Putitalks – Georgina Orellano: riprendiamoci la parola “puttana”!

Putitalk è una serie di interviste realizzata su Instagram da Giulia Zollino tra la fine di marzo e la metà di maggio 2020 in cui ha ospitato sex worker e alleate per condividere la situazione lavorativa e sociale durante la pandemia da Coronavirus nei propri Paesi. Le interviste sono disponibili in versione video in lingua originale sottotitolata in italiano nella InstagramTV di Giulia, con la quale abbiamo deciso di rendere disponibili le chiacchierate anche in forma testuale, per permettere una fruizione a tutto tondo del suo progetto.
Nonostante sia stata la prima a essere intervista, abbiamo voluto pubblicarla per ultima, a coronamento di questa prima serie di chiacchierate con sex worker da tutto il mondo. Georgina Orellano è una lavoratrice sessuale argentina, attivista e segretaria nazionale di AMMAR (Asociación de Mujeres Meretrices de Argentina)

Giu: Grazie, sei una delle mie referenti all’interno del movimento femminista e delle sex worker, quindi sono molto contenta. Ti ringrazio molto.
Ge: No, grazie mille a te per la predisposizione e lo spazio.
Giu: Oggi parleremo di lavoro sessuale e Covid-19 in Argentina. Credo che sappiate già chi è Georgina, ma – per le persone che non ti conoscono – puoi presentarti per favore?
Ge: Buon pomeriggio, anzi buonasera per voi in Italia, mi chiamo Georgina Orellano, sono una lavoratrice sessuale, sono membro e segretaria generale di AMMAR, il sindacato delle lavoratrici sessuali in Argentina, che è un’associazione che da venticinque anni lotta nel nostro paese per il riconoscimento del lavoro sessuale come un’attività lavorativa riconosciuta per poter accedere a diritti lavorativi e sociali.

Giu: Per capire meglio la situazione, la prima domanda è sul modello di legge che avete in Argentina.
Ge: Nel 1949 l’Argentina, attraverso la firma di trattati e convenzioni internazionali, aderì al modello abolizionista. Questo significa che non si persegue la lavoratrice, o la persona che esercita la prostituzione in maniera diretta, ma si cerca di perseguire coloro che sfruttano sessualmente e si tengono il guadagno dei servizi che noi offriamo. Questo è il modello a cui teoricamente ha aderito il nostro Paese. Stiamo parlando del 1949, periodo in cui da pochissimo le donne in altri paesi avevano avuto l’accesso al diritto di voto. Infatti si aderisce a questo protocollo e successivamente si ratifica sotto un processo di dittatura militare in Argentina. Noi non siamo né difensore né tantomeno manifestiamo contro chi dice che l’Argentina è un Paese abolizionista per aver aderito a questo protocollo e non dà uno sguardo del contesto in cui venne firmato il protocollo in cui si dichiara tra virgolette che l’Argentina è un Paese abolizionista. Per noi, per la nostra esperienza e per la legislazione che abbiamo attualmente, che è stata modificata di anno in anno, per noi l’Argentina ha un modello proibizionista, perché nel 2008 è stata incrementata la prima legge sulla tratta, ma nel 2012 venne modificata, indurendo le pene e una delle grandi preoccupazioni e denunce che facciamo è che in questa modifica, quello che si toglie è l’idea del consenso della persona che offre servizi sessuali.
