[Guest Post] “Mi rivedo con altri occhi: i miei” di Caffeine Butt

Sono M. e sono un’esibizionista.
Pubblico online le mie foto di nudo (o quasi) dal 2007 e le scatto dal 2002.
La prima volta avevo 16 anni, era una sera d’inverno ed ero esageratamente vestita; la mia pelle aveva bisogno di evadere e io avevo bisogno di vedermi da un punto di vista che non fosse lo specchio. Quella sera è iniziato il mio lunghissimo rapporto con l’autoscatto. Per anni le foto sono rimaste più o meno segrete/private, poi sono state su MySpace, su blogspot, su alcuni forum di scambisti, su Tumblr e infine su Instagram.

Faccio parte di quel ristretto gruppo di persone molto più clemente con il mondo esterno che con se stessa e vedermi da un punto di vista esterno mi aiuta a rendere la mia immagine meno in attesa del mio stesso giudizio. Sono ben lontana dai canoni di bellezza più condivisi, ma con gli anni, osservandomi e fotografandomi, ho imparato a voler bene al mio corpo per come è e per le storie che ogni dettaglio può raccontare. Ho imparato anche a conoscerlo e riconoscerlo proprio grazie a ogni singolo particolare, quelli con i quali sono nata e quelli che riassumono le mie battaglie.
Quelle foto sono un momento in cui sperimento una sorta di corteggiamento verso me stessa: una sensualità solo mia e non diretta a nessun altro. Ma sono anche, e soprattutto, il momento in cui mi riapproprio di me e del mio corpo.

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Autoscatto, Caffeine Butt

A volte non ce ne accorgiamo nemmeno, ma di fatto apparteniamo più agli altri che a noi. Il nostro corpo è oggetto della famiglia, del lavoro, della società e di tutte le regole e consuetudini che lo governano. Il modo in cui ci muoviamo, in cui parliamo, in cui ci avviciniamo o allontaniamo dagli altri, in cui ci vestiamo, in cui decidiamo di mostrarci, viene continuamente sottoposto al giudizio degli altri. Fotografarmi in atteggiamento sensuale per me è un momento di conquista e riconquista di me stessa, in cui quindi da un lato mi corteggio e dall’altro mi riapproprio di un mio spazio – il mio corpo – che normalmente viene cannibalizzato da altri pezzi di me: mi levo i panni che di volta in volta indossa la me professionista competente, la me consulente, la me madre, la me amica, familiare, confidente. Nel momento in cui mi spoglio di ogni altra veste, più o meno letteralmente, posso semplicemente essere solo me stessa, con i miei desideri, le mie paure, le mie fragilità, fisiche e non. La scelta dell’intimo, della musica che mi accompagna, della luce, del momento o della posa da fermare, raccontano sempre una storia o un’emozione. Non c’è nessuna pretesa di artisticità, nè di qualità. Non mi ritengo una fotografa né una modella. Sono solo una donna che racconta se stessa, a se stessa, tramite la pelle.

Spesso chi vede le mie foto è convinto di vedere una persona molto sicura di sé, che si compiace del proprio aspetto. Non è così ma amo comunque mostrare il mio corpo, con quei pezzi che semplicemente esistono e hanno il diritto di esistere fuori dai vestiti. La prima volta in cui ho detto su Instagram di essere una madre di due bambini, sono arrivate molte critiche: «Non ti vergogni, da madre, di mostrarti così?».
Se sono così scrupolosa con il mio anonimato, sul non mostrare mai il volto, o alcuni dettagli riconoscibili, è proprio perchè domande come questa mi fanno capire che purtroppo non siamo ancora in una società pronta ad accettare che una donna possa essere una madre pur rimanendo una donna. Si tollera ancora poco (e molto male) la coesistenza dei ruoli di madre e lavoratrice, accettare che una donna possa essere anche femminile, sensuale, sessualmente attiva dopo i figli è davvero così assurdo? Un’altra critica che mi è stata mossa è: «Ti dichiari femminista ma sfrutti comunque armi di seduzione imposte da una società maschilista e machista, come l’intimo in pizzo, la depilazione, il make-up, il mostrarsi…» come se davvero gli ideali femministi di parità tra i generi, di richiesta di parità di diritti, di ricerca di indipendenza e rifiuto alla sottomissione, non fossero compatibili con una ceretta integrale o con un po’ di mascara. O ci spogliamo ammiccanti per compiacere gli uomini o ci copriamo con una camicia in flanella e abbondanti capelli bianchi per incarnare lo stereotipo della femminista, ogni via di mezzo è inammissibile. L’unico ruolo che posso avere da donna che si mostra nuda, a quanto pare, è quello di una stronza altezzosa in cerca di lodi, una mistress ninfomane, una repressa in attesa di dick pic.

