[Guest Post] “Nudo classista” di girlsplaining

Mi imbatto frequentemente in contenuti prodotti da persone che giustamente abbracciano la causa femminista e vogliono sensibilizzare i propri amici e follower rispetto al discorso della libertà di espressione femminile e/o ai tabù legati al corpo femminile, ma troppo spesso mi accorgo di un’omissione che a me sembra non casuale. Un femminista non può tralasciare per tutta una “predica” di qualche minuto, dopo aver elencato tutti i suoi validissimi argomenti e le sacrosante istanze di libertà contenute nel pensiero antisessista, un aspetto così centrale e determinante senza percepire un senso di vuoto, senza sentire puzza di bruciato. Nello specifico mi riferisco a quelle migliaia di video, post e contenuti di vario genere in cui si vuole affermare che una femmina sia liberissima di mostrarsi nuda e che questo non ne faccia una prostituta, cioè che la sua nudità sia legittima ma non debba avere per forza una funzione sessuale o forse, nell’ambiguità determinata da quel mancato che tra poco dirò, costoro si accontentano più specificamente di comunicare che la nudità sia legittima IN QUANTO non ha funzione sessuale, quindi implicitamente che sia legittima se, e solo se, non ha funzione sessuale. L’omissione di cui parlo consiste in quel famoso «non c’è nulla di sbagliato nella libera espressione della propria sessualità, anzi!» che in troppi si dimenticano di citare e di porre a premessa di ogni considerazione sul tema.

L’impressione netta è che le battaglie intermedie legate al femminismo pop e un po’ sublimato, ai #nudeisnotporn, fungano da dispositivi in grado di rafforzare la mentalità sessuofoba dominante, insomma che stiano alla rivoluzione femminista come i riformismi socialdemocratici stavano al comunismo: anche se chi li promuoveva era animato spesso da nobili intenti, fungevano da contentino per gli oppressi di modo che non giungessero mai alla certezza che ribellarsi fosse l’unica via.

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Moltissime che ci mettono la faccia, la tetta o un grammo della loro energia per portare avanti la sacrosanta battaglia del #nudeisnotporn, del «perché sono nuda ciò non implica che io sia una puttana», probabilmente si sentono così oppresse dalla sessualizzazione coatta del loro corpo e della loro persona da non poter che desiderare disperatamente questo orrendo ma rassicurante compromesso: quello per cui siamo tutti nudi ma non siamo puttane e, chi invece è puttana, merita di essere trattato diversamente; quel compromesso per cui al #nudeisnotporn non necessariamente segue il #pornisnotevil (sarebbe meglio che precedesse) e i nostri corpi diventano liberi solamente di veicolare (a beneficio già sapete di chi) messaggi che rimandino anche solo implicitamente a target consumistici, a mode, tendenze e canoni estetici imprenditorialmente profittabili.

Il sesso? Quello rimane un tabù. Eppure chiunque si approcci anche timidamente allo studio delle discriminazioni di genere sa benissimo che tutto ha la sua genesi negli assunti sessuofobi e continua a essere sotterraneamente alimentato proprio dall’azione inconscia di questi ultimi, ossia i segni e sintomi più in evidenza del sessismo, come appunto le riserve più grette e ingenue sulla nudità femminile o aspetti ancora più superficiali e meno intuitivamente legati all’argomento “sesso” (vedi il mansplaining), non sono altro che l’ultimo stadio di un processo che ha come principio e motore la sessuofobia, l’attribuzione di uno statuto speciale alla sfera sessuale e la declinazione di questo assunto nelle forme più disparate.

Facciamo dunque un balzo in avanti: il corpo è già ben oltre l’ostacolo ma il cuore si ostina a rimanere indietro. La poderosa struttura giurisprudenziale, sociale e culturale che garantiva la perpetuazione del patriarcato è oramai defunta, pertanto non esiste più alcun appiglio per certo maschilismo puritano, nessun possibile riscontro di una ratio che giustifichi la violenza di certi comportamenti. Alle soglie del 2020 viene effettivamente a trattarsi di una forma di pensiero primitivo e disfunzionale ed è oramai doveroso approcciare al maschilismo puritano come a una psicosi. Nella terapia psicanalitica delle psicosi si usa la cosiddetta interpretazione verso l’alto, ossia per aggirare le angosce che insorgerebbero in un’opera di scavo graduale, si preferisce scandagliare direttamente le profondità nominandone i contenuti.

Io credo che, mentre le riflessioni dei singoli hanno ragione di percorrere ogni via possibile, l’attivismo e la divulgazione femminista dovrebbero invece assumere questo metodo, rinunciare a decostruire gradualmente tutti i passaggi logici che conducono dal segno-superficiale-A (es. avances sessuale alla modella di nudo) fino agli abissi della storia dell’uomo e dunque al tabù del sesso. Ciò al fine di evitare che proprio questa gradualità dell’indagine e del disvelamento si presti a fungere da dispositivo antirivoluzionario, da meccanismo omeostatico che garantisce al sessismo e al capitalismo una sopravvivenza in forma accomodata.
Sarebbe il caso di partire dal #pornisnotevil e non dal #nudeisnotporn: solo dopo aver statuito che il sesso non sia qualcosa di speciale e dunque di delicato e pericoloso, solo allora potremo essere certi che «mi spoglio ma non per eccitare sessualmente» sia una libera scelta e non invece una forma più subdola di slutshaming, una negazione forzata, l’ulteriore tabuizzazione di un aspetto naturale (la sessualità/l’erotismo) insito in praticamente ogni comportamento umano, dunque l’ennesima strategia culturalmente data di sublimazione di ciò che che è ancora oggetto di divieto.
Finché non ci sembrerà del tutto innocuo e privo di particolari conseguenze sociali postare una foto con un pene in bocca o con la faccia inondata di sperma, i nude-not-porn rappresenteranno una forma normata dell’espressione di un falso sé, non saranno diversi da quelle che oggi sono le pubblicità dei reggiseni (col loro implicito «se non lo metti sei una schifosa esibizionista, i tuoi capezzoli devono essere ben nascosti!»).
Già oggi, a dimostrazione di quanto questo femminismo flat sia in fondo molto in ritardo sull’agenda della rivoluzione antisessista, si comincia ad avvertire tra i giovani adulti dei ceti più istruiti una certa istanza conformista anche se non apparentemente così perentoria: non hai nemmeno una foto di nudo un po’ artistico, pseudonaturista, alternativo o vattelappesca sui tuoi social? Allora c’è qualcosa in te che non va (che poi è un ragionamento non del tutto privo di una sua pregnanza).

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Chi conosce il mondo della pornografia web (oramai amatoriale e quasi sempre non consensuale) sa bene che esiste già una sorta di muro invisibile che divide le “zozze” dalle modelle d’arte o ragazze alternative di classe media. Per ragioni che non sarebbe opportuno illustrare in questa sede, le ragazze consapevoli di classe media, a parità di valenza trasgressiva del contenuto pubblicato, ricevono una quantità di molestie infinitamente minore ma soprattutto una qualità diversa di molestie. È infatti interessante assistere a quegli sporadici incidenti, quelle crepe che si creano ogni tanto nel guscio esterno delle nostre filter-bubble in cui un frequentatore di canali di pornografia degradata, abituato a interagire con “sciampiste ragazzine tamarre”* e proletarie dell’erotismo social (coi loro contenuti di cattivo gusto a metà tra un prediciottesimo e le pubblicità dei club privé), inciampa in uno di questi profili più elitari e fa una fatica enorme a decodificarli, il risultato è sempre qualche interazione molesta in cui fa la figura del cinquantenne viscido maschilista (cioè di sé stesso).
Questo perché accade? Perché il #nudeisnotporn è un privilegio, uno status symbol nelle mani di chi ha gli strumenti intellettuali, culturali, sociali ed economici per sofisticare l’espressione di sé; mentre chi non è in grado di produrre un nude che sia qualificabile come not-porn, ovvero le proletarie dell’erotismo di cui sopra, costoro saranno sempre condannate a essere carne da macello, bestie in preda alle peggiori forme di molestia, allo stalking, alla minaccia perpetua (alimentata anche dall’assenza di un diritto all’oblio) per la propria sicurezza personale.
Se non si vuole favorire un semplice riposizionamento delle convenzioni e dei costumi in chiave forse ancora più classista e repressiva di prima, occorre fare ciò che ho poc’anzi proposto: prima abbattiamo il tabù della pornografia, poi cominciamo a spiegare alla gente che non tutta la nudità è pornografia. Impariamo a dire «anche fossi una puttana o una ninfomane, sarebbe semmai una cosa di cui vantarmi» e solo dopo a precisare «comunque in questo caso non lo sono e non voglio essere approcciata sessualmente». Sicuramente è la via meno semplice, ma è l’unica via per vivere in un mondo finalmente liberato da questo mostruoso tabù e un mondo autenticamente non sessista.

*I termini irriverenti utilizzati in questo articolo devono intendersi come descrittivi, in chiave ironica, di stereotipi sociali e culturali i quali tendono a esercitare un’attrazione sulla [auto-]percezione e sui comportamenti degli individui, uniformandoli o ingabbiandoli nella ripetizione di pattern interattivi rigidi e condannandoli all’assunzione di ruoli sociali ben definiti.

Questo articolo è stato gentilmente scritto da girlsplaining, che non ci ha lasciato uno straccio di bio, ma che trovate su Instagram.

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Intervista Ribelle a Inside Porn

Fino a ora le “Interviste Ribelli” hanno avuto come protagonista una persona, mentre oggi ho il piacere di ospitare un collettivo formato da tre giovani donne che ho conosciuto personalmente qualche mese a Firenze durante il Festival della Sessuologia. Si tratta di Maria Giulia Giulianelli, Giulia Moscatelli e Arianna Quagliotto ovvero le ideatrici del progetto Inside Porn, nato all’Università di Bologna per poi affacciarsi al mondo non accademico.

Fuori dall’Università, dentro il porno:
Inside Porn ha deciso di parlare a tutt* del genere cinematografico più discusso e censurato.

Prima di unirvi nel collettivo Inside Porn qual era la vostra relazione con la pornografia?
Possiamo dire che l’aver fondato Inside Porn coincide con l’inizio del nostro percorso di approfondimento della pornografia, almeno per quel che riguarda l’audiovisivo; infatti, studiando tutte arti visive, non eravamo estranee all’uso del linguaggio pornografico in ambito artistico, fotografico e letterario, ma solo quando ci proposero di condurre una ricerca etnosemiotica abbiamo affrontato quella che comunemente possiamo trovare sulle piattaforme come PornHub.

