Sesso da paura – Possession: la follia della coppia

“Possession”, film del 1981 diretto dal compianto regista polacco Andrzej Żuławski, è un complesso capolavoro la cui esegesi si potrebbe snodare in modo letteralmente tentacolare sulla natura umana e in riflessioni esoterico-filosofiche sui legami che l’essere umano crea con sé stesso, da sé stesso e con gli altri. Ma partiamo da qualcosa di semplice: le relazioni monogame.

La vicenda si svolge in una serie di sequenze rapide e dirette, che puntano a farci comprendere l’essenziale: si parla di un matrimonio, quello fra Mark e Anna. Lei vuole divorziare, ha un amante. Il conflitto inevitabile fra i due assume rapidamente tratti deliranti, da cui la famiglia viene risucchiata e tritata.

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“Possession”, Andrzej Żuławski, 1981

Mark, Anna e Bob sono il prototipo della struttura sociale di base cui siamo stati abituati da secoli di educazione. Ed è proprio nella famiglia tradizionale, composta da un uomo e una donna che si dedicano esclusivamente l’uno all’altro, nel rifugio sicuro, che si insidia il male incurabile della follia isterica tipicamente femminile. In una chiave che potremmo tranquillamente definire piuttosto misogina, la follia non solo è rappresentativa del genere femminile, ma si risolve con l’incontro di un altro uomo – danzante e teatrale –  che permette alla protagonista di trovare sé stessa e solo successivamente, a partire da sé stessa, di diventare capace di essere generatrice.

La sua isteria è contagiosa, include tutti, non risparmia nessuno: il figlio Bob, protetto inizialmente dall’innocenza hic et nunc dell’infanzia, viene presto corrotto da terribili incubi notturni che lo conducono verso i primi contatti con il terrore e la consapevolezza della vita adulta. Il marito, pur riuscendo a mantenere una sorta di ragione pratica, finisce per diventare parte del grande disegno isterico: legato alla moglie da un’alleanza indissolubile e ottusa, nata da un ideale social-sacro in cui pacta servanda sunt, vive il tradimento sessuale come la peggiore umiliazione.

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“Possession”, Andrzej Żuławski, 1981

Non tutti i mali vengono per nuocere, ma “Possession” ci insegna che ci sono alcuni mali che sono assoluti e che da soli sono in grado di generare altro male: è il caso di Anna, una donna fedifraga che abbandona il figlio e il marito e precipita in un baratro scabroso di vita ai margini della società nella Germania ovest. In un’epoca storica segnata dall’incertezza e dalla chiusura, Anna si apre al possibilismo e ne resta inglobata al punto da diventare madre del caso, nutrendolo e curandolo al tempo stesso come un figlio e come un amante, generando un male ineluttabile senza possibilità di controllo: fuori dallo schema sociale è il panico, è il magma.

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“Possession”, Andrzej Żuławski, 1981

Ma è davvero così? La possessione cui fa riferimento il titolo del film è una possessione su molti livelli: sessuale, spirituale, sociale. Tutte portano alla follia nel momento in cui emerge un tentativo di spostamento. La possessione che deriva dall’accettare un patto implicito, che sembra obbligatorio e senza alternative, conduce verso la ribellione fisiologica, verso lo scioglimento dell’accordo costrittore, e con esso del viscerale senso di responsabilità che ci viene affibbiato fin dal momento in cui veniamo al mondo. Con questo scioglimento in Anna si sciolgono anche il corpo e lo spirito:  abortisce la fede (sia in Dio che nelle istituzioni) e partorisce un caos che crea nuovi esseri umani, nell’aspetto identici ai precedenti ma molto diversi nelle intenzioni. I doppelgänger che vivono nutriti dallo spirito del caos sono dotati di qualità che nell’impressione generale della vicenda sembrano inumane: la tranquillità, la razionalità, l’accettazione.

Il doppelgänger ci costringe a fare i conti con quella parte di noi che risponde con apparente certezza alle domande sugli assoluti: “se tu mi tradissi cosa farei?”, “se io ti tradissi cosa faresti?”.  Siamo costretti a interpellare l’istinto autodistruttivo che ci spinge a flagellarci per la colpa umana di rifuggire l’ingabbiamento, seppur condizionati da dinamiche sociali che ci mostrano la vita come una gabbia dorata in cui adagiarci in attesa della morte. Messi davanti a una versione evoluta di noi, nel bene e nel male, il confronto è con qualcuno che crediamo di conoscere bene. 

Per non lasciare niente al caso, ecco una bella canzonetta che ci porta a riflettere ancora un po’ sui nostri massimi sistemi.

Ci vediamo fra due settimane.

Stefania Ratzingeer

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