Putitalks – Intervista a Putamente Poderosas: le alleate delle sex worker di Medellín

Putitalk è una serie di interviste realizzata su Instagram da Giulia Zollino tra la fine di marzo e la metà di maggio 2020 in cui ha ospitato sex worker e alleate per condividere la situazione lavorativa e sociale durante la pandemia da Coronavirus nei propri Paesi. Le interviste sono disponibili in versione video in lingua originale sottotitolata in italiano nella InstagramTV di Giulia, con la quale abbiamo deciso di rendere disponibili le chiacchierate anche in forma testuale, per permettere una fruizione a tutto tondo del suo progetto.
Oggi proponiamo quella a Putamente Poderosas collettivo colombiano in sostegno delle sex worker con base a Medellín, rappresentato in questa intervista da Claudia.


Claudia (Putamente Poderosas) : Ciao, come stai?
Giulia: Bene e tu?
PP: Molto bene, che bello ascoltarti!
G: Grazie di essere qui, benvenuta a Putitalks, sono davvero contenta!
PP: Anche noi, perché sia Putitalks che Putamente Poderosas [Puttanamete Potenti, ndA] usano la parola “puttana” con tranquillità, per poterle dare un nuovo significato. Credo che faccia parte del cambiamento che stiamo portando avanti.
G: Sì esatto! Per prima cosa mi piacerebbe che ci raccontassi cos’è Putamente Poderosas, quando è nato, chi fa parte del gruppo e cosa fate.

PP: Noi siamo un gruppo che sta cercando di rivendicare la vita delle lavoratrici sessuali e mostrare che hanno una voce, perché sono una popolazione incredibilmente vulnerabile e stigmatizzata. Medellín è una città che ha più o meno la stessa popolazione di Roma. Qua non c’è un’anagrafe [delle sex worker], sono situate in due/tre parti dove normalmente si prostituiscono e sono viste; in una scala di percezione del degrado, si trovano a un livello molto basso, quindi noi vogliamo sostenerle affinché abbiano voce. Vogliamo essere un ponte tra loro, lo Stato e la stessa Società che le giudica e le stigmatizza. Da due anni e mezzo ci occupiamo di sostenere le lavoratrici sessuali, non abbiamo svolto il lavoro sessuale, diciamo, “ufficialmente”, noi scherziamo su questo: alla fine, quando esci, fai sesso per una cena o per avere compagnia… dai, non prendiamoci in giro.
Più o meno da gennaio di quest’anno ci siamo separate dal gruppo che avevamo. Loro sono già grandi, hanno una direzione, una visione definita, concreta e chiara. Noi abbiamo deciso di continuare come un gruppo di esponenti che dà visibilità ad altre donne, a una popolazione molto grande. Quindi in questo momento siamo, di base, otto donne, però aumentano sempre di più le esponenti che appoggiano le lavoratrici sessuali. Abbiamo iniziato l’anno cercando programmi e sostegni affinché loro potessero scoprire se vogliono svolgere il lavoro sessuale o se lo stanno facendo perché devono, perché da generazioni è sempre stato così. La mamma, la nonna faceva questo lavoro e quindi è stato l’unico che hanno potuto vedere. Stavamo facendo programmi molto buoni e interessanti e con il Covid abbiamo dovuto reinventarci e dire: «Bene, se noi non le sosteniamo, lo Stato non le sosterrà, e neanche la Società» e quindi abbiamo dovuto fare velocemente qualcosa, per questo alcuni mesi fa insieme a “Universo Centro”, che è un giornale abbastanza ribelle di Medellín, abbiamo deciso di stampare dei volantini molto chiari – perché penso che a questa generazione bisogna parlare diversamente – dove diciamo: «Questa è una malattia, fai sesso a pecorina, lavati le mani, attenzione a quello che condividi con gli altri». Insomma, abbiamo usato il suo linguaggio, affinché riuscisse a capire quello che stava succedendo.
La prima cosa che abbiamo fatto è stata distribuire i volantini, poi fornire l’antibatterico e censire le sex worker, perché qui non c’è un registro. Qua a Medellín non c’è nessuna organizzazione che le sostenga per far sì che alzino la voce, che abbiano una regolamentazione. In Colombia più di 15 anni fa il lavoro sessuale è stato dichiarato lavoro, ma non c’è nessuna politica pubblica che parli di questo e ciò alimenta costantemente la discriminazione della Società, della polizia e ci sono frasi molto forti come «l’hanno ammazzata perché era una puttana». Mi raggela dirlo, perché – anche guardando la tua pagina – non c’è nessuna persona che valga di più o di meno. Non sappiamo se le piace o se deve fare quello che fa, non abbiamo il diritto di giudicare l’uso che una persona sta facendo della vagina, però ha il diritto di scegliere e ricevere sostegno, così che possa dire: «Sì, sto facendo questo perché è quello che mi è toccato, però sono anche altre cose. Sono una persona uguale alle altre, che prima vendeva piante, adesso vouole vendere gioielli e ha cambiato lavoro. Non continuerò a vendere piante, non continuerò a vendere il mio corpo, venderò gioielli» oppure: «Questo è quello che mi piace, questo è quello che so fare e lo farò prendendomi cura di me stessa, proteggendomi, conoscendo quali sono i miei diritti.», perché loro si lamentano e nessuno se ne prende cura, le violentano e nessuno si prende cura di loro. Il comune offre loro due o tre sedute all’anno con un terapeuta, ma non è sempre lo stesso. Quindi se tu e io iniziamo a parlare, non è la stessa cosa se ogni volta mi danno una persona nuova, perché devo iniziare di nuovo a raccontare la mia storia e, nel caso in cui non la volessi raccontare, ho bisogno di un amico che mi capisca. Noi in questo progetto le stiamo sostenendo affinché stiano attente al Covid, raccogliendo informazioni, e quando sono uscite dalla quarantena abbiamo detto «Bene, facciamo delle campagne, raccogliamo soldi affinché abbiano dove dormire e dove mangiare», perché a volte lo Stato fornisce loro alimenti, ma a voltei vivono col partner, con due figli e gli altri figli li tiene la mamma, quindi gli alimenti non sono sufficienti. Non sono arrivati soldi a quasi nessuna delle persone che abbiamo raggiunto con la campagna, e se non pagano l’affitto devono andarsene. Questa è la grande caratteristica che abbiamo riscontrato parlando con Georgina [Orellano] e con altre persone. Questa settimana abbiamo parlato con persone dal Messico e succede sempre la stessa cosa, ossia: [le sex worker] sono in una condizione sociale molto pesante e se non le sosteniamo devono andare per strada o soffrire la fame. Abbiamo la storia di Claudia, una donna straordinaria che dice: «Per mio figlio farei qualsiasi cosa, però che bello che da qualche mese mi possa curare come qualsiasi altro cittadino.» La quarantena è un privilegio per la gente come me: sto lavorando da casa, ho un computer, quindi ho un privilegio. Ordino a domicilio, mi pagano lo stipendio ogni due settimane, perciò sono privilegiata. Quello che vorremmo che la società capisse è che fuori ci sono donne che lavorano senza nessuna protezione, senza nessuna cura e senza amore. Questo è un altro tema che stiamo affrontando: incentivare uno sguardo orizzontale, come stiamo facendo io e te, guardandoci in faccia, tu con la tua professione e io con la mia, e non importa cosa facciamo con il nostro corpo, abbiamo comunque una dignità, abbiamo la capacità di vederci come umane e complete. Questo è il nostro lavoro, un mix tra sostenerle durante tutto questo processo, non lasciarle da sole, assicurarci che abbiano da mangiare e dove dormire, prendendoci cura molte volte anche delle loro famiglie. Perché loro lavorano per mantenere la mamma o un fratello con disabilità, però hanno anche un’altra famiglia, che sono i loro figli. Quindi si tratta di responsabilità molto grandi di cui non si sta occupando lo Stato. Però è stato davvero bello, quasi 2000 persone hanno donato per loro ed è stupendo.