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Autoscatto, Caffeine Butt

La verità, invece, è che rendere pubbliche le foto che mi scatto è solo uno stimolo a darmi un criterio (non troppo, non troppo poco, fare una selezione, avere un feed semi curato) ma ogni foto è lì principalmente per me. Non mi preoccupo troppo di ciò che pensa chi guarda perché non è il consenso ciò che cerco, solo uno spazio mio da condividere con chi si trova a suo agio in presenza di quell’aspetto di me. Chi mi segue da tempo, i più fedeli da anni – alla faccia della censura e degli account bannati – ha imparato un po’ a conoscermi grazie a lunghe conversazioni che amo portare avanti. Dopo un po’ arriva puntualmente il commento: “Non lo avrei mai detto ma sei una persona piacevolmente normale!”.
Non lo avrei mai detto nemmeno io.

La nostra misteriosa ospite di oggi, a cui sono grata per questo post, si fa chiamare Caffeine Butt su Instagram dove è ancora possibile trovarla finché censura non ci separi.

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Autoscatto, Caffeine Butt

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Mi piaci quando taci

Lo scorso martedì (11/06/2019) ho pubblicato un articolo in cui parlo della comunità italiana sex positive di Instagram e ho citato alcune delle persone che hanno più séguito, ciascun* per la propria peculiarità.

Quella stessa mattina, prima che l’articolo andasse online, Ketty Rotundo – creatrice di Clitoridea – ha riferito a me e altre amiche di non riuscire più ad accedere al proprio account. Ci siamo tutte mosse per capire cosa fosse successo, purtroppo senza riuscirci.

Il giorno dopo una simile sorte è toccata a Morena e Ivano di Le Sex En Rose mentre altri account come quelli di @virginandmartyr, @mysecretcase (shop online italiano di articoli per la sessualità), @vextape (ossia Vex Ashley, attrice porno, che attualmente ha circa 94 mila follower), nel suo piccolo anche @valentinasroom_ (La camera di Valentina, che si occupa di arte erotica) sono stati colpiti da shadow ban, (impossibile risalire ai loro profili tramite hashtag, per rintracciarli bisogna scrivere esattamente il nickname) o il cui profilo ha subìto anomalie (presenza online a intermittenza).
Nell’arco di 48 ore circa i profili di Clitoridea e Le Sex En Rose sembrano essere tornati alla normalità ma nonostante questo né l’una né gli altri hanno ricevuto spiegazioni su ragioni e modalità di disattivazione né tantomeno di ripristino, salvo un’email lapidaria di scuse dal servizio assistenza di Instagram ricevuta da Morena e Ivano.

Questi episodi mi hanno colpita particolarmente perché riguardano persone con progetti che mi stanno a cuore, con cui interagisco di frequente e mi confronto per costruire un dibattito sereno e costruttivo attorno ai temi della sessualità e dei tabù a essa connessi e anche perché temo che lo stesso possa accadere ad agit-porn, la cui comunità cresce giorno dopo giorno.

Partendo dal primo assioma della comunicazione, ossia «È impossibile non comunicare», chiunque sia presente online veicola messaggi testuali e/o visuali; alcuni hanno un valore aggiunto perché curati attentamente nella forma e nei contenuti e fra questi bisogna tenere conto che molti non esistono solamente come fini a sé stessi, ma anche per fare business. Con la cultura si mangia, a differenza di quanto disse Tremonti, chiedetelo a Tlon, per esempio. Ecco perché la chiusura di uno o più profili crea un danno concreto: in primis non è possibile recuperare alcun contenuto, come se venisse requisito tutto e messo sotto chiave, in secondo luogo il pubblico è principalmente attivo sui social, dove avviene l’80/90% dell’interazione e della comunicazione fra le parti. Proprio a partire dai social l’utenza arriva all’eventuale sito del profilo seguito, alle sue iniziative virtuali e fisiche, pertanto con la chiusura dell’account questo legame viene interrotto bruscamente e bisogna ricostruirlo daccapo con enorme dispendio di tempo ed energia; va da sé che più séguito si ha e più è facile fare accordi commerciali e trovare/creare collaborazioni con persone che hanno le medesime finalità e/o il cui discorso ben si sposa con quello del profilo in questione. Non si può liquidare la chiusura arbitraria di uno o più account con: «Ma dai, è solo Instagram!», perché Instagram è attualmente una piazza virtuale dove si fanno affari e anche laddove non se ne fanno il danno d’immagine è sostanziale.

