Intervista Ribelle a Miss Mukade

Il terzo appuntamento con la rubrica “Interviste ribelli” ospita Miss Mukade, una Prodomme, ossia dominatrice professionista. Ha iniziato nel Regno Unito e poi è venuta in Italia. Il suo lavoro si inscrive nel sex work, settore molto dibattuto anche all’interno del movimento femminista, di cui fa parte non senza difficoltà.

Saper dominare:
l’arte di tenere sotto controllo l’altr*
e sé stess*.
Il lavoro di Miss Mukade.

Come ti sei avvicinata al BDSM?
Mi sono avvicinata al BDSM in maniera del tutto inconsapevole, per inclinazione naturale e attraverso i fumetti: in particolare “Skorpio”, una raccolta per la maggior parte erotica che comprava mio nonno. La mia eroina preferita era Cybersix, una donna molto femminile, pallida, coi capelli corti e bruni, vestita di lattice, munita di frusta, che lottava contro dei cattivi mafiosi e maschilisti. Il boss aveva le apparenze di un bambino con un cervello sovra-sviluppato. Nonostante tentasse di violentarla durante le lotte, lei riusciva regolarmente a sottometterlo. Nella vita quotidiana Cybersix aveva le sembianze di un bibliotecario (lei, crossdresser, diveniva priva di forme, anonima e androgina) e attirava principalmente giovani bionde iperfemme, che aspiravano all’amore di questo asessuato, imberbe e intellettuale.
Portando avanti la mia esplorazione, sono diventata sempre più consapevole del mio ruolo: verso i diciassette anni le prime esperienze reali, per poi capire – nel mio primo quarto di secolo – di essere dominante, fino ad arrivare a fare outing, anche con la mia famiglia. Compresi che nella mia vita il BDSM è necessario e presente.

Com’è avvenuto il passaggio dalla pratica del BDSM per puro piacere a quella a pagamento?
C’è stata una transizione graduale nel mio passare da una pratica privata alla professionalità retribuita. La mia scelta è stata supportata dai primi compagni di gioco e dai miei due mentori: A23 e Madame Tachibana.
Mano a mano che giocavo con persone intime, queste mi hanno successivamente procurato dei clienti. In principio non mi sarei mai fatta pagare. Ero inesperta e inconsapevole del mio ruolo. Trovo il mio lavoro (e in generale il sex working) simile al lavoro di un* counselor, un* psicoterapeuta, piuttosto che all’idea stereotipata che la società ha della prostituzione.

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Miss Mukade, Jeanloup JarretDePorc

In cosa consiste il tuo lavoro?
C’è moltissima preparazione mentale, oltre che tecnica: un* dominante deve sempre essere in controllo, non può mai perderlo. Poi c’è l’attenzione al vestiario, la cura della persona, l’ambiente sempre pulito e possibilmente d’effetto (quest’ultimo è spesso accessorio per l’aumento di costi che comporterebbe). La parte più importante è la preparazione psicologica: bisogna pensare a eventuali fattori che potrebbero variare all’ultimo e sorprenderci, quindi è necessario avere sempre un piano B. Cosa fare se il/la cliente stesse male (malori fisici, attacchi di panico, reazioni anomale, ecc.)? Solo un* professionista (professional domme, ovvero prodomme) può essere preparat* e avere più di un paio di sottomessi .
Il mio lavoro consiste principalmente nell’offrire il mio tempo e la mia esperienza, quindi la mia tecnica ed empatia a persone che ne hanno bisogno: possono essere all’interno dell’etero normativa e sentirsi eccitate all’idea di trasgredirla, spesso si vergognano d’esporre al/la partner i propri desideri perché fanno parte di qualcosa d’alternativo e bizzarro; posso curare di chi ha parafilie perché ha traumi che ha sublimato a livello sessuale; diversamente abili, che hanno un rapporto privilegiato – a causa dell’handicap – con il dolore e spesso faticano a trovare una persona che sia disposta a giocare con loro. Tante persone vogliono essere solo umiliate a livello mentale, è un gioco di ruolo, un modo di rivedere la propria sessualità e gli episodi negativi in una luce sessualizzata e liberatoria, come a rivoltarli e pervertirli al piacere, invece che condannarli a un trauma perenne.