G: Lo hai detto prima, il lavoro sessuale in Colombia è considerato un lavoro, ma in tutto il Paese o solo a Medellín? Che modello di legge c’è? È regolamentato dallo Stato?
PP: Sì, qui c’è un livello di legge macro, che è quello nazionale, quindi questa è la legge presentata più di 15 anni fa, poi sono necessari decreti, politiche pubbliche, che possono essere regionali o di zona, ma non c’è nulla. Il decreto è un foglio senza vita, firmato dal Presidente e che afferma che “il lavoro sessuale è considerato un lavoro”, ma non dice niente di più, non dice come si articola, cosa bisogna fare, perciò c’è un foglio che non significa nulla, se non si fanno decreti, se i dipartimenti e municipi (come se parlassi di Roma) non creano proprie politiche pubbliche per le donne che sono lì, non c’è un censimento, non le riconoscono. Qui c’è un segretariato che si occupa di inclusione e noi stiamo lavorando molto con trans e persone migranti. Ho letto cosa sta succedendo in Italia con molte lavoratrici sessuali migranti, anche qui ci sono abbastanza lavoratrici sessuali migranti, ci sono trans e c’è quasi – terribile – la stessa discriminazione e la stessa scala gerarchica, perché se sei trans sei al livello più basso, se sei migrante sei in basso e, se sei lavoratrice sessuale, anche. Questo non può continuare ad accadere, perché alla fine stanno esercitando un lavoro, senza le giuste condizioni, senza protezioni, senza politiche pubbliche, in condizione di vulnerabilità ed essendo declassate dalla Società. Pertanto qua non ci sono politiche pubbliche, hanno provato a inserirle, ma includono progetti per le donne e, sì che c’è il tema della violenza di genere che le riguarda, ma c’è una discriminazione diversa nei confronti di una donna che lavora in una fabbrica di vestiti, rispetto a quando nel tuo quartiere scoprono che sei una lavoratrice sessuale. È necessario partecipare al macro-progetto, ma anche avere altri progetti, perché c’è una dequalificazione che loro vivono e che non vive una donna “comune” e “ordinaria” che non fa questo lavoro screditato. Se tu lavori in una fabbrica di abbigliamento e tuo marito ti picchia, il quartiere ha una reazione diversa, ma se sei una lavoratrice sessuale e tuo marito ti picchia, allora ti ha picchiato perché sei una puttana.

