorgiamo nemmeno, ma di fatto apparteniamo più agli altri che a noi. Il nostro corpo è oggetto della famiglia, del lavoro, della società e di tutte le regole e consuetudini che lo governano. Il modo in cui ci muoviamo, in cui parliamo, in cui ci avviciniamo o allontaniamo dagli altri, in cui ci vestiamo, in cui decidiamo di mostrarci, viene continuamente sottoposto al giudizio degli altri. Fotografarmi in atteggiamento sensuale per me è un momento di conquista e riconquista di me stessa, in cui quindi da un lato mi corteggio e dall’altro mi riapproprio di un mio spazio – il mio corpo – che normalmente viene cannibalizzato da altri pezzi di me: mi levo i panni che di volta in volta indossa la me professionista competente, la me consulente, la me madre, la me amica, familiare, confidente. Nel momento in cui mi spoglio di ogni altra veste, più o meno letteralmente, posso semplicemente essere solo me stessa, con i miei desideri, le mie paure, le mie fragilità, fisiche e non. La scelta dell’intimo, della musica che mi accompagna, della luce, del momento o della posa da fermare, raccontano sempre una storia o un’emozione. Non c’è nessuna pretesa di artisticità, nè di qualità. Non mi ritengo una fotografa né una modella. Sono solo una donna che racconta se stessa, a se stessa, tramite la pelle.

Spesso chi vede le mie foto è convinto di vedere una persona molto sicura di sé, che si compiace del proprio aspetto. Non è così ma amo comunque mostrare il mio corpo, con quei pezzi che semplicemente esistono e hanno il diritto di esistere fuori dai vestiti. La prima volta in cui ho detto su Instagram di essere una madre di due bambini, sono arrivate molte critiche: «Non ti vergogni, da madre, di mostrarti così?».
Se sono così scrupolosa con il mio anonimato, sul non mostrare mai il volto, o alcuni dettagli riconoscibili, è proprio perchè domande come questa mi fanno capire che purtroppo non siamo ancora in una società pronta ad accettare che una donna possa essere una madre pur rimanendo una donna. Si tollera ancora poco (e molto male) la coesistenza dei ruoli di madre e lavoratrice, accettare che una donna possa essere anche femminile, sensuale, sessualmente attiva dopo i figli è davvero così assurdo? Un’altra critica che mi è stata mossa è: «Ti dichiari femminista ma sfrutti comunque armi di seduzione imposte da una società maschilista e machista, come l’intimo in pizzo, la depilazione, il make-up, il mostrarsi…» come se davvero gli ideali femministi di parità tra i generi, di richiesta di parità di diritti, di ricerca di indipendenza e rifiuto alla sottomissione, non fossero compatibili con una ceretta integrale o con un po’ di mascara. O ci spogliamo ammiccanti per compiacere gli uomini o ci copriamo con una camicia in flanella e abbondanti capelli bianchi per incarnare lo stereotipo della femminista, ogni via di mezzo è inammissibile. L’unico ruolo che posso avere da donna che si mostra nuda, a quanto pare, è quello di una stronza altezzosa in cerca di lodi, una mistress ninfomane, una repressa in attesa di dick pic.

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Autoscatto, Caffeine Butt

La verità, invece, è che rendere pubbliche le foto che mi scatto è solo uno stimolo a darmi un criterio (non troppo, non troppo poco, fare una selezione, avere un feed semi curato) ma ogni foto è lì principalmente per me. Non mi preoccupo troppo di ciò che pensa chi guarda perché non è il consenso ciò che cerco, solo uno spazio mio da condividere con chi si trova a suo agio in presenza di quell’aspetto di me. Chi mi segue da tempo, i più fedeli da anni – alla faccia della censura e degli account bannati – ha imparato un po’ a conoscermi grazie a lunghe conversazioni che amo portare avanti. Dopo un po’ arriva puntualmente il commento: “Non lo avrei mai detto ma sei una persona piacevolmente normale!”.
Non lo avrei mai detto nemmeno io.

La nostra misteriosa ospite di oggi, a cui sono grata per questo post, si fa chiamare Caffeine Butt su Instagram dove è ancora possibile trovarla finché censura non ci separi.

