Sesso da paura – Get out

“Get Out” è una pellicola americana che saltella tra l’horror, il thriller e la satira politica. Non lascia spazio a complesse letture: razzismo, stereotipi e inversioni di ruoli ci vengono proposti come già li conosciamo. Ma rimane un dubbio: ci facciamo i conti tanto quanto dovremmo?

Diretto da Jordan Peele al suo debutto alla regia e uscito nelle sale nel recente 2017, “Get Out” suona come uno sfogo verso la moderna società liberale americana che vuole a tutti i costi mostrarsi uscita da un passato denso di razzismo, schiavitù e violenza mostrando una facciata in stile Benetton, ignorando i dati (e i fatti) che indicano una tendenza costante e crescente di un clima di odio (più o meno sopito e manifesto) sostenuto da stereotipi radicati e sostenuti da almeno un centinaio di anni di storia recente.

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“Get Out”, Jordan Peele, 2017

L’incipit è molto eloquente: un giovane afroamericano cammina di notte in un quartiere periferico. Una breve conversazione telefonica ci mette al corrente della situazione: intorno a lui tutto è preciso e ordinato, ma il suo disagio è evidente. Cammina guardandosi attorno, spaventato. Riaggancia, cerca l’indirizzo giusto, e quando una macchina rallenta vicino a lui decide con risolutezza di tornare indietro.

Ma qual è il rischio che corre un uomo (maschio) nel pieno delle sue forze in un quartiere con giardini curati e strade pulite ? La scena è l’inversione di un classico espediente narrativo, quello della zona d’ombra dove il protagonista incorre in un pericolo preannunciato (il classico esempio è la donna sola in una strada deserta con un predatore dietro l’angolo): in questo caso c’è un nero – apparentemente in pericolo – in un borghese quartiere periferico. Non serve che vi spieghi dove sta l’inversione.

Una canzoncina che richiama violenze à la “Clockwork Orange” esce dall’impianto stereo dell’auto che accosta, un motivetto un po’ ridicolo che ricorda gli anni del proibizionismo. Un uomo con il volto coperto scende, aggredisce il ragazzo e lo carica sulla macchina. Riparte guidando nella strada per bene del quartiere per bene della periferia per bene. Fine dell’inizio.

La scena successiva ci mostra una coppia affiatata: un ragazzo nero e la sua giovane compagna bianca, che si preparano a far visita per la prima volta insieme ai genitori di lei, che non sanno che lui è nero, perché non è importante specificarlo. E da qui in poi non c’è altro da dire per non rischiare di svelare la semplicità di una trama che arriva dritta al punto: quanto può essere ipocrita il sistema liberale di cui si fregia la società bianca benpensante? In quanti modi si possono travestire le maldicenze che sbarcano dritte dal porto di un’ignoranza che non esclude nemmeno chi crede di esserne totalmente immune?

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“Get Out”, Jordan Peele, 2017

Nello sviscerarsi della storia, scandita da un ritmo crescente regolare tipico dell’horror/thriller, i temi che entrano in gioco sono lame dal duplice taglio: risalta, e mi è particolarmente caro, il dualismo educazione-controllo mentale. L’utilizzo dell’ipnosi porta la questione formativa all’estremo: lo strumento caro alla psicoanalisi  per antonomasia viene trasformato in un’arma per il controllo della mente dei protagonisti, in un passaggio graduale di grande significato, che parte dalla condivisione di un pensiero comune all’imposizione un comportamento obbligato.

In una società che si definisce civile, nella quale ancora non è chiaro nemmeno quale sia il termine linguistico adeguato a definire gli appartenenti alla comunità afroamericana, l’avere superato gli stereotipi più classici è solo illusoria, non solo nella media borghesia (liberale) o nei contesti caratterizzati da un livello basso di scolarizzazione: la vicenda di “Get Out” ci spinge a chiederci con quanti cliché apparentemente innocenti ancora dobbiamo fare i conti per poter davvero parlare di parità e, soprattutto, ci porta a fare un passo indietro rispetto al piedistallo su cui ci poniamo quando ci definiamo con sicurezza e provata cognizione di causa “anti-razzisti”. 

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“Get Out”, Jordan Peele, 2017

Il cattivo di “Get Out” non è l’ignorante o il bifolco, ma il colto bianco di sinistra, che aborre la schiavitù e allo stesso tempo favorisce un nuovo schiavismo dal quale può coscienziosamente sentirsi al riparo. Il cattivo di “Get Out” sei tu, che leggi questo articolo, e io che lo scrivo.

Stavolta vi lascio con una canzone da ascoltare, e anche qui non vi anticipo nulla (tranne che l’ho già usata in passato, scusate, non potevo farne a meno).

 

Stefania Ratzingeer

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