G: Ma quindi ci sono dei posti dove è vietato? Tipo, non so, vicino alle scuole. Per strada si può esercitare questo lavoro?
PP: Per strada sì si può esercitare il lavoro sessuale. Le sex worker sono in varie zone e sono indentificate. Prima che io lavorassi sostenendole con Putamente Poderosas, passavo con la mia auto con i vetri oscurati, con l’aria condizionata e le vedevo per strada e pensavo «Perché stanno facendo questo? Qual è il loro problema?», con tutti i miei giudizi, come parte della Società, però quando ti avvicini capisci quanto è duro lavorare in strada, negoziando il tuo corpo, e farlo ogni volta a un prezzo minore e dovendo fare un lavoro per il quale poi la notte ti fa male tutto, sei stata toccata, maneggiata, abusata, rapinata, e se vai a dire alla polizia che ti hanno rapinato, anche la polizia potrebbe abusarti. È molto pesante quello che succede e io come membro della società prima non me ne accorgevo, né me ne rendevo conto.

G: Purtroppo questo succede non tanto perché il lavoro sessuale è pericoloso di per sé, ma perché non ci sono tutele, non ci sono politiche che aiutino le lavoratrici sessuali. Ci sono organizzazioni di lavoratrici sessuali in Colombia, a Medellín?
PP: A Medellín no, a Bogotá, che è la capitale, c’è un’organizzazione con cui avevamo iniziato un dialogo per cominciare a creare cose, però è arrivato il Covid e non ci ha dato tempo di organizzarci come avremmo dovuto. A Bogotá stanno gestendo la cosa, noi siamo in rete con alcuni gruppi di trans perché abbiamo visto che era una popolazione molto numerosa e abbiamo provato anche a coprire il target dei venditori ambulanti, perché molte delle lavoratrici sessuali si camuffano da venditrici ambulanti, perché a casa loro per esempio non lo sanno, quindi alcune vendono vino, vendono dolci. Perciò quello che abbiamo cercato di fare è stato unire queste persone e occuparci di loro. In questo momento stiamo facendo riunioni, stiamo imparando. Con un’azienda alleata stavamo portando avanti un progetto che si chiama “Puta, Cadeneta y Chisme” (Puttana, Lavori a maglia e Pettegolezzi) e stavamo appena iniziando. Si trattava di imparare a lavorare a maglia o a fare delle creazioni, chiacchierando con una lavoratrice sessuale intorno a un tavolo. Quindi la gente poteva andare e sedersi e iniziare a fare collage, che era la forma che stavamo iniziando a usare. Al tavolo era seduta una lavoratrice sessuale e tu potevi chiederle qualcosa, parlarci e accogerti che era come se fosse tua zia, tua mamma, come tua sorella. Volevamo generare questo avvicinamento. Avevamo altri progetti di gioielleria, di abbigliamento e di accompagnamento terapeutico, ma poi è arrivato il Covid che ci ha fatto mettere da parte tutto e ci ha suggerito che le priorità erano dormire, mangiare e restare a casa, avere gli stessi diritti che abbiamo tu e io, stare in casa durante la quarantena, con cibo e tranquillità, senza preoccuparsi di dover pagare e di non avere soldi, infatti, molte di loro stanno uscendo per lavorare, rischiando.
Qua a Medellín c’è il “Pico y cédula” (picco e programma), quando arriva il tuo turno, esci. Uscire è esporsi a una “caccia” molto pesante. Molti degli hotel sono chiusi, significa svolgere il lavoro sessuale in condizioni di maggiore vulnerabilità rispetto a prima. A volte noi facciamo dei giri, proviamo ad aggiungerle alla lista degli aiuti e benefici affinché rimangano a casa, con i loro figli. Tutte le mamme del quartiere stanno con i loro figli a fare i compiti, tutte. Perché io per esercitare il lavoro sessuale devo uscire, lasciare i miei figli da soli e andare a contagiarmi e ammalarmi? Quale società dà una qualifica e nega a una persona che sta svolgendo un lavoro, un lavoro che le piace o che deve fare?

G: E le istituzioni e il governo hanno attuato delle misure di appoggio per le lavoratrici sessuali o niente?
PP: No, il governo in Colombia ha dei programmi per gli anziani, per le famiglie, però molte di loro non sono comprese in questi programmi. Molte di loro sono sfollate che provengono da paesini, stanno fuggendo dalla violenza dei loro partner, della loro famiglia e non si inseriscono nei programmi o i programmi non sono scritti in un linguaggio che si possa capire facilmente. Perciò non rientrano in niente. Ci sono questi macro-programmi del governo e i comuni e le città hanno fatto delle collette e portano alimenti nei quartieri. Qui i quartieri sono in pianura, però poi si incomincia a salire. Molte di loro vivono alle pendici delle montagne e fino a lì non arrivano gli aiuti, la gente non va e non consegna. Noi abbiamo raggiunto più di mille famiglie e sappiamo che gli aiuti sono arrivati.
Non abbiamo aiuti, perché ti arrivano 30 dollari e con questi non riesci a vivere, se stai con una famiglia di cinque persone e devi pagare da mangiare e l’alloggio.
Non abbiamo interrotto niente dei nostri programmi.
Loro ricevono [gli aiuti] per puro caso, se nel quartiere sono arrivati, ma non perché ci sia un programma organizzato, perché non c’è nulla di organizzato. Quello che abbiamo provato a fare noi è stato raccogliere i soldi da alcune aziende private, dal fondo dei dipendenti, dal fondo pensioni, e dal cittadino medio. Abbiamo fatto una campagna che è finita la settimana scorsa: “Noche a 10 mil, pagale pieza” (“Notte a 10 mila pesos, pagale la stanza”), perché vogliamo usare anche questo linguaggio, “pagale la stanza” affinché dorma da sola e tranquilla. Adesso stiamo iniziando una campagna per le madri, questo fine settimana è la Festa della Mamma [nell’intervista si fa riferimento al 10 maggio 2020, ndr], perché anche loro possano avere un giorno da madre, una settimana da madre, normale, come l’abbiamo noi due, senza dover andare a lavorare.