Perché avete deciso di iniziare questo progetto?
Come suggerisce il nostro nome (Inside Porn, Dentro il Porno), il nostro desiderio è da subito stato quello di capire meglio il mondo della pornografia partendo da chi quel mondo lo costituisce. La scoperta è stata grande per quanto scontata: a fianco del classico porno mainstream era in movimento tutto un altro tipo di pornografia dichiaratamente legata a una maggiore inclusività delle possibili sfumature della sessualità.
Non volevamo un porno che categorizasse il proprio pubblico, ma che — al contrario — lo rappresentasse. 

Quali sono gli obiettivi e le modalità di Inside Porn?
Principalmente cerchiamo di creare degli spazi in cui si possa parlare di temi e questioni legati alla sessualità, aspetto della nostra vita che, purtroppo, a livello istituzionale, difficilmente viene affrontata in maniera consapevole e costruttiva. Promuovere la visione collettiva di prodotti pornografici ha molte valenze: in primo luogo culturale, cosa su cui ci battiamo molto. La pornografia viene considerata oscena e quindi poco degna di essere rappresentata, figuriamoci con una proiezione pubblica. Viene relegata alla sfera intima e molte persone, fra quelle che lo fanno, non ammettono di masturbarsi guardando porno. Attraverso le nostre serate vogliamo dimostrare l’esistenza di una pornografia che invece crea anche dei discorsi politici e sociali e, che ci crediate o no, esteticamente non ha nulla da invidiare ad altri generi cinematografici. L’obiettivo principale è riuscire a coinvolgere il pubblico, stimolarlo a un dibattito intorno a quello che hanno visto e a come vivono la propria sessualità e quella degli altri: il porno ti fa scoprire un sacco di cose e, se è vero che il diverso fa paura proprio per ignoranza, allora non c’è modo migliore che divulgare differenti punti di vista attraverso lo strumento che più li mette in scena.

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Ce l’ho Porno 2018, Inside Porn

La “fuoriuscita” dall’ambito accademico, all’interno del quale è nato Inside Porn, è definitiva o avete semplicemente ampliato il vostro obiettivo e quindi il pubblico di riferimento?
All’epoca della ricerca vera e propria eravamo tutte e tre studentesse universitarie, ora il nostro percorso accademico si è concluso però non vogliamo in nessun modo rifiutare quel mondo, anzi, vuoi mettere tenere una lezione sul porno all’università?! Pensiamo che l’ambiente accademico porti con sé una serie di codici che spesso entrano in conflitto con quella che è la nostra mission. Prima di tutto il linguaggio. Quando studiavamo semiotica non era semplice “tradurre” la nostra ricerca a chi se ne interessava: la semiotica ti costringe a un metalinguaggio molto specifico e per questo genere di temi è forse meglio essere un po’ più pop. Inoltre quando tenemmo una lezione all’interno di un ciclo di seminari dedicati alla ricerca, dovemmo censurare una penetrazione anale: se ci battiamo affinché la pornografia non sia più ghettizzata è necessario per noi non avere restrizioni su ciò che mostriamo. Gli spazi che ci hanno successivamente ospitate (Kinodromo, Cassero, Cinema Europa e altri) hanno dimostrato di avere completa fiducia nelle nostre rassegne e il pubblico che è intervenuto si è rivelato essere partecipe ed eterogeneo.

Che tipo di pornografia vi piace e vorreste divulgare?
Questa domanda può avere una duplice risposta: come studiose di pornografia potremmo affermare che ci piace tutta, come consumatrici preferiamo alcuni prodotti rispetto ad altri. Crediamo che tutta la pornografia abbia una sua dignità, ovviamente fintanto che per produrla ci si attiene alle basilari norme di consenso e sicurezza, ma siamo più interessate a divulgarne il lato meno conosciuto e standardizzato. Ciò che proiettiamo alle nostre serate sono porno che hanno una distribuzione più per festival che attraverso il web, tranne alcuni casi più celebri, come Erika Lust, per cui difficilmente vi si potrebbe accedere da casa propria. Vederli sullo schermo del cinema enfatizza l’esperienza catturando l’attenzione dello spettatore ponendolo in un contesto diverso dall’abituale visione domestica, aggiungi la possibilità di interagire direttamente con performer e registi presenti in sala e si può costruire uno spazio in cui parlare liberamente di sessualità.

Secondo voi la pornografia ha un valore pedagogico?
Può avere una valore pedagogico ma non deve per forza esserlo. Questo non vale solo per il porno, ma per qualsiasi mezzo espressivo. Alcuni produttori e performer sono sicuramente più consapevoli della sua possibilità educativa e rendono esplicito questo aspetto assumendolo come valore portante della propria produzione. Si parla molto della pornografia come primo vero approccio alla sessualità, prima ancora di un rapporto o di una relazione, quindi è inevitabile porsi delle domande in questo senso. In Italia l’educazione sessuale è spesso affrontata nel suo aspetto biologico, tralasciando completamente discorsi come il piacere o l’orientamento sessuale e il porno si rivela uno dei mezzi che più mette in gioco queste tematiche. Bisognerebbe fornire gli strumenti giusti a chi utilizza la pornografia come una sorta di “prima esperienza”, per comprendere quello che sta guardando, si parla alla fine di giovanissimi.

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Lunedì Porno al Cinema Europa (2018)

Conoscete il cosiddetto “porno femminista”? Se sì, ci spieghereste cosa lo distingue da altri tipi di porno?
Inizialmente, si parla degli anni ’80, il porno femminista si caratterizzava per il fatto di essere fatto da donne per le donne. All’epoca i film porno erano concentrati perlopiù sulla figura maschile e i “porno per donne” erano fatti da uomini che aggiungevano qualche “preliminare” in più alla scena di sesso. Nella maggior parte dei casi le prime registe e produttrici di porno femministi erano lavoratrici nell’industria pornografica, che decisero di creare da sé i propri film mettendo in primo piano il piacere femminile. Era proprio il fatto di assumere la donna non più solo come genere/organismo biologico davanti alla telecamera ma tutta la sua soggettività femminile, con il suo vissuto e il suo personale sguardo sul vivere la sessualità. Si trattava di rivendicare il proprio corpo, il piacere e il diritto ad amare il sesso esattamente come gli uomini. Con il passare degli anni il “porno femminista”, di pari passo con il femminismo stesso, ha ampliato il suo campo d’azione diventando più fluido e concentrando la lotta sui diritti di tutt*.

Il vostro ambito di ricerca e interesse è relativo solo alla pornografia cinematografica o alla letteratura in senso lato?
La ricerca è nata come specifica sul settore audiovisivo, ma con il passare del tempo abbiamo approfondito altri ambiti. Di fatto siamo interessate a tutte le espressioni possibili della sessualità, dal porno cinematografico alla fotografia, dalla performance all’installazione. Per quanto riguarda la letteratura siamo delle instancabili lettrici di testi relativi all’argomento, passione che cerchiamo di condividere attraverso “La piccola biblioteca del porno”, rubrica che esce nella nostra newsletter ogni mese con un titolo diverso per suggerire uno spunto di lettura al nostro pubblico: siamo sempre alla ricerca di altri autori per cui chiediamo ai lettori di agit-porn di consigliarci nuovi libri!

In cosa consiste “Ce l’ho porno” e come selezionate i film da proporre al pubblico?
Per quanto riguarda i normali eventi Ce l’ho Porno frequentiamo i festival nazionali e internazionali in modo da coinvolgerli per presentare una piccola selezione del loro programma a una nostra serata. Abbiamo per esempio organizzato due date in collaborazione con il Fish & Chips Film Festival e una con l’Hacker Porn Film Festival, così da poter fornire al nostro pubblico un assaggio del panorama pornografico indipendente contemporaneo.
La particolarità di questa stagione 2019/2020 è che, per la prima volta, abbiamo avuto la possibilità di curare una sezione di un festival, il Ce l’ho Corto Film Festival che si terrà a Bologna dal 28 al 30 Novembre, quindi di selezionare i cortometraggi attraverso una call pubblica aperta a tutti. Il modus operandi di entrambe le tipologie di selezione è sempre quella di pensare a una scaletta che dia spazio a diversi registri stilistici e a tipologie di opere, la selezione del festival rispecchia questa filosofia proponendo documentari, porno espliciti e corti di animazione. Ci piace scoprire con il nostro pubblico le infinite possibilità espressive della pornografia e approfittare dell’occasionalità del momento per conversare insieme.

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Maddalena Bianchi, Inside Porn e Son Braciola @ Lunedì Porno al Cinema Europa (2018)

Claudia Ska

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Lo faccio in pubblico: parlare di sesso

Se sei una donna e parli pubblicamente di sesso forse ti sarà capitato di trovarti in condizioni sgradevoli: dick pic (foto di peni) non volute, ricezione di messaggi in cui ti è stato proposto di fare sexting, richieste di invio di foto in cui sei nuda o di alcune parti del tuo corpo scoperte (generalmente seno, sedere e/o genitali), fino alle proposte di prestazioni sessuali a pagamento, talvolta anche messaggi accusatori e offensivi, che più sovente arrivano quando rispondi con sarcasmo, in modo assertivo o con rabbia, perché un rifiuto genera frustrazione nell’interlocutore, che invece di metterselo in saccoccia e tornare al suo posto, attacca, come fanno le bestie quando si sentono minacciate. Uso il maschile perché queste situazioni mi sono capitate esclusivamente con maschi di varie età: dai giovanissimi (addirittura presunti pre-adolescenti) a uomini attempati.

Se non sei una donna o non ti senti tale, ma ti è capitato quanto ho descritto sopra con un sesso o un altro, non importa, questo articolo ti riguarda ugualmente.

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Pare che “no” sia una risposta che le persone non vogliono proprio ricevere e per cui l’unica replica possibile sembri l’accusa, la denigrazione, l’offesa. “No” è la prima parola che impariamo a dire per separarci da qualcun* e/o qualcosa, afferma un primo passo verso la scelta e l’autodeterminazione, ma mi pare che abbia assunto le fattezze di una minaccia, come se rifiuto e negazione fossero inammissibili e offensivi di per sé; “no” viene interpretato come “fai schifo/non vali niente/varie ed eventuali”, ma queste sono appunto interpretazioni, anzi distorsioni di una sillaba che significa semplicemente che all’altr* non interessa o non va di fare una determinata cosa in un dato momento o in assoluto, non che la persona che ha fatto la domanda/proposta sia un essere spregevole, c’è una bella differenza, che però sembra sfocata a molt*.