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Autoscatto, Caffeine Butt

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[Guest Post] “Trucco death proof” di Urfidia

Il mio lavoro consiste nel preparare le salme. Sono una tanatoesteta, mi occupo, dunque, di toeletta mortuaria, vestizione, cosmesi funeraria e ricostruzione. Quotidianamente, col mio piccolo e selezionato pubblico, su Intagram parlo del mio lavoro e avvio riflessioni inerenti l’ambito funebre e la morte. Chi mi segue sa che tratto determinati argomenti, invece qui ho quasi timore di spaventare, perché so bene quanto questi costituiscano tabù, tanto che, spesso e volentieri, con gli sconosciuti nicchio. Non è ipocrisia, è più una questione di rispetto: non tutti sono curiosi, non tutti vogliono sapere, molti ne rimangono sconvolti. Il punto è che vorrei abbattere il tabù della morte, ma con dolcezza. Vorrei che al ribrezzo iniziale seguissero la comprensione, la gentilezza, l’amore. E pur sapendo che il pubblico di agit-porn è curioso, attento e vario, continuo a nutrire il timore della repulsione che l’argomento suscita nei più.

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Una camera mortuaria, Urfidia

Esistono nella vita di tutti noi dei riti di passaggio, ce ne sono due che sono fondamentali (oltre che fondanti per la nostra esistenza): il primo è la nascita e l’ultimo è la morte. Sono delle chiavi di volta esistenziali, perché ci definiscono, costituiscono l’inizio e la fine, ci costituiscono come dei viventi, ma anche come dei morenti. Insomma parlare della morte non dovrebbe essere un tabù, dovrebbe essere naturale, così come lo è parlare di nascita e di parto. Ora qui cercherò di non dilungarmi troppo sul tabù della morte in sé, quanto sul tabù del corpo morto, del cadavere.
Quando parliamo di “corpo” lo intendiamo quasi sempre nella sua forma smagliante, lo immaginiamo immediatamente tonico, slanciato, abbronzato, atletico, caldo, insomma bello*. Il corpo dei morti si contrappone a tutto ciò: le salme sono immobili, esangui, maleodoranti, gli occhi spenti, gli arti freddi.
Quando pensiamo al “corpo” scartiamo in automatico ciò che non ci piace: la malattia, la disabilità fisica, la rigidità cadaverica; è una reazione naturale, innata, siamo vivi e pensiamo ai vivi, ai sani, verissimo (però ai morti chi ci pensa?). È una reazione che è anche mediata dalla cultura in cui siamo cresciuti e mi viene subito in mente “Cecità” di Saramago. Se vivessimo in una società dove tutti gli individui sono paraplegici, nel pensare a un corpo lo immagineremmo ovviamente come paraplegico e sarebbe bizzarro quello nato “non paraplegico”. Bisogna sempre porre attenzione al punto di vista da cui si guardano le cose, bisogna sempre sforzarsi un po’ di più per trovare la voglia e la forza di cambiare prospettiva, vincere la paura dello sconosciuto e alzare l’asticella della comfort zone. Ecco perché sono qui a scrivervi, coi miei evidenti limiti, con le mie difficoltà.

La prima volta che si tocca un cadavere fa un certo effetto, perché come viventi siamo abituati a relazionarci con altri corpi vivi. E a volerla dire tutta in termini filosofici il nostro corpo, il nostro esistere, è legittimato proprio dalla moltitudine degli altri corpi, dalla comunità corporea di cui facciamo parte. Corpi viventi che si muovono nello spazio, nel tempo e a un tratto, quasi per caso, prima o poi la morte sopraggiunge a imporre di arrestarsi.
Cessa il battito cardiaco, la respirazione, l’attività neurale e non esistiamo più; eppure quello che era il nostro corpo è fisicamente ancora lì, tra i vivi. Lo piangono gli amici e i parenti. Lo piangono senza trovare una giustificazione, senza avere una consolazione. È qui che il mio lavoro diventa fondamentale per l’elaborazione del lutto; non esiste una morte uguale a un’altra, sono tutte uniche, irripetibili, esattamente come il momento della nascita. Esattamente come i corpi tutti asimmetrici, tutti diversi, tutti bellissimi capolavori genetici: siamo unici. Sono pochi quelli che se ne vanno nel sonno, pochi quelli che “sembra stia dormendo”, ma l’intervento del tanatoesteta mira proprio ad ottenere questa resta finale.
Laddove ci sia un volto deturpato dalle sofferenze della malattia, punta a restituirne l’originale serenità ai suoi familiari, perché possano riconoscerlo e così realizzare che non c’è più; perché possano salutarlo con dignità e rispetto.