G: Un altro tema che mi interessa tantissimo è se i media ne stanno parlando e che rappresentazione stanno dando di quello che sta succedendo, delle lavoratrici sessuali, se per esempio la puttanofobia e lo stigma sono aumentati.
PP: Guarda, è stato molto bello perché da quando abbiamo deciso di chiamarci “Putamente Poderosas”, quando stavamo per fare iniziare il progetto “Puta, Cadedenta y Chisme”, praticamente ci hanno detto di non usare la parola “puttana” e il nostro messaggio è “parliamo con le puttane, parliamo di puttane e parliamo come puttane!”, quindi come facciamo ad avere questa incoerenza?! No, non possiamo. Siamo state irremovibili nel voler usare la parola “puttana”, nell’usarla nella nostra comunicazione. Quindi ai media è piaciuto. Come prima cosa senti che dicono: «Useremo una parola che non è molto normale, che non è comune, loro hanno deciso di usarla.»,  però noi siamo “Putamente Poderosas”, ci hanno fatto domande su questa parola. Vogliamo risignificare la parola “puttana”. “Puttana” è un insulto – tra l’altro ho visto che nel profilo hai degli articoli a riguardo – “Puta” è un insulto. “Putamente Poderosa” è una donna con moltissima forza che riesce a sopravvivere a circostanze molto avverse, continuando a essere quell’incanto di donne che noi abbiamo incontrato.
Con i media abbiamo fatto interviste, accompagnamenti e, per quasi due mesi, insieme ai soldi che abbiamo raccolto dalla società, siamo stati gli unici che hanno dato da mangiare a queste persone, quindi ai media è sembrato interessante. Siamo uscite sui media locali, anche su VICE c’è un articolo, in VICE in spagnolo, e stiamo anche monitorando pubblicazioni dove ci hanno menzionate erroneamente e quindi ci è toccato andate andare a correggere, perché a volte vogliono mescolare questo con donne che uscivano a comprare la droga e hanno rotto la misura “pico y cédula”. Questo non è lo stigma che vogliamo e quindi siamo state super chiare e decise: se usi le nostre foto, se usi il nostro nome, è un nome di risignificazione, non è un nome per generare una maggiore dequalificazione di persone che credo che ne abbiamo già a sufficienza con quello che facciamo come società, come governo.
Ci è piaciuto l’appoggio dei media, l’appoggio della gente. Ti dico, i miei amici mi chiedono «Perché ti sei immischiata in queste cose?» e io: «Perché mi sono commossa, per questo. Perché dopo aver giudicato tanto, ho guardato in faccia donne come me, uguali. Non abbiamo il diritto di dequalificarle.» Mi emoziono sempre un sacco, gli occhi mi si riempiono di lacrime e ho iniziato a vedere i miei amici, la mia famiglia dire «Come va con le puttane? Stanno bene? Quanti soldi servono? Come vanno i soldi per le puttane?». È affascinante perché “puttana” inizia a essere una parola che non stigmatizza, ma che sostiene e definisce un lavoro diverso. Noi abbiamo studiato tanto per poter conversare bene con i media, per conversare bene con gente come te, che ha tanta esperienza e che sta spingendo tanto nel suo Paese, a livello internazionale, e ci stiamo formando per capire bene qual è la nostra posizione. Non sapevo niente delle abolizioniste, non sapevo niente di questo, quindi tutto questo è stato completamente nuovo, però lo abbiamo capito e abbiamo preso una posizione: noi non siamo abolizioniste. Questa è l’altra faccia della moneta che esclude. È un lavoro, se una lo vuole svolgere, che lo svolga. Se invece non lo vuole fare, allora come società, come governo, sosteniamola affinché trovi la sua strada, un percorso in un lavoro formale in un’azienda, un percorso come imprenditrice, come donna autonoma che desidera fare un’altra cosa. Però non un cammino di una donna giudicata per il suo lavoro.

G: Sono arrivate tante domande: «Quante donne sono in contatto con voi?».
PP: Noi abbiamo creato un programma che si chiama “Mujeres Putamete Sociales” e abbiamo circa sette donne e loro sono quelle che consegnano gli alimenti e gli aiuti nei quartieri alle famiglie. Abbiamo trans e diverse donne, più o meno sono 150 donne e trans che esercitano il lavoro sessuale. Tuttavia, siccome noi mettiamo tutto in una sola “borsetta”, stavamo appena iniziando a fare il nostro censimento, pensavamo di raggiungere molte più persone che svolgono il lavoro sessuale, però – siccome stiamo andando direttamente nelle loro case – loro non vogliono che si sappia che è il lavoro che svolgono, perciò non abbiamo potuto presentarci così davanti a loro e dunque arrivare a un numero preciso di lavoratrici sessuali presenti. Sì, abbiamo alcune la cui famiglia lo sa. In questi giorni si può vedere una pubblicazione: “La hija es una” (la figlia è una), ci dà un messaggio divino. Lei ha smesso di esercitare il lavoro sessuale perché ha incontrato qualcuno che le ha mostrato un altro percorso e ha detto che per la prima volta sua mamma, che è anziana,  la sta vedendo in un progetto in cui sta aiutando la società e la società le sta riconoscendo tutto il discredito che ha subito. Ci manca identificare bene le persone perché sono mescolate tra lavoratori, venditori ambulanti, che sono autonomi. Oggi abbiamo intercettato alcune case dove vivono in affitto e l’amministratore più o meno ci ha detto: «qua vivono 30 persone e 10 sono lavoratrici sessuali, ma nessuno lo sa, però me l’hanno detto, ma altre no». Con questa campagna stiamo provando a far sapere che siamo “Putamente Poderosas” e che stiamo sostenendo le lavoratrici sessuali, però chi vuole metterci la faccia che ce la metta, a chi non vuole metterci la faccia continuiamo comunque a dare sostegno affinché non creda di non ricevere più aiuto se non si dichiara, così che possano essere pronte.