Ho una pagina e un sito in cui parlo di sessualità, erotismo e pornografia e per farlo uso anche la mia immagine. Il fatto che mostri il mio corpo parzialmente o totalmente nudo dice, fra l’altro, che:

  • tutto sommato, nonostante le pressioni culturali, mi trovo a mio agio con esso;
  • il mio senso del pudore riguarda altri àmbiti della mia vita;
  • sono esibizionista;
  • non lo sessualizzo per partito preso e anche se lo facessi questo non equivarrebbe a disponibilità sessuale a prescindere.

Se una persona male interpretasse i contenuti che condivido, che siano testuali e/o visuali, non sarebbe necessariamente una mia responsabilità o peggio ancora una mia colpa.
Eppure…
Se una persona mi contattasse per fini sessuali, scambiando la mia ampiezza di vedute a riguardo con desiderio costante e impellente di fare sesso, il problema sarebbe mio o suo?
Se una persona scambiasse la mia libertà sessuale e disinibizione per disponibilità a fare sesso a pagamento il problema sarebbe mio o suo?
La risposta corretta è: il problema sarebbe di entramb*.
Infatti sarebbe suo perché dimostrerebbe di non avere strumenti per discernere e sarebbe anche mio, che mi dovrei sorbire messaggi indesiderati spesso molesti, irruenti e invadenti.
Le persone che agiscono i suddetti comportamenti non solo non sanno di seguire una logica patriarcale, ma spesso sono quelle che asseriscono che uomini e donne ormai hanno gli stessi diritti e che le persone che dicono il contrario sono nazi-femministe, aggettivo molto in voga tra chi è priv* di coscienza civile, storica, sociale e in generale umanità.

Per chi se lo stesse chiedendo, no, non esistono le nazi-femministe. Esistono le persone a favore dei diritti umani e civili e quelle che non lo sono. Se far notare e pretendere di non essere molestat* per la propria libertà sessuale fosse nazi-femminista, le nazi(femministe) dovrebbero quanto meno asfissiare tali ignoranti con del monossido di carbonio.

Foto di Micheile Henderson

“Ciò che sminuisce un* di noi, sminuisce tutt* noi”, Micheile Henderson

Esistono i femminismi, certo, ci sono persino le Rad-Fem ossia Femministe Radicali, ma siccome sono escludenti e discriminanti (fra le varie posizioni non considerano le donne transessuali come donne, sono contrarie al lavoro sessuale perché secondo loro è un prodotto del patriarcato), per me sono semplicemente stronze. In questo sicuramente abbiamo qualcosa in comune: siamo radicali nei giudizi.

Consigli per persone particolarmente pudìche, moraliste, moleste:

  • se ti imbatti nella pagina o sul sito di una persona che parla di sessualità, non accollarti, non offenderla, non umiliarla: quella persona sta portando avanti un discorso pubblico sulla libertà, a te potrà sembrare un pretesto per mostrarsi nuda, a ogni modo la sua motivazione non ti riguarda direttamente e non ti autorizza a sminuire il suo lavoro e la sua dignità.
  • Se reputi che i contenuti che condivide siano discutibili e offensivi, diglielo argomentando le tue motivazioni, l’importante è che ti chieda in che modo il suo corpo e la sua libertà (sessuale) ledono i tuoi diritti, altrimenti non seguirla, qualora lo facessi, disattiva gli aggiornamenti del suo canale, in extremis bloccala.

Consigli per persone che parlano pubblicamente di sesso:

  • vai avanti per la tua strada, che tu lo faccia per piacere esibizionistico o perché ti smuove il fuoco sacro della libertà di espressione. Segui la tua vocazione.
  • Per quanto possibile non rispondere aggressivamente alle provocazioni, piuttosto lasciale cadere nel vuoto.
  • Mettere alla gogna pubblica tali persone condividendone i messaggi, le foto, i profili serve solo ad aizzare odio verso quelli che in fin dei conti sono capri espiatori. L’ho fatto per un po’, ma mi sono resa conto che tale comportamento era giustizialista e violento, quindi ho ritirato quei contenuti perché vorrei contribuire a creare una piattaforma virtuale sana e costruttiva, dove non si polarizzano le posizioni.
  • Sarà difficile mantenere la calma quando ricevi messaggi offensivi, stupidi, prepotenti, esprimi chiaramente come ti ha fatto sentire il messaggio che hai ricevuto, non cercare di essere educat* a ogni costo, sei un essere umano e anche tu hai pulsioni, emozioni e sentimenti, solo non permettere che la bestialità prenda il sopravvento, piuttosto ricorri al blocco in tronco. Lo so, non cambia lo stato delle cose, ma ti risparmia uno scambio che non di rado si rivela deludente e inefficace.

Claudia Ska

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“Mother’s daughter”: il femminismo secondo Miley Cyrus

La scorsa settimana è uscito l’ultimo singolo di Miley Cirus ossia “Mother’s daughter“, che — una volta dimessi i panni della disneyana Hanna Montana — ha virato su un’immagine di sé sensuale e fortemente sessualizzata. Difficile sapere quanto ci sia di suo e quanto della manager (sua madre Tish Cyrus, presente nel video della suddetta canzone) e/o della produzione artistica, fatto sta che i testi, i video e le apparizioni della cantante originaria di Nashville sono ormai accompagnate dall’aggettivo “provocatorio”.
Non ultimo è proprio il caso di “Mother’s daughter”, che è stata lanciata con un video ricco di messaggi visuali, testuali e simboli.

È innegabile che negli ultimi anni il femminismo sia stato manipolato per fini di mercato e perché fa presa su una certa parte della popolazione (leggi pinkwashing), ma il fatto che determinate tematiche vengano proposte in un contesto mainstream e commerciale potrebbe sortire l’effetto positivo di incuriosire chi non conosce l’argomento e mettere in discussione determinati modelli.

Una delle accuse mosse a Miley Cyrus è di non essere credibile nel dichiararsi femminista perché veicola un’immagine di sé ambigua e per le collaborazioni artistiche con cantanti come Robin Thicke (memorabile la loro esibizione all’MTV Video Music Awards del 2013 quando cantarono assieme “Blured Lines”, nota come canzone sessista). Secondo me il punto sta proprio in questo: una persona che decide di mostrarsi in un certo modo e, come nel caso di Cyrus, di rompere col suo altero ego Disney, per virare su un’immagine in cui desiderio e spinta sessuali sono estremamente forti, è femminista, perché rappresenta la voglia di dire apertamente che innanzitutto ciascun* si mostra come preferisce e in secondo luogo che, se una donna vuole apparire come un essere sensuale, eroticizzarsi e pornografarsi, può farlo senza remore perché quella è la sua volontà. Non sto dicendo che debba piacerci come lo fa, ma dobbiamo prenderne atto.

Miley Cyrus in

Per come è strutturata la nostra Società, dove sesso e relative narrazioni sono tabù che incendiano gli animi proprio perché si cerca di nasconderli e quando se ne parla lo si fa in modo pruriginoso e perverso, è ovvio che, appena una persona —principalmente di sesso femminile — ne parla, scatta l’allarme rosso e scoppia il finimondo.
Ogni fottuta volta.
Maggiore è il tentativo di soffocare e censurare corpi e desideri sessuali, maggiore sarà l’effetto prorompente dei messaggi che saranno veicolati, col potenziale rischio che siano vanificati, fraintesi, alterati.

Il video sembra voler fare propaganda; ai corpi non conformi allo standard vengono alternate frasi femministe che sembrano claim, ma questo non ne depotenzia il senso. L’immagine di persone che esprimono così apertamente istinti e ambizioni sessuali ci turbano perché il sesso è considerato una questione strettamente privata, da tenere lontana da occhi indiscreti. Se è vero che l’intimità ha tutto il diritto di essere tutelata, è vero anche che ciò non equivale a far tacere chi vive serenamente la propria sessualità. E se una donna si sente forte e libera anche sessualmente ha diritto di poterlo manifestare senza che questo susciti ogni volta disappunto, disgusto o stupore generale.

La donna che pareva tanto gentile e tanto onesta agli occhi di Dante può esserlo anche con un’esplicita carica sessuale e, se non fosse gentile e onesta, non sarebbe in ogni caso affare nostro.

Claudia Ska

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I film che ho visto all’Hacker Porn Film Festival

Dal 25 al 30 aprile sono stata a Roma all’Hacker Porn Film Festival dove ho visto 59 film e mezzo (uno era già cominciato, ehm) tra tutti quelli che sono stati proiettati.
Questo è il secondo festival di genere al quale partecipo e mi sono resa conto di quanto ciò che è comunemente intesa e definita pornografia sia limitata e spesso distante da quella che è una più ampia narrazione della sessualità.
Di seguito troverete una lista di film che mi hanno impressionata maggiormente, a prescindere dal fatto che possano essermi piaciuti o meno.

Rassegna di cortometraggi “No fucking”.
Fuck my tongue” (Grisele Amaury e Frankie Vega – Francia 2018) è un videoclip che dura soltanto un minuto e in cui si vedono bocche che si baciano. A mio parere il film più eccitante di tutto il festival: breve ma intenso!
Baby” (Elvie Snax – Stati Uniti 2018) ha per protagonista assoluta Manon Praline. Le scene sono montate in rewind e mi ha colpito lo sguardo in camera di Manon a fine video: commovente. «“Baby” è una storia di romanticismo omosessuale, ossessione, accettazione di sé radicale, libertà e vanità lesbica» (dalla sinossi del film).
Scrotalus” (Werther Germondari – Italia 2019) gioca con la fisionomia dello scroto, appunto, che viene rappresentato come un misterioso animale che si ritrae furtivamente nella propria “tana”.
Happy Birthday” (Savio Debernardis – Germania 2018) mette in scena una grottesca festa di compleanno, come suggerisce il titolo. Un film esilarante nella sua assurdità, che termina con la messa in scena del ballo di Salomè per Erode, al quale chiede la testa di Giovanni Battista.