Quali sono le differenze sostanziali che hai riscontrato tra il lavoro sessuale esercitato nel Regno Unito e in Italia?
Nel Regno Unito facevo parte di una comunità queer ben consolidata e di un sottogruppo alternativo di persone anarchiche che facevano molta politica. Il femminismo non TERF e inclusivo di noi sex worker mi dava supporto attraverso collettivi di, e aperti solo a, collegh*, e a piattaforme con recensioni dei clienti: sapevo chi evitare grazie a un database creato collettivamente da noi sex worker (anonimo, salvo i casi di violenza fisica o stalking riportati direttamente alla polizia con conseguente lista nera). Potevo inoltre confrontarmi di persona oppure online su problemi che andavano dalla gestione personale e fisica, all’amministrazione, a questioni legali ed economiche. Qui in Italia il Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute (CDCP) è attivo, ma i clienti possono accedere al gruppo senza alcuna barriera, frenandomi molto dal parlare o riportare alcune situazioni e/o alcuni comportamenti. Lo stigma poi è così forte che in alcuni gruppi di addette ai lavori sono stata cancellata perché ho segnalato dei molestatori. Per un contatto di salvezza faccio fede al mio vicino di casa e ad amici intimi.
In Inghilterra avevo diritto alla Golden Card dichiarandomi sex worker: potevo andare in qualsiasi centro di prevenzione e cura delle malattie sessuali, richiedere analisi e/o visite ginecologiche ed effettuarle in massimo quaranta minuti dall’accettazione. Se mi pungessi con un ago usato su un cliente o se si rompesse un preservativo, dovrei essere sicura di non essere infetta. La mia persona e di conseguenza il mio lavoro sarebbero compromessi e così i miei futuri clienti.
Essendo leggermente sottopeso (sono anemica), in Italia non posso donare il sangue, quindi non ho accesso alle analisi gratuite. Per una visita ginecologica non si spendono meno di trenta euro (presso il SSN, ndr), anche solo fare un tampone vaginale, anale, orale non è possibile senza dover pagare, inoltre è molto difficile trovare preservativi gratuiti (figuriamoci i dental dam!).

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Miss Mukade, Jeanloup JarretDePorc

Quali consigli ti sentiresti di dare a una persona che decidesse di intraprendere un lavoro sessuale?
Nonostante ci siano molte persone a malapena maggiorenni che si avviano a questo lavoro, secondo me sotto i venticinque anni non v’è la possibilità di fare una serie di esperienze personali e soprattutto di avere una preparazione a livello mentale adeguata. Bisogna avere un* mentore che guidi e protegga, almeno agli inizi, ed è necessario avere anche un* terapeuta. Tutte le relazioni umane comportano impegno e lettura di sé, ci vediamo attraverso le altre persone. In questo lavoro è importante avere un guscio ben sviluppato ma anche avere qualcun* da cui andare a parlare una volta alla settimana o almeno una volta al mese, perché dobbiamo sentirci sempre in diritto di essere vulnerabili, ma non davanti a un* cliente.
È imprescindibile dividere l’io privato dall’io pubblico, che non significa far finta di essere un’altra persona, piuttosto evitare di raccontare i dettagli della vita personale alla clientela. In particolar modo è fondamentale avere il totale controllo delle situazioni e protezioni, pianificare opzioni alternative, informarsi sulla profilassi, comprare materiale di tipo medico per lubrificazione e sanificazione.

Quali sono le difficoltà maggiori che hai nel fare un lavoro sessuale?
La difficoltà maggiore è proprio la mia tolleranza emotiva: accogliere le persone che si mettono nelle mie mani ma sempre e comunque in maniera razionale. Alla fine di ogni sessione dedico almeno quindici minuti a curare e parlare. Non è un lavoro che posso fare ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette, perché è estremamente impegnativo. Sarebbe come chiedere a un* terapeuta o un* infermier* di non avere mai una pausa: impossibile!
Le altre criticità sono a livello fiscale e sociale: il sex working non  viene riconosciuto come lavoro e pertanto non viene tutelato.

Cosa significa per te essere femminista e come cerchi di metterlo in pratica nel quotidiano?
Per me essere femminista vuol dire arrivare effettivamente a pari diritti, indipendentemente da come appaio o da ciò che ho tra le gambe. Il fatto che io possa fermarmi ad aiutare un uomo a portare pesi senza che questo mi mandi a quel paese o si offenda (cosa che mi è successa) oppure che io possa avere un corpo non depilato senza subire sguardi di disgusto da parte delle persone intorno a me, che un uomo possa piangere in pubblico, che si possa avere un salario equo. Vorrei che fosse importante solo quel che si ha tra le orecchie, non tra le cosce. Essere femminista per me vuol dire che possiamo fare ciò che vogliamo del corpo, vivere la sessualità e l’emotività con serenità. È pensare fuori dalla scatola, cercare d’immedesimarmi nell’altr*, avere empatia e cercare di andarle/gli incontro rimanendo assertiva, intuire cosa può percepire, ma senza intestardirmi sulla mia visione.