G: Altra domanda «Credi che si possa educare, sensibilizzare un bambino o una bambina rispetto a questo tema?»
PP: Noi avevamo iniziato ad andare nelle scuole, abbiamo delle donne con delle storie molto belle e pensiamo che dalla primaria sia necessario iniziare a parlare al bambino e alla bambina del lavoro sessuale, come si arriva là, come ci si arriva per generazione, come ci si arriva a causa della disillusione, a causa della violenza e come ci si arriva per amore, perché abbiamo anche storie come «Me ne sono andata con un fidanzato e poi ha iniziato a dirmi di fare sesso con un amico…» ed è finita a essere sfruttata sessualmente per amore o avendo dei figli, perché queste persone le irretivano. Tutti questi sono messaggi che bisogna dare e bisogna darli da quando il bambino ha 9/10 anni. È necessario parlare seriamente di questo perché i nostri giovani intraprendono una vita sessuale sempre più rapidamente e devono sapere a cosa sono esposti, in cosa si può cadere. Come parliamo loro della droga, bisogna anche dire che il lavoro sessuale è una lezione però può anche essere un percorso in cui qualcuno ti porta, se non hai informazioni. Bisogna parlare molto della pianificazione sessuale, perché è impressionante. Le lavoratrici sessuali hanno tre, quattro, cinque figli e alcune al quarto figlio hanno capito perché sono rimaste incinta, cos’è che succedeva e cos’è che dovevano fare, hanno capito che l’amore non è avere un figlio, che un figlio non farà avere loro un partner, hanno capito che il corpo è loro e nessuno ha il diritto di dire cosa devono fare con il proprio corpo, né di portare loro via i soldi che si sono guadagnate lavorando. Credo che si debbano formare i bambini sin da piccoli affinché tutti capiamo questo tema. Avevamo degli inviti nelle scuole prima che arrivasse il Covid ed è parte di quello che vogliamo iniziare a fare, per questo stiamo dando un sostegno piscologico alle donne che lo vogliono , affinché guarisca il loro cuore, perché ci sono ferite, mali d’amore, abbandoni, violenze, che possono rimuovere affinché esca la loro voce. Non vogliamo che facciano un discorso che abbiamo creato noi. Io, ufficialmente, non ho svolto il lavoro sessuale, noi abbiamo riso nel vedere che il lavoro sessuale racchiude tante cose, però io non posso raccontare queste storie, noi vogliamo che ciascuna abbia la propria e che si possa mettere di fronte ai giovani, alle aziende, a raccontarla, anche come storia di superamento. Questo per me è come la gente che va sul monte Everest e poi va nelle aziende e racconta come è arrivata lassù. Anche qua è necessario allenarsi per smettere di fare una pratica che non vuoi fare. Oppure serve molta decisione per dire «questo è quello che voglio fare». Abbiamo una donna che vuole organizzare un caffè che si chiama “Ni puta ni santa” (né puttana né santa), perché non ha mai voluto essere la donna di qualcuno e le è piaciuto esercitare il lavoro sessuale, e adesso che è anziana riconosce che il suo corpo non è più lo stesso, che non vale più come prima, però quando lo esercitava lo faceva con piacere. Anche questo va raccontato, come io cucino con piacere, leggo con piacere, curo le mie piante con piacere. Per far capire tutte queste voci vogliamo andare nelle scuole, nelle aziende. Vogliamo che vengano fuori le loro storie e che questo porti la gente a riflettere sul piacere e sulle cose che sono da evitare e quelle a cui prestare attenzione.

G: Un’altra domanda è se ci sono delle lavoratrici sessuali che hanno iniziato con il telelavoro sessuale, facendo show in cam, vendendo foto e video.
PP: Sì, noi abbiamo la storia di una trans che stava soffrendo la fame e questa è la strada che ha trovato. Le abbiamo dato un cellulare per poter lavorare e l’abbiamo sostenuta perché è un modo di produrre. E abbiamo anche alcune che hanno iniziato a lavorare via webcam e a fare questi lavori per potersi sostenere. Questo naturalmente riguarda le più giovani, noi abbiamo sostenuto delle persone anziane che non sanno usare il cellulare, non sanno niente di questo e quindi stiamo pensando soprattutto a qual è il loro talento, a quello che vogliono fare. C’è una che fa delle spezie squisite, quindi le abbiamo portato un libro di cucina per principianti. Ci sono persone che scrivono. Si possono vedere sulla nostra pagina Instagram e Facebook “Las Cronicas”, stanno vendendo molto bene. Abbiamo una lavoratrice sessuale che è una scrittrice e l’ultima attività che abbiamo fatto prima della pandemia è stata affiancarla per il suo libro che si chiama “Alzo mi voz” (Alzo la voce). È un libro che ha già vinto il premio “Empreendimentos” e noi la stiamo sostenendo affinché alzi la voce, che la alzi tanto, come deve fare uno scrittore, che sta scrivendo le sue poesie, i suoi racconti. E lei con la vendita di questo libro sta scrivendo un romanzo, quindi sia quel che sia. Vuoi essere cammer? Hai talento? Allora noi, con il team della comunicazione, ti possiamo sostenere affinché sia una bella cosa, che generi dei buoni guadagni, che tu non venga sfruttata, anche se vuoi fare altre cose. Noi cerchiamo di dire loro che «l’unica condizione è che tu non esca, perché puoi venire contagiata e puoi contagiare i tuoi figli, tua madre o tuo padre, a meno che non sia per gli alimenti o i soldi dell’affitto». Noi non abbiamo nessuna condizione, però ci sono alcune che stanno iniziando a lavorare in webcam, le trans e le altre donne.