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Skull, Mathew Macquarrie

Il riconoscimento del defunto è fondamentale per avviare il processo del lutto, serve al nostro cervello per registrare un dato incontrovertibile: da questo momento in poi, questa persona, per noi così importante e così amata, non sarà più parte del nostro presente, e men che meno del nostro futuro. Questa persona vivrà solo nel nostro passato, nei nostri ricordi.
Succede spesso che dopo il mio intervento i parenti più stretti, vedendo nuovamente la salma, esclamino: “Eccoti, ora sei tu!” oppure “Eccolo il mio (nome del malcapitato)”. Nella disgrazia, queste esternazioni mi confermano quanto sia importante un lavoro portato a termine bene, quanto sia necessario per chi resta poter riconoscere chi se n’è andato. È l’inizio dell’accettazione, viene registrato un dato doloroso, ma vero, lo stiamo vivendo, lo stiamo toccando, lo stiamo vedendo e lo stiamo ascoltando.
Il silenzio.
Siamo in questo silenzio assordante.
Nelle città in cui siamo ormai abituati a vivere il silenzio non esiste, c’è sempre un qualche rumore di sottofondo. Così non sappiamo più stare nel silenzio, quasi ci spaventa.
C’è bisogno di silenzio, tempo e spazio per affrontare un lutto, e c’è stato veramente un momento storico in cui tutto ciò veniva rispettato e salvaguardato – a partire dalla veglia funebre, passando per gli abiti a lutto e il rinfresco dopo la cerimonia o, in alcune culture, dopo un tot di giorni, a segnare la ripresa delle normali attività quotidiane. Il dolore si prendeva il suo spazio, lo affrontavamo, ma non come un nemico, tutt’al più come qualcosa di normale, di lecito, di giusto. La società italiana (o più in generale quella occidentale), per come è attualmente concepita, non lascia tregua: il dolore non fattura, non produce, non acquista. Il dolore non ci permette di essere degli obbedienti consumatori e da qui è un attimo a farlo scomparire: ti fa male qualcosa? C’è l’antidolorifico. Ti senti giù? C’è l’antidepressivo. Tu compra e starai bene. E così ci perdiamo lungo la via, sempre più lontani dalla nostra vera natura; una davvero ricca e generosa natura, che non contempla mai solo la felicità, l’euforia, bensì bilancia la caterva di informazioni e di emozioni che siamo in grado di memorizzare e sentire e ci regala l’equilibrio instabile della vita. Non si può stare realmente bene se non si accetta e se non si vive anche la sua controparte.
Il tabù della morte e del dolore si sono ovviamente allargati, coinvolgendo anche i corpi, così fatichiamo a vedere i cadaveri, ci fanno senso e ribrezzo – potremmo dire che anche questo è naturale e atavico, ma solo quando il processo di decomposizione è già avviato. Nessuno correrebbe mai ad abbracciare una carogna (la vista e l’olfatto sono i sensi più coinvolti e ci fanno scappare via a gambe levate), ma poter salutare qualcuno di caro che è appena deceduto è assolutamente un “fattore umano”. La ritualità e la sacralità del momento del saluto è stata presente in ogni civiltà umana, dalla più basica alla più complicata.
Oggi questo rispetto, questa restituzione della dignità umana sembra essere sempre di più relegato a una semplice parola: condoglianze. E cerchiamo di dimenticare in fretta, lo mettiamo via in un angolino, magari anche chiuso a chiave così si sta più sereni.
Il rispetto dell’essere umano passa anche dalla dignità, la dignità di un saluto, di una sepoltura. E nei giorni in cui si preferisce un corpo annegato a un corpo salvato, penso sia importante riflettere su quanto poco empatica e umana sia la società in cui viviamo, su quanto viviamo dissociati.
I corpi in mare non sono numeri, ma fratelli con una storia da raccontare, con famiglie e affetti da riabbracciare. Chiudete gli occhi e immaginate un corpo gonfio d’acqua, gli occhi bianchi, lo strato superiore della pelle che si sfalda, immaginate i pesci che banchettano e chi aspetta a casa una telefonata. Provate a immaginare di restare a galleggiare nel Mediterraneo così, senza nome, senza dignità, senza pace.