La legge attuale che abbiamo nel nostro Paese che lotta contro la tratta di persone allo scopo di sfruttamento sessuale non distingue tra quello che è lavoro sessuale, sfruttamento lavorativo e l’esercizio del lavoro sessuale autonomo, e finisce per criminalizzare, con ordinanze municipali e decreti provinciali, perché la nostra Costituzione dice che l’Argentina è un Paese federale, dunque ogni provincia e ogni comune si basa sulla propria legislazione, sulle proprie ordinanze e sui propri decreti. Quando nel 2008 venne resa effettiva la prima legge sulla tratta, in seguito molte province cominciarono ad aderire a modelli propri, per proibire i luoghi in cui si esercitavano attività sessuali, come per esempio i cabaret, le case di appuntamenti, i bordelli, i club notturni e tutti gli spazi privati dove si esercita la prostituzione. Ciò significa che le leggi provinciale e comunale – che vigono in quasi tutte le nostre province – non solo proibiscono l’esercizio del lavoro sessuale in questi luoghi, ma proibiscono anche che varie colleghe si raggruppino e lavorino in un appartamento o in casa propria, perché proibiscono tutto il lavoro sessuale indoor. In strada, per chi esercita il lavoro sessuale, dal 1970, per altre negli anni ’80, altre ancora negli anni ’90, vigono codici contravvenzionali e ordinanze municipali che sono normative che riducono l’uso dello spazio pubblico, le cui pene colpiscono direttamente le persone che esercitano il lavoro sessuale con pene che vanno dai 30 ai 60 giorni di arresto. Qui nella capitale federale è una contravvenzione, quindi non ti arrestano, ma quello che fa l’articolo 81 è dare potere alla polizia, in modo tale che, in maniera del tutto arbitraria, ti stuzzichino continuamente, ti ricattino chiedendoti di pagare (la “bustarella”) per lasciarti lavorare in tranquillità. Per noi, nel contesto attuale del nostro Paese, il lavoro sessuale non è un reato, ma tutti gli spazi in cui possiamo esercitarlo sono criminalizzati, dunque il modello a cui aderisce e il modello di legislazione che ha l’Argentina è un modello proibizionista e punitivo, che man mano ha indurito le pene e ha tolto il diritto di lavoro a molte lavoratrici sessuali, precludendo gli spazi. Non proibiscono direttamente il nostro lavoro sessuale, ma ci proibiscono di lavorare in strada, di pubblicizzare i nostri servizi sui giornali, di lavorare con i social, nelle piattaforme digitali, di lavorare nei bordelli, nelle case di appuntamenti, di lavorare dalla propria casa. Se io lavoro da casa mia, chi viene arrestato è quello che mi affitta la casa, perché per la giustizia io sto pagando l’affitto con i guadagni del mio lavoro, dunque chi riceve quel denaro è colui chi mi sfrutta e il mio pappone. Questa è la situazione attuale del quadro legislativo e “dell’illegalità” nel nostro paese.

Giu: In questo quadro legale, qual è la situazione attuale delle/dei sex worker? Ci sono collettivi che sono maggiormente marginalizzati? Per esempio, ho visto nelle tue storie che hanno provato arrestare alcun* sex worker del collettivo trans/travestit*, e anche che hanno provato a sfrattare varie colleghe che vivono negli hotel.
Ge: Sì, nel contesto di emergenza sanitaria e di pandemia a livello internazionale, quello che è chiaro qui è che la nostra precarietà è più evidente che mai. Non è lo stesso avere diritti e poter rispettare la quarantena, stare a casa tua, sapere di avere garantiti i diritti in quanto lavoratore o lavoratrice e non averli. Chi non ha diritti non ha opzioni. Per noi non è un’opzione smettere di lavorare, in quanto smettere di lavorare implica non avere entrate economiche. E questo significa non avere soldi per comprare il cibo, gli affitti dei luoghi in cui viviamo, non avere soldi per comprare prodotti di igiene, non poter mantenere le misure di sicurezza che il Ministero della sanità ci suggerisce, e non poter comprare la mascherina, un disinfettante, un sapone, non poter comprare medicine. Dunque la nostra precarietà diventa più evidente che mai. Purtroppo chi patisce la marginalizzazione, la persecuzione poliziesca e l’emergenza abitativa e alimentare per noi sono le nostre colleghe migranti, sono soprattutto le colleghe del collettivo trans/travestit*, migranti che sono più vulnerabili ed esposte per la mancanza di documenti, mancanza di regolarizzazione della loro situazione