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“Happy birthday”, Savio Debernardis

Rassegna di cortometraggi “BDSM”.
Nicole’s cage” (Josef Brandi – Germania 2017), raffinato e curato nei minimi dettagli, narra di una coppia in cui c’è un problema di comunicazione, laddove lei desidera mettere in scena un gioco di ruolo e lui sembra non volerci stare, mostrando più volte ritrosia. Un ottimo espediente per parlare di negoziazione all’interno di una relazione. Sagace e sorprendente.
Pregnant” (Ben Berlin – Germania 2019) affronta un doppio tabù: il sesso in gravidanza e in particolare il sesso bdsm. Pelle, manette, frustini, dildo, harness e infine lettini ginecologici, speculum e siringhe per un trio in cui la persona incinta domina con sicurezza la scena oltre che le compagne di giochi. Sfata il mito della donna incinta santificata e spesso martirizzata. Audace.
Toothcrush” (Marileo – Italia 2019) è un omaggio a chi si eccita guardando le persone che si lavano i denti. Un primissimo piano di una bocca e una mano che lava con perizia e forza i denti, fino al sanguinamento palesemente splatter e quindi cinematografico.

Rassegna di cortometraggi “Gorgeous Fucking”.
Dear babe” (Ethan Folk e Ty Wardwell – Germania 2018) è una dichiarazione d’amore epistolare, un gioco in cui i protagonisti sono amanti complici che si lasciano messaggi d’amore scritti mentre fanno sesso da soli e con altre persone.
The Chemo Darkroom” (Harvey Rabbit – Germania 2018) mi ha commosso più volte, tanto da non poter trattenere le lacrime. La regista e protagonista racconta il periodo in cui ha affrontato la chemioterapia alternando sogno, realtà e ricordo. Un’altalena tra sofferenza, desiderio e passione, un film vitale e potente, drammaticamente sensuale.

Cortometraggio “X-manas” (Clarissa Ribeiro – Brasile 2017).
Ambientato a Recife nel 2054, in un futuro dove per le strade notturne si aggireranno corpi dissidenti e marginalizzati riuniti per elaborare un piano atto a sovvertire lo status quo. La programmazione di una rivoluzione sociale e di genere anticapitalistica e antipatriarcale.

Documentario “Obscuro barroco” (Evangelia Kranioti – Francia, Grecia 2018).
Luana Muniz racconta Rio De Janeiro attraverso sé stessa e viceversa, la propria trasformazione e quella della città, mentre un clown solitario e spaesato si aggira per le strade durante i festeggiamenti del Carnevale, le manifestazioni per la rivendicazione dei diritti sociali, mentre la città si muove inesorabile. Un film il cui titolo riassume emblematicamente le atmosfere e gli scenari.

Rassegna di cortometraggi “Food porn”.
Happy Hour” (Werther Germondari – Italia 2019): il riposo di uno schiavo con tanto di maschera di pelle ancora addosso, che si rilassa con un bicchiere di vino e dei salatini che prende al volo in modo originale e bizzarro.
Cherry Cola” (Roxanne Drip – USA 2018) potrebbe essere un’ode alla bevanda più nota al mondo e contemporaneamente la sua dissacrazione. Cola ovunque, addosso, in bocca e perfino a mo’ di strap-on, con tanto di esplosione orgasmica finale. Per un sesso zuccherino e en plein air.
Tease Cake” (Poppy Sanchez – Germania 2019). Prodotto da Erika Lust e ambientato su un set che fa il verso ai film porno degli anni ‘70: colori pastello, tavola imbandita di dolci invitanti, tra i quali spiccano le torte sulle quali sono scritti tipici messaggi di cat-calling e un gruppo di amiche che banchetta con, sopra e fra di essi. Non ho capito se fosse la parodia di un certo tipo di porno o si ispirasse alle sue atmosfere caramellose, fatto sta che l’ho trovato lungo (21 minuti a scopare e ridacchiare in mezzo a panna e pan di spagna, anche meno!) e ripetitivo. Alla fine, nonostante il gioioso divertimento delle protagoniste, mi ha annoiato.

Rassegna di cortometraggi “Ultrafucking”.
Avevo molte aspettative da questo ciclo di film, ma la verità è che ne ricordo soltanto uno e la sensazione complessiva è di cocente delusione.
A dream of paper flowers” (Leila Jarma – USA 2016) ha una bellissima fotografia e mi ha colpito la sua delicatezza, il respiro della creatura simile a uno mostro alieno o a un enorme essere marino, che respira e ondeggia fino a partorire un corpo di donna.

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“Need you now”, Cremance

Rassegna di cortometraggi “No border – No humans”.
Need you now” (Cremance – Messico 2017) è una triangolazione tra una madre piacente, una figlia adolescente con la sindrome di down e un ragazzo poco più grande, albino, che le fa compagnia dietro compenso. Desideri, sogni, paure rappresentati in un’atmosfera surreale, dove un amplesso figurato con un cigno dà nuova vita.
Bonds” (Marileo – Italia 2019), vincitore come miglior cortometraggio italiano dell’Hacker Porn Film Festival, racconta le relazioni attraverso il bdsm in modo molto ironico e onesto. Monogamia, relazioni aperte, poliamore, sudditanza, giochi di ruolo, uno spettro variegato di modi per poter stare assieme cercando una quadra.
The wrong end of the stick” (Terri Matthews – Regno Unito 2016), uno dei più bei film del festival! Originale sia nella rappresentazione (è stata usata una tecnica mista), che nella trama. Racconta la storia di una coppia di mezza età nella quale il protagonista, un insegnante, scopre e vorrebbe conoscere una parte di sé per poterla condividere con la propria compagna, che però fa fatica ad accettarla. Mi ha commosso perché ha dipinto in modo semplice e profondo la relazione di due persone che si trovano a dover mettere in discussione sé stesse e la loro storia d’amore.

Lungometraggio “Conscious dream” (Morgana Mayer – Italia 2019).
Non mi ha colpito positivamente, anzi mi ha annoiato e, salvo la narrazione di vite sessuali e pratiche non conformi a quello che viene definito sesso vaniglia, trovo che ci fosse un certo autocompiacimento (Morgana Mayer altro non è che l’alter ego di Lucio Massa, direttore del Festival, che ha presentato da sé il film). Ci sono tanti modi per raccontare sessualità altre da quella che ci racconta la pornografia mainstream, questo film non brilla per qualità tecnica e originalità narrativa.

Documentario (estratto) “Pornology New York” (Michele Capozzi – USA 2005).
La parte che è stata proiettata all’Hacker Porn è quella dedicata a Lenny Waller e il suo club Hell Fire, tempio underground del sado-maso newyorkese, molto famoso tra gli anni ‘70 e ‘80 e al posto del quale, all’epoca in cui è stato girato il documentario, era stato aperto un ristorante italiano. Per buongustai/e di palati diversi, non c’è che dire!

Rassegna di cortometraggi “Animation Porn”.
Trovo che la pornografia animata riesca a essere davvero originale, brillante, capace di sperimentare molto più di quanto riesca a fare quella in live action, che forse si prende un po’ troppo sul serio.
In the dark” (Rory Midhani – Germania 2018) è un video musicale realizzato per un band russa, dove si racconta di ciò che accade in un cruisebar gay. Il titolo fa riferimento a buio delle dark room e in generale di questi locali.
It’s wet” (Alexis Godard e Nan Huang – Francia 2018) è la storia di una donna che si masturba allo specchio, mangia e defeca ininterrottamente, finché un evento impreviso la mette davanti all’evidenza che il mondo non ruota attorno a lei.
Queer Tiere” (Ana Angel – Germania 2017) è un altro video musicale, questa volta rap, i cui attraverso la sessualità degli animali scopriamo quanto sia queer il mondo e quanto sia naturale essere queer.
The Goddess” (Lisandro Schurjin – Argentina 2018) racconta il tentativo di una coppia di risanare un rapporto lacerato, una relazione dolorosa, e la cui vita sessuale è un alternarsi di tentativi di avvicinamento e al contempo motivo di allontanamento. Finché non entra in scena una Dea, che rivoluziona percezioni ed emozioni dei due protagonisti.

Documentario “Sex Worker’s Opera” (Manu Valcarce – Regno Unito 2015).
Sono arrivata che il film era iniziato da poco, ahimè. L’opera nasce come uno spettacolo teatrale nel quale un gruppo di sex workers che vivono a Londra, ma provengono da vari paesi, mettono in scena le proprie esperienze di lavoratrici sessuali raccontando stigmi, relazioni coi clienti e rappresaglie della polizia. Il regista si concentra sulla vita di tre di loro, sulle motivazioni che le ha spinte a scegliere di fare questo mestiere, a come vivono il proprio corpo, la propria sessualità, la relazione con la famiglia, col denaro, cosa pensano della politica. È stato davvero interessante e toccante perché si parla ancora molto poco e male di lavoro sessuale e questo spaccato autentico e talvolta doloroso mi ha permesso di ampliare le mie vedute a riguardo.

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“Pornodesehario”, Yla Ronson

Lungometraggio “Pornodehesario” (Yla Ronson – Spagna 2018).
Questo è il primo episodio di quella che la regista definisce “La Penta Porna”.  «Bella fotografia!» sembra una frase di circostanza quando non capisci di cinema ma non vuoi sfigurare durante una conversazione. In questo film la fotografia mi è piaciuta davvero, anche se di per sé l’opera non mi è parsa un granché. Forse perché ho avuto difficoltà a capirne il senso più o meno implicito, mi è sembrato un collage di pensieri e immagini il cui unico filo conduttore che ho individuato è la maschera da maiale indossata da attrici e attori. Ammetto che mi sono eccitata sorprendentemente vedendo la scena in cui una delle performer struscia un enorme prosciutto crudo contro la sua vulva e sul quale poi si posa una vespa. Un film per onnivor*!

Documentario “Potere e Pregiudizio” (Paolo Lipartiti – Italia 2018).
Non si parla quasi più di HIV e positività al virus, di come e quanto siano cambiate in meglio le vite delle persone con HIV grazie alle scoperte scientifiche. Restano stigmi e paure, ignoranza e incoscienza. Interessante, toccante  e istruttivo, grazie al quale ho scoperto dell’esistenza del gruppo di artivist* “Conigli bianchi”.

Vi ho fatto venire voglia di vedere qualcuno dei film che mi sono piaciuti?
Spero di avervi fatto venire voglia di venire… alla prossima edizione!

Claudia Ska

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La mia cronaca dall’Hacker Porn Film Festival

L’Hacker Porn Film Festival si svolge a Roma dal 2017 e la terza edizione si è tenuta dal 24 al 30 aprile 2019. Si tratta di un festival in cui si ha l’opportunità di vedere ed entrare in contatto con la scena queer e underground del porno, un’importante occasione per rendersi conto che ci sono un’infinità di desideri, perversioni, modi di entrare in intimità e fare sesso e altrettanti modi di rappresentarli.
Si sono succedute proiezioni di corto, medio e lungo-metraggi internazionali, talk, workshop, live performance e dj-set.
Al di là della cronaca che segue, vorrei cercare di trasmettervi l’importanza dell’esistenza di Festival come questo, indipendente e autofinanziato.

Hacker Porn Film Festival_logo

L’Hacker Porn è stata innanzitutto un’occasione per conoscere un altro tipo di cinematografia, per entrare in contatto con altre persone che non si accontentano di un solo punto di vista (quello mainstream) e sono curiose di indagarne altri; un contesto come questo permette oltretutto la creazione e condivisione di contatti umani, sociali, lavorativi.

Fra le altre, ho avuto il piacere di conoscere Maya Checchi, editrice di “Golena Edizioni(ex Malatempora, ora diventata collana), che si pregia di avere nel proprio catalogo titoli come “Post-porn modernist” di Annie Sprinkle, “Pornoterrorismo” e “Fica potens” di Diana J. Torres, “Diventare cagna” di Itziar Ziga, “Fuck the Fascism” di Maria Basura. Con lei ho fatto una lunga chiacchierata e sono rimasta colpita e affascinata dalle vicende del libro “Lei – Quando l’abuso è al femminile” di Franca Kodi, pubblicato nel 2014 e che ha subìto ostracismo da parte della stampa perché racconta la storia autobiografica dell’autrice abusata da bambina dalla propria madre.
Ho conosciuto Michele e Thrix, del non collettivo queer di Genova che – in occasione del prossimo Pride genovese (15 giugno 2019) – ha lanciato la call: “Be Your Pride!” per far confluire realtà transfemministe, inclusive, intersezionali in una giornata che si terrà il 16 giugno presso il Laboratorio Sociale Occupato Autogestito Buridda durante la quale ci saranno laboratori, spettacoli, momenti d’incontro e dibattito per confrontarsi rispetto alle tematiche riguardanti i diritti umani e sociali del mondo LGBTQI+.
Ciò che ho preferito maggiormente sono state l’atmosfera libera e disinibita, una certa rudezza del contesto, lontano dal mondo patinato al quale ci siamo abituat* tramite il marketing emozionale. Mi sono sentita a mio agio, svincolata dai canoni nei quali mi sento immersa quotidianamente e ho trovato una sorta di isola felice, che vorrei diventasse penisola e poi continente.

In questo articolo mi soffermerò sugli eventi, perché desidero dedicare un articolo specifico ai film che ho visto e mi sono rimasti più impressi nella memoria.

Sono arrivata al festival il 25 aprile, cominciando la giornata col workshop di auto-ginecologia condotto da Red, ginecologa e attivista, che ha inoltre fondato e coordina l’evento LadyFest Maastricht. È stato interessante condividere le nostre esperienze ginecologiche e affrontare tematiche specifiche a seconda degli argomenti proposti. Ho subito percepito solidarietà e voglia di confrontarsi. Lo scambio orizzontale di informazioni ci ha permesso di imparare qualcosa in più sul nostro corpo, su come viene percepito e trattato da chi si dovrebbe prendere cura di noi, oltre a noi, e inoltre ci siamo potut* dare indicazioni sulla base della nostra cultura generale e delle esperienze personali. È stato molto stimolante e positivo e credo che abbia reso meno doloroso il senso di solitudine e impotenza che spesso abbiamo provato al cospetto di specialist* che ci hanno trattato come se fossimo solo una vagina con un corpo attorno.

talk “Sessualità e Disabilità”, (da sx: Veronica Pinto, Fabrizio Quattrini, Mariella Popolla)

Venerdì 26 aprile ho preso parte al talk “Sessualità e Disabilità: l’utilizzo dei sex toys come esperienza educativa” con Fabrizio Quattrini (psicologo, sessuologo, docente presso l’Università degli Studi dell’Aquila, nonché vice presidente di LoveGiver) moderato da Mariella Popolla (sociologa, Università degli Studi di Genova). Specialmente quando si parla di disabilità che inibisce l’uso della parola o quando è coinvolto il sistema cognitivo, il discorso sulla consapevolezza e sui desideri della persona disabile devono essere compresi e interpretati da chi le sta vicino, che sia una/un famigliare o una/un educatrice/educatore/assistente/altro perché è importante che ci sia consenso, che diversamente può essere esplicitato a parole. Fra i problemi che affliggono le persone disabili ci sono la loro frequente infantilizzazione e il dare per scontato un orientamento sessuale etero.
Fabrizio ha suggerito la visione di “Gabrielle”, film canadese che racconta la relazione tra Gabrielle, affetta dalla “sindrome di Williams” e Martin, e il documentario spagnolo “Yes, we fuck!, che tratta la sessualità tra persone disabili.
La sera ho visto un estratto da “Io sono una puttana” spettacolo scritto e interpretato da Ninì, una sex worker che racconta sarcasticamente le sue vicissitudini tra stigmi, aneddoti e paradossi burocratici, sociali e culturali, nel tentativo di reinserire la sua professione nell’ambito strettamente lavorativo. Mi piacerebbe vedere l’intera pièce.

Sabato 27 aprile, dopo un’intensa giornata tra cortometraggi e lungometraggi, ho assistito alla performance “Metamorphosis 2.0” di Sabrina Casiroli, con Claudia Benedetti, Sabrina Casiroli, Nora di Bartolomei e Davide Moroni. Liberamente ispirato al mito della metamorfosi di Atteone, di Ovidio, la messa in scena non mi ha emozionata o colpito positivamente, anzi l’ho trovata un’esibizione pretestuosa per fare shibari in modo ginnico.

Domenica 28 aprile sono arrivata tardi al talk “Il gioco del sesso” con Proudence Baelish (scrittrice, sexual counselor, studiosa di BDSM e sessualità alternativa) moderato da Mariella Popolla, ma ho fatto in tempo a sentire l’ultima metà. Non è raro che ciò che facciamo nel privato spesso sia percepito in opposizione e contrasto con chi siamo e cosa facciamo in pubblico, come se le due sfere fossero inconciliabili. Fintanto che la perversione è consapevole e il gioco di dominazione/sottomissione consensuale va bene, se ci fossero forzature e soprusi non sarebbe più un gioco, appunto, ma un abuso. Il desiderio di oggettificazione non corrisponde all’oggettificazione stessa e comunque nasce dal desiderio della persona, non da un’imposizione esterna.
Quella notte Finn Peaks del collettivo Meow Meow di Berlino ci ha deliziati con la sua performance “Gimme Ten”, uno spiritoso e sexy strip-tease proposto come una lezione di aerobica che ha infervorato il pubblico.

esposizione delle foto di Marta Di Stefano

Lunedì 29 aprile è stata la volta dell’ultimo talk del festival: “Sex work” con Candy Flip (lavoratrice sessuale e performer del collettivo berlinese Meow Meow) sempre moderato da Mariella Popolla. Nonostante il “Prostitution Act” del 2001 abbia sancito che la prostituzione non è immorale in Germania, di fatto anche là il cosiddetto mestiere più antico del mondo è screditato e biasimato. Candy ha fornito informazioni sulla legislazione tedesca a riguardo e ha espresso il suo punto di vista come sex worker a Berlino. Al dibattito è intervenuta dal pubblico anche Ninì, che fa parte del collettivo transfemminista Ombre Rosse, di cui vi invito a leggere un’interessante intervista pubblicata l’1 luglio 2018 sul blog “La Falla”.
A mezzanotte mi sono goduta lo strip-tease di Azoto, un originale show in cui sono esplose tutta la sua queerness e fantasia, dalla scelta dell’abbigliamento alle musiche: l’inizio con “The Diva Dance” da “Il Quinto Elemento” ha scardinato l’idea di spogliarello fatto da mossette piacione, donandoci una sensualità e un erotismo fuori dagli schemi, perfettamente in sintonia con l’atmosfera oltre i confini del Festival.

Martedì 30 aprile, ultima giornata di Hacker Porn sono arrivata con imperdonabile ritardo, perdendo la premiazione, la retrospettiva del collettivo Meow Meow e la proiezione del loro “48h film project”, ossia un film ideato e girato in sole 48 ore da artist* ospiti (nel 2017 fu Maria Basura, mentre nel 2018 fu la volta di Ben Berlin), che per l’edizione 2019 ha visto Meow Meow impegnato a creare un porno all’interno del Forte Prenestino, storico centro sociale occupato della capitale. Sono riuscita a vedere la prima del documentario “Potere e Pregiudizio” di Paolo Lipari a godermi la festa di chiusura fino alle prime luci del mattino.

Sono rientrata a Milano con la borsa piena di flyers, adesivi, biglietti da visita, appunti e ricordi emozionanti di un’esperienza carica di stimoli e riflessioni.

Claudia Ska

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Interviste ribelli – Rachele Borghi

agit-porn inaugura una nuova rubrica intitolata “Interviste Ribelli”, nella quale ci confrontiamo con persone che secondo noi vivono e comunicano in modo dissidente e resiliente.

Rachele Borghi:
dalla geografia dei luoghi alla geografia dei corpi

Rachele Borghi è geografa e attivista queer, docente universitaria e autrice – fra gli altri – del saggio “Il re nudo. Per un archivio drag king in Italia” (ETS).
L’ho conosciuta al Lesbiche Fuori Salone nel 2015, quando tenne insieme a Slavina il laboratorio “Lez talk about sex” al quale partecipai.
L’avevo sentita nominare e mi affascinava il fatto che una docente, figura alla quale attribuiamo un’autorevolezza seriosa, monolitica, potesse fare attivismo in modo provocatorio e ironico, spogliandosi (letteralmente) in pubblico.

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Rachele Borghi

Cara Rachele, innanzitutto grazie per la tua disponibilità. Salto i convenevoli e passo al sodo: come ti sei avvicinata al post-porno?
Era il 2010, ero da poco arrivata a Roma e mi ero iscritta alla newsletter della Casa Internazionale delle Donne. Apro la posta e leggo che ci sarà la proiezione del documentario “Mi sexualidad es una creation artistica” di Lucia Egana Roja, il cui tema è la scena post-porno di Barcellona. Avevo precedentemente sentito parlare di post-porno dal collettivo Le Acrobate, anche se non avevo ancora capito bene cosa fosse. La loro presentazione però mi aveva intrigata molto, così quella proiezione è stata l’occasione per colmare la mia curiosità.
Arrivo nella sala Carla Lonzi della Casa Internazionale delle Donne, mi siedo, le luci si spengono, la proiezione comincia. Resto incantata. Vedo masturbazioni nel giardino dell’Università di Valencia, penetrazioni sulle Ramblas, corpi dissidenti e mostruosi che invadono lo spazio pubblico. Mi rendo conto che avevo trovato ciò che cercavo: la concretizzazione materiale, la traduzione corporea delle teorie queer. Nonostante il mio cappottino alla Audrey Hepburn in “Colazione da Tiffany” e i miei stivali col tacco mi mettessero fortemente a disagio davanti a quei corpi rrriot, dissidenti, forti, ribelli, la scintilla dentro di me era già diventata un fuoco, quindi prendo la parola e faccio una domanda: chiedo a Kyrahm e Julius (Kaiser, ndr), che organizzavano l’evento, se potevo raggiungere il gruppo in qualche momento e fare delle interviste. Alla sera sono andata da sola alla serata di performance di “Extreme Gender Art”, vincendo anche qui l’imbarazzo di essere sola e l’aria da sfigata. Ma quello che vedevo mi trasmetteva una forza e un entusiasmo che non avevo mai provato. Era in quella direzione che volevo fare ricerca. Dalla ricerca “scientifica” in due anni ho cominciato a fare performance, per la prima volta nella mia vita. Sono stati l’amore e il contagio che mi hanno permesso di sviluppare ciò che era nato.

Non so se il duo Zarra Bonheur che hai fondato con Slavina sia ancora vivo e lotti insieme a noi, ma mi diresti come e perché è nato?
Zarra Bonheur nasce nel 2012 o 2013, non ricordo, perché avevo cominciato a fare performance nel 2012 e mi piaceva l’idea di darmi un nome. Mi sembrava molto “trasgressivo”, visto che non ero un’artista ma una ricercatrice. È stata Diana (Torres, ndr) a farmi l’iniziazione alla Lady fest di Rennes nel 2012, ma la prima volta che sono salita sul palco e mi sono messa nuda è stato con Slavina, durante il Queer your self party a Roma, alla Casa Internazionale delle Donne.
Zarra Bonheur traduce le ricerche scientifiche in performance al fine di superare i limiti che separano i contesti (scientifico/militante), i saperi (cultura alta/cultura bassa, sapere scientifico legittimo/sapere militante), gli spazi (aula universitaria/centro sociale/scena teatrale), le espressioni (conferenza/performance) e di creare spazi interstiziali di sovversione/trasgressione delle norme. In “Porno trash” e “degen(d)ereted euphoria” le mie ricerche scientifiche sul rapporto tra corpi e spazio e sulla rappresentazione/percezione della nudità nello spazio pubblico sono trasformate in performance in cui il sapere scientifico prende corpo. Zarra Bonheur da (il) corpo alle ricerche, porta il corpo là dove non lo si attende, libera le riflessioni dalle pagine delle riviste scientifiche, esce dall’autorialità e contamina gli spazi. Nel 2014 Slavina, con cui avevo sviluppato un rapporto intenso di amicizia e di lavoro, mi propone di rendere Zarra Bonheur un collettivo. Grande entusiasmo da parte mia. Zarra Bonheur è oggi un progetto comune di dissidenza, di resistenza, di sperimentazione e di pornoattivismo/pornoaccademismo. Zarra Bonheur è anche la sperimentazione di un’alleanza, quella tra ricercatora (io) e soggetto della ricerca (Slavina).

«Zarra Bonheur è un progetto collettivo transnazionale a geometria variabile di ricerca e performance su genere, spazio pubblico e sessualitá dissidenti.
[…] il progetto unisce arte e attivismo inserendo le sue azioni nei contesti locali, coinvolgendo collettivi e singolarità, creando collaborazioni stabili ed effimere. Zarra ama il formato laboratorio come forma di arte partecipativa. La condivisione della scena come forma di impoteramento programmatica: Zarra Bonheur ha molte voci e molti corpi.
Siamo tutte Zarra Bonheur».

Abbiamo creato una piattaforma di scambio e di contaminazione, di creazione partendo da supporti diversi, dalla conferenza alla performance, passando per laboratori e conferenze performative e diversi contesti. Zarra Bonheur è un esercizio spurio di contaminazione di luoghi e persone, di trasmissione di competenze, di autoformazione, uno spazio orizzontale che cerca di “socializzare saperi senza fondare poteri” (Primo Moroni; cit. in Slavina).
Il lavoro di Zarra Bonheur si realizza in diversi contesti (militanti, associativi, istituzionali). È in questo senso una sperimentazione di traduzione della ricerca scientifica per renderla accessibile, toglierle il suo carattere d’élite e liberare i testi dalle prigioni delle riviste scientifiche. Allo stesso tempo è la traduzione dei saperi e delle pratiche militanti e dell’educazione popolare nell’insegnamento istituzionale.
L’ultimo intervento che abbiamo fatto come collettivo è stato a luglio nell’ambito del Festival d’Avignone, dove abbiamo fatto una conferenza performativa sul drag king.

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Rachele Borghi

Mi fa piacere che tu abbia nominato il drag king, dato che anche io l’ho sperimentato e vorrei continuare. Secondo te perché il drag king è ancora sottostimato o almeno a basso profilo rispetto al corrispettivo drag queen?
Drag Queen e Drag King hanno storie, traiettorie, modalità, motivazioni, declinazioni diverse. Non sono sicura che il paragone che si continua a fare sia davvero pertinente. Anche se il dk nasce come subcultura lesbica nei bar negli Stati Uniti, scende subito dal palco, investendo lo spazio pubblico e diventando uno strumento di dissidenza. A ogni modo secondo me bisogna non dimenticare che dk è una performance della maschilità, che permette di riflettere sulle costruzioni di genere, a prescindere dall’assegnazione di genere del corpo di partenza. Inoltre nel dk, così come è declinato nel contesto transfemminista, è fondamentale il momento laboratoriale come spazio di apprendimento ma anche e soprattutto di scambio e di creazione di relazioni. Questo tema è oggi al centro della ricerca di Clark Pignedoli che fa una tesi di dottorato a Montreal proprio sul tema dei laboratori drag king portando l’attenzione sul ruolo del privilegio cisgenere e sull’approccio delle persone trans.

Cos’è per te l’oscenità? Può assumere connotati positivi o negativi a seconda del contesto?
Per me osceni sono i reality show come il voyeurismo dei social network e soprattutto di Facebook. Non capisco come si possa qualificare corpi e immagini sessuali come oscene mentre sembra normale mettere in scena la propria vita, spogliarsi di ogni inibizione, rompere qualsiasi tabù, mettersi completamente a nudo sui social network. In una conferenza performativa che sto facendo da un po’, “Elogio del margine”, cerco di ribaltare l’idea di osceno attraverso un percorso che faccio col pubblico. Se all’inizio può essere considerato osceno che una professora della Sorbona si metta nuda a metà conferenza, poco dopo questa percezione viene ribaltata quando una voce off legge una serie di commenti che il mio lavoro ha suscitato in molti contesti. Spesso sento le persone del pubblico sussurrare “ma è osceno quello che dicono!”, ahahahaha! Infatti non faccio trigger warning per la mia nudità ma per questa parte e funziona molto bene.
Mi piace molto la riappropriazione del termine osceno e la sua declinazione in uso nel post-porno e nel trasfemminismo e soprattutto come lo usa Slavina, che ne ha esplicitato il valore politico nel titolo di uno dei suoi laboratori: “Poetiche e politiche dell’osceno”.

Da geografa, sapresti dirmi qual è secondo te lo spazio dell’osceno nella nostra Società e perché?
Come ti dicevo prima per me “osceno”, come viene inteso comunemente, è tutto il mondo dei reality e di Facebook, come anche il voyeurismo morboso verso fatti di cronaca. Credo poi che ci sia un’abitudine all’osceno nello spazio pubblico nel momento in cui non ci si indigna più verso la povertà, la violenza, l’esclusione delle persone*. Credo che oscena sia anche l’abitudine a sfruttare e a uccidere animali non umani. Spazi osceni sono i mattatoi, gli allevamenti, le riserve di caccia, i negozi di animali, le tavole imbandite con la sofferenza.
Lo spazio per l’osceno, invece, nella sua valenza ribelle e di dissidenza che il transfemminismo gli ha dato, è secondo me tutto da costruire. Credo che lo spazio dell’osceno, di questo osceno, non ci sia. Per questo bisogna prenderselo, perché lo spazio non si chiede, si strappa!

Cos’è per te il femminismo?
È per me un impegno costante, continuo, vitale per la giustizia sociale in maniera trasversale, attraverso una non gerarchizzazione delle lotte ma una interconnessione. È un’attenzione continua alla cura di sé e delle altre persone, umane e non umane**. È cercare di cambiare il mondo attraverso le micropolitiche del quotidiano. Significa per me riflettere sempre sui propri privilegi, su come mobilitarli e come uscire dalla propria zona di confort, creando alleanze ma soprattutto complicità trasformatrici. Il femminismo che mi corrisponde è il transfemminismo, un femminismo ribelle, che non si interessa all’integrazione, trasversale alle cause, che crea degli spazi di contatto, di contaminazione, di relazioni e di bienveillance.

Che tipo di pornografia ti piace guardare, leggere?
Soprattutto durante le mie ricerche sul post-porno ho guardato molti video, specialmente di porno queer. Quelli che mi piacevano di più erano quelli con corpi butch BDSM. Guardavo però un po’ di tutto quello che la mia amica Dirty mi passava, era lei la mia spacciatrici principale di porno lesbico e queer quando ero a Rennes. Mi ricordo che quando guardavo i video per le mie ricerche mi piaceva l’idea di masturbarmi lavorando.

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Rachele Borghi, © Ellis

Cosa pensi della pornografia mainstream?
Per quanto mi riguarda, tutto si riassume nella frase di Annie Sprinkle che dice che se non ti piace la pornografia esistente fattela tu come ti piace. E infatti il femminismo (pro sex) ha risposto con una produzione fantasiosa, creativa, bella, eccitante, dissidente di porno queer, femminista, post-porno, ecc.
Per me il problema principale della pornografia mainstream è lo sfruttamento delle persone, le paghe non adeguate e i rapporti di dominazione. Ma questo vale per tutte le industrie e i lavori.

Ritieni che la pornografia sia un mezzo espressivo per emanciparsi?
Si, certo, può essere una pista che permette di toccare certe parti di sé, scoprire e restare in contatto con i propri desideri e con le proprie perversioni. È però per me necessario potersi confrontare e riflettere con altre persone. Secondo me la pornografia, come qualsiasi altro strumento, permette l’emancipazione (se così vogliamo chiamarla, anche se sono sempre perplessa sull’uso di questo termine) quando diventa uno strumento di riflessione collettiva. È il processo di rendere collettivo qualcosa che è considerato privato che è vettore di cambiamento, di sé e del mondo. Primo perché, come per tutto, collettivo è meglio che individuale; secondo perché rompe il binomio pubblico/privato che è uno dei binomi che ci ha più fregato. È la dimensione collettiva che rende, a mio avviso, la pornografia politica.

Hai dei progetti ai quali stai lavorando e di cui vuoi e puoi dirci qualcosa?
Sto lavorando sul mio corpo malato, sto raccogliendo tutti gli esami, le visite mediche, le immagini e vorrei fare una performance in cui vorrei portare a riflettere proprio sull’osceno. È più osceno il mio corpo nudo o il fatto di mostrare il “dentro” del mio corpo?
Sto poi lavorando a un libro sulla violenza istituzionale e sulle risposte a essa a partire dalla mia esperienza alla Sorbona, in cui rivedo il mio percorso e lo proietto nel futuro attraverso l’approccio decoloniale. A questo si affiancano piccoli progetti con alcune colleghe/compagne francesi. Abbiamo creato la brigata SCRUM (Streghe per un Cambiamento Radicale dell’Università Merdosa) con cui stiamo facendo un manualetto di autodifesa epistemologica e con le persone studenti podcast di articoli scientifici, la pubblicazione della traduzione in fumetti sempre di articoli scientifici realizzati negli anni scorsi, il tutto al fine di riflettere sul valore politico di “farsi capire” e sull’uscita dai codici convenzionali nei contesti. Poi vorrei dedicarmi, magari tra un po’, a cercare di realizzare libri femministi intersezionali per bambini/e, a partire dalle storie che invento per mio nipote di 4 anni e dai lavoretti che faccio per lui. Ho fatto “la storia del pesce Angela Davis” sulle frontiere e il diritto di muoversi, “Le avventure della cavalla Rosa Parks” sui movimenti sociali e ora sto facendo “Nel vecchio santuario” sulle persone umane e non umane** che vivono nel santuario/rifugio antispecista del Vernou in Francia.

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Rachele Borghi, © Ellis

Spero che l’intervista abbia dato stimoli e spunti di riflessione, inoltre credo che le citazioni di Rachele siano un ottimo modo per conoscere persone e approfondire tematiche circa gli argomenti trattati.

* a tale proposito vi suggerisco l’articolo di Fabio Bertoni e Jessica Neri “Oscenità e corpi – Processi di normalizzazione e resistenza in soggetti richiedenti elemosina“.
** la prospettiva antispecista rifiuta la distinzione “persone” e “animali” preferendo utilizzare l’espressione persone umane e non umane.

Claudia Ska

Buy Me a Coffee at ko-fi.com

Lo fanno per il nostro bene (parte seconda)

[Questa è la seconda parte dell’articolo pubblicato lo scorso 30 Aprile 2019, che potrete leggere qui.]

Il tema della censura frustra chi lo subisce e in molti casi limita anche il suo potere economico.

Consideriamo i/le sex workers (lavoratori e lavoratrici del sesso) e alcun* artist*. La prima categoria è stata fortemente messa in difficoltà con la legge statunitense FOSTA-SESTA (Fight Online Sex Trafficking Act e Stop Enabling Sex Traffickers Act) firmata da Trump nel marzo del 2018 per combattere il traffico sessuale. Questa legge scritta in modo ambiguo e vago rende responsabili dei contenuti pubblicati sul proprio sito i proprietari delle varie piattaforme, pertanto molti siti hanno deciso di eliminare il problema alla radice impedendo la condivisione di materiale e servizi a sfondo sessuale. Da Backpage.com (sito di annunci di vario tipo), Patreon, Reddit, Craiglist, Google, passando da Tumblr, che ha visto crollare il traffico del 30% da quando nel dicembre 2018 ha dato un giro di vite alle condizioni d’uso (fonte: DrCommodore.it), la stretta si è fatta soffocante per chiunque.

Suppongo che siamo d’accordo sull’importanza di riconoscere e neutralizzare chi sfrutta la prostituzione, il traffico di persone e la diffusione di materiale pornografico realizzato tramite coercizione o senza che le persone protagoniste ne fossero a conoscenza, pertanto si sarebbe potuto scrivere la legge in modo preciso e dettagliato, senza andare a colpire categorie di persone che con consapevolezza hanno deciso di esercitare una professione. Non è ipocrisia quella di considerare la prostituzione e la pornografia attività che esistono come conseguenza di una forzatura di un soggetto X su un soggetto Y?
È stata approvata una legge che nega l’autodeterminazione.
E, come è stato fatto notare, a essere ulteriormente discriminate saranno le persone marginalizzate per etnia, ceto sociale e sesso (persone non bianche, povere, transessuali). Persone che in completa autonomia hanno potuto scegliere cosa far vedere e vendere di sé, selezionare anticipatamente la clientela e stabilire un valore economico alle proprie prestazioni, si trovano nuovamente alla mercé di papponi e costrette a mettersi su strada con un rischio maggiore di subire violenza.

Autoscatto e autocensura, Dicembre 2018

Autoscatto e autocensura, Dicembre 2018

Per quanto riguarda invece chi di nudo, erotismo e/o pornografia ha fatto una forma d’arte, la situazione non è migliore, soprattutto per artist* poco conosciut* che vorrebbero far arrivare le proprie opere anche fuori dalle personali cerchie sociali e/o dall’area geografica di provenienza.
Molt* di loro usano i social per promuoversi e creare una rete tale da diffondere il proprio lavoro. Il passaparola è fondamentale a questo scopo ed è stato proprio il passaparola che ha permesso a molt* di farsi notare da gallerie d’arte, musei, aziende con cui collaborare e incrementare i guadagni e la visibilità. Per tornare al social più in voga negli ultimi anni, Instagram, tempio del visuale, quest* artist* si sono vist* censurare foto e illustrazioni e in molti casi anche chiudere il profilo perché considerati inappropriati, con la conseguente perdita di materiale e follower. Se è vero che le immagini sono salvate altrove, non vale per le didascalie e in generale la parte testuale, inoltre ricostruire la fan-base non è facile e immediato, richiede tempo, sforzo e impegno. Attualmente Instagram usa un metodo più subdolo dell’eliminazione delle immagini, il cosiddetto shadow ban, ossia l’oscuramento. I contenuti restano online, ma visibili solo se una persona va sul profilo su cui sono stati pubblicati. Non ci sono hashtag che tengano, non si viene indicizzat*. Questo va ad aggiungersi al fatto che le pubblicazioni di ciascun* utente vengono visualizzate solo dal 7% dei follower, a meno che non decida di sponsorizzare i propri contenuti, opzione che può essere utilizzata solo da chi ha un profilo aziendale.
Nel mio caso non potrei anche volendo: la parola porn contenuta nell’indirizzo del sito mi impedisce di riportare l’url nella mia biografia di Instagram, per cui ho dovuto aggirare il problema utilizzando Linktree e, quando uso direct (messaggistica privata di Instagram), mi viene impedito l’invio in quanto “il link è stato individuato come non sicuro […]”.
Chi vende sex toys e in generale materiale per adulti (tranne se le finalità sono contraccezione o pianificazione di gravidanza), non può creare inserzioni a pagamento su Facebook e Instagram, che ne vietano la sponsorizzazione e la vendita sulle loro piattaforme. Questo vale quindi anche per chi sponsorizza e vende fotografie, illustrazioni e video a carattere erotico e pornografico o dove siano visibili corpi nudi, a prescindere da eventuali atteggiamenti allusivi o esplicitamente sessuali. Se si tratta di libri, il problema è superato in quanto le aziende non ne impediscono la vendita.

Dal mio punto di vista la tutela della sensibilità e della sicurezza dell’utenza sono pretesti per agire un controllo reazionario sulle persone, per questo è necessario informarsi e rivendicare la propria libertà con proteste e proposte, perché la sola rivendicazione non basta se non si è proattiv*.

Claudia Ska

Buy Me a Coffee at ko-fi.com

L’insurrezione del porno

L’immaginario del porno mainstream è fatto da persone che rispondono a precisi canoni estetici, etnici e sociali: donne borghesi, bianche, slanciate, toniche, formose, con seni sodi grandi come meloni (spesso grazie alla chirurgia estetica), uomini anch’essi borghesi e bianchi, palestrati, aitanti e dotati di peni di dimensioni simili a mattarelli da cucina.

Tutto ciò che esula da questo standard viene isolato, trattato come un’eccezione. Andate su PornHub: “giapponesi” e “nere” (notare gli aggettivi al femminile) sono categorie definite; che poi le “nere” siano africane, francesi, americane, varie ed eventuali, non ci è dato saperlo, ma in quanto di pelle scura bastano per costituire una sezione propria. Sono l’alternativa alla norma: la donna bianca.
“Gay” è un sito a sé con delle sotto-categorie a sua volta, perché in un mondo omofobo come il nostro non è contemplato che le persone che desiderano eccitarsi con la pornografia possano finire su un video di uomini che si divertono allegramente trastullandosi a vicenda.
Nello specifico delle rappresentazioni eterosessuali, l’uomo è dominante e la donna viene raffigurata come colei che gode principalmente nell’essere dominata e penetrata. Si sprecano le fellatio a scapito dei cunnilingus e le scene terminano con lui/loro che eiacula/no su viso, seno, natiche, piedi di lei/loro. Nelle rappresentazioni “lesbiche” (presente su PornHub anch’essa come categoria e non con un sito a parte come per gli uomini omosessuali), vengono usati una serie di espedienti per eccitare principalmente (forse esclusivamente) un pubblico maschile eterosessuale. I video lesbici mainstream contengono sogni e desideri di uomini eterosessuali, difficilmente le lesbiche vi si identificheranno.
Se è vero che le attrici porno scelgono cosa fare sul set (e su questo devo approfondire la questione), le sceneggiature sono viziate da un punto di vista etero-normato, machista e sessista.
I titoli stessi dei video che si trovano online sulle più note piattaforme di pornografia in streaming la dicono lunga sulla visione e rappresentazione della donna, che in moltissimi casi viene definita troia, vacca, puttana, cagna, mignotta, zoccola, porca mentre lui è stallone, toro, maschione, porco – sì – ma con una sfumatura non denigratoria.
I titoli dovrebbero dare un’idea di cosa si vedrà, ossia una o più donne che vogliono godere e che per questo si meritano di ricevere il pene o i peni dei loro partner.
Inoltre nel porno tradizionale il sesso è sempre penetrativo e tra falli veri e finti a volte si arriva al parossismo.