G: C’è una domanda riguardo al lavoro sessuale e la terza età.
PP: Prima di tutto la mia risponda come indipendente da “Putamente Poderosas”: quando passavo per strada con la mia auto e vedevo la vecchietta pensavo: «Be’, chi è che va a fare sesso con lei? È una signora anziana! Come le viene in mente?!» Ed è stato grazie a una signora anziana che mi sono commossa e ho deciso di entrare in questo gruppo. Perché è una signora anziana che ha un corpo diverso, ha i capelli bianchi, le rughe, il suo fisico è diverso e ha clienti, lavora e le va bene. Quindi noi abbiamo notato che le persone anziane svolgono questo lavoro con un po’ più di consapevolezza e le sosteniamo, se fanno questo lavoro che lo facciano anche con dignità. Che non succeda che solo perché è anziana che la tariffa sia più bassa, il trattamento diverso. Abbiamo tante donne anziane. Questo intendo quando parlo della conversazione orizzontale, perché incontri tua mamma, tua zia, o la tua nonnina, che in realtà non vendono né vestiti, né riviste né lavorano in negozio, ma lavorano con i loro corpi e ad alcune piace e molte hanno dei clienti. Loro al tavolo di “Puta, Cadeneta y Chisme” raccontano storie di giovani che dicono loro: «Io ti pago meno perché sei vecchia» e loro dicono «No, mi paghi lo stesso, per il piacere di fare sesso con una donna anziana!» Quindi hanno molti clienti fissi giovani che le chiamano con nomi di professoresse, di zie, di amiche della loro mamma, che con loro realizzano le loro fantasie. Dalle chiacchierate oneste che facciamo con loro ci raccontano tutto e dicono: «Ho 63 anni e sono andata con uno di 28 che mi chiamava Gloria, chiedeva se mi poteva chiamare Gloria, perché così si chiamava una professoressa che mi assomiglia e che gli piaceva molto, e io gli ho detto: “Fai pure figliolo! Se vuoi chiamarmi Gloria, chiamami Gloria”». Queste sono le storie. Sì, ci sono donne anziane che svolgono il lavoro sessuale con delle situazioni molto molto delicate. Non so, stavo leggendo su un giornale una storia, credo che fosse una lavoratrice sessuale tedesca, che stavano aiutando con la spesa e non ha la pensione, e questo è parte anche di quello che vogliamo mostrare alla società.
Dove va a finire una lavoratrice sessuale se non ha potuto ricevere gli aiuti dallo Stato? A mendicare per la strada quando è anziana, sola e abbandonata, che diventa un peso per la società? Perché, chi paga per tutte queste persone, quei luoghi per persone anziane? Siamo noi con le nostre tasse.
Qua ci sono delle norme per i venditori ambulanti, c’è un sistema dove possono contribuire in modo diverso, loro dovrebbero stare lì per poter contribuire ed essere autonome con la propria pensione e poterla avere perché arriva un momento in cui il proprio corpo fisicamente non ce la farà, e allora chi si farà carico di loro?
Se si prende la responsabilità, sarà la famiglia, altrimenti rimarranno sole per strada, facendo l’elemosina, abbandonate, o cominceranno a consumare droghe e la gente ad abusare di loro, a dare loro la droga perché sono tristi, perché sono da sole. Questo ricade sulla società. Se noi come società non guardiamo in faccia questa cosa, alla fine finiremo per pagarne il prezzo, come con il Coronavirus. Se noi non ci prendiamo cura delle lavoratrici sessuali, dei venditori ambulanti, loro saranno quelli che verranno contagiati e un domani ci trasmetteranno la malattia, quindi occupiamoci di tutti, non restiamo a casa tranquilli. In un giorno come questo, che è un giorno spettacolare, c’è una donna per strada che si sta bruciando la pelle per il sole, si sta prendendo una malattia, domani non sarà in salute e noi e con le nostre tasse dovremo pagarle le cure. Occupiamoci di lei già ora, prendiamoci cura di lei adesso, è questa la voce che noi vogliamo tirare fuori.