legale nel nostro Paese. Anche per lo sguardo pregiudizievole che ha la nostra Società. Già di per sé, noi lavoratrici sessuali, subivamo lo stigma, veniamo sempre viste come soggetti pericolosi, sempre. Di fronte a qualsiasi pandemia, a qualsiasi virus la lavoratrice sessuale viene vista come quella più a rischio di contrarre una malattia. Ci è successo con l’HIV, ci succede con le malattie sessualmente trasmissibili, l’attenzione si concentra su di noi e sul nostro lavoro. Con il Covid-19 succede esattamente lo stesso. Ci sono molte situazioni in cui le nostre colleghe del collettivo trans/travestit* migranti, vanno a fare la fila alla mensa popolare per ricevere gli alimenti e i pasti, o vanno a comprare al supermercato o alla farmacia e vengono denunciate dai propri vicini e vicine, che le vedono e chiamano la polizia, per denunciare che stanno infrangendo la quarantena. Perché siamo viste come persone pericolose, da cui si può contrarre il Covid-19. Dunque conviviamo sempre con questo tipo di denunce, le colleghe vengono arrestate per il solo fatto di uscire a comprare, di portar fuori i loro animali domestici. Ci sono situazioni che sono già molto precarie e la gente vuole a tutti i costi che le colleghe restino a casa. Quando noi andiamo a vedere i luoghi dove vivono le nostre colleghe… c’è una sconnessione perché tutt* pensano che abbiamo lo stesso accesso all’abitazione, ma non è così. Le colleghe vivono in luoghi molto sovraffollati, in condizioni di insalubrità tremende, luoghi già di per sé molto costosi, dunque costa molto pagare l’affitto; qui si iniziano a vedere tutti gli abusi che ci sono quando un lavoro non solo non è riconosciuto, ma è un lavoro sottoposto alla criminalizzazione.
Ci sono molti proprietari* di hotel… noi interveniamo in ogni situazione in cui c’è un tentativo di sfratto. Un po’ è come se ci chiedessero di ringraziarli che ci fanno affittare perché nessuno vorrebbe affittare a una puttana che non ha una busta paga, che non ha alcuna garanzia e questo favore che ci starebbero facendo, alle colleghe costa tre o quattro volte rispetto al valore reale del mercato. Non c’è nemmeno un controllo dei costi che dobbiamo pagare per accedere all’alloggio e viviamo in situazioni poco igieniche e in luoghi molto affollati.

Giu: E il governo e le istituzioni che stanno facendo? Hanno messo in atto misure di sostegno?
Ge: allora, a livello nazionale, dopo pochi giorni in cui si stava concretizzando la quarantena preventiva obbligatoria, pubblicarono un decreto nazionale di proibizione degli sfratti. Questo è lo strumento su cui contiamo. È proibito sfrattare le persone che non possono pagare l’affitto fino al 30 settembre compreso. Inoltre, ci sono diverse misure che tentano di proteggere i proprietari e le proprietarie degli hotel, delle agenzie immobiliari o degli appartamenti che hanno a che vedere con il fatto che non possono tagliare alcun servizio, né gas, né luce, anche se gli hotel non riescono a pagarli. Questo è uno strumento che abbiamo a disposizione e infatti è quello che utilizziamo quando entriamo negli hotel per esigere che si compiano le disposizioni e che si rispetti il decreto, però è molto difficile, che queste disposizioni ci proteggano quando non abbiamo un contratto di affitto. Tutti i contratti che le colleghe hanno con i proprietari e le proprietarie degli hotel dove vivono, sono contratti di parola, sono accordi economici molti diversi gli uni dagli altri. Quindi, è molto difficile che siano contemplate in questo decreto, infatti molti proprietari ci dicono che il decreto vale per chi affitta con un contratto formale. E noi non lo abbiamo, molte non hanno nemmeno la ricevuta, non hanno mai avuto una ricevuta con il valore reale di quello che pagano. Però, sì, ci siamo organizzate con un’organizzazione a livello nazionale che si chiama INADI, che è l’Istituto Nazionale Contro la Discriminazione nel nostro Paese, che ha messo a disposizione dell’organizzazione la sua equipe di avvocati, numeri telefonici attivi h24, che sono tutti dispositivi ai quali ci rivolgiamo per impedire gli sfratti. Non c’è solo AMMAR a impedire gli sfratti, ma ci sono organizzazioni statali che stanno garantendo che i diritti delle nostre colleghe non vengano violati. Ci sembra fondamentale perché è molto diverso essere sole, dall’essere con altre organizzazioni.
