Rubina Brugugnoli – Corporeo

Apriamo la stagione Open Space 2020 con il fascino potente della presenza nel mondo, con le foto di Rubina Brugugnoli: silenziose e magiche, come gli incantesimi più invincibili.

Ho scoperto la fotografia da piccola, attraverso mio padre: la macchina fotografica è un oggetto familiare, sempre avuta dentro casa. Ho iniziato utilizzando compatte e reflex analogiche e scattavo durante le gite scolastiche oppure in viaggio. Mai avrei pensato di diventare una fotografa. Da bambina optavo per la giornalista (volevo vendere i giornali) o la scioperante (?!).

Fortunatamente per noi, fotografa lo è diventata.
Questa serie di foto sono un racconto intimo, una sfida personale che Rubina Brugugnoli ha accettato; l’identità è talmente presente – anche se noi non ne riconosciamo il volto – che, in quanto osservatori, non possiamo che restare immobili, oltre quel velo stropicciato che compone l’inquadratura.

Immobili noi, mentre quel corpo invece si muove e cambia forma, diventando monumentale e statuario, geometrico e fluido; un corpo che ha qualcosa da dirci.

Mai stata magra. Ho sempre percepito il mio corpo poco agile, ingombrante, sgraziato. Da tempo avevo in mente di immortalarlo, come fosse una creatura al di fuori di me. L’atto di fotografarmi è stato sperimentale, mescolare elementi in un laboratorio, mettere in atto un processo chimico di azioni e pensieri. Il risultato è divenuto consolazione, mi sono piaciuta tanto.

“Corporeo” che diventa anche “corpo- reo”, colpevole di non essere standardizzato in un canone estetico troppo esclusivo e penalizzante per la varietà e la diversità che caratterizza la nostra specie. Così si prende il suo legittimo spazio nel mondo, con l’osservazione e l’amorevolezza che si danno alle cose e alle persone che desideriamo accogliere e capire.

Viste in sequenza, le fotografie di Rubina Brugugnoli sono una danza nuova, mai vista, forse per questo sconvolgente e necessaria: nuda, grassa, sensuale, coraggiosa – di quel coraggio non eroico, ma sincero, di chi si mette alla prova per concedersi la grazia; inarrestabile e inafferrabile, dato quel velo che porta tutto sulla soglia dell’irreale, come lo sfondo nero che ricorda il teatro – luogo di irrealtà.

Mi sono concessa di decondizionarmi dal giudizio e di rappresentare come esisto solidamente su questa terra, ma allo stesso tempo emerge la necessità di slegarmi dalla materia di cui sono fatta per confondermi oltre essa.

Non è facile essere presenza nel mondo; in molt* impieghiamo una vita per imparare. Queste foto sono una testimonianza di come, nud* e crud*, possiamo esserlo.
Si spengono le luci, inizia la danza: che lo spettacolo abbia inizio.

Gea Di Bella

La fine è il mio inizio (cit.)

È stato un anno impegnativo e ricco di sorprese.
Ho iniziato questo progetto completamente sola, se non fosse stato per l’aiuto che mi fu dato dal mio amico Bedo, che ringrazio per avermi spiegato le nozioni base di WordPress e avere ideato una grafica in pieno stile agit-prop poi sostituita da questa che vedete, meno personalistica e più pop creata su misura dall’illustrastrice Giulia Nicolino, meglio nota come linEEtte.
In un secondo momento ho proposto a Gea Di Bella di collaborare in qualità di studiosa e appassionata di arte, che si dedica con amore alla sezione “Open Space” curando le mostre che pubblichiamo trimestralmente.
Abbiamo iniziato con Paola Malloppo e il servizio fotografico che ha condiviso in anteprima con agit-porn “Sara e Pepe: una prima volta“, poi è stata la volta di Azoto con le sue illustrazioni queer cyber punk e infine un’edizione speciale per dicembre in cui mostriamo una serie di foto dal progetto “Vita Privata” di Ossidiana Cosmica.

Nell’ottica di dare voce e spazio a punti di vista diversi e multisfaccettati, di arricchire agit-porn con altri contenuti e soprattutto di farlo diventare il più corale possibile, ad agosto è stato pubblicato il primo guest post scritto da Urfidia, seguito da quello di Mi Chiamo Maschio, Polycarenze, Gohar, Caffein Butt, Giulia Zollino, Ossidiana Cosmica, girlsplaining e Danilo Campanella, che ha fatto addirittura una doppietta.
Ho conosciuto queste persone, tranne Danilo – autore per “Erottica – sguardi obbliqui di corpi dilatati” (il 15° numero di “Rivista di Scienze Sociali” che curai nel 2016) – su Instagram, tramite il profilo @agit_p.o.r.n che è stato disattivato lo scorso 12 dicembre, senza una motivazione precisa, nonostante sappia perfettamente di non avere rispettato più volte le linee guida (di cui ho parlato qui e qui).

Non sono mancate ospiti che ci hanno dedicato il proprio tempo rispondendo alle domande che ho posto loro per la rubrica “Interviste Ribelli”, di cui fanno parte Rachele Borghi, Sara Silvera Darnich, Miss Mukade e il trio di Inside Porn.

A ottobre abbiamo avviato l’iniziativa “Sharing nudes“, nata per gioco proprio su Instagram: ho chiesto alle persone che mi seguivano di inviare tramite email delle foto. In tante e tanti vi hanno preso parte fino a ora, ringraziando per la possibilità di mostrarsi liberamente (anche se quasi nessun* mostra il volto, segno che lo stigma sulla nudità e sulla sessualizzazione è ancora fortissimo e per certi versi invalidante in molti ambiti dell’esistenza).

Vorrei che agit-porn si consolidasse come luogo in cui condividere opinioni non conformi alla norma, perché c’è bisogno di voci fuori dal coro. Sono molto presente e attiva su Instagram e risento malamente dell’approccio pop e spesso superficiale ad argomenti quali femminismo, sessualità, pornografia, discriminazione (che sia essa fisica, etnica, di genere, sessuale, di “abilità” o tutte queste messe assieme, ecco perché credo e sostengo il femminismo intersezionale).
Vorrei che si prendesse atto del grande paradosso in cui siamo invischiat*: la volontà che si finge necessità di essere visibili per esprimersi contro la reale necessità di sovvertire lo status quo.
Prima o poi i social chiuderanno, si trasformeranno, e in ogni caso ci vincoleranno tramite nuove e sempre più subdole forme di potere: creiamo spazi alternativi per liberarci e comunicare, che siano essi fisici o virtuali, poco importa.
agit-porn vuole essere proprio questo: uno spazio libero dove né le menti né i corpi conoscono censura. Spero che vogliate unirvi, e il mio augurio per il 2020 è che non smettiate mai di guardarvi e guardare il mondo che vi circonda con spirito critico e voglia di cambiare.

Vi auguro un proficuo e felice anno nuovo con una meravigliosa canzone di Mercedes Sosa: “Todo cambia”.