Sui social investiamo il bene più pregiato che abbiamo: il nostro tempo. Molte persone lo investono per trarne guadagno ed è inammissibile che la piattaforma non fornisca uno straccio di motivazione argomentata e liquidi gli accadimenti con la nota a monte

“Se decidiamo di rimuovere i contenuti per violazione delle Linee guida della community o di disattivare o chiudere l’account, informeremo l’utente nei casi opportuni.”

Quali siano i casi opportuni è un mistero misterioso tenuto segreto dalle menti che stanno dietro il colosso di Menlo Park.

Foto di Florian Klauer

Foto di Florian Klauer

Cosa ci stiamo giocando? La libertà, quella di espressione e quella di parola. Viviamo nel paradosso del voler sdoganare i tabù sulla sessualità e i corpi ma per poterlo fare ci censuriamo affinché le nostre foto, i nostri video e le nostre didascalie non siano cancellate od oscurate. Stiamo pagando un prezzo altissimo perché i social fanno leva sul nostro narcisismo e non bastano le motivazioni che ho riportato poco sopra, cioè fare rete e fare affari. Stiamo assecondando un sistema-bavaglio che ci confonde, intimorisce e fuorvia con regole vaghe e discutibili.
Stare su un social generalista ci permette di fare un discorso ampio, che coinvolga persone che non andrebbero attivamente su determinati siti per pudore, indifferenza, disinformazione, ignoranza o chissà che altro. Esistono piattaforme a tema, ma ci ghettizzeremmo e costruiremmo un mondo ideale dove poterci mostrare come desideriamo a fare quello che ci pare fra persone che la pensano in modo affine o simile. Per contro stare tutt* assieme è quasi impossibile, almeno secondo gli algoritmi.

Abbiamo paura che la gente ci dimentichi e allora, pur di stare sulla scena, la corda per il cappio andiamo a comprarcela da sol*, almeno possiamo scegliere il colore e, quando ce la mettiamo intorno al collo, possiamo sorridere in camera dopo avere impostato il filtro che ci censura i capezzoli e i genitali. Perché sui social e per i social possiamo pure morire ma con stile, in modo fa-vo-lo-soh!

Claudia Ska

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A noi ci piace il Secs!

Ironiche, spregiudicate, con formazioni e competenze differenti ma accomunate da un grande interesse per il sesso e la sessualità: sono le persone che promuovono il pensiero sex positive dentro e fuori dal web.

Serie tv come la storica “Sex and the city” hanno agevolato i discorsi sulla sessualità delle donne in chiave pop, ma l’esplosione dei social media negli ultimi 10 anni ha fatto il resto, e proprio su quegli stessi social che hanno stretto la morsa della censura su contenuti di nudo, erotismo, pornografia, la comunità di persone sex positive si arricchisce di nuovi argomenti ed elementi.

Adesso siamo noi che vogliamo (ri)definire i nostri confini linguistici, anatomici, emotivi, affettivi, sensuali, sessuali apertamente e gioiosamente.

In questo articolo vi racconterò alcune delle persone che in Italia stanno scuotendo una cultura bigotta e ottusa a suon di post, stories ed eventi dove ciò che viene seminato in rete, viene raccolto fuori da questi schermi.

Potere di Iside*, vieni a me!
*dea egizia della saggezza, della magia, della salute (e del matrimonio, ok, lo ammetto)

Violeta Benini è un’ostetrica nota sui social come divulvatrice che, oltre al profilo omonimo, ne ha un altro paralleo in cui si fa chiamare Sesperta. Si occupa di benessere a vari livelli e in modo anticonvenzionale. Da lei non aspettatevi spiegoni incomprensibili con termini clinici altisonanti, ma delucidazioni sull’anatomia genitale femminile, indicazioni chiare e goliardiche sull’uso corretto di metodi contraccettivi, suggerimenti di sex toys per migliorare la salute del pavimento pelvico e sperimentare il piacere di chi ne fa uso. Violeta fa divulgazione, ossia condivide le sue conoscenze e il suo sapere specialistico con la comunità e lei stessa si tiene costantemente aggiornata e informata tramite corsi e master. La parte social è una delle componenti del suo lavoro, in quanto ha uno studio a Livorno, periodicamente riceve a Milano, e a breve anche a Firenze, organizza e conduce dei workshop in tutta Italia. È inoltre specializzata nel trattamento del pavimento pelvico e le eventuali problematiche a esso legate.
Instagram: @violetabenini e @sesperta.
Sito: www.violetab.com