Infatti, ora i proprietari e le proprietarie ci guardano in altro modo, ci sono altri tipi di dialoghi possibili, ci sono altri tipi di accordi e poi vedono che le nostre colleghe non sono sole, che lo Stato sta intervenendo e li sta controllando.

Giu: Con AMMAR cosa state facendo? Come vi state organizzando? Come state appoggiando le colleghe?
Ge: Prima che si concretizzasse la quarantena nel nostro Paese, conoscevamo la situazione delle colleghe in Francia e in Spagna, che già da prima l’avevano iniziata e ci raccontavano la situazione complessa che stavano affrontando per l’impossibilità di lavorare. Ci ha colto proprio in un momento in cui eravamo in una plenaria nazionale, riunite nella CTA (Unione Argentina di Lavoratori/trici), di cui AMMAR fa parte. Eravamo riunite con referenti di varie province e iniziammo ad attuare una politica delle e per le lavoratrici sessuali. A partire da qui si attuò un fondo nazionale di emergenza, in cui quello che facciamo consiste in campagne sui social e in vari gruppi di WhatsApp, in modo che la gente ci doni denaro, che dividiamo in parti uguali nelle 12 province nelle quali AMMAR è presente e ogni provincia ha l’autonomia di decidere come destinare il denaro che si raccoglie per le necessità che affronta il settore delle lavoratrici sessuali. La maggior parte viene usata per comprare pacchi alimentari, non beni deperibili, ma quelli basici per il bisogno familiare (il paniere). Altre si sono attrezzate con dispositivi per comprare medicine, altre usano questi soldi per assistere le lavoratrici sessuali madri, che hanno figli e figlie a loro carico, altri comuni hanno supportato le colleghe per pagare un po’ dei debiti degli affitti, in modo che non possano essere sfrattate. I soldi sono stati usati anche per comprare articoli di pulizia, sono stati dati alle colleghe. Noi per esempio nella capitale federale abbiamo deciso di consegnare una volta alla settimana pacchi alimentari e, un altro giorno della settimana, per quelle che non vivono negli hotel, portare un kit di prodotti per la pulizia e l’igiene, e per quelle che vivono negli hotel, organizzare giornate di pulizia. Un po’ come un modo per cominciare a sperare nella comunità, nella solidarietà tra di loro. Negli hotel distribuiamo gli alimenti e ci assicuriamo che tutte facciano pranzi e cene comunitarie, per raggiungere il maggior numero di colleghe.
La situazione man mano che passano le settimane è sempre più difficile e complessa. Per esempio, all’inizio, nella prima settimana di quarantena, noi nella capitale federale, nel quartiere di Constitución abbiamo supportato cinquanta lavoratrici sessuali, solo nella prima settimana di quarantena… Qui in Argentina è passato un mese e solo in questo quartiere dove abbiamo iniziato con cinquanta, nella scorsa settimana abbiamo fatto un censimento e abbiamo visto che siamo arrivate a un numero di 700 colleghe che ricevono assistenza, altre che sono in lista d’attesa, ma che cerchiamo di poter gestire anche con lo Stato, con l’INADI che ci ha dato una mano con gli alimenti. Ci sono poi anche altre organizzazioni sociali. Con le mense popolari abbiamo concordato che le colleghe possono andare dal lunedì al venerdì a mezzogiorno per ritirare il loro pasto. Abbiamo dunque creato un’alleanza con i movimenti sociali, di quartiere, territoriali e questo fa sì che tutt* stiamo lavorando in rete, tutte e tutti stiamo sostenendo la situazione di emergenza attuale.