Claudia Ska

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Queerness Cyberpunk – I corpi di Azoto [CLOSED]

06/09/2019 – 06/12/2019

Dix, se fosse Queer

Azoto è il nome d’arte e alterego di Biancanives Toglian/i, milanese e ventinovenne, regista e drammaturg*.
È un illustratore e performer di arte erotica e queer che ha cominciato a creare, in questo ambito, nel 2018 durante una crisi di identità di genere.
Nel giugno dello stesso anno espone alla collettiva di apertura della galleria ON-OFF di Milano “You put a par on me”; a settembre viene selezionato per esporre la sua prima mostra dal titolo “La gendereuphoria di Azoto”, al festival Queer infection lab di Roma.
Nel frattempo “Trans en trance“ e “All the sons I’ll never had” vengono pubblicate nei numeri autunnali della fanzine milanese “Il Buco” e la sua illustrazione “My holy t. shot” viene inserita nel libro “Altri Immaginari” di Golena Edizioni.
Nel 2019 partecipa con la trilogia “I pornazzi di Azoto” al BU festival transfemminista queer all’interno del Pride di Genova e il mese successivo a Porntrait, un evento di Il Buco a Milano.
Come performer ha portato per festival italiani il suo “A-gender strip”, sempre diverso ogni volta.

Colori accesi di acrilico o di uniposca, personaggi eccentrici in situazioni estreme: questo è quello che vi si presenta davanti guardando i lavori di Azoto.

Autodidatta, Azoto ha tirato fuori quello che l’identità di genere citata nella sua biografia aveva da esprimere: la creatività, con un linguaggio provocante e sconvolgente.

I soggetti queer delle sue opere sono immersi in un’atmosfera erotica, impegnati a darci dentro, ma con uno sguardo sempre un po’ perso; viene da chiedersi se stiano sognando, se siano alterati oppure talmente tanto dentro il momento da ignorare tutto il resto.
Ma soprattutto, sono onestamente queer: eccentrici, sfrontati, esuberanti. Non sono lì per compiacere ma per piacersi e godersi la vita. Sono anche vagamente grotteschi, di quel grottesco alla maniera dell’espressionismo tedesco, tipo Otto Dix, che distorce la realtà a seconda del desiderio (o dell’incubo).
Sono dei veri e propri freak fumettistici, ritratti con colori pastello saturati al massimo, come immaginiamo che siano le loro vite: al massimo, di ogni cosa.

Qui su agit-porn, dove i Corpi si autodeterminano e lottano per la loro legittima libertà, Azoto non poteva che trovarsi a casa: la sua opera vira verso la celebrazione del corpo non conforme, che in quanto tale esprime tutta la sua naturale vitalità in salsa cyberpunk.

Il sesso è una costante ed è la chiave per interpretare l’essenza e la presenza dei personaggi: non è un tabù, non è qualcosa per la quale vergognarsi e diventa, anzi, espressione di sé mostrata in maniera esplicita, senza remore, energicamente.
Fatevi un giro nella galleria, allora. Lasciatevi sconvolgere, incantare, perplimere e sorprendere. Sono ritratti di una vita che prendono il posto che spetta loro nella realtà inclusiva, fuori dalla “normalità” etero-normata; forse non siamo abituat* ed è per questo che ne abbiamo bisogno.

Gea Di Bella

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“Mother’s daughter”: il femminismo secondo Miley Cyrus

La scorsa settimana è uscito l’ultimo singolo di Miley Cirus ossia “Mother’s daughter“, che — una volta dimessi i panni della disneyana Hanna Montana — ha virato su un’immagine di sé sensuale e fortemente sessualizzata. Difficile sapere quanto ci sia di suo e quanto della manager (sua madre Tish Cyrus, presente nel video della suddetta canzone) e/o della produzione artistica, fatto sta che i testi, i video e le apparizioni della cantante originaria di Nashville sono ormai accompagnate dall’aggettivo “provocatorio”.
Non ultimo è proprio il caso di “Mother’s daughter”, che è stata lanciata con un video ricco di messaggi visuali, testuali e simboli.

È innegabile che negli ultimi anni il femminismo sia stato manipolato per fini di mercato e perché fa presa su una certa parte della popolazione (leggi pinkwashing), ma il fatto che determinate tematiche vengano proposte in un contesto mainstream e commerciale potrebbe sortire l’effetto positivo di incuriosire chi non conosce l’argomento e mettere in discussione determinati modelli.

Una delle accuse mosse a Miley Cyrus è di non essere credibile nel dichiararsi femminista perché veicola un’immagine di sé ambigua e per le collaborazioni artistiche con cantanti come Robin Thicke (memorabile la loro esibizione all’MTV Video Music Awards del 2013 quando cantarono assieme “Blured Lines”, nota come canzone sessista). Secondo me il punto sta proprio in questo: una persona che decide di mostrarsi in un certo modo e, come nel caso di Cyrus, di rompere col suo altero ego Disney, per virare su un’immagine in cui desiderio e spinta sessuali sono estremamente forti, è femminista, perché rappresenta la voglia di dire apertamente che innanzitutto ciascun* si mostra come preferisce e in secondo luogo che, se una donna vuole apparire come un essere sensuale, eroticizzarsi e pornografarsi, può farlo senza remore perché quella è la sua volontà. Non sto dicendo che debba piacerci come lo fa, ma dobbiamo prenderne atto.

Miley Cyrus in

Per come è strutturata la nostra Società, dove sesso e relative narrazioni sono tabù che incendiano gli animi proprio perché si cerca di nasconderli e quando se ne parla lo si fa in modo pruriginoso e perverso, è ovvio che, appena una persona —principalmente di sesso femminile — ne parla, scatta l’allarme rosso e scoppia il finimondo.
Ogni fottuta volta.
Maggiore è il tentativo di soffocare e censurare corpi e desideri sessuali, maggiore sarà l’effetto prorompente dei messaggi che saranno veicolati, col potenziale rischio che siano vanificati, fraintesi, alterati.

Il video sembra voler fare propaganda; ai corpi non conformi allo standard vengono alternate frasi femministe che sembrano claim, ma questo non ne depotenzia il senso. L’immagine di persone che esprimono così apertamente istinti e ambizioni sessuali ci turbano perché il sesso è considerato una questione strettamente privata, da tenere lontana da occhi indiscreti. Se è vero che l’intimità ha tutto il diritto di essere tutelata, è vero anche che ciò non equivale a far tacere chi vive serenamente la propria sessualità. E se una donna si sente forte e libera anche sessualmente ha diritto di poterlo manifestare senza che questo susciti ogni volta disappunto, disgusto o stupore generale.

La donna che pareva tanto gentile e tanto onesta agli occhi di Dante può esserlo anche con un’esplicita carica sessuale e, se non fosse gentile e onesta, non sarebbe in ogni caso affare nostro.

Claudia Ska

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A noi ci piace il Secs!

Ironiche, spregiudicate, con formazioni e competenze differenti ma accomunate da un grande interesse per il sesso e la sessualità: sono le persone che promuovono il pensiero sex positive dentro e fuori dal web.

Serie tv come la storica “Sex and the city” hanno agevolato i discorsi sulla sessualità delle donne in chiave pop, ma l’esplosione dei social media negli ultimi 10 anni ha fatto il resto, e proprio su quegli stessi social che hanno stretto la morsa della censura su contenuti di nudo, erotismo, pornografia, la comunità di persone sex positive si arricchisce di nuovi argomenti ed elementi.