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SE4SexEducation

Nel febbraio del 2018 Giulia Marchesi, psicologa con un master in sessuologia, ha avuto l’idea di creare SE ossia SE4SexEducation, un sito, una pagina Instragram e una pagina Facebook in cui fare educazione sessuale in modo chiaro ed esaustivo, per divulgare un approccio alla sessualità che fosse positivo e sereno, con l’obiettivo di abbattere tabù e pregiudizi che la circondano. Giulia è convinta che parlare apertamente e serenamente a bambin*, ragazz* e adult* sia la strada migliore per un’educazione sessuale e affettiva sana e rispettosa. SE4SexEducation pubblica periodicamente brevi video informativi per rispondere a curiosità riguardanti la sessualità e/o per approfondire alcune tematiche a essa inerenti; tali video sono seguiti da articoli dettagliati e di più ampio respiro. Oltre a curare l’attività online Giulia riceve nel suo studio a Verona, fa consulenze via Skype e organizza corsi per l’educazione sessuale nelle scuole, per i genitori e ovunque la chiamino: praticamente è la versione rosa e azzurra di Batman, con tanto di logo, e questo è il suo modo per combattere l’ignoranza.
Instagram: @se4sexeducation
Sito: www.se4sexeducation.it

Valiziosa è un personaggio misterioso, quasi mitologico, che ridesta il web con nynphografiche (ossia schede dettagliate e accurate con tanto di punteggio in cui recensisce sex toys) e il piccantissimo kamafrutta (posizioni sessuali illustrate con frutta e ortaggi con didascalia descrittiva sui generis). A chi si iscrive alla newsletter, regala la singolare e divertente lista della spesa “Sì – No – Forse” da compilare con la/il partner per sperimentare, conoscere e conoscersi nell’intimità. La sua missione è quella di abbattere i tabù sul sesso con malizia e ironia e ci riesce con contenuti ironici e divertenti. Se cercate un modo per avvicinarvi a queste tematiche in modo discreto ma bizzarro, Valiziosa fa per voi e, oltre a ingolosirvi su sex toys di cui non avreste mai immaginato l’esistenza, vi saprà far sorridere, perché – diciamocelo – il sesso è bello proprio perché ci si diverte un sacco!
Instagram: @valiziosa
Sito: www.valiziosa.com

L’ultima Iside, non certo per rilevanza, è la Dottoressa Schiaffazzi, prima e unica esperta italiana di “accoppiamento presto” una tecnica sessuale che si realizza tramite lo schiaffasutra, del quale lei stessa si fa promotrice con video esplicativi che gira insieme a Perlo, l’intelligenza artificiale creata nella Silicon Valley e che proprio di recente ha subìto degli aggiornamenti sostanziali di cui tutt* non vediamo l’ora di venire a conoscenza. Il suo schiaffabolario è ricco di termini quali Shu-Shu (nota quella di legno), Maxi-Bon (il bla-bla è analogo alla Shu-Shu di legno), massaggi ditalici, boccalici, dirtelo-boccalici, tripudi di cuori; si sprecano i cactus, che sono una filosofia di vita, uno state of mind, una dimensione dell’anima. Tra il serio e il faceto, la Dottoressa Schiaffazzi ci parla di amore, inclusione, ascolto, sperimentazione, consenso e rispetto in chiave surreale e ironica, sempre di gran classe.
Instagram: @dottoressaschiaffazzi

Rendiamo grazie alle Grazie*
*dee delle gioia di vivere

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Morena e Ivano de Le Sex En Rose

La coppia più rosa del web è formata da Morena e Ivano di Le Sex En Rose. Unit* affettivamente e sul lavoro, è difficile star loro dietro: testano e recensiscono sex toys, organizzano set fotografici per campagne pubblicitarie molto glamour, hanno una rubrica di interviste nude che pubblicano sul loro sito, fanno divulgazione su temi riguardanti sessualità e tematiche lgbtqi+ con articoli di approfondimento e di recente hanno curato l’iniziativa “Piacere in Scatola – Consumare con Consenso” durante il Festival dell’Amore tenutosi a Milano dal 7 al 9 Giugno 2019. Per non parlare del podcast “Pottenrose” nel quale si diletta(va)no a leggere e commentare le fanfiction erotiche ispirate alla saga di “Harry Potter” con il loro inconfondibile accento piemontese. Lo stile è sobrio e solare nonostante tutto il rosa confetto e/o shocking, l’intesa e la complicità sono tangibili. Come direbbero loro: «Attenziòne!» (con la “o” aperta).
Instagram: @le_sex_en_rose
Sito: www.lesexenrose.com