G: E ci sono anche sex workers uomini oppure no?
PP: Trans, uomini no… Perdonatemi se c’è qualcuno dei nostri amici trans, ho iniziato a imparare ora. Però non abbiamo visto uomini, abbiamo trans che da quest’anno fanno parte di questo nuovo gruppo che abbiamo creato separandoci dall’altro che avevamo, perché ci sembra che sia necessario sostenere chiunque stia esercitando il lavoro sessuale. Stiamo lavorando con trans e le stiamo sostenendo, perché vivono grandi discriminazioni, sono discriminate dalla famiglia, dalla società in un modo impressionante. Ora una parte di quello che è successo è che ci sono trans che vivono per strada, tra loro anche minorenni e c’è grande amicizia da parte nostra e abbiamo provato varie volte a far sì che potessero entrare in un centro, e con questo Covid sono andate a casa loro. Due mesi nei quali le loro famiglie stanno iniziando a capire che sono delle donne, che sono nate in un corpo di uomo, ma che sentono e vivono le emozioni come una donna. E alle amiche, con i soldi che abbiamo raccolto da tutte le persone, stiamo pagando la casa, portiamo alimenti, cibo ed è bellissimo vedere come cambiano le cose quando dici a una persona che tieni a lei. Ingrassano, mangiano, i capelli sono più belli, sono felici, si stanno prendendo cura di loro stesse. A volte ci dicono «voglio finire gli studi, mi piace disegnare, mi piace cucinare, voglio fare qualcosa.» Inizia a uscire il vero essere di queste persone che quando giri per strada ti infastidisci perché “sono drogate, vivono per strada e sono trans”. Il male!
Però guardale negli occhi, lì c’è l’anima di questa persona che vuole essere guardata senza giudizio e cosa importa? A volte ci dicono «Io ho rubato, una volta ho rubato!» E cosa importa?
Anche io ho rubato, in questi giorni ho rubato una pera in un negozio, era molto bella, sono passata e l’ho rubata. Ora l’importante è che inizino ad avere consapevolezza e a fare le cose diversamente. Quindi ci sono trans e altri super capaci, ballerine, artiste bravissime, poetesse e gente super capace, a cui succede tutto quello che succede agli artisti. Oggi tutti gli artisti di teatro, del cinema, un cantante che non è abbastanza famoso, hanno tutti molto bisogno di soldi. La stessa cosa succede a tutte queste trans che di dedicano all’arte, a ballare, perché non hanno potuto svolgere il proprio lavoro, quindi inizia a succedere, guarda che circolo vizioso: io voglio essere un’artista ma devo esercitare il lavoro sessuale perché ho dei bisogni e ora l’unico che ho sono i clienti per il lavoro sessuale. Noi come società dobbiamo anche accettare questo. Vuoi esercitare il lavoro sessuale e le tue cose? Fallo. Però se non vuoi e stai cercando una via d’uscita, bene, io come società ti sostengo.

G: Ci puoi dire il nome dell’autrice del libro “Alzo mi voz”?
PP: Sì, lei su Instragam è @malu.escritora, che è Mari Lopez ed è una donna meravigliosa. Il libro è molto interessante, ci sono alcune parti che riguardano la sua vita, la violenza, quello che le è successo in Colombia con la guerriglia che ha ucciso suo marito. Lei è una donna delle donne di “Putamente Poderosas” che stiamo sostenendo. Ha studiando tanto i diritti umani, è rappresentante di “Gente Desaparecida”, perché le è venuto a mancare il marito, ha una storia molto significativa e queste sono le voci che vogliamo che escano, voci potenti, capaci di essere come sono: persone, al di là dei giudizi.

G: Un’altra domanda: «Il movimento femminista in Colombia appoggia e include le lavoratrici sessuali oppure le discrimina?»
PP: Non sono molto esperta su questo tema, però noi abbiamo sentito molto appoggio. L’8 marzo, in cui si celebra la Giornata della donna, noi ci siamo unite con il movimento femminista per fare una rappresentazione artistica riguardante le donne che vengono uccise, che vengono zittite e che vengono discriminate. E questo non c’entra niente con il lavoro sessuale. Noi abbiamo conosciuto molte femministe che lo appoggiano, non abbiamo avuto critiche da molte femministe. Abbiamo organizzato un dibattito con una persona che poi invitò un’abolizionista, misurata nell’argomentare. Quindi ci siamo sentite sostenute dai collettivi femministi, se si può dire così, in un certo senso. E tra l’altro, siccome noi facciamo campagne sui social, pensate che abbiamo raccolto 10 mila dollari in una settimana, da 3 dollari, cioè da donazioni di 3 dollari. E vedo che rispondono molto sui social, ci appoggiano, diffondono, quindi il collettivo cresce, io non sapevo che il collettivo esistesse. Qui c’è un mezzo di trasporto che si chiama “colectivo”, quindi io pensavo fosse un mezzo di trasporto. Non conoscevo questa forza sociale così potente, che c’è quando diventi capace di vederti uguale agli altri e sapere che c’è una rete di collaborazione e questo è quello che ha iniziato a succedere qui.