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altarino, Charlie Deets

Anche per questo lavorare nell’ambito funebre è per me catartico: perché la morte, per quanto a volte sia ingiusta, toglie di mezzo qualsiasi barriera precostituita. Un cadavere è un cadavere, va rispettato, gli si restituisce la dignità umana sino alla fine. Non importa cosa sia stato in vita; non importa più la sua nazionalità, il suo reddito, il suo credo religioso, il colore della pelle. Un anziano, un ricco, un povero, un infelice, un fortunato sono tutti uguali, esattamente come lo sono al momento della nascita.
Le nostre care pietre di volta che restituiscono il giusto equilibrio al mondo.

* [Nda] Vorrei spiegare meglio cosa intendo veramente dire con queste parole. Siamo figli della cultura attuale, il nostro giudizio estetico è, per forza di cose, legato a quello inculcato dalla cultura dominante, pertanto ben vengano la body-positivity e l’inclusività, ma cerchiamo di essere sinceri con noi stessi: quando fantastichiamo su un corpo vivo, lo immaginiamo “bello e sano”. “Bello e sano” come ce lo propongono i mass media, non perchè siamo cattive persone, ma perchè abbiamo delle connessioni neurali funzionanti che ci riportano il mondo in cui viviamo. E, nel mondo in cui siamo, le cosiddette modelle curvy sono ancora un’eccezione, non la norma, così come anche i corpi disabili sono implicitamente considerati difettosi, mancanti, perché diversi dallo standard sopra indicato.

Potete seguire @urfidia sul suo account Instagram, cosa che vi consiglio vivamente di fare.

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Urfidia

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Lo faccio in pubblico: parlare di sesso

Se sei una donna e parli pubblicamente di sesso forse ti sarà capitato di trovarti in condizioni sgradevoli: dick pic (foto di peni) non volute, ricezione di messaggi in cui ti è stato proposto di fare sexting, richieste di invio di foto in cui sei nuda o di alcune parti del tuo corpo scoperte (generalmente seno, sedere e/o genitali), fino alle proposte di prestazioni sessuali a pagamento, talvolta anche messaggi accusatori e offensivi, che più sovente arrivano quando rispondi con sarcasmo, in modo assertivo o con rabbia, perché un rifiuto genera frustrazione nell’interlocutore, che invece di metterselo in saccoccia e tornare al suo posto, attacca, come fanno le bestie quando si sentono minacciate. Uso il maschile perché queste situazioni mi sono capitate esclusivamente con maschi di varie età: dai giovanissimi (addirittura presunti pre-adolescenti) a uomini attempati.

Se non sei una donna o non ti senti tale, ma ti è capitato quanto ho descritto sopra con un sesso o un altro, non importa, questo articolo ti riguarda ugualmente.

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Pare che “no” sia una risposta che le persone non vogliono proprio ricevere e per cui l’unica replica possibile sembri l’accusa, la denigrazione, l’offesa. “No” è la prima parola che impariamo a dire per separarci da qualcun* e/o qualcosa, afferma un primo passo verso la scelta e l’autodeterminazione, ma mi pare che abbia assunto le fattezze di una minaccia, come se rifiuto e negazione fossero inammissibili e offensivi di per sé; “no” viene interpretato come “fai schifo/non vali niente/varie ed eventuali”, ma queste sono appunto interpretazioni, anzi distorsioni di una sillaba che significa semplicemente che all’altr* non interessa o non va di fare una determinata cosa in un dato momento o in assoluto, non che la persona che ha fatto la domanda/proposta sia un essere spregevole, c’è una bella differenza, che però sembra sfocata a molt*.

Ho una pagina e un sito in cui parlo di sessualità, erotismo e pornografia e per farlo uso anche la mia immagine. Il fatto che mostri il mio corpo parzialmente o totalmente nudo dice, fra l’altro, che:

  • tutto sommato, nonostante le pressioni culturali, mi trovo a mio agio con esso;
  • il mio senso del pudore riguarda altri àmbiti della mia vita;
  • sono esibizionista;
  • non lo sessualizzo per partito preso e anche se lo facessi questo non equivarrebbe a disponibilità sessuale a prescindere.