Marvi Santamaria, meglio nota come Match and the City, ha iniziato la sua avventura online per raccontare il disagio(h) (quello con l’acca finale!) sulle dating app come Tinder. Dopo un anno di anonimato, Marvi ha deciso di uscire allo scoperto e, oltre a dedicarsi al tema degli incontri oline, tratta argomenti quali femminismo, pornografia etica, ha curato un podcast con puntate monotematiche, ha creato e tuttora modera due gruppi su Facebook in cui si confronta su questi temi, ogni mese raccoglie il meglio – secondo lei (come ci tiene a precisare) – su dating, sessualità, femminismo e lgbt in una newsletter; infine ha pubblicato il libro “Tinder and The City” (Alcatraz Edizioni) dove racconta storie di disagio sulle app di incontri, tra esperienze reali e finzione. Molto attenta e curiosa nel suo approccio, non manca di stimolare chi legge e guarda con consigli e riflessioni. Un’instancabile caterpillar!
Instagram: @matchandthecity
Sito: www.matchandthecity.it

La pagina Instagram di Virgin and Martyr è nata dalla collaborazione tra Greta Tosoni e Greta Elisabetta Vio, conosciutesi proprio sul social più in voga del momento. Inizialmente le persone erano invitate a inviare una foto del proprio corpo, di un particolare di esso, col fine di creare un archivio di immagini che raccontassero la diversità di ciascun corpo, col tempo è diventato un aggregatore di notizie, informazioni, esperienze non solo sui corpi ma anche sulla sessualità, trasformandosi in ciò che è oggi: un safe place in cui condividere e confrontarsi su body-shaming, tabù, sessualità, erotismo e pornografia, il tutto corredato da immagini e illustrazioni molto curate e con uno stile che caratterizza la pagina. L’attività virtuale va di pari passo a quella offline, nella quale le due Greta e alcune persone del team partecipano a dibattiti, incontri ed eventi volti a promuovere i suddetti temi. Su Virgin and Martyr le parole chiave sono rispetto, consenso e inclusività e i toni sono sempre pacati, senza scadere in un buonismo forzato. Difficile sentirsi fuori luogo sulla loro pagina.
Instagram: @virginandmartyr

Fiore Avvelenato nasce come blog per l’autostima sessuale e raccoglie articoli puntuali e approfonditi che riguardano la sessualità e il corpo da un punto di vista sociale, storico, artistico, letterario. La competenza di Donatella, ideatrice e autrice del blog, nell’ambito della moda e della storia del costume donano al progetto un valore aggiunto, rendendolo ancora più originale e affascinante, come il nome che porta. Fiore Avvelenato sa stimolare con aneddoti e digressioni che contestualizzano alcuni tabù e ci aiutano a osservarli meglio per poterli superare con consapevolezza e serenità. Su Instagram delizia la platea di follower con chicche maliziose, storie succulente e sondaggi in cui riesce a creare un’interazione onesta e mai giudicante, sempre aperta al confronto. Quello che mi piace di Fiore Avvelenato è che mi fa sentire come se mi trovassi in una biblioteca zozzetta dove lussureggiare acculturandomi, praticamente il paradiso per me, sapiosexual!
Instagram: @fioreavvelenato
Sito: www.fioreavvelenato.wordpress.com

Meno dissing Più dissidenti

Clitoridea (logo di Vincenzo Rotundo)

Dalla Calabria con furore e ardore c’è Clitoridea. Nata come sito di racconti erotici inviati dalle e dai fan è ben presto diventata un luogo dove chiedere supporto e confronto (nella rubrica “Clitoridea & Friends” chi ha una questione da sottoporre alla comunità lo può fare in modo anonimo e c’è chi risponde con pareri e/o consigli in forma altrettanto anonima). Inoltre Clitoridea è una pagina Instagram in cui vengono condivisi aforismi e poesie erotici, foto e illustrazioni a tema e nella quale si dibatte di tabù, corpi, sessualità, femminismo, pornografia. Ketty Rotundo, la sua fondatrice, organizza aperitivi con letture di racconti erotici. Insieme al gruppo Fem.In (Cosentine in lotta) organizza iniziative volte a sensibilizzare sui temi dell’inclusione, del femminismo intersezionale e delle patologie di genere. È tosta come il granito, divampa come un incendio, ha un senso dell’umorismo travolgente. Come non amarla?!
Instagram: @clitoridea
Sito: www.clitoridea.it

Benedetta Lo Zito è una donna che a un certo punto della sua vita, dopo essersi sentita sempre un’outsider per un motivo o per un altro, si è detta: «Mo’ prendi il tuo profilo da beauty influenZer e lo trasformi in un punto di ritrovo per coloro che non si sentono mai abbastanza!». E lo ha fatto tramutando Vitadibi in una parata femminista, sex e body positive, dove la peculiarità principale è quella di non mandarle a dire, complice anche la romanità che si è portata fino a Londra, dove vive. Su Instagram e Facebook parla di diritti umani, antifascismo, supporta la comunità lgbtqi+, promuove una sessualità libera e felice, l’amore per il proprio corpo. Instancabile social media manager di sé stessa, collabora inoltre al manifesto di fotografia erotica in salsa pop I Am Naked On The Internet di Miss Sorry e fa parte dello staff italo-inglese di Idioma, una linea di gioielli erotici femminili completamente artigianali e 100% made in Italy.
Il suo superpotere è saper connettere le persone anche con una risata, perché va bene essere militante, ma con la battuta pronta. Sempre.
Instagram: @vitadibi