Giu: Credo che questa rete sia stata possibile grazie al fatto che AMMAR è un’associazione che è presente da svariati anni ed è formata da tantissime persone. Se penso all’Italia, qui non c’è molta comunicazione tra il governo e le associazioni. Ci sono invece delle lavoratrici che hanno iniziato a lavorare con telelavoro sessuale?
Ge: Sì, la maggior parte delle persone che già lavorava con i social, tipo le piattaforme come Tumblr, Tinder, Instagram, Twitter, Facebook, utilizzandole per contattare i clienti e concordare un incontro che poi avveniva a casa del cliente o in hotel che entrambi decidevano. Loro sono state le prime a cambiare il loro modo di lavorare, a cominciare a vendere foto, a fare videochiamate, a lavorare tramite Mercado Pago, aprendo un conto su Mercado Pago, in modo che i clienti possano depositare i soldi e successivamente ricevere la prestazione. Sicuramente noi siamo in contatto con molte di loro e ci dicono che fanno fatica, perché non c’è un gran giro di soldi, la crisi economica colpisce anche la nostra clientela.
Inoltre la nostra preoccupazione è che questa trasformazione del lavoro, che è il telelavoro, sia accessibile solo a un settore, che è quello del gruppo delle lavoratrici sessuali più giovani, che hanno un’altra relazione con i dispositivi digitali, con internet. Restano quindi escluse tutte le altre colleghe che erano abituate a lavorare in strada, che non hanno Internet negli hotel in cui vivono, non hanno un computer, non hanno uno smartphone. Queste sono le colleghe che si avvicinano all’associazione per avere assistenza perché sono impossibilitate a lavorare.

Giu: Credi che questo momento possa essere un’opportunità per consolidare maggiormente il movimento delle/dei sex worker, per far sì che chi prima magari non aveva una coscienza politica ora si senta parte di un movimento?
Ge: Sì, credo che quello che è chiaro è che di fronte a questa pandemia nessuna si salva da sola. Credo sia questo a generare coscienza. Isolandosi, nessuna può risolvere i propri problemi, dato che siamo di fronte a un problema sociale, politico, economico, in cui ovunque la risposta dello Stato è la stessa: quarantena, politiche sociali per lavoratori e lavoratrici regolarizzati, che escludono i lavoratori e le lavoratrici dell’economia informale o le colleghe migranti. L’unico modo per resistere alla precarizzazione di questo settore è organizzandosi. Ci capita che ci siano molte colleghe che stanno venendo ad AMMAR per la prima volta. AMMAR, come dicevi tu, è un’organizzazione che ha 25 anni, ed è molto conosciuta in Argentina, ma molte colleghe si stanno avvicinando solo ora. Perché, loro stesse lo dicono, prima non avevano bisogno dell’organizzazione, prima risolvevano tutto sole o non si avvicinavano anche per la questione dello stigma. Avvicinarsi a un sindacato di lavoratrici sessuali significa superare lo stigma e riconoscerti “puttana”. La verità è che questo è un processo che tocca molte, abbiamo dovuto attraversarlo velocemente, altre fanno più fatica, per il peso della Società, dello sguardo della Società, di quello che diranno, della famiglia, dei figli, la paura, la vergogna, e il fatto di essere messe in discussione dalla Società. Non tutte hanno la forza per sopportarlo e superarlo. È comprensibile quando una collega, per esempio, viene qui con i figli, alla merenda che si fa una volta a settimana in alcuni dei loro hotel. Noi già sapevamo che erano lavoratrici sessuali, quando si avvicinavano lo facevano come vicine del quartiere, mai riconoscendosi come tali, nascondendo il loro lavoro. Loro dicono: «Sono qui perché se resto sola nell’hotel, posso resistere per un po’, ma non per sempre. Devo stare in un luogo che mi includa, in cui so quali sono i miei diritti». La maggior parte arriva con la preoccupazione di perdere i propri alimenti, la proprie casa, di essere sfrattata. Successivamente viene per accedere agli alimenti. Ci sono molte colleghe che quando arrivano ci dicono «È da tre giorni che non mangio perché dò priorità ai miei figli». Questo è preoccupante perché arrivano con la paura che i vicini le vedano entrare nella casa (di AMMAR) e quindi sappiano che sono lavoratrici sessuali.  