Adesso siamo noi che vogliamo (ri)definire i nostri confini linguistici, anatomici, emotivi, affettivi, sensuali, sessuali apertamente e gioiosamente.

In questo articolo vi racconterò alcune delle persone che in Italia stanno scuotendo una cultura bigotta e ottusa a suon di post, stories ed eventi dove ciò che viene seminato in rete, viene raccolto fuori da questi schermi.

Potere di Iside*, vieni a me!
*dea egizia della saggezza, della magia, della salute (e del matrimonio, ok, lo ammetto)

Violeta Benini è un’ostetrica nota sui social come divulvatrice che, oltre al profilo omonimo, ne ha un altro paralleo in cui si fa chiamare Sesperta. Si occupa di benessere a vari livelli e in modo anticonvenzionale. Da lei non aspettatevi spiegoni incomprensibili con termini clinici altisonanti, ma delucidazioni sull’anatomia genitale femminile, indicazioni chiare e goliardiche sull’uso corretto di metodi contraccettivi, suggerimenti di sex toys per migliorare la salute del pavimento pelvico e sperimentare il piacere di chi ne fa uso. Violeta fa divulgazione, ossia condivide le sue conoscenze e il suo sapere specialistico con la comunità e lei stessa si tiene costantemente aggiornata e informata tramite corsi e master. La parte social è una delle componenti del suo lavoro, in quanto ha uno studio a Livorno, periodicamente riceve a Milano, e a breve anche a Firenze, organizza e conduce dei workshop in tutta Italia. È inoltre specializzata nel trattamento del pavimento pelvico e le eventuali problematiche a esso legate.
Instagram: @violetabenini e @sesperta.
Sito: www.violetab.com

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SE4SexEducation

Nel febbraio del 2018 Giulia Marchesi, psicologa con un master in sessuologia, ha avuto l’idea di creare SE ossia SE4SexEducation, un sito, una pagina Instragram e una pagina Facebook in cui fare educazione sessuale in modo chiaro ed esaustivo, per divulgare un approccio alla sessualità che fosse positivo e sereno, con l’obiettivo di abbattere tabù e pregiudizi che la circondano. Giulia è convinta che parlare apertamente e serenamente a bambin*, ragazz* e adult* sia la strada migliore per un’educazione sessuale e affettiva sana e rispettosa. SE4SexEducation pubblica periodicamente brevi video informativi per rispondere a curiosità riguardanti la sessualità e/o per approfondire alcune tematiche a essa inerenti; tali video sono seguiti da articoli dettagliati e di più ampio respiro. Oltre a curare l’attività online Giulia riceve nel suo studio a Verona, fa consulenze via Skype e organizza corsi per l’educazione sessuale nelle scuole, per i genitori e ovunque la chiamino: praticamente è la versione rosa e azzurra di Batman, con tanto di logo, e questo è il suo modo per combattere l’ignoranza.
Instagram: @se4sexeducation
Sito: www.se4sexeducation.it

Valiziosa è un personaggio misterioso, quasi mitologico, che ridesta il web con nynphografiche (ossia schede dettagliate e accurate con tanto di punteggio in cui recensisce sex toys) e il piccantissimo kamafrutta (posizioni sessuali illustrate con frutta e ortaggi con didascalia descrittiva sui generis). A chi si iscrive alla newsletter, regala la singolare e divertente lista della spesa “Sì – No – Forse” da compilare con la/il partner per sperimentare, conoscere e conoscersi nell’intimità. La sua missione è quella di abbattere i tabù sul sesso con malizia e ironia e ci riesce con contenuti ironici e divertenti. Se cercate un modo per avvicinarvi a queste tematiche in modo discreto ma bizzarro, Valiziosa fa per voi e, oltre a ingolosirvi su sex toys di cui non avreste mai immaginato l’esistenza, vi saprà far sorridere, perché – diciamocelo – il sesso è bello proprio perché ci si diverte un sacco!
Instagram: @valiziosa
Sito: www.valiziosa.com

L’ultima Iside, non certo per rilevanza, è la Dottoressa Schiaffazzi, prima e unica esperta italiana di “accoppiamento presto” una tecnica sessuale che si realizza tramite lo schiaffasutra, del quale lei stessa si fa promotrice con video esplicativi che gira insieme a Perlo, l’intelligenza artificiale creata nella Silicon Valley e che proprio di recente ha subìto degli aggiornamenti sostanziali di cui tutt* non vediamo l’ora di venire a conoscenza. Il suo schiaffabolario è ricco di termini quali Shu-Shu (nota quella di legno), Maxi-Bon (il bla-bla è analogo alla Shu-Shu di legno), massaggi ditalici, boccalici, dirtelo-boccalici, tripudi di cuori; si sprecano i cactus, che sono una filosofia di vita, uno state of mind, una dimensione dell’anima. Tra il serio e il faceto, la Dottoressa Schiaffazzi ci parla di amore, inclusione, ascolto, sperimentazione, consenso e rispetto in chiave surreale e ironica, sempre di gran classe.
Instagram: @dottoressaschiaffazzi

Rendiamo grazie alle Grazie*
*dee delle gioia di vivere

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Morena e Ivano de Le Sex En Rose

La coppia più rosa del web è formata da Morena e Ivano di Le Sex En Rose. Unit* affettivamente e sul lavoro, è difficile star loro dietro: testano e recensiscono sex toys, organizzano set fotografici per campagne pubblicitarie molto glamour, hanno una rubrica di interviste nude che pubblicano sul loro sito, fanno divulgazione su temi riguardanti sessualità e tematiche lgbtqi+ con articoli di approfondimento e di recente hanno curato l’iniziativa “Piacere in Scatola – Consumare con Consenso” durante il Festival dell’Amore tenutosi a Milano dal 7 al 9 Giugno 2019. Per non parlare del podcast “Pottenrose” nel quale si diletta(va)no a leggere e commentare le fanfiction erotiche ispirate alla saga di “Harry Potter” con il loro inconfondibile accento piemontese. Lo stile è sobrio e solare nonostante tutto il rosa confetto e/o shocking, l’intesa e la complicità sono tangibili. Come direbbero loro: «Attenziòne!» (con la “o” aperta).
Instagram: @le_sex_en_rose
Sito: www.lesexenrose.com

Marvi Santamaria, meglio nota come Match and the City, ha iniziato la sua avventura online per raccontare il disagio(h) (quello con l’acca finale!) sulle dating app come Tinder. Dopo un anno di anonimato, Marvi ha deciso di uscire allo scoperto e, oltre a dedicarsi al tema degli incontri oline, tratta argomenti quali femminismo, pornografia etica, ha curato un podcast con puntate monotematiche, ha creato e tuttora modera due gruppi su Facebook in cui si confronta su questi temi, ogni mese raccoglie il meglio – secondo lei (come ci tiene a precisare) – su dating, sessualità, femminismo e lgbt in una newsletter; infine ha pubblicato il libro “Tinder and The City” (Alcatraz Edizioni) dove racconta storie di disagio sulle app di incontri, tra esperienze reali e finzione. Molto attenta e curiosa nel suo approccio, non manca di stimolare chi legge e guarda con consigli e riflessioni. Un’instancabile caterpillar!
Instagram: @matchandthecity
Sito: www.matchandthecity.it