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Miss Mukade, Jeanloup JarretDePorc

Mi hai riferito che ricevi molte critiche, alcune feroci e arroganti, perché certe persone reputano contraddittorio che tu ti dichiari femminista: in quei casi come reagisci e come ti relazioni?
Rispondo con il silenzio a insulti, minacce e ottusità. In realtà non so che altro provare se non pena per persone che sono talmente povere di empatia da arrivare ad augurare il male ad altr* che non conoscono, semplicemente perché non ne condividono lo stile di vita. Invece con chi si mette in gioco dicendomi la propria opinione in maniera chiara, ma lasciando aperto anche solo uno spiraglio al dialogo, allora posso affrontare un discorso.

Hai dei progetti e/o dei desideri che ti piacerebbe realizzare che vuoi raccontarci?
Mi piacerebbe creare un dungeon con un connotato politico, uno spazio fisico nel quale le persone che fanno il mio lavoro possano condividere non solo esperienze ma anche un luogo dove portare clienti senza ricorrere alla propria abitazione, a posti inadeguati o rischiosi. Sarebbe utile una piattaforma che unisca persone del settore e un laboratorio per poter fare educazione sessuale. Mi piacerebbe sempre di più parlare di sessualità e disabilità, dell’asessualità.
Poter fare più politica, in generale, sarebbe un successo a livello personale. Mi sto attivando in proposito, cercherò di diffondere anche nel mio lavoro il baratto, l’economia circolare.
C’è bisogno di creare dei luoghi in cui stimolare il dibattito: spero davvero che sempre più persone superino quella linea che è il senso comune del pudore e della morale di massa. Vorrei che ci si focalizzasse più sulle nostre felicità e sicurezza, fisica e mentale, senza puntare il dito sulle sbavature fuori dai margini.

Miss Mukade è anche su Instragram.

Claudia Ska

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Milano Pride: gioia e involuzione

La parata del Milano Pride era finita da un po’, sul palco grande in Porta Venezia parlavano organizzatrici/organizzatori e promotrici/promotori dell’evento, mentre ero in Largo Bellintani a scambiare due chiacchiere con amiche e amici, quando abbiamo assistito a una scena che, se non fosse stata così grottesca, mi avrebbe messa ancora più a disagio.
Un ragazzo con la camicia aperta, che con una mano brandiva nervosamente e aggressivamente un fucile ad acqua, di quelli verdi e arancioni che si usano per gioco, e nell’altra teneva un sacchetto di plastica con dentro quella che a me è sembrata polenta, si è messo a urlare contro le persone che stavano allo stand di un’associazione per i diritti LGBTQI+. Urlava il suo schifo e la sua rabbia contro un evento che tra i suoi sponsor fra gli altri ha avuto Deliveroo, azienda che consegna cibo a domicilio sfruttando i propri riders, per la quale lui lavora (o ha lavorato, non ho capito). Si è allontanato furioso per poi tornare sui suoi passi ancora più irato perché una delle persone dello stand è scoppiata a ridere: “Che cazzo ridi?! Cosa cazzo ridi?!” le si è fatto sotto muovendo il fucile ad acqua come se glielo volesse spaccare sulla faccia. Lei si è raggelata e si è fatta seria. Nel frattempo colleghe e colleghi si sono avvicinat* insieme ad altre persone. Ci hanno parlato, lo hanno calmato, lui ha posato sacchetto e fucile e si sono fumat* una sigaretta assieme. Non so cosa si siano dett*, ma forse ciascun* ha avuto modo di spiegare e raccontare la propria posizione, magari hanno scoperto di avere in comune più di quanto avrebbero potuto immaginare, chissà.