Noi lavoriamo anche per fare in modo che la casa di AMMAR sia uno spazio di articolazione sociale. Qui non vengono solo le lavoratrici sessuali, ma anche i vicini e le vicine per cercare alimenti, a fare le pratiche del permesso di soggiorno, per andare all’ospedale, a cercare medicine. Qui si fa anche la carta d’identità per le persone migranti, di vari gruppi: peruviane, senegalesi, camerunensi, ghanesi, della Costa d’Avorio. Vogliamo che questo sia uno spazio di articolazione tra i vari settori dell’economia popolare, soprattutto per fare in modo che le colleghe si sentano parte di uno spazio che include anche altri lavoratori e lavoratrici.

Giu: Parlando del riconoscersi come puttana, questa domanda riguarda un po’ il significato politico e la risignificazione della parola. Qui, ma credo in tutto il mondo, si usa molto questo termine per insultare. Non abbiamo soltanto la parola “puttana”, ma anche tante espressioni come “figlio di puttana”, “porca puttana”, “mannaggia alla puttana”, che sono tutte offensive. Tu credi che nella lotta contro lo stigma sarebbe necessario riappropriarsi del linguaggio e risignificare questa parola e smettere di usarla con un’accezione dispregiativa?
Ge: Sì, certo. All’inizio è difficile riappropriarsi dell’insulto e accogliere come identità politica parole che hanno un peso sociale così negativo, così stigmatizzante, così peggiorativo.  Di fatto noi eravamo le prime a rifiutare che ci chiamassero puttane, che ci chiamassero prostitute. Ci chiamavamo o lavoratrici sessuali o meretrici. Infatti la sigla di AMMAR è un po’ questo, Associazione delle Donne Meretrici in Argentina. Questo è un processo di comprensione perché nella nostra Società maschilista e patriarcale la parola puttana e la parola prostituta sono utilizzate anche da donne lesbiche, travesti e trans, non solo dagli uomini, come parole di squalificazione le une verso le altre, parole come insulti e parole che cercano di ammonire quelle persone che finiscono per fare quello che la Società non si aspetta da noi, che non adempiamo agli ordini patriarcali, come l’essere brave donne e non le cattive. Capiamo questa logica di riappropriarsi dell’ingiuria e di contestare il significato di queste parole anche perché la lotta di AMMAR, e credo la lotta delle lavoratrici e dei lavoratori sessuali, oserei dire dire, non è soltanto per ottenere diritti lavorativi. Noi potremmo pure avere quelli della previdenza sociale e della pensione, però se continua a esserci uno sguardo stigmatizzante verso le lavoratrici sessuali continueranno a esserci molte situazioni di violenza, di abuso, di persecuzione e non accesso reale ai nostri diritti. Questo non te lo dà una legge sul lavoro sessuale, perché la legge ti dà lo strumento per accedere alla previdenza sociale e a una pensione. Il poter vivere in una Società senza stigma e senza discriminazione, camminare per strada senza che ti indichino, senza che ti facciano domande, senza che ridano di te, senza che ti insultino, significa fare la grande battaglia culturale. La battaglia culturale bisogna farla anche con una lotta del linguaggio perché tutto il linguaggio è politico e da qui abbiamo capito che già avevamo regalato troppo al patriarcato e continuare a regalargli le nostre parole, le nostre identità ci fa regredire. Ci sono colleghe che aspettano una trasformazione reale qui e ora, e