La pagina Instagram di Virgin and Martyr è nata dalla collaborazione tra Greta Tosoni e Greta Elisabetta Vio, conosciutesi proprio sul social più in voga del momento. Inizialmente le persone erano invitate a inviare una foto del proprio corpo, di un particolare di esso, col fine di creare un archivio di immagini che raccontassero la diversità di ciascun corpo, col tempo è diventato un aggregatore di notizie, informazioni, esperienze non solo sui corpi ma anche sulla sessualità, trasformandosi in ciò che è oggi: un safe place in cui condividere e confrontarsi su body-shaming, tabù, sessualità, erotismo e pornografia, il tutto corredato da immagini e illustrazioni molto curate e con uno stile che caratterizza la pagina. L’attività virtuale va di pari passo a quella offline, nella quale le due Greta e alcune persone del team partecipano a dibattiti, incontri ed eventi volti a promuovere i suddetti temi. Su Virgin and Martyr le parole chiave sono rispetto, consenso e inclusività e i toni sono sempre pacati, senza scadere in un buonismo forzato. Difficile sentirsi fuori luogo sulla loro pagina.
Instagram: @virginandmartyr

Fiore Avvelenato nasce come blog per l’autostima sessuale e raccoglie articoli puntuali e approfonditi che riguardano la sessualità e il corpo da un punto di vista sociale, storico, artistico, letterario. La competenza di Donatella, ideatrice e autrice del blog, nell’ambito della moda e della storia del costume donano al progetto un valore aggiunto, rendendolo ancora più originale e affascinante, come il nome che porta. Fiore Avvelenato sa stimolare con aneddoti e digressioni che contestualizzano alcuni tabù e ci aiutano a osservarli meglio per poterli superare con consapevolezza e serenità. Su Instagram delizia la platea di follower con chicche maliziose, storie succulente e sondaggi in cui riesce a creare un’interazione onesta e mai giudicante, sempre aperta al confronto. Quello che mi piace di Fiore Avvelenato è che mi fa sentire come se mi trovassi in una biblioteca zozzetta dove lussureggiare acculturandomi, praticamente il paradiso per me, sapiosexual!
Instagram: @fioreavvelenato
Sito: www.fioreavvelenato.wordpress.com

Meno dissing Più dissidenti

Clitoridea (logo di Vincenzo Rotundo)

Dalla Calabria con furore e ardore c’è Clitoridea. Nata come sito di racconti erotici inviati dalle e dai fan è ben presto diventata un luogo dove chiedere supporto e confronto (nella rubrica “Clitoridea & Friends” chi ha una questione da sottoporre alla comunità lo può fare in modo anonimo e c’è chi risponde con pareri e/o consigli in forma altrettanto anonima). Inoltre Clitoridea è una pagina Instagram in cui vengono condivisi aforismi e poesie erotici, foto e illustrazioni a tema e nella quale si dibatte di tabù, corpi, sessualità, femminismo, pornografia. Ketty Rotundo, la sua fondatrice, organizza aperitivi con letture di racconti erotici. Insieme al gruppo Fem.In (Cosentine in lotta) organizza iniziative volte a sensibilizzare sui temi dell’inclusione, del femminismo intersezionale e delle patologie di genere. È tosta come il granito, divampa come un incendio, ha un senso dell’umorismo travolgente. Come non amarla?!
Instagram: @clitoridea
Sito: www.clitoridea.it

Benedetta Lo Zito è una donna che a un certo punto della sua vita, dopo essersi sentita sempre un’outsider per un motivo o per un altro, si è detta: «Mo’ prendi il tuo profilo da beauty influenZer e lo trasformi in un punto di ritrovo per coloro che non si sentono mai abbastanza!». E lo ha fatto tramutando Vitadibi in una parata femminista, sex e body positive, dove la peculiarità principale è quella di non mandarle a dire, complice anche la romanità che si è portata fino a Londra, dove vive. Su Instagram e Facebook parla di diritti umani, antifascismo, supporta la comunità lgbtqi+, promuove una sessualità libera e felice, l’amore per il proprio corpo. Instancabile social media manager di sé stessa, collabora inoltre al manifesto di fotografia erotica in salsa pop I Am Naked On The Internet di Miss Sorry e fa parte dello staff italo-inglese di Idioma, una linea di gioielli erotici femminili completamente artigianali e 100% made in Italy.
Il suo superpotere è saper connettere le persone anche con una risata, perché va bene essere militante, ma con la battuta pronta. Sempre.
Instagram: @vitadibi

Preparatevi a farvi infradiciare dall’onda anomala di Fluida Wolf attivista antisessista e antifascista, trash drag bitch, come ama autodefinirsi, traduttrice di testi che desiderano abbattere i tabù sulla sessualità, sul genere e aiutare a consapevolizzarsi sui propri piaceri e desideri. È inoltre conduttrice del workshop che da anni la sta portando in giro per l’Italia e fuori dai confini nazionali, ossia “Eiaculazione per f*che”, dove racconta come il corpo della donna, e particolarmente i genitali, sia stato silenziato al punto da non vedersi riconosciute parti di esso. Partendo da alcune nozioni anatomiche arriva a illustrare come avviene l’eiaculazione, senza voler istruire o indottrinare, ribelle fino al midollo, come piace ad agit-porn! Fluida Wolf è inoltre una studiosa di postporno, studi di genere e attiva nel dibattito sui diritti della comunità lgbtqi+ e delle/dei sex worker. Di lei mi piace anche ricordare le mise eccentriche e sfrontate, il make up fluo e le acconciature fatte di lunghissime extension e minidildo; la voglia di non essere a basso profilo, perché la rivoluzione non si può fare sottovoce.
Instagram: @valentine_aka_fluida_wolf

La comunità sex positive è in fermento e tante altre persone ne fanno parte, una menzione speciale va al progetto La camera di Valentina che racconta l’arte erotica passata e contemporanea, in modo scrupoloso e mai pedante nel tentativo di dirci qualcosa in più su sesso e passione.

Conoscevate blogger e influencer dell’articolo? Ne avete altr* da suggerire?
Lasciate un commento qua sotto e non dimenticate di seguirmi anche su Instagram.

Claudia Ska

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Pensavo fosse distopia, invece era il Presente

Lo scorso aprile Emma Bonino ha dichiarato a TPI News (The Post Internazionale):

«Ancora non abbiamo capito che i diritti civili, così come la democrazia, sono dei processi e se uno non continua a pedalare cade. Ci siamo – anzi, si sono – distratti per anni e ora spero che questo campanello d’allarme venga finalmente colto e ci sia della resistenza un po’ più strutturata e un po’ più organizzata».

Diamo per scontati i diritti acquisiti e l’inesorabile venire meno di alcuni di essi non viene percepito con consapevolezza.
Stiamo attraversando un momento oscuro e lugubre determinato da proposte di legge censorie e abbiamo bisogno di una visione d’insieme, di non considerare ciò che accade come un evento singolo, a sé stante, dovremmo utilizzare il nostro senso critico e analitico per affrontare la realtà.
Spesso vengo contestata perché parlo di corpi, sesso e politica sottolineando quanto questi tre temi si intersechino fra loro. Sarebbe interessante se la politica si occupasse della cittadinanza e invece le singole persone del proprio piacere (sessuale), ma – ahimè – la politica si occupa anche dei nostri corpi e delle nostre scelte individuali e non possiamo non tenerne conto.