Come può un evento come il Milano Pride non tenere conto della condotta aziendale degli sponsor dai quali riceve i soldi?! Come si può supportare la comunità arcobaleno e fottersene di chi viene sfruttat* sul posto di lavoro? Com’è possibile sostenere lesbiche, gay, bisessuali, pansessuali, asessuali, intersex, transessuali, transgender, persone queer e prendere denaro da colossi che hanno fatto i soldi sfruttando materie prime di Paesi ridotti sul lastrico, inquinandoli e riducendo in povertà le popolazioni autoctone? Paesi dove spesso i diritti umani, tra cui la libertà di esprimere il proprio orientamento sessuale, sono deboli o inesistenti e dove le multinazionali hanno supportato l’ascesa al potere di personaggi autoritari e violenti, per poter controllare le masse e garantirsi lo sfruttamento umano e ambientale a costi ridicoli.
Per non parlare delle aziende che vanno forte a propagandare quanto sono progressiste sul fronte arcobaleno, ma poi licenziano alla chetichella e con buonuscite da capogiro dirigenti e dipendenti molesti sul posto di lavoro. Siamo interessat* solo ai nostri diritti ma quanto ci interessano quelli altrui (anche se secondo me non c’è una reale differenza quando si parla di giustizia)?

Ho ballato sotto il carro di Coca Cola perché aveva un impianto audio della madonna e passava musica che mi piaceva: mi sono vergognata perché mi sono divertita sulle spalle di altre persone. Le multinazionali diventano i colossi che stanno giocando al ribasso. Mi sento sporca e mi assolvo col detto che il più pulito c’ha la rogna. Così mi trovo spaesata e amareggiata, in eterno conflitto: voglio sostenere il Pride perché credo nei valori che promuove, ma al contempo mi fa schifo l’impianto strutturale. Vorrei che fosse una festa per chiunque, non solo per la comunità LGBTQI* benestante. Se sei lgbtqi+ e sfruttat* come fai a partecipare a un evento finanziato dai soldi di aziende che hanno contribuito al tuo sfruttamento?
Non credo che tutte le persone in corteo fossero consapevoli del cortocircuito e questo non è positivo: ci manca una coscienza collettiva.

Mi si potrebbe obiettare che è dovere dei governi creare condizioni e sancire leggi che tutelino le persone che lavorano, ma quando il capitale pubblico è nettamente inferiore a quello dei privati e questi ultimi possono fare il bello e il cattivo tempo le dinamiche di negoziazione si fanno più complesse e ambigue.

Foto di Jon Tyson

Foto di Jon Tyson

Dovremmo lottare insieme ogni giorno per i diritti di tutt*, non solo di una parte della popolazione, mettendoci nell’ottica che non si è mai al sicuro se sono solo alcune ad averne. Non possiamo essere attivist* per metà: femminist* ma contro il lavoro sessuale pur se autodeterminato, rainbow ma distratt* verso il precariato, favorevoli all’immigrazione ma comod* con l’usa e getta.
E non sarebbe meglio marciare insieme anziché mettere in fila tutti quei carri che inquinano? Magari l’anno prossimo pedaliamo e camminiamo per l’orgoglio arcobaleno, invece di giocare a chi ha il ca… rro più grosso.

Claudia Ska

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Pensavo fosse distopia, invece era il Presente

Lo scorso aprile Emma Bonino ha dichiarato a TPI News (The Post Internazionale):

«Ancora non abbiamo capito che i diritti civili, così come la democrazia, sono dei processi e se uno non continua a pedalare cade. Ci siamo – anzi, si sono – distratti per anni e ora spero che questo campanello d’allarme venga finalmente colto e ci sia della resistenza un po’ più strutturata e un po’ più organizzata».

Diamo per scontati i diritti acquisiti e l’inesorabile venire meno di alcuni di essi non viene percepito con consapevolezza.
Stiamo attraversando un momento oscuro e lugubre determinato da proposte di legge censorie e abbiamo bisogno di una visione d’insieme, di non considerare ciò che accade come un evento singolo, a sé stante, dovremmo utilizzare il nostro senso critico e analitico per affrontare la realtà.
Spesso vengo contestata perché parlo di corpi, sesso e politica sottolineando quanto questi tre temi si intersechino fra loro. Sarebbe interessante se la politica si occupasse della cittadinanza e invece le singole persone del proprio piacere (sessuale), ma – ahimè – la politica si occupa anche dei nostri corpi e delle nostre scelte individuali e non possiamo non tenerne conto.