Se una persona male interpretasse i contenuti che condivido, che siano testuali e/o visuali, non sarebbe necessariamente una mia responsabilità o peggio ancora una mia colpa.
Eppure…
Se una persona mi contattasse per fini sessuali, scambiando la mia ampiezza di vedute a riguardo con desiderio costante e impellente di fare sesso, il problema sarebbe mio o suo?
Se una persona scambiasse la mia libertà sessuale e disinibizione per disponibilità a fare sesso a pagamento il problema sarebbe mio o suo?
La risposta corretta è: il problema sarebbe di entramb*.
Infatti sarebbe suo perché dimostrerebbe di non avere strumenti per discernere e sarebbe anche mio, che mi dovrei sorbire messaggi indesiderati spesso molesti, irruenti e invadenti.
Le persone che agiscono i suddetti comportamenti non solo non sanno di seguire una logica patriarcale, ma spesso sono quelle che asseriscono che uomini e donne ormai hanno gli stessi diritti e che le persone che dicono il contrario sono nazi-femministe, aggettivo molto in voga tra chi è priv* di coscienza civile, storica, sociale e in generale umanità.

Per chi se lo stesse chiedendo, no, non esistono le nazi-femministe. Esistono le persone a favore dei diritti umani e civili e quelle che non lo sono. Se far notare e pretendere di non essere molestat* per la propria libertà sessuale fosse nazi-femminista, le nazi(femministe) dovrebbero quanto meno asfissiare tali ignoranti con del monossido di carbonio.

Foto di Micheile Henderson

“Ciò che sminuisce un* di noi, sminuisce tutt* noi”, Micheile Henderson

Esistono i femminismi, certo, ci sono persino le Rad-Fem ossia Femministe Radicali, ma siccome sono escludenti e discriminanti (fra le varie posizioni non considerano le donne transessuali come donne, sono contrarie al lavoro sessuale perché secondo loro è un prodotto del patriarcato), per me sono semplicemente stronze. In questo sicuramente abbiamo qualcosa in comune: siamo radicali nei giudizi.

Consigli per persone particolarmente pudìche, moraliste, moleste:

  • se ti imbatti nella pagina o sul sito di una persona che parla di sessualità, non accollarti, non offenderla, non umiliarla: quella persona sta portando avanti un discorso pubblico sulla libertà, a te potrà sembrare un pretesto per mostrarsi nuda, a ogni modo la sua motivazione non ti riguarda direttamente e non ti autorizza a sminuire il suo lavoro e la sua dignità.
  • Se reputi che i contenuti che condivide siano discutibili e offensivi, diglielo argomentando le tue motivazioni, l’importante è che ti chieda in che modo il suo corpo e la sua libertà (sessuale) ledono i tuoi diritti, altrimenti non seguirla, qualora lo facessi, disattiva gli aggiornamenti del suo canale, in extremis bloccala.

Consigli per persone che parlano pubblicamente di sesso:

  • vai avanti per la tua strada, che tu lo faccia per piacere esibizionistico o perché ti smuove il fuoco sacro della libertà di espressione. Segui la tua vocazione.
  • Per quanto possibile non rispondere aggressivamente alle provocazioni, piuttosto lasciale cadere nel vuoto.
  • Mettere alla gogna pubblica tali persone condividendone i messaggi, le foto, i profili serve solo ad aizzare odio verso quelli che in fin dei conti sono capri espiatori. L’ho fatto per un po’, ma mi sono resa conto che tale comportamento era giustizialista e violento, quindi ho ritirato quei contenuti perché vorrei contribuire a creare una piattaforma virtuale sana e costruttiva, dove non si polarizzano le posizioni.
  • Sarà difficile mantenere la calma quando ricevi messaggi offensivi, stupidi, prepotenti, esprimi chiaramente come ti ha fatto sentire il messaggio che hai ricevuto, non cercare di essere educat* a ogni costo, sei un essere umano e anche tu hai pulsioni, emozioni e sentimenti, solo non permettere che la bestialità prenda il sopravvento, piuttosto ricorri al blocco in tronco. Lo so, non cambia lo stato delle cose, ma ti risparmia uno scambio che non di rado si rivela deludente e inefficace.

Claudia Ska

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“Mother’s daughter”: il femminismo secondo Miley Cyrus

La scorsa settimana è uscito l’ultimo singolo di Miley Cirus ossia “Mother’s daughter“, che — una volta dimessi i panni della disneyana Hanna Montana — ha virato su un’immagine di sé sensuale e fortemente sessualizzata. Difficile sapere quanto ci sia di suo e quanto della manager (sua madre Tish Cyrus, presente nel video della suddetta canzone) e/o della produzione artistica, fatto sta che i testi, i video e le apparizioni della cantante originaria di Nashville sono ormai accompagnate dall’aggettivo “provocatorio”.
Non ultimo è proprio il caso di “Mother’s daughter”, che è stata lanciata con un video ricco di messaggi visuali, testuali e simboli.