Vi propongo di fare un viaggio nel tempo e nello spazio insieme a me.
USA, Luglio 2018. Il Presidente Trump propone l’elezione di Brett Kavanaugh come uno dei giudici della Corte Suprema, ossia l’unico tribunale specificamente disciplinato dalla Costituzione e quindi super partes anche rispetto alle leggi votate nei singoli Stati. I membri della Corte sono 9, nominati a vita. Quando ci sono dei seggi vacanti, il Presidente nomina nuovi membri con il consenso del Senato. La Corte Suprema dovrebbe essere rappresentativa della pluralità delle anime politiche, sociali e geografiche degli Stati Uniti d’America.
Kavanaugh, dicevamo. Quando venne nominato si fece avanti una donna che lo accusò di tentato stupro 35 anni prima, quando avevano 15 anni, poi se ne aggiunsero altre due. Nonostante la battaglia legale e le proteste di piazza, Kavanaugh è stato comunque eletto a ottobre, dopo che ad aprile dello stesso anno è stato eletto un altro membro repubblicano nominato da Trump, ossia Neil Gorsuch.
L’attuale Corte Suprema statunitense è composta da 3 donne (una nominata da Clinton, due da Obama) e 6 uomini (uno solo afroamericano, nominato da Bush Jr) e di questi, 5 repubblicani. Il Presidente della Corte – John Roberts – pur essendo stato nominato da George W. Bush e quindi di fazione repubblicana, ha risposto a un attacco di Trump che accusava i giudici di essere “politicizzati”, perché il giudice federale della California Jon Tigar aveva bloccato il provvedimento che aveva sospeso il diritto di chiedere asilo alle persone che attraversano illegalmente il confine sud dello Stato, arrivando dal Messico.
Maggio 2019. Alabama, Missouri, Georgia  e Louisiana (con la firma del governatore democratico) sono gli Stati in cui solo quest’anno sono state approvate nell’arco di pochi giorni le une dalle altre le leggi anti-abortiste anche in caso di stupro e incesto. Tali leggi dovrebbero entrare in vigore il prossimo anno e solo la Corte Suprema potrebbe respingerle, in quanto nel 1973 ci fu la sentenza che proclamava il diritto alla libera scelta di ciò che riguarda la sfera più intima della persona, in nome del XIV Emendamento.
Se però la Corte Suprema è formata per la maggior parte da uomini conservatori e fra questi ce n’è uno che per di più è stato accusato di tentativo di stupro e durante il processo ha espresso la propria collera e aggressività, non è che ci sia da stare molto tranquill*.
Inoltre la firma del governatore John Bel Edwards mette in luce il fatto che il movimento pro-life stia prendendo sempre più piede nell’ala democratica, che al proprio interno include quella che dal 1995 è la Blue Dog Coalition, ossia un gruppo formato di 27 membri della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti del Partito Democratico, favorevole alla restrizione dell’aborto.

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aborto libero gratuito

Torniamo in Europa, precisamente a Verona, tra il 29 e il 31 marzo 2019 durante il XIII Congresso Mondiale delle Famiglie (World Congress of Families, che ho ribattezzato il What The Fuck Congress of  Families).


Secondo Il Post “Il WCF riunisce «il movimento globale» antiabortista, antifemminista e anti-LGBTQI ed è stato classificato come “gruppo d’odio” dal Southem Poverty Law Center, organizzazione americana senza fini di lucro impegnata nella tutela dei diritti delle persone”.

Si tratta di un movimento estremamente pericoloso e pervasivo, potente a livello politico ed economico, che può fare molte pressioni sui governi.
Ovviamente il controllo dei corpi, specialmente di quelli femminili, con l’interruzione di gravidanza sempre in agenda, è uno dei temi cardine. Si sposta l’attenzione dalla donna/madre unicamente al feto/figli*, senza tenere minimamente in considerazione non solo la volontà della persona direttamente coinvolta ma anche i suoi sentimenti, le sue esigenze, i suoi desideri. Nel momento in cui scopre di essere incinta e decide di abortire, la donna smette di contare come individuo: è nient’altro che incubatrice di una nuova vita, pertanto al suo posto ci sono altr* che decidono in sua vece o vorrebbero farlo.
In Italia la depenalizzazione e la regolamentazione dell’accesso alla pratica abortiva sono state sancite dalla cosiddetta Legge 194 (Legge 22 maggio 1978, n.194), la quale però lascia libertà di scelta agli obiettori e alle obiettrici di coscienza, ossia personale medico e paramedico che può rifiutarsi per motivi etici e/o religiosi (molto spesso economici) di praticare l’interruzione di gravidanza.
Il credo religioso c’entra davvero poco laddove ci sono ginecologhe e ginecologi che non effettuano l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) negli ospedali pubblici, dove il servizio è gratuito, ma la eseguono privatamente a costi elevati.
Dal dicembre 2009 in Italia l’IVG farmacologica può avvenire tramite la pillola RU486, che in quasi tutti i Paesi dell’Unione Europea può essere somministrata fino alla nona settimana di gravidanza, mentre in Italia al massimo fino alla settima. Questo metodo è economico perché non rende indispensabile l’ospedalizzazione (anche se nel nostro Paese è previsto ricovero di tre giorni, più per mortificare la persona che sceglie di abortire, che per una reale necessità, salvo casi specifici), non prevede alcun intervento chirurgico (costoso a livello economico, fisico nonché emotivo) con eventuali rischi dovuti all’intervento stesso.
Peccato che in Italia gli aborti farmacologici si fermino al 15,7%: ciò significa che prevale ancora l’interruzione chirurgica, che può essere effettuata solo tra la sesta e la quattordicesima settimana di gestazione a partire dall’ultima mestruazione, mentre idealmente la RU486 potrebbe essere assunta dalle primissime settimane ed è efficace per tutta la gravidanza, nonostante possa essere somministrata per legge entro il 63° giorno.