Preparatevi a farvi infradiciare dall’onda anomala di Fluida Wolf attivista antisessista e antifascista, trash drag bitch, come ama autodefinirsi, traduttrice di testi che desiderano abbattere i tabù sulla sessualità, sul genere e aiutare a consapevolizzarsi sui propri piaceri e desideri. È inoltre conduttrice del workshop che da anni la sta portando in giro per l’Italia e fuori dai confini nazionali, ossia “Eiaculazione per f*che”, dove racconta come il corpo della donna, e particolarmente i genitali, sia stato silenziato al punto da non vedersi riconosciute parti di esso. Partendo da alcune nozioni anatomiche arriva a illustrare come avviene l’eiaculazione, senza voler istruire o indottrinare, ribelle fino al midollo, come piace ad agit-porn! Fluida Wolf è inoltre una studiosa di postporno, studi di genere e attiva nel dibattito sui diritti della comunità lgbtqi+ e delle/dei sex worker. Di lei mi piace anche ricordare le mise eccentriche e sfrontate, il make up fluo e le acconciature fatte di lunghissime extension e minidildo; la voglia di non essere a basso profilo, perché la rivoluzione non si può fare sottovoce.
Instagram: @valentine_aka_fluida_wolf

La comunità sex positive è in fermento e tante altre persone ne fanno parte, una menzione speciale va al progetto La camera di Valentina che racconta l’arte erotica passata e contemporanea, in modo scrupoloso e mai pedante nel tentativo di dirci qualcosa in più su sesso e passione.

Conoscevate blogger e influencer dell’articolo? Ne avete altr* da suggerire?
Lasciate un commento qua sotto e non dimenticate di seguirmi anche su Instagram.

Claudia Ska

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Lo fanno per il nostro bene (parte seconda)

[Questa è la seconda parte dell’articolo pubblicato lo scorso 30 Aprile 2019, che potrete leggere qui.]

Il tema della censura frustra chi lo subisce e in molti casi limita anche il suo potere economico.

Consideriamo i/le sex workers (lavoratori e lavoratrici del sesso) e alcun* artist*. La prima categoria è stata fortemente messa in difficoltà con la legge statunitense FOSTA-SESTA (Fight Online Sex Trafficking Act e Stop Enabling Sex Traffickers Act) firmata da Trump nel marzo del 2018 per combattere il traffico sessuale. Questa legge scritta in modo ambiguo e vago rende responsabili dei contenuti pubblicati sul proprio sito i proprietari delle varie piattaforme, pertanto molti siti hanno deciso di eliminare il problema alla radice impedendo la condivisione di materiale e servizi a sfondo sessuale. Da Backpage.com (sito di annunci di vario tipo), Patreon, Reddit, Craiglist, Google, passando da Tumblr, che ha visto crollare il traffico del 30% da quando nel dicembre 2018 ha dato un giro di vite alle condizioni d’uso (fonte: DrCommodore.it), la stretta si è fatta soffocante per chiunque.

Suppongo che siamo d’accordo sull’importanza di riconoscere e neutralizzare chi sfrutta la prostituzione, il traffico di persone e la diffusione di materiale pornografico realizzato tramite coercizione o senza che le persone protagoniste ne fossero a conoscenza, pertanto si sarebbe potuto scrivere la legge in modo preciso e dettagliato, senza andare a colpire categorie di persone che con consapevolezza hanno deciso di esercitare una professione. Non è ipocrisia quella di considerare la prostituzione e la pornografia attività che esistono come conseguenza di una forzatura di un soggetto X su un soggetto Y?
È stata approvata una legge che nega l’autodeterminazione.
E, come è stato fatto notare, a essere ulteriormente discriminate saranno le persone marginalizzate per etnia, ceto sociale e sesso (persone non bianche, povere, transessuali). Persone che in completa autonomia hanno potuto scegliere cosa far vedere e vendere di sé, selezionare anticipatamente la clientela e stabilire un valore economico alle proprie prestazioni, si trovano nuovamente alla mercé di papponi e costrette a mettersi su strada con un rischio maggiore di subire violenza.