Vi propongo di fare un viaggio nel tempo e nello spazio insieme a me.
USA, Luglio 2018. Il Presidente Trump propone l’elezione di Brett Kavanaugh come uno dei giudici della Corte Suprema, ossia l’unico tribunale specificamente disciplinato dalla Costituzione e quindi super partes anche rispetto alle leggi votate nei singoli Stati. I membri della Corte sono 9, nominati a vita. Quando ci sono dei seggi vacanti, il Presidente nomina nuovi membri con il consenso del Senato. La Corte Suprema dovrebbe essere rappresentativa della pluralità delle anime politiche, sociali e geografiche degli Stati Uniti d’America.
Kavanaugh, dicevamo. Quando venne nominato si fece avanti una donna che lo accusò di tentato stupro 35 anni prima, quando avevano 15 anni, poi se ne aggiunsero altre due. Nonostante la battaglia legale e le proteste di piazza, Kavanaugh è stato comunque eletto a ottobre, dopo che ad aprile dello stesso anno è stato eletto un altro membro repubblicano nominato da Trump, ossia Neil Gorsuch.
L’attuale Corte Suprema statunitense è composta da 3 donne (una nominata da Clinton, due da Obama) e 6 uomini (uno solo afroamericano, nominato da Bush Jr) e di questi, 5 repubblicani. Il Presidente della Corte – John Roberts – pur essendo stato nominato da George W. Bush e quindi di fazione repubblicana, ha risposto a un attacco di Trump che accusava i giudici di essere “politicizzati”, perché il giudice federale della California Jon Tigar aveva bloccato il provvedimento che aveva sospeso il diritto di chiedere asilo alle persone che attraversano illegalmente il confine sud dello Stato, arrivando dal Messico.
Maggio 2019. Alabama, Missouri, Georgia  e Louisiana (con la firma del governatore democratico) sono gli Stati in cui solo quest’anno sono state approvate nell’arco di pochi giorni le une dalle altre le leggi anti-abortiste anche in caso di stupro e incesto. Tali leggi dovrebbero entrare in vigore il prossimo anno e solo la Corte Suprema potrebbe respingerle, in quanto nel 1973 ci fu la sentenza che proclamava il diritto alla libera scelta di ciò che riguarda la sfera più intima della persona, in nome del XIV Emendamento.
Se però la Corte Suprema è formata per la maggior parte da uomini conservatori e fra questi ce n’è uno che per di più è stato accusato di tentativo di stupro e durante il processo ha espresso la propria collera e aggressività, non è che ci sia da stare molto tranquill*.
Inoltre la firma del governatore John Bel Edwards mette in luce il fatto che il movimento pro-life stia prendendo sempre più piede nell’ala democratica, che al proprio interno include quella che dal 1995 è la Blue Dog Coalition, ossia un gruppo formato di 27 membri della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti del Partito Democratico, favorevole alla restrizione dell’aborto.

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aborto libero gratuito

Torniamo in Europa, precisamente a Verona, tra il 29 e il 31 marzo 2019 durante il XIII Congresso Mondiale delle Famiglie (World Congress of Families, che ho ribattezzato il What The Fuck Congress of  Families).


Secondo Il Post “Il WCF riunisce «il movimento globale» antiabortista, antifemminista e anti-LGBTQI ed è stato classificato come “gruppo d’odio” dal Southem Poverty Law Center, organizzazione americana senza fini di lucro impegnata nella tutela dei diritti delle persone”.