non possono continuare ad aspettare che ci mettiamo d’accordo noi femministe, che si metta d’accordo lo Stato, in quanto hanno davvero bisogno che oggi la loro realtà sia diversa e sia una Società un poco più accessibile, quindi siamo totalmente a favore del fatto che la parola puttana e la parola prostituta siano parte della nostra identità politica. Di fatto ci riconosciamo puttane, ci riconosciamo prostitute e questo per noi è stato nel nostro Paese un prima e un dopo. Sia nel movimento femminista, sia nel movimento sociale, sia in quello politico. C’è la consapevolezza del fatto che ci sono cose che non si possono dire, c’è un linguaggio che non si può continuare a usare. E succede anche con i dirigenti sociali, sindacali che utilizzano la parola puttana per insultare gli imprenditori o i datori di lavoro, però poi vedono che le puttane sono lì accanto a loro facendo pressione affinché questo datore di lavoro o imprenditore rispetti i diritti di questi lavoratori e lavoratrici. Perché stai dando del “figlio di puttana” all’imprenditore quando le puttane stanno accanto a te, le vedi tutti i giorni costruendo l’organizzazione con i loro figli e le loro figlie?! Ciò mi sembra che per noi sia la trasformazione più realistica e più concreta, la trasformazione del linguaggio, il cambiamento discorsivo e il fatto che oggi ci siano molte puttane femministe fa in modo che non ci sia più il discorso vittimizzante.

Giu: Credi che riconoscersi come puttana sia fattibile per tutte? Un processo che apporta benefici a tutte o, se c’è qualcuno che, pur volendolo, non può riconoscersi come puttana per paura?
Ge: No. credo che il momento in cui abbiamo deciso di uscire allo scoperto, riconoscerci e riappropriarci dell’insulto e fare della parola puttana una parte della nostra identità politica, sia stato un processo di discussione interna dove c’era chi non concordava e gli/le è costato molto farlo per poter concordare e introdurre nel proprio linguaggio anche queste identità, soprattutto per le lavoratrici sessuali di più di 50 anni. Capiamo che sono nate e hanno vissuto il lavoro sessuale in un’altra epoca, in un altro contesto molto più delicato, molto più violento. Infatti, proprio per questo, si sono organizzate per mettere fine a questa violenza e ci hanno aperto la strada, affinché possiamo metterci la faccia e avere voce per portare avanti ciò che loro hanno iniziato. E credo che questo sia ciò che dobbiamo capire, che il sindacato, l’organizzazione delle lavoratrici sessuali non ha bisogno di un tetto. Ci sono alcune cose che ci succedono e facciamo fatica a capire, abbiamo molta difficoltà a comprendere la logica delle lavoratrici sessuali su internet, per esempio, ci costa moltissimo, ci costa molta fatica, però siamo comunque d’accordo sul fatto che queste colleghe devono essere sindacalizzate; devono avere gli strumenti perché, se usano le reti sociali per diffondere questioni relative al nostro lavoro, è necessario che lo facciano con un discorso di coscienza di classe.  Queste colleghe devono anche rendere visibile quello che succede alle colleghe migranti, quello che succede alle colleghe di strada, devono sapere cosa significa aver sofferto la violenza istituzionale e, anche se non l’hanno sofferta, devono avere gli strumenti per poter raccontare quello che succede alle lavoratrici sessuali che lavorano per strada, nelle strade pubbliche e proprio questo ci fa capire che ci sono colleghe alle quali costa molto riconoscersi come puttane, che è un processo più individuale, come ho detto all’inizio, che alcune fanno velocemente, altre più lentamente. Ci sono molte colleghe che prima non volevano chiamarsi puttane ma, quando vedono che molte ragazze femministe di 19/20 anni, che sono le nuove leve del femminismo che saranno