Come dicevo all’inizio dell’articolo è necessario osservare la situazione politica e sociale nel suo insieme, tenendo conto dell’avanzata capillare di movimenti xenofobi, omofobi, sessisti e in una parola fascisti. In Francia e in Italia a queste ultime votazioni per il Parlamento Europeo hanno vinto i partiti di Le Pen e Salvini, i cui discorsi sono pregni di odio, bigottismo e propaganda reazionaria.
Dovremmo ricordarci del patrocinio al WCF da parte del Ministro per la Famiglia e le Disabilità con le deleghe alle Politiche per la famiglia, disabilità, infanzia e adolescenza, politiche antidroga, adozioni, anche Vice-Segretario Federale vicario della Lega, ossia Fontana, che se credessi nel binomio Bene/Male, sarebbe sicuramente il secondo insieme a Pillon, noto in particolare per il disegno di legge 735 che porta il suo nome e che introdurrebbe una serie di modifiche in materia di diritto di famiglia, separazioni e affido condiviso dei minori e prevede, inoltre, che le disposizioni introdotte, una volta entrate in vigore, vengano applicate anche ai procedimenti pendenti. Ne suggerisco la lettura per rendersi conto di quanto potrebbe essere deleterio e pericoloso, soprattutto in casi in cui si chiede separazione per abuso/violenza. Pillon vorrebbe abolire la legge 194 e non ha perso occasione di schierarsi contro la comunità LGBTQI+, ma per fortuna lo scorso aprile è stato condannato in primo grado per diffamazione contro il circolo arcobaleno Omphalos di Perugia, accusato di fare propaganda omosessuale quando invece si occupava di distribuire materiale informativo contro bullismo e omofobia.
Il Ministro dell’Interno invece va avanti col suo tour che neppure Mengoni con l’ultimo disco e nelle sue tappe non manca di lanciare le forze dell’ordine tipo cani arrabbiati a casa della gente per far ritirare gli striscioni di critica e dissenso appesi ai balconi (Salerno e Brembate) o far requisire lo smartphone a una ragazza che con la scusa di una foto gli chiede: «Salvini, non siamo più terroni di merda?!», questo quando non sta sui social a offendere e umiliare, fra gli/le altr*, donne a caso (Laura Boldrini è una delle preferite seppure non disdegna mettere alla mercé di chi lo segue Giulia Pacilli, una ragazza che ha manifestato il proprio dissenso verso l’attuale governo e in particolare verso il ministro con cartelli sarcastici).
Non dobbiamo dare per scontata la nostra – seppure limitata – libertà, perché con manovre più o meno esplicite stanno cercando di sottrarcela. Dobbiamo lottare tenacemente e fare in modo che sempre più persone possano essere tutelate e ottenere nuovi diritti che favoriscano l’autodeterminazione.
Sembra distopico finché non ti rendi conto che quell* defraudat* sei tu.

Il video che ho condiviso è di Clara Campi, stand up comedian milanese.
Nota bene: non sono riuscita a reperire l’autrice o l’autore dell’immagine che ho trovato su Internet. Se sai chi è, me lo diresti per inserire i credits? Grazie!

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Interviste ribelli – Rachele Borghi

agit-porn inaugura una nuova rubrica intitolata “Interviste Ribelli”, nella quale ci confrontiamo con persone che secondo noi vivono e comunicano in modo dissidente e resiliente.

Rachele Borghi:
dalla geografia dei luoghi alla geografia dei corpi

Rachele Borghi è geografa e attivista queer, docente universitaria e autrice – fra gli altri – del saggio “Il re nudo. Per un archivio drag king in Italia” (ETS).
L’ho conosciuta al Lesbiche Fuori Salone nel 2015, quando tenne insieme a Slavina il laboratorio “Lez talk about sex” al quale partecipai.
L’avevo sentita nominare e mi affascinava il fatto che una docente, figura alla quale attribuiamo un’autorevolezza seriosa, monolitica, potesse fare attivismo in modo provocatorio e ironico, spogliandosi (letteralmente) in pubblico.

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Rachele Borghi

Cara Rachele, innanzitutto grazie per la tua disponibilità. Salto i convenevoli e passo al sodo: come ti sei avvicinata al post-porno?
Era il 2010, ero da poco arrivata a Roma e mi ero iscritta alla newsletter della Casa Internazionale delle Donne. Apro la posta e leggo che ci sarà la proiezione del documentario “Mi sexualidad es una creation artistica” di Lucia Egana Roja, il cui tema è la scena post-porno di Barcellona. Avevo precedentemente sentito parlare di post-porno dal collettivo Le Acrobate, anche se non avevo ancora capito bene cosa fosse. La loro presentazione però mi aveva intrigata molto, così quella proiezione è stata l’occasione per colmare la mia curiosità.
Arrivo nella sala Carla Lonzi della Casa Internazionale delle Donne, mi siedo, le luci si spengono, la proiezione comincia. Resto incantata. Vedo masturbazioni nel giardino dell’Università di Valencia, penetrazioni sulle Ramblas, corpi dissidenti e mostruosi che invadono lo spazio pubblico. Mi rendo conto che avevo trovato ciò che cercavo: la concretizzazione materiale, la traduzione corporea delle teorie queer. Nonostante il mio cappottino alla Audrey Hepburn in “Colazione da Tiffany” e i miei stivali col tacco mi mettessero fortemente a disagio davanti a quei corpi rrriot, dissidenti, forti, ribelli, la scintilla dentro di me era già diventata un fuoco, quindi prendo la parola e faccio una domanda: chiedo a Kyrahm e Julius (Kaiser, ndr), che organizzavano l’evento, se potevo raggiungere il gruppo in qualche momento e fare delle interviste. Alla sera sono andata da sola alla serata di performance di “Extreme Gender Art”, vincendo anche qui l’imbarazzo di essere sola e l’aria da sfigata. Ma quello che vedevo mi trasmetteva una forza e un entusiasmo che non avevo mai provato. Era in quella direzione che volevo fare ricerca. Dalla ricerca “scientifica” in due anni ho cominciato a fare performance, per la prima volta nella mia vita. Sono stati l’amore e il contagio che mi hanno permesso di sviluppare ciò che era nato.

Non so se il duo Zarra Bonheur che hai fondato con Slavina sia ancora vivo e lotti insieme a noi, ma mi diresti come e perché è nato?
Zarra Bonheur nasce nel 2012 o 2013, non ricordo, perché avevo cominciato a fare performance nel 2012 e mi piaceva l’idea di darmi un nome. Mi sembrava molto “trasgressivo”, visto che non ero un’artista ma una ricercatrice. È stata Diana (Torres, ndr) a farmi l’iniziazione alla Lady fest di Rennes nel 2012, ma la prima volta che sono salita sul palco e mi sono messa nuda è stato con Slavina, durante il Queer your self party a Roma, alla Casa Internazionale delle Donne.
Zarra Bonheur traduce le ricerche scientifiche in performance al fine di superare i limiti che separano i contesti (scientifico/militante), i saperi (cultura alta/cultura bassa, sapere scientifico legittimo/sapere militante), gli spazi (aula universitaria/centro sociale/scena teatrale), le espressioni (conferenza/performance) e di creare spazi interstiziali di sovversione/trasgressione delle norme. In “Porno trash” e “degen(d)ereted euphoria” le mie ricerche scientifiche sul rapporto tra corpi e spazio e sulla rappresentazione/percezione della nudità nello spazio pubblico sono trasformate in performance in cui il sapere scientifico prende corpo. Zarra Bonheur da (il) corpo alle ricerche, porta il corpo là dove non lo si attende, libera le riflessioni dalle pagine delle riviste scientifiche, esce dall’autorialità e contamina gli spazi. Nel 2014 Slavina, con cui avevo sviluppato un rapporto intenso di amicizia e di lavoro, mi propone di rendere Zarra Bonheur un collettivo. Grande entusiasmo da parte mia. Zarra Bonheur è oggi un progetto comune di dissidenza, di resistenza, di sperimentazione e di pornoattivismo/pornoaccademismo. Zarra Bonheur è anche la sperimentazione di un’alleanza, quella tra ricercatora (io) e soggetto della ricerca (Slavina).