Si tratta di un movimento estremamente pericoloso e pervasivo, potente a livello politico ed economico, che può fare molte pressioni sui governi.
Ovviamente il controllo dei corpi, specialmente di quelli femminili, con l’interruzione di gravidanza sempre in agenda, è uno dei temi cardine. Si sposta l’attenzione dalla donna/madre unicamente al feto/figli*, senza tenere minimamente in considerazione non solo la volontà della persona direttamente coinvolta ma anche i suoi sentimenti, le sue esigenze, i suoi desideri. Nel momento in cui scopre di essere incinta e decide di abortire, la donna smette di contare come individuo: è nient’altro che incubatrice di una nuova vita, pertanto al suo posto ci sono altr* che decidono in sua vece o vorrebbero farlo.
In Italia la depenalizzazione e la regolamentazione dell’accesso alla pratica abortiva sono state sancite dalla cosiddetta Legge 194 (Legge 22 maggio 1978, n.194), la quale però lascia libertà di scelta agli obiettori e alle obiettrici di coscienza, ossia personale medico e paramedico che può rifiutarsi per motivi etici e/o religiosi (molto spesso economici) di praticare l’interruzione di gravidanza.
Il credo religioso c’entra davvero poco laddove ci sono ginecologhe e ginecologi che non effettuano l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) negli ospedali pubblici, dove il servizio è gratuito, ma la eseguono privatamente a costi elevati.
Dal dicembre 2009 in Italia l’IVG farmacologica può avvenire tramite la pillola RU486, che in quasi tutti i Paesi dell’Unione Europea può essere somministrata fino alla nona settimana di gravidanza, mentre in Italia al massimo fino alla settima. Questo metodo è economico perché non rende indispensabile l’ospedalizzazione (anche se nel nostro Paese è previsto ricovero di tre giorni, più per mortificare la persona che sceglie di abortire, che per una reale necessità, salvo casi specifici), non prevede alcun intervento chirurgico (costoso a livello economico, fisico nonché emotivo) con eventuali rischi dovuti all’intervento stesso.
Peccato che in Italia gli aborti farmacologici si fermino al 15,7%: ciò significa che prevale ancora l’interruzione chirurgica, che può essere effettuata solo tra la sesta e la quattordicesima settimana di gestazione a partire dall’ultima mestruazione, mentre idealmente la RU486 potrebbe essere assunta dalle primissime settimane ed è efficace per tutta la gravidanza, nonostante possa essere somministrata per legge entro il 63° giorno.

Come dicevo all’inizio dell’articolo è necessario osservare la situazione politica e sociale nel suo insieme, tenendo conto dell’avanzata capillare di movimenti xenofobi, omofobi, sessisti e in una parola fascisti. In Francia e in Italia a queste ultime votazioni per il Parlamento Europeo hanno vinto i partiti di Le Pen e Salvini, i cui discorsi sono pregni di odio, bigottismo e propaganda reazionaria.
Dovremmo ricordarci del patrocinio al WCF da parte del Ministro per la Famiglia e le Disabilità con le deleghe alle Politiche per la famiglia, disabilità, infanzia e adolescenza, politiche antidroga, adozioni, anche Vice-Segretario Federale vicario della Lega, ossia Fontana, che se credessi nel binomio Bene/Male, sarebbe sicuramente il secondo insieme a Pillon, noto in particolare per il disegno di legge 735 che porta il suo nome e che introdurrebbe una serie di modifiche in materia di diritto di famiglia, separazioni e affido condiviso dei minori e prevede, inoltre, che le disposizioni introdotte, una volta entrate in vigore, vengano applicate anche ai procedimenti pendenti. Ne suggerisco la lettura per rendersi conto di quanto potrebbe essere deleterio e pericoloso, soprattutto in casi in cui si chiede separazione per abuso/violenza. Pillon vorrebbe abolire la legge 194 e non ha perso occasione di schierarsi contro la comunità LGBTQI+, ma per fortuna lo scorso aprile è stato condannato in primo grado per diffamazione contro il circolo arcobaleno Omphalos di Perugia, accusato di fare propaganda omosessuale quando invece si occupava di distribuire materiale informativo contro bullismo e omofobia.
Il Ministro dell’Interno invece va avanti col suo tour che neppure Mengoni con l’ultimo disco e nelle sue tappe non manca di lanciare le forze dell’ordine tipo cani arrabbiati a casa della gente per far ritirare gli striscioni di critica e dissenso appesi ai balconi (Salerno e Brembate) o far requisire lo smartphone a una ragazza che con la scusa di una foto gli chiede: «Salvini, non siamo più terroni di merda?!», questo quando non sta sui social a offendere e umiliare, fra gli/le altr*, donne a caso (Laura Boldrini è una delle preferite seppure non disdegna mettere alla mercé di chi lo segue Giulia Pacilli, una ragazza che ha manifestato il proprio dissenso verso l’attuale governo e in particolare verso il ministro con cartelli sarcastici).
Non dobbiamo dare per scontata la nostra – seppure limitata – libertà, perché con manovre più o meno esplicite stanno cercando di sottrarcela. Dobbiamo lottare tenacemente e fare in modo che sempre più persone possano essere tutelate e ottenere nuovi diritti che favoriscano l’autodeterminazione.
Sembra distopico finché non ti rendi conto che quell* defraudat* sei tu.

Il video che ho condiviso è di Clara Campi, stand up comedian milanese.
Nota bene: non sono riuscita a reperire l’autrice o l’autore dell’immagine che ho trovato su Internet. Se sai chi è, me lo diresti per inserire i credits? Grazie!

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