Autoscatto e autocensura, Dicembre 2018

Autoscatto e autocensura, Dicembre 2018

Per quanto riguarda invece chi di nudo, erotismo e/o pornografia ha fatto una forma d’arte, la situazione non è migliore, soprattutto per artist* poco conosciut* che vorrebbero far arrivare le proprie opere anche fuori dalle personali cerchie sociali e/o dall’area geografica di provenienza.
Molt* di loro usano i social per promuoversi e creare una rete tale da diffondere il proprio lavoro. Il passaparola è fondamentale a questo scopo ed è stato proprio il passaparola che ha permesso a molt* di farsi notare da gallerie d’arte, musei, aziende con cui collaborare e incrementare i guadagni e la visibilità. Per tornare al social più in voga negli ultimi anni, Instagram, tempio del visuale, quest* artist* si sono vist* censurare foto e illustrazioni e in molti casi anche chiudere il profilo perché considerati inappropriati, con la conseguente perdita di materiale e follower. Se è vero che le immagini sono salvate altrove, non vale per le didascalie e in generale la parte testuale, inoltre ricostruire la fan-base non è facile e immediato, richiede tempo, sforzo e impegno. Attualmente Instagram usa un metodo più subdolo dell’eliminazione delle immagini, il cosiddetto shadow ban, ossia l’oscuramento. I contenuti restano online, ma visibili solo se una persona va sul profilo su cui sono stati pubblicati. Non ci sono hashtag che tengano, non si viene indicizzat*. Questo va ad aggiungersi al fatto che le pubblicazioni di ciascun* utente vengono visualizzate solo dal 7% dei follower, a meno che non decida di sponsorizzare i propri contenuti, opzione che può essere utilizzata solo da chi ha un profilo aziendale.
Nel mio caso non potrei anche volendo: la parola porn contenuta nell’indirizzo del sito mi impedisce di riportare l’url nella mia biografia di Instagram, per cui ho dovuto aggirare il problema utilizzando Linktree e, quando uso direct (messaggistica privata di Instagram), mi viene impedito l’invio in quanto “il link è stato individuato come non sicuro […]”.
Chi vende sex toys e in generale materiale per adulti (tranne se le finalità sono contraccezione o pianificazione di gravidanza), non può creare inserzioni a pagamento su Facebook e Instagram, che ne vietano la sponsorizzazione e la vendita sulle loro piattaforme. Questo vale quindi anche per chi sponsorizza e vende fotografie, illustrazioni e video a carattere erotico e pornografico o dove siano visibili corpi nudi, a prescindere da eventuali atteggiamenti allusivi o esplicitamente sessuali. Se si tratta di libri, il problema è superato in quanto le aziende non ne impediscono la vendita.

Dal mio punto di vista la tutela della sensibilità e della sicurezza dell’utenza sono pretesti per agire un controllo reazionario sulle persone, per questo è necessario informarsi e rivendicare la propria libertà con proteste e proposte, perché la sola rivendicazione non basta se non si è proattiv*.

Claudia Ska

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Lo fanno per il nostro bene (parte prima)

«Chi censura i censori?»
Decimo Giunio Giovenale

Nell’Aprile 2016 lanciammo il numero 15 di “Rivista di Scienze Sociali”, così ogni giorno condividevo su Facebook il link a uno degli articoli per promuoverli.

Alcuni di essi erano corredati dalle immagini del servizio fotografico “Santa Firunika dalla veste nera” che feci con Alex Gallo e che lanciammo in anteprima proprio su “Erottica – Sguardi obbliqui di corpi dilatati”.

L’articolo di Francesco Macarone Palmieri, “Emoporn” (di cui consiglio fortemente la lettura), era uno di questi. Sotto il titolo e nella preview troneggiava una foto in bianco e nero di me in ginocchio col ventre e la vulva scoperti, il seno nascosto da uno scialle nero e il volto tagliato dall’inquadratura.

Facebook eliminò il post perché offensivo.

Era già capitato in altre occasioni, ma fu in quel periodo che iniziai a pubblicare più o meno sistematicamente foto mie in polemica con la condotta censoria del social network.
La domanda più o meno esplicita che ponevo era sempre la stessa: «Che colpa hanno i nostri corpi?» ed è la medesima da allora.
Iniziai a usare Facebook sempre meno, prediligendo Instragram, che sembrava più aperto sul tema nonostante dal 2012 fosse stato acquisito dall’azienda di Zuckerberg. Mi ero sbagliata di grosso e non ci è voluto molto a capire che Instragram è altrettanto bigotto: talis pater