È innegabile che negli ultimi anni il femminismo sia stato manipolato per fini di mercato e perché fa presa su una certa parte della popolazione (leggi pinkwashing), ma il fatto che determinate tematiche vengano proposte in un contesto mainstream e commerciale potrebbe sortire l’effetto positivo di incuriosire chi non conosce l’argomento e mettere in discussione determinati modelli.

Una delle accuse mosse a Miley Cyrus è di non essere credibile nel dichiararsi femminista perché veicola un’immagine di sé ambigua e per le collaborazioni artistiche con cantanti come Robin Thicke (memorabile la loro esibizione all’MTV Video Music Awards del 2013 quando cantarono assieme “Blured Lines”, nota come canzone sessista). Secondo me il punto sta proprio in questo: una persona che decide di mostrarsi in un certo modo e, come nel caso di Cyrus, di rompere col suo altero ego Disney, per virare su un’immagine in cui desiderio e spinta sessuali sono estremamente forti, è femminista, perché rappresenta la voglia di dire apertamente che innanzitutto ciascun* si mostra come preferisce e in secondo luogo che, se una donna vuole apparire come un essere sensuale, eroticizzarsi e pornografarsi, può farlo senza remore perché quella è la sua volontà. Non sto dicendo che debba piacerci come lo fa, ma dobbiamo prenderne atto.

Miley Cyrus in

Per come è strutturata la nostra Società, dove sesso e relative narrazioni sono tabù che incendiano gli animi proprio perché si cerca di nasconderli e quando se ne parla lo si fa in modo pruriginoso e perverso, è ovvio che, appena una persona —principalmente di sesso femminile — ne parla, scatta l’allarme rosso e scoppia il finimondo.
Ogni fottuta volta.
Maggiore è il tentativo di soffocare e censurare corpi e desideri sessuali, maggiore sarà l’effetto prorompente dei messaggi che saranno veicolati, col potenziale rischio che siano vanificati, fraintesi, alterati.

Il video sembra voler fare propaganda; ai corpi non conformi allo standard vengono alternate frasi femministe che sembrano claim, ma questo non ne depotenzia il senso. L’immagine di persone che esprimono così apertamente istinti e ambizioni sessuali ci turbano perché il sesso è considerato una questione strettamente privata, da tenere lontana da occhi indiscreti. Se è vero che l’intimità ha tutto il diritto di essere tutelata, è vero anche che ciò non equivale a far tacere chi vive serenamente la propria sessualità. E se una donna si sente forte e libera anche sessualmente ha diritto di poterlo manifestare senza che questo susciti ogni volta disappunto, disgusto o stupore generale.

La donna che pareva tanto gentile e tanto onesta agli occhi di Dante può esserlo anche con un’esplicita carica sessuale e, se non fosse gentile e onesta, non sarebbe in ogni caso affare nostro.

Claudia Ska

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Mi piaci quando taci

Lo scorso martedì (11/06/2019) ho pubblicato un articolo in cui parlo della comunità italiana sex positive di Instagram e ho citato alcune delle persone che hanno più séguito, ciascun* per la propria peculiarità.

Quella stessa mattina, prima che l’articolo andasse online, Ketty Rotundo – creatrice di Clitoridea – ha riferito a me e altre amiche di non riuscire più ad accedere al proprio account. Ci siamo tutte mosse per capire cosa fosse successo, purtroppo senza riuscirci.

Il giorno dopo una simile sorte è toccata a Morena e Ivano di Le Sex En Rose mentre altri account come quelli di @virginandmartyr, @mysecretcase (shop online italiano di articoli per la sessualità), @vextape (ossia Vex Ashley, attrice porno, che attualmente ha circa 94 mila follower), nel suo piccolo anche @valentinasroom_ (La camera di Valentina, che si occupa di arte erotica) sono stati colpiti da shadow ban, (impossibile risalire ai loro profili tramite hashtag, per rintracciarli bisogna scrivere esattamente il nickname) o il cui profilo ha subìto anomalie (presenza online a intermittenza).
Nell’arco di 48 ore circa i profili di Clitoridea e Le Sex En Rose sembrano essere tornati alla normalità ma nonostante questo né l’una né gli altri hanno ricevuto spiegazioni su ragioni e modalità di disattivazione né tantomeno di ripristino, salvo un’email lapidaria di scuse dal servizio assistenza di Instagram ricevuta da Morena e Ivano.