G: Bene, abbiamo ancora circa 5/10 minuti…
PP: Ho un argomento, se vuoi, di cui non ho parlato, e sono le marche. Ho una maglietta di Wapachosso, si chiama così uno dei marchi, e quello che fa è donare dalle sue vendite. Da questo brand ci sono arrivati 2500 dollari di donazioni. Quindi ci sono i collettivi femministi, c’è l’azienda privata, c’è il cittadino comune, e queste marche hanno fatto delle campagne bellissime. Sono marche che non ci stanno usando come piattaforma, ma al contrario, ci stanno dando visibilità e quindi ci sono short, ci sono borse, hanno fatto corsi di ricamo, e ci donano i soldi. Martedì c’è stata una persona, Luis Marina, che ha tenuto un intervento e ci sono entrati circa 100 dollari dal suo evento, che lei ha tenuto per appoggiare la campagna. E c’è una marca nuova che si chiama “Impact”, che è un’azienda di volontari per aiutare i volontari, che ci ha offerto un intervento. Quindi noi continuiamo a fare grazie alla creatività di ognuno. Ci hanno aiutato, ci hanno detto «fate questo», ci hanno dato idee. È molto bello vedere marche di vestiti, di intimo, di borse, che sono carissimi, che sono per un certo livello (di persone), che dicono: «guarda, voi state comprando, però state anche aiutando una persona che oggi non ha modo di trascorrere bene la quarantena». È super bello! In questi giorni in cui ho comprato, comprare ma allo stesso tempo donare mi ha fatto sentire tipo… Be’, per prima cosa la coscienza, pensi: «già, ho comprato, però – dai – sto anche donando», quindi ci si sente super bene! Nel nostro Instagram si possono vedere le pagine, potete comprare da loro. Le donazioni che ci sono arrivate sono stati ottime, martedì abbiamo avuto l’incontro e tutti i soldi dell’incontro sono andati a questa campagna. È un tema che all’inizio non avevamo affrontato, ma che ora è emerso. In questi giorni ci ha scritto qualcuno che vende hot dog, salsicce, e ci ha detto che per ogni hot dog che vende vuole donare 1000 pesos, che sono tipo 30 centesimi, però noi abbiamo detto di sì, perché tutto serve. Siamo arrivate a quasi 10mila dollari con molte donazioni che erano di 3 dollari, di 4, di 10. Quindi è molto bello. Io gestisco i soldi e vedo tutto quello hanno donato, più di 1600 persone hanno contribuito. La società si costruisce così. Sono solo 10 mila pesos. Noi dicevamo alla gente che normalmente li usava per una birra, per una sigaretta e adesso con questo sta pagando la stanza a una persona affinché rimanga in casa. È stata una campagna davvero bella e ora credo che anche quella per le madri sarà molto interessante, perché questo non lo sanno molte persone, che cos’è la festa della madre, cosa vuol dire avere un piatto caldo e decente o avere il corpo tranquillo e pulito. Una delle donne ci diceva: «a volte faccio sesso con 14/15 persone e torno a casa con molto dolore lungo tutto il corpo, per il fatto di tenere su di me il corpo di 14 persone e devo mettermi a fare delle faccende e il mio corpo non ce la fa – e continuava – è da due mesi che non esco di casa e sento il mio corpo… Credo che ci sia un video su questo. Mi sento pulita, pulita». Be’, troppo bello per chi non vuole svolgere il lavoro sessuale e vuole trovare un’altra via.

G: Come possiamo donare e offrire il nostro appoggio anche qui dall’Italia?
PP: Sul nostro account Instagram @putamentepoderosas c’è Paypal che è una piattaforma dove si può pagare da qualsiasi parte del mondo, si possono fare donazioni, c’è anche un link che dice come donare. Abbiamo un QR code affinché la gente possa donare e c’è un conto di una banca, che ora vi dico, lo dovrei sapere a memoria, ma continuo a dimenticarlo, però adesso ve lo dico, dove potete depositare, e questo conto lo usiamo per chi viene dall’esterno. È già autorizzato a ricevere denaro e con questi soldi compriamo gli alimenti e paghiamo gli alloggi. Il conto è: 31487457071. È un conto corrente colombiano, potete scriverci e noi vi mandiamo il conto, mandiamo il QR code. Se si fanno bonifici di denaro internazionali da banca a banca, vi mandiamo i dettagli che la banca vi chiede per fare il bonifico. Ci hanno donato dalla Svezia, ci hanno donato dagli Stati Uniti, ci hanno donato dalla Francia, là abbiamo degli amici carinissimi. È stato super bello e la tua piccola gocciolina si somma ad altre in un grande vaso: lo sta riempiendo fino a che non te ne accorgi.

G: Bene, grazie mille, grazie! Credo che sia stato molto interessante e molto utile. Grazie a voi che siete stati qua e grazie mille a te, Claudia, e a tutte le “Putamente Poderosas”.
PP: Prima di tutto per noi è un onore, ci rende felici che persone come te, che portano tanta consapevolezza sul lavoro sessuale, riguardo al diritto di usare – credo che fosse la “figa” – quello che diceva in questi giorni uno dei tuoi post. Ci sentiamo molto orgogliose di iniziare ad avere questi confronti che ci interessano, a visibilizzare la parola “puta”, affinché sia usata con un significato nuovo, in cui la donna, quando dici “puttana, più puttana sei tu”. Mi piace Forrest Gump quando dice: «stupido è chi lo stupido fa». Puttana è quella che dice a un’altra persona “puttana” senza sapere il cammino che ha dovuto percorrere e quello che fa. Quindi grazie a te, immensamente, per averci dato visibilità. Grazie a te anche per quello che fai nel tuo Paese. Ci sono tante voci, io non ne avevo idea. Io sono tipo: «chi è questo?!». È davvero impressionante, è molto bello. Ti ringrazio a nome di “Putamente Poderosas”.

Puoi trovare l’intervista ad Anneke Necro qui.

Giulia Zollino si è laureata in antropologia ed è un’operatrice di strada nonché un’educatrice sessuale. Su Instagram cura un profilo in cui racconta la sua professione con ironia e disincanto per informare e aiutare a de-stigmatizzare il lavoro sessuale.

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