Stando ai dati di Luglio 2018, il maggior numero di utenti che utilizza Instagram si trova negli USA seguiti nell’ordine da India, Brasile, Indonesia e Turchia (fonte: Hootsuite).
Sono andata a cercare le condizioni delle donne in quegli Stati e ho scoperto che nel 2018 la Thomson Reuters Foundation ha stilato la classifica dei 10 Paesi più pericolosi al mondo per le donne: è emerso che l’India è al primo posto mentre gli Stati Uniti d’America al decimo. Fra i parametri considerati ci sono discriminazione, violenza sessuale e non, traffico di esseri umani (schiavitù domestica, lavoro forzato, matrimonio forzato e schiavitù sessuale).
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) il Brasile è invece quinto Paese al mondo per tasso di femminicidi (fonte: LetteraDonna).
Nella zona nord dell’isola di Sumatra, nella provincia di Aceh in Indonesia, nell’ottobre del 2018 è stato istituito il divieto per le donne di mangiare fuori con un uomo tranne che se accompagnate da un famigliare (maschio, ovviamente) e inoltre dalle ore 21.00 è vietato servire clienti donne nei locali pubblici per “proteggerne la dignità” (fonte: Sky Tg24).
In Turchia, nonostante i movimenti femministi locali, le donne faticano a essere considerate e trattate alla pari degli uomini e sono diffusi stupro, femminicidio e violenza domestica, oltre ad altri tipi di discriminazioni (fonte: Wikipedia).
Da tempo mi interrogo sulla connessione tra globalizzazione, diffusione dei social media e libertà e penso che ci sia una relazione tra questi temi e la censura.
Un’azienda che cerca di imporsi economicamente su larga scala e in modo capillare, deve fare i conti con leggi, norme e tradizioni del luogo in cui entra e desidera stare. Se le donne sono ritenute inferiori (rispetto agli uomini [eterossessuali], che in una visione patriarcale è il metro di paragone assoluto), se i loro (nostri) corpi sono considerati volgari e pericolosi, sarà necessario privare tali persone della libertà di espressione, sarà imposto loro il divieto di mostrarsi come vogliono e persino di parlare di cosa desiderano e come lo desiderano.

In questo contesto storico, politico e sociale si inserisce il porno-attivismo, con le sue provocazioni che trascendono la narrazione volta a eccitare e usando la rappresentazione dell’atto sessuale per un discorso politico di de-colonizzazione e libertà, rivendicazione dei diritti e quindi autodeterminazione.
Quando una persona consapevole (l’aggettivo è fondamentale in questo assunto) si mostra nuda, sta compiendo due azioni: la prima è quella oggettiva di mostrare il proprio corpo integralmente o parzialmente, la seconda è quella intrinseca di esercitare la propria libertà di espressione, senza cercare legittimazione, perché si è legittimata con l’azione stessa.

Una ricerca del Center for Technology Innovation at Brookings del 2016 raccolse i dati in cui si diceva chiaramente come gli Stati che avevano applicato il divieto di usare determinate applicazioni e siti persero 2 miliardi e 400 milioni di dollari nel 2015 (fonte: Panorama). Considerata l’ingente somma, alcuni sono tornati sulle proprie decisioni aprendo le porte ad aziende come Facebook (che possiede Instagram e Whatsapp) e Google, fra le più note, potenti e pervasive. Gli accordi si fanno sempre sulla base di compromessi a scapito della libertà: limitando quella delle/degli utenti, non solo impedendo che condividano contenuti che sono ritenuti pericolosi per la community, ma anche ricavando informazioni personali su di ess* per avere un controllo maggiore, se non totale (abitudini di acquisto, stile di vita, opinioni politiche, interessi, ecc.).

«Instagram riflette la nostra eterogenea comunità di culture, età e credenze. Abbiamo dedicato molto tempo a riflettere sui diversi punti di vista delle persone in modo da creare un ambiente sicuro e aperto per tutti.»
Incipit della versione lunga delle linee guida della community.

Se il tuo sito accetta utenti dai 13 anni in su di credo religiosi, opinioni politiche, e condizioni sociali disparate e se tali utenti usufruiscono del tuo sito anche in Paesi dove sono in vigore pena di morte (non c’è bisogno di andare in Medio Oriente, negli USA con la pena capitale se la cavano benissimo!), tortura, imposizioni di natura religiosa o statale che limitano la libertà di espressione e parola, come minimo devi fare in modo che chiunque non si scontenti.
Quello che deduco è che la violenza, l’omofobia, il sessismo, l’oggettificazione dei corpi femminili e la xenofobia vengono tollerati, mentre le soggettività dei corpi e i discorsi su una sessualità positiva ed eterogenea sono censurati, lo dimostrano le numerose pagine a sfondo razzista ancora attive nonostante le segnalazioni e il fatto che la narrazione mainstream della sessualità se la passa piuttosto bene. Pertanto la conclusione alla quale sono arrivata è che pagine e profili volti alla limitazione delle libertà altrui vengono favoriti, mentre pagine e profili volti all’estensione di tali libertà vengono osteggiati e censurati.

[continua…]

Claudia Ska

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