in futuro funzionarie statali, adottano una prospettiva a favore del lavoro sessuale e vanno cantando per strada “Andiamo con le puttane, mai con la polizia!”, perché qui la polizia si chiama “yuta” (gioco di parole putas/yuta, Ndr), e in realtà è assurdo il fatto che siano state incarcerate per 90 giorni e che siano state picchiate dalla polizia, e bisogna generare consapevolezza sul fatto che la donna possa dire di no. Si può discutere se il lavoro sessuale sia lavoro o no, però quello che non si negozierà più e non si metterà più in discussione è che c’è un limite: no alla violenza istituzionale verso le lavoratrici sessuali che si identificano come puttane, prostitute, lavoratrici sessuali, meretrici o altro. Il limite è questo e credo che dinanzi a ciò, di fronte a questa trasformazione sociale che è visibile, che si può vivere qui ed ora, ci sono molte che innalzano la bandiera delle puttane femministe. Ripeto, ci sono altre che dicono “lavoratrice sessuale sì, puttana no, perché me l’ha detto mio marito, perché puttana mi hanno chiamata per strada, perché puttana me l’ha detto la mia famiglia quando mi ha cacciata, quando ha scoperto che ero una lavoratrice sessuale”, e allora bisogna comprendere le storie di queste colleghe, accompagnarle, includerle, farle sentire parte e mantenere uno spazio di conversazione. Noi non chiediamo allo Stato che si prenda cura di noi, gli chiediamo diritti. Però credo che dobbiamo iniziare ad abilitare spazi di auto-cura, per sradicare tutti gli anni di discriminazione, di violenza e di stigma e quale migliore cosa del condividerlo con le colleghe, quale migliore cosa di poterlo esprimere a parole.

Giu: Voglio chiederti come possiamo offrire il nostro aiuto anche da qui, dall’Italia.
Georgina: Abbiamo un fondo nazionale per le emergenze al quale è possibile donare soldi. Per il nostro conto bancario abbiamo abilitato anche Mercado Pago e un dispositivo per permettere alle persone di donare dall’estero, ma ci sembra fondamentale che le/i alleat* dell’Italia appoggino il movimento di lavoratrici sessuali italiane che stanno facendo tanto per le colleghe migranti. Noi abbiamo due referenti che ammiriamo e, lo diciamo sempre, i primi testi femministi scritti a favore delle prostitute sono stati di Carla Corso e Pia Covre e da lì ci siamo dette “Bene, ci sono prostitute che sono femministe e sono in Italia”. Io ho avuto la possibilità di conoscere entrambe due anni fa quando sono venuta in Italia invitata dall’Università di Venezia a tenere una conferenza con Pia Covre e la verità è che anche lì ci sono colleghe che da molti anni cercano di trasformare la realtà delle lavoratrici sessuali e ci sono anche altri collettivi di lavoratrici sessuali, come Ombre Rosse, che hanno una politica di sostegno per colleghe migranti. Tutti i paesi europei sono attraversati dalla questione migratoria con politiche molto restrittive da parte degli stati e dei governi. Se c’è qualcosa che noi abbiamo capito lì con le colleghe della Francia, della Spagna, dell’Italia e dell’Olanda è che è necessaria una riforma della legge sull’immigrazione perché chi se la passa peggio sono le colleghe migranti che rimangono tagliate fuori da qualunque politica sociale e statale. Allo stesso modo in Argentina sono quelle che più subiscono la precarietà, la mancanza di diritti e l’impossibilità di lavorare e non contare su delle entrate.

Giu: Una ragazza ha chiesto se vuoi sposarti con lei.
Ge: Non credo nel matrimonio.
Giu: Un’altra ragazza ha chiesto se credi che la partecipazione dei e delle clienti nella lotta contro lo stigma possa essere necessaria e utile.
Ge: No, per i clienti il miglior modo di lottare è pagare di più e rispettare le condizioni che noi lavoratrici sessuali stabiliamo. Non siamo d’accordo sul fatