[Guest Post] ““Noema” di Scott Stark: un porno di meno” di Dario Denta

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“Noema” (S. Stark, 1998) – dettaglio 1

Invece di iniziare definendo il termine “noema”, come fanno tutti i pochi studi su questo strano porno found-footage sperimentale del 1998, inizierò dal concetto di “punctum”, che sembrerebbe non c’entrare nulla.
Abbiate fiducia.

Il punctum è il dettaglio insignificante che, in un testo audiovisivo, suscita l’emozione nello spettatore; è un particolare inaspettato, imperdibile, accidentale (una ciocca di capelli sbarazzina, un dito involontariamente poggiato su un tavolo) che tuttavia senza volerlo rappresenta il fulcro dell’esperienza emotiva. La prima formulazione risale alla “Camera chiara” (1980) di Roland Barthes, ma è poi entrato nel lessico dell’analisi dei film.

“Noema” è invece un termine che Husserl usava per indicare l’esperienza immediata del soggetto nell’atto di percepire un oggetto (tralasciamo le innumerevoli sottigliezze all’interno della nozione) e la sua correlazione col film di Stark è lungamente analizzata in “Unbracketing Motion Study: Scott Stark’s NOEMA” di Michael Sicinski, pubblicato in “Porn Studies” (2004) a cura di L. Williams.

Il breve film di Scott Stark è un montaggio di spezzoni tratti da pellicole pornografiche, per la maggior parte accelerati, ripetuti, rifotografati o ingranditi, e conditi da una martellante musica simil-dance, tanto da  farlo assomigliare al videoclip di un remix. La peculiarità risiede nella scelta dei fotogrammi: Stark monta infatti i dettagli di tutto ciò che nel porno non è correlato al sesso: un oggetto sullo sfondo, un gesto distratto e casuale, il posizionamento degli attori prima dell’atto, ecc.

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“Noema” (S. Stark, 1998) – dettaglio 2

L’operazione del regista è simile alla “minorazione” di cui parlava Deleuze a proposito del teatro di Carmelo Bene: prendere un’opera e “riscriverla” sottraendogli l’elemento primario, in modo da rivelarne gli aspetti più nascosti e inosservati (il “Riccardo III” senza la reggia e gli intrighi di palazzo, “Un Amleto di meno” cioè Amleto senza la pietà filiale). Ogni minorazione si accompagna ad una complementare “maggiorazione”: togliere caratteristiche formali o espressive a un film, per paradosso, ne amplia l’espressività, come se l’elemento centrale distraesse lo spettatore monopolizzando il suo sguardo e il suo immaginario. Senza il sesso può emergere cos’altro abbia da dire il porno, innanzitutto su sé stesso.

In questo procedimento c’è un’analogia con lo strumento della parodia: il regista James Gunn nella sua web serie PG Porn rappresenta una serie di situazioni tipiche del porno mainstream (interpretate da attrici e attori professionisti) che inaspettatamente non si concludono in una scopata. Anche Gunn sottrae il sesso dal porno, ma in modo goliardico: sovvertendo le dinamiche del genere, attraverso le parodie, consente allo scheletro logico del film di emergere, permette una maggior consapevolezza dei codici dentro i quali il cinema porno è ingabbiato. La parodia ha una funzione quasi “saggistica” e la preserva in rapporto a qualunque genere: è anzi interessante accennare alla centralità che possiede proprio nell’industria americana del porno, nella quale le parodie costituiscono una parte cospicua della produzione. In quel caso l’introduzione del sesso nelle trame di film commerciali che ne sono prive induce una riflessione/deflagrazione nella struttura dell’opera, simile al terrorismo dei generi del maestro horror Lucio Fulci. In Gunn è il porno stesso a subire la chirurgia, ma è una amputazione e non una mastoplastica.

Il corto di Stark, nel suo risaltare gli elementi accessori della messinscena, le suppellettili e i lapsus gestuali, esibisce l’autentica natura della pornografia: essa è il «cinema del punctum». La casualità e l’imprevedibilità dei dettagli che da soli possono essere fonte di eccitamento, sono rese marginali dalla distrazione provocata dall’atto sessuale; gli oggetti di contorno, anch’essi dettagli nudi e inintenzionali, ci annoiano e quindi ci fanno riflettere. NOEMA scava nella psiche dello spettatore e ne stravolge le aspettative: il film  “forces us to confront the complete inability to see these undulating forms as anything other than naked people engaged in serious fucking”[1] (Sicinski). La forma “as a chiasmus” di Stark costringe il cervello dello spettatore a mettere insieme i pezzi del puzzle se vuole percepire una scopata completa: una visione attiva, responsabilizzante, da parte del fruitore, al contrario della passività prevista dal porno tradizionale.

Ed ecco che il remix, simile a una riscrittura parodistica (e nondimeno c’è molta ironia nell’esperimento di NOEMA), fa un discorso sul genere. Stark non sceglie di “smontare” un singolo film o una categoria storicamente precisa di pellicole, ma preleva frammenti da tipologie diverse di porno (anche se prevale un certo interesse per il vintage) come a voler suggerire una riflessione sulla forma del genere in toto e non un attacco ad alcune sue specifiche derive; una semiotica e non una polemica. Così colleziona un campionario di luoghi, cose, persone (qua e là è riconoscibile anche qualche “star”: io ho beccato Ron Jeremy e Siffredi) che formano un vero e proprio ipertesto pornografico, in sintonia col metatesto che lo stesso film è.

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“Noema” (S. Stark, 1998) – dettaglio 3

Non solo Stark elimina il sesso ma suggerisce l’inizio dell’amplesso: i corpi si sfiorano e non si toccano, vengono bloccati prima di poter agire, e spesso allontanati riavvolgendo il nastro, “they hover near but are pulled back from the brink of abstraction”[2]. I momenti che precedono l’atto vengono reiterati in loop, allungando l’attesa, e quindi il desiderio, fino all’inverosimile. NOEMA rappresenta l’idea del sesso, come alberga nella nostra mente; la forma a priori della copula. Ma senza la copula.

[1] Ci costringe a confrontarci con la totale incapacità di vedere queste forme ondeggianti come qualcosa di diverso da persone nude impegnate in una scopata.
[2] Si librano vicini ma vengono tirati indietro dall’orlo dell’astrazione.

Dario Denta, ha studiato Matematica e Filosofia tra Perugia e Firenze, si occupa di Algebraic Logic, Quantum Logic e Categorical Ontology. Scrive di cinema su “Shiva Produzioni”, ha scritto di letteratura e filosofia su “L’inutile”, “Ghinea” e “La Chiave di Sophia”. Conduce il podcast di cinema “Salotto Monogatari”.

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Dario Denta

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