«Zarra Bonheur è un progetto collettivo transnazionale a geometria variabile di ricerca e performance su genere, spazio pubblico e sessualitá dissidenti.
[…] il progetto unisce arte e attivismo inserendo le sue azioni nei contesti locali, coinvolgendo collettivi e singolarità, creando collaborazioni stabili ed effimere. Zarra ama il formato laboratorio come forma di arte partecipativa. La condivisione della scena come forma di impoteramento programmatica: Zarra Bonheur ha molte voci e molti corpi.
Siamo tutte Zarra Bonheur».

Abbiamo creato una piattaforma di scambio e di contaminazione, di creazione partendo da supporti diversi, dalla conferenza alla performance, passando per laboratori e conferenze performative e diversi contesti. Zarra Bonheur è un esercizio spurio di contaminazione di luoghi e persone, di trasmissione di competenze, di autoformazione, uno spazio orizzontale che cerca di “socializzare saperi senza fondare poteri” (Primo Moroni; cit. in Slavina).
Il lavoro di Zarra Bonheur si realizza in diversi contesti (militanti, associativi, istituzionali). È in questo senso una sperimentazione di traduzione della ricerca scientifica per renderla accessibile, toglierle il suo carattere d’élite e liberare i testi dalle prigioni delle riviste scientifiche. Allo stesso tempo è la traduzione dei saperi e delle pratiche militanti e dell’educazione popolare nell’insegnamento istituzionale.
L’ultimo intervento che abbiamo fatto come collettivo è stato a luglio nell’ambito del Festival d’Avignone, dove abbiamo fatto una conferenza performativa sul drag king.

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Rachele Borghi

Mi fa piacere che tu abbia nominato il drag king, dato che anche io l’ho sperimentato e vorrei continuare. Secondo te perché il drag king è ancora sottostimato o almeno a basso profilo rispetto al corrispettivo drag queen?
Drag Queen e Drag King hanno storie, traiettorie, modalità, motivazioni, declinazioni diverse. Non sono sicura che il paragone che si continua a fare sia davvero pertinente. Anche se il dk nasce come subcultura lesbica nei bar negli Stati Uniti, scende subito dal palco, investendo lo spazio pubblico e diventando uno strumento di dissidenza. A ogni modo secondo me bisogna non dimenticare che dk è una performance della maschilità, che permette di riflettere sulle costruzioni di genere, a prescindere dall’assegnazione di genere del corpo di partenza. Inoltre nel dk, così come è declinato nel contesto transfemminista, è fondamentale il momento laboratoriale come spazio di apprendimento ma anche e soprattutto di scambio e di creazione di relazioni. Questo tema è oggi al centro della ricerca di Clark Pignedoli che fa una tesi di dottorato a Montreal proprio sul tema dei laboratori drag king portando l’attenzione sul ruolo del privilegio cisgenere e sull’approccio delle persone trans.

Cos’è per te l’oscenità? Può assumere connotati positivi o negativi a seconda del contesto?
Per me osceni sono i reality show come il voyeurismo dei social network e soprattutto di Facebook. Non capisco come si possa qualificare corpi e immagini sessuali come oscene mentre sembra normale mettere in scena la propria vita, spogliarsi di ogni inibizione, rompere qualsiasi tabù, mettersi completamente a nudo sui social network. In una conferenza performativa che sto facendo da un po’, “Elogio del margine”, cerco di ribaltare l’idea di osceno attraverso un percorso che faccio col pubblico. Se all’inizio può essere considerato osceno che una professora della Sorbona si metta nuda a metà conferenza, poco dopo questa percezione viene ribaltata quando una voce off legge una serie di commenti che il mio lavoro ha suscitato in molti contesti. Spesso sento le persone del pubblico sussurrare “ma è osceno quello che dicono!”, ahahahaha! Infatti non faccio trigger warning per la mia nudità ma per questa parte e funziona molto bene.
Mi piace molto la riappropriazione del termine osceno e la sua declinazione in uso nel post-porno e nel trasfemminismo e soprattutto come lo usa Slavina, che ne ha esplicitato il valore politico nel titolo di uno dei suoi laboratori: “Poetiche e politiche dell’osceno”.

Da geografa, sapresti dirmi qual è secondo te lo spazio dell’osceno nella nostra Società e perché?
Come ti dicevo prima per me “osceno”, come viene inteso comunemente, è tutto il mondo dei reality e di Facebook, come anche il voyeurismo morboso verso fatti di cronaca. Credo poi che ci sia un’abitudine all’osceno nello spazio pubblico nel momento in cui non ci si indigna più verso la povertà, la violenza, l’esclusione delle persone*. Credo che oscena sia anche l’abitudine a sfruttare e a uccidere animali non umani. Spazi osceni sono i mattatoi, gli allevamenti, le riserve di caccia, i negozi di animali, le tavole imbandite con la sofferenza.
Lo spazio per l’osceno, invece, nella sua valenza ribelle e di dissidenza che il transfemminismo gli ha dato, è secondo me tutto da costruire. Credo che lo spazio dell’osceno, di questo osceno, non ci sia. Per questo bisogna prenderselo, perché lo spazio non si chiede, si strappa!

Cos’è per te il femminismo?
È per me un impegno costante, continuo, vitale per la giustizia sociale in maniera trasversale, attraverso una non gerarchizzazione delle lotte ma una interconnessione. È un’attenzione continua alla cura di sé e delle altre persone, umane e non umane**. È cercare di cambiare il mondo attraverso le micropolitiche del quotidiano. Significa per me riflettere sempre sui propri privilegi, su come mobilitarli e come uscire dalla propria zona di confort, creando alleanze ma soprattutto complicità trasformatrici. Il femminismo che mi corrisponde è il transfemminismo, un femminismo ribelle, che non si interessa all’integrazione, trasversale alle cause, che crea degli spazi di contatto, di contaminazione, di relazioni e di bienveillance.

Che tipo di pornografia ti piace guardare, leggere?
Soprattutto durante le mie ricerche sul post-porno ho guardato molti video, specialmente di porno queer. Quelli che mi piacevano di più erano quelli con corpi butch BDSM. Guardavo però un po’ di tutto quello che la mia amica Dirty mi passava, era lei la mia spacciatrici principale di porno lesbico e queer quando ero a Rennes. Mi ricordo che quando guardavo i video per le mie ricerche mi piaceva l’idea di masturbarmi lavorando.

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Rachele Borghi, © Ellis

Cosa pensi della pornografia mainstream?
Per quanto mi riguarda, tutto si riassume nella frase di Annie Sprinkle che dice che se non ti piace la pornografia esistente fattela tu come ti piace. E infatti il femminismo (pro sex) ha risposto con una produzione fantasiosa, creativa, bella, eccitante, dissidente di porno queer, femminista, post-porno, ecc.
Per me il problema principale della pornografia mainstream è lo sfruttamento delle persone, le paghe non adeguate e i rapporti di dominazione. Ma questo vale per tutte le industrie e i lavori.