È evidente quanto la pornografia che siamo abituat* a fruire sia normativa a più livelli, laddove la norma è persona cisgenere, abile, di pelle bianca, afferente al ceto medio, eterosessuale. Non è raro che quando si chiede alle persone se guardano e piace loro il porno, quasi naturalmente penseranno a una pornografia di quel tipo, che di fatto è unidirezionale; non a caso molt* esprimono rigetto nei suoi confronti.

Da qui nasce l’esigenza di un porno alternativo, ossia il post-porno, che per sua stessa natura è, o dovrebbe essere, inclusivo e intersezionale abbracciando la diversità delle persone e delle prospettive, sia di chi lo mette in scena che di chi ne fruisce. Il post-porno nacque proprio dall’esigenza di ridimensionare e contrapporsi al modello della pornografia tradizionale, sovvertendo modelli stereotipati non solo sessualmente ma anche socialmente.
Ci stiamo abituando al porno cosiddetto etico di Erika Lust, che resta comunque normativo, edulcorato rispetto a un discorso politico più esplicito e comunque infarcito di product placement (Erika Lust ha uno shop online e nei suoi film non è casuale che siano presenti i prodotti che vende).
Business is business.

Nel filone del post porno si inserisce il porno-attivismo ossia l’uso della pornografia in modo apertamente politico, con la finalità di turbare lo sguardo delle spettatrici e degli spettatori.
Il porno-attivismo è estremo perché si colloca fuori dalle regole e/o dal senso comune. È sfacciato, provocatorio, sovversivo, finalizzato all’autodeterminazione in senso lato. Come ogni gesto rivoluzionario, porta scompiglio e non è facile da digerire né tantomeno da gestire, perché mette in soggezione il comune senso del pudore in luoghi e circostanze che non ci si aspetta.

Grazie a Fluida Wolf (sempre sia lodata!) ho scoperto Maria Basura e il suo progetto Fuck the fascism in cui compie atti vandalici contro statue, monumenti, tombe di colonialisti. Questi atti sono sessuali: armata di strap-on e dildo, frustini e passamontagna, mette in scena un abuso sessuale ai danni delle icone di uomini che hanno violentato popoli e luoghi imponendo religioni, lingue, riti, usi e costumi in modo arbitrario.
Conoscevo già i lavori di Diana J. Torres, nota come pornoterrorista, che ha fatto un enorme lavoro di divulgazione anticonformista rispetto al piacere femminile e ai corpi (“Fica potens” e “Pornoterrorismo” entrambi editi da Golena edizioni).
Maria è sudamericana, nata e vissuta in un continente occupato da potenze europee, le quali – oltre a usurpare terre, schiavizzare e sterminare le persone autoctone – hanno anche deportato massivamente persone dall’Africa (altro continente sottomesso con la forza e la violenza) per sfruttarle altrove, al solo scopo di dare prestigio, potere economico e politico al Paese d’origine. Diana invece è spagnola ma vive in Messico da ormai molti anni.
Entrambe sono esempi emblematici della discriminazione in quanto donne che non incarnano i modelli di un porno che – è evidente – non appartiene loro.

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Maria Basura in un assalto porno guerrigliero di “Fuck the fascism”

Lo stato di cattività ha innescato la necessità di ribellarsi.

È (anche) da questa prospettiva che dovremmo guardare la pornografia: i corpi che vediamo portano addosso le esperienze di cittadin* abili, bianch*, precari* ma non pover* ed escludono un’ampia fetta della Società che non conosciamo semplicemente perché lontana da noi in un modo o nell’altro.
Abbiamo bisogno di una pornografia intersezionale, democratica, progressista, inclusiva, solidale, che dia voce a ciascun* e nella quale chiunque possa identificarsi e desiderare.
Non significa normare in modo diverso, ma dare la possibilità di esprimersi e di trovare materiale di cui fruire senza sentirsi esclus*.

Il post-porn è la risposta femminista alla narrazione del piacere.

Claudia Ska

Buy Me a Coffee at ko-fi.com

Lo spauracchio della pornografia

“Cam”, Daniel Goldhaber

Il genere horror ha affrontato e affronta tematiche quali corpo-sessualità-autodeterminazione con interessanti spunti di riflessione (a tale proposito suggerisco la lettura dell’articolo “Horror Punk” di Elena Pintimalli pubblicato sul nr 15 di “Rivista di Scienze Sociali”), ma non riesce a incutere paura nel dibattito pubblico quanto la pornografia, di cui si fa un gran parlare pur senza conoscerla (bene).
Mi piacerebbe se a scandalizzare fossero solo i suoi contenuti e non l’esistenza come genere in sé.
Il porno viene costantemente censurato in quanto tale, mentre il genere horror no ed è singolare perché in quest’ultimo, soprattutto nella sua deriva splatter, i corpi sono sovraesposti e il sesso non manca. Con questo non auspico a un controllo più esteso e inflessibile, ma anzi spero che né l’una né l’altro vengano sottoposti al vaglio della censura.
Considero molto più scandalosi e disturbanti il bombardamento mediatico e pubblicitario a sfondo sessuale (generalmente sessista), il modo in cui viene veicolata l’immagine dei nostri corpi (specialmente quello femminile) per non parlare di quanto e come sono ridicolizzati e mortificati i corpi in transizione o non riconducibili a un genere specifico.
Preferirei più schiettezza nel parlare di sesso e letteratura erotica/pornografica e meno ambiguità nel veicolare messaggi sessuali.

Ipotizzo che la maggiore censura arrivi dalle religioni monoteiste, baluardi di una morale che mette l’essere umano nella condizione di suddito e peccatore (mammamiacheppalle, solo a pensarci!).
Ai monoteismi seguono a ruota le politiche aziendali delle multinazionali che, per essere onnipresenti su mercati diversi, devono compiacere e patteggiare coi governi a costi molto alti, ossia in termini di libertà (di espressione e parola).
Ogni cultura che denigri il corpo non può che portare a frustrazione e difficoltà nell’accettare sé stess* e le altre persone, compromettendo inevitabilmente anche la sessualità e di conseguenza la sua raffigurazione.
Questa ultima affermazione può anche essere scritta diversamente.
Ogni cultura che esalti il corpo non può che portare a frustrazione e difficoltà nell’accettare sé stess* e le altre persone, compromettendo inevitabilmente anche la sessualità e di conseguenza la sua raffigurazione.
Sono due facce della stessa medaglia: i corpi sono tormentati in un modo e in un altro, la sessualità si trasforma in meccanismo oscuro e la pornografia, i racconti di questa sessualità non detta o troppo detta, dirompono.

Ho cercato in rete una definizione di pornografia che fosse avulsa da giudizi di merito, mi sono imbattuta in quella che ne ha dato Piero Benassi in “Universo del Corpo” (2000) e presente sul sito Treccani. La bibliografia è piuttosto datata, se si considera che il testo più recente citato è del 1994, e durante la lettura mi sono dovuta trattenere più volte dall’afferrare il computer per schiantarlo contro il muro.
Viene descritta per l’ennesima volta la pornografia non solo come rappresentazione di scene erotiche e sessuali volte all’eccitazione (fin qui tutto bene* (cit.), la finalità è proprio quella), ma come una sorta di non-arte volgare, priva di sentimento e puramente oscena.
Per non parlare di quando, citando la fonte Pornografia e cultura, “Rivista sperimentale di freniatria” (Andreoli 1989) vengono riportate affermazioni quali:

«Tra le variazioni culturali della pornografia, si possono distinguere quella erotica, che stimola l’uso “normale” della sessualità, da una pornografia che invece si riferisce a pratiche sadomasochistiche, omosessuali, incestuose che giungono fino al feticismo, al travestitismo e al transessualismo.».

Si tratta quindi di un problema interpretativo.

L’aggettivo “osceno”, usato per detrarre, assegna un giudizio negativo, come se l’oscenità non potesse emozionare o far riflettere (che poi tutto ‘sto bisogno di riflettere su bisogni, desideri, passioni e istinti non so neppure quanto sia producente e necessario, come se a voler intellettualizzare si potesse dare dignità a qualcosa che ne ha già di per sé, ma che per pregiudizi culturali e sociali viene declassata).
La pornografia mette in soggezione perché espone, mostra e libera e questa libertà spaventa e imbarazza.
Ormai siamo abituat* al nudo ma lo giustifichiamo socialmente se lo possiamo contestualizzare e preferibilmente assegnare a un àmbito specifico, meglio ancora se “artistico”, altrimenti è solo pretestuoso nonché volgare.

“Estasi dell’osceno” (cover), Rosario Gallardo

Perché dunque la pornografia non può essere arte? O ancora – ed è questa la domanda che mi pungola maggiormente – perché la pornografia per essere socialmente accettata deve essere una forma d’arte? Non può essere semplicemente rappresentazione esplicita del desiderio e del bisogno? Perché deve essere relegata a letteratura e cinema di genere e non invece essere inserita in un contesto più ampio?
Dove trovano spazio l’osceno e il volgare nella nostra Società? Cosa devono fare per essere legittimati? Desideriamo essere rassicurat* e coccolat* perché i tempi sono ostili, tuttavia l’arte non dovrebbe rassicurare ma mettere in discussione e in questa chiave di lettura la pornografia è assolutamente una forma d’arte, prorompente e scomoda.

Forse il demerito della pornografia, a differenza dell’horror, è quello di essere fine a sé stessa. Mentre la prima si esaurisce nella rappresentazione del sesso esplicito, il secondo racconta tramite allegorie fortemente rappresentative situazioni e sentimenti, spesso con critiche feroci allo status quo.
Mi piacerebbe molto vedere un film dove il sesso pornografico sia inserito in una narrazione di ampio respiro. Credo che mi ecciterebbe di più (come ho avuto modo di accennare nell’articolo della scorsa settimana) e probabilmente aiuterebbe la pornografia stessa a uscire dal ghetto.

 * “L’odio” (“La heine”, Mathieu Kassovitz)

Claudia Ska

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