Questi episodi mi hanno colpita particolarmente perché riguardano persone con progetti che mi stanno a cuore, con cui interagisco di frequente e mi confronto per costruire un dibattito sereno e costruttivo attorno ai temi della sessualità e dei tabù a essa connessi e anche perché temo che lo stesso possa accadere ad agit-porn, la cui comunità cresce giorno dopo giorno.

Partendo dal primo assioma della comunicazione, ossia «È impossibile non comunicare», chiunque sia presente online veicola messaggi testuali e/o visuali; alcuni hanno un valore aggiunto perché curati attentamente nella forma e nei contenuti e fra questi bisogna tenere conto che molti non esistono solamente come fini a sé stessi, ma anche per fare business. Con la cultura si mangia, a differenza di quanto disse Tremonti, chiedetelo a Tlon, per esempio. Ecco perché la chiusura di uno o più profili crea un danno concreto: in primis non è possibile recuperare alcun contenuto, come se venisse requisito tutto e messo sotto chiave, in secondo luogo il pubblico è principalmente attivo sui social, dove avviene l’80/90% dell’interazione e della comunicazione fra le parti. Proprio a partire dai social l’utenza arriva all’eventuale sito del profilo seguito, alle sue iniziative virtuali e fisiche, pertanto con la chiusura dell’account questo legame viene interrotto bruscamente e bisogna ricostruirlo daccapo con enorme dispendio di tempo ed energia; va da sé che più séguito si ha e più è facile fare accordi commerciali e trovare/creare collaborazioni con persone che hanno le medesime finalità e/o il cui discorso ben si sposa con quello del profilo in questione. Non si può liquidare la chiusura arbitraria di uno o più account con: «Ma dai, è solo Instagram!», perché Instagram è attualmente una piazza virtuale dove si fanno affari e anche laddove non se ne fanno il danno d’immagine è sostanziale.

Sui social investiamo il bene più pregiato che abbiamo: il nostro tempo. Molte persone lo investono per trarne guadagno ed è inammissibile che la piattaforma non fornisca uno straccio di motivazione argomentata e liquidi gli accadimenti con la nota a monte

“Se decidiamo di rimuovere i contenuti per violazione delle Linee guida della community o di disattivare o chiudere l’account, informeremo l’utente nei casi opportuni.”

Quali siano i casi opportuni è un mistero misterioso tenuto segreto dalle menti che stanno dietro il colosso di Menlo Park.

Foto di Florian Klauer

Foto di Florian Klauer

Cosa ci stiamo giocando? La libertà, quella di espressione e quella di parola. Viviamo nel paradosso del voler sdoganare i tabù sulla sessualità e i corpi ma per poterlo fare ci censuriamo affinché le nostre foto, i nostri video e le nostre didascalie non siano cancellate od oscurate. Stiamo pagando un prezzo altissimo perché i social fanno leva sul nostro narcisismo e non bastano le motivazioni che ho riportato poco sopra, cioè fare rete e fare affari. Stiamo assecondando un sistema-bavaglio che ci confonde, intimorisce e fuorvia con regole vaghe e discutibili.
Stare su un social generalista ci permette di fare un discorso ampio, che coinvolga persone che non andrebbero attivamente su determinati siti per pudore, indifferenza, disinformazione, ignoranza o chissà che altro. Esistono piattaforme a tema, ma ci ghettizzeremmo e costruiremmo un mondo ideale dove poterci mostrare come desideriamo a fare quello che ci pare fra persone che la pensano in modo affine o simile. Per contro stare tutt* assieme è quasi impossibile, almeno secondo gli algoritmi.

Abbiamo paura che la gente ci dimentichi e allora, pur di stare sulla scena, la corda per il cappio andiamo a comprarcela da sol*, almeno possiamo scegliere il colore e, quando ce la mettiamo intorno al collo, possiamo sorridere in camera dopo avere impostato il filtro che ci censura i capezzoli e i genitali. Perché sui social e per i social possiamo pure morire ma con stile, in modo fa-vo-lo-soh!

Claudia Ska

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