Ritieni che la pornografia sia un mezzo espressivo per emanciparsi?
Si, certo, può essere una pista che permette di toccare certe parti di sé, scoprire e restare in contatto con i propri desideri e con le proprie perversioni. È però per me necessario potersi confrontare e riflettere con altre persone. Secondo me la pornografia, come qualsiasi altro strumento, permette l’emancipazione (se così vogliamo chiamarla, anche se sono sempre perplessa sull’uso di questo termine) quando diventa uno strumento di riflessione collettiva. È il processo di rendere collettivo qualcosa che è considerato privato che è vettore di cambiamento, di sé e del mondo. Primo perché, come per tutto, collettivo è meglio che individuale; secondo perché rompe il binomio pubblico/privato che è uno dei binomi che ci ha più fregato. È la dimensione collettiva che rende, a mio avviso, la pornografia politica.

Hai dei progetti ai quali stai lavorando e di cui vuoi e puoi dirci qualcosa?
Sto lavorando sul mio corpo malato, sto raccogliendo tutti gli esami, le visite mediche, le immagini e vorrei fare una performance in cui vorrei portare a riflettere proprio sull’osceno. È più osceno il mio corpo nudo o il fatto di mostrare il “dentro” del mio corpo?
Sto poi lavorando a un libro sulla violenza istituzionale e sulle risposte a essa a partire dalla mia esperienza alla Sorbona, in cui rivedo il mio percorso e lo proietto nel futuro attraverso l’approccio decoloniale. A questo si affiancano piccoli progetti con alcune colleghe/compagne francesi. Abbiamo creato la brigata SCRUM (Streghe per un Cambiamento Radicale dell’Università Merdosa) con cui stiamo facendo un manualetto di autodifesa epistemologica e con le persone studenti podcast di articoli scientifici, la pubblicazione della traduzione in fumetti sempre di articoli scientifici realizzati negli anni scorsi, il tutto al fine di riflettere sul valore politico di “farsi capire” e sull’uscita dai codici convenzionali nei contesti. Poi vorrei dedicarmi, magari tra un po’, a cercare di realizzare libri femministi intersezionali per bambini/e, a partire dalle storie che invento per mio nipote di 4 anni e dai lavoretti che faccio per lui. Ho fatto “la storia del pesce Angela Davis” sulle frontiere e il diritto di muoversi, “Le avventure della cavalla Rosa Parks” sui movimenti sociali e ora sto facendo “Nel vecchio santuario” sulle persone umane e non umane** che vivono nel santuario/rifugio antispecista del Vernou in Francia.

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Rachele Borghi, © Ellis

Spero che l’intervista abbia dato stimoli e spunti di riflessione, inoltre credo che le citazioni di Rachele siano un ottimo modo per conoscere persone e approfondire tematiche circa gli argomenti trattati.

* a tale proposito vi suggerisco l’articolo di Fabio Bertoni e Jessica Neri “Oscenità e corpi – Processi di normalizzazione e resistenza in soggetti richiedenti elemosina“.
** la prospettiva antispecista rifiuta la distinzione “persone” e “animali” preferendo utilizzare l’espressione persone umane e non umane.

Claudia Ska

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Sara e Pepe: una prima volta [CLOSED]

10/05/2019 – 10/08/2019

In esclusiva su Open Space, lo spazio espositivo di agit-porn, la prima serie “di coppia” della fotografa Paola Malloppo.

Paola Malloppo nasce in Puglia, durante una partita dei mitici mondiali del ’90. Inizia a occuparsi di fotografia erotica nel 2013 sempre con grande curiosità, sviluppando alcuni progetti che negli anni sono stati esposti in varie città (Bologna, Foggia, Milano, Parma…). Attualmente risiede a Belluno, dove lavora in tutt’altro campo, senza mai tralasciare la sua passione fotografica.

È stato un processo così naturale, da fare dimenticare ogni incertezza o dubbio.

Non a caso per presentare questa esposizione sono state scelte le parole chiave dell’autrice delle foto: naturalezza e assenza di incertezza colpiscono e ti fanno sentire ogni pezzo come fosse tuo, se non addirittura desiderare che lo sia.

Nonostante i sette anni di carriera alle spalle in questo campo è facile riuscire ancora a fare le cose per la prima volta. […] Dietro l’obiettivo sono una ragazza mediamente timida e durante il set questa timidezza non scompare mai del tutto, quindi, nonostante la voglia, questa esperienza è stata spesso rimandata per paura di un’intimità troppo forte da affrontare.[…]

Sara e Pepe sono i primi protagonisti, in quanto coppia in una relazione intima, delle opere di Paola Malloppo e in effetti è un’impressione inedita anche per chi osserva e segue Paola e il suo lavoro, poiché pone chi guarda in un ruolo differente: abituati/e a vedere e sognare le donne sensuali, presenti a sé stesse e sicure dei suoi ritratti, avevamo lasciato che la nostra immaginazione si ingigantisse e abbracciasse mille storie possibili; che si eccitasse, insomma.

Il potere erotico-immaginifico non si attua solo in narrazioni da completare e da guidare, ma anche in quelle compiute e dalle quali lasciarsi portare. È il caso della serie con Sara e Pepe: giovani, scandalosamente pornografici, quindi veri; innamoratissimi in un contesto dove l’amore perde i fronzoli e si mostra sincero, consenzientemente perverso, senza censure.

Partendo da Malloppo fino a noi, tutti/e viviamo la prima volta in quanto voyeur. Lo siamo sempre davanti alle visioni pornografiche ma, a differenza dei video, le fotografie inducono alla quiete, alla riflessione e al confronto con quella parte di noi forse addirittura colpevolizzata nel trarre piacere. Ecco perché le fotografie di Paola Malloppo funzionano così bene: passano dal corpo, assorbite dalla pelle, per restare dentro.

L’uso dell’analogico crea un effetto “viaggio nel tempo” che trascina le ambientazioni in un non-luogo dove tutte le fantasie possono avere il loro posto; un effetto liberatorio impreziosito dall’occhio di Malloppo che coglie angolazioni, espressioni e gesti che frantumano la finzione. Non è un set preimpostato, non c’è recitazione: è la sconvolgente realtà della libertà a tutto spiano.

[…]Poi ho conosciuto Sara, dovevo scattare solo con lei, ma nella consueta chiacchierata mi ha parlato di Pepe, che era nell’altra stanza a guardare la TV, mi ha detto che a lui sarebbe sicuramente piaciuto e che se volevo poteva chiederglielo. È stato un processo così naturale, da fare dimenticare ogni incertezza o dubbio; la dimostrazione astrale di come certe cose non possono che avvenire nel giusto tempo, spazio e situazione. Così ho scoperto di trovarmi bene anche in questo tipo di situazione, che può sembrare simile, ma è in realtà diversissima dalla mia “normale” esperienza fotografica. Se nei miei set non manca mai il contatto (soprattutto visivo) con la modella, qui sono stata relegata al ruolo di un comune voyeur di cui le persone non sentono la presenza, non più regista indiscusso della scena, ma spettatore che, di tanto in tanto, viene chiamato a partecipare all’azione come nei migliori degli spettacoli di magia. Questo può sembrare un passo indietro, ma è stato per me il balzo più proficuo. Ho avuto modo di cambiare la mia prospettiva e il mio ruolo nella pièce e ciò che è venuto fuori è stato un set che sono molto orgogliosa di aver scattato, non solo per la sua oggettiva sincerità, ma soprattutto perché rappresenta una nuova scoperta in un percorso semi-professionale iniziato da un po’.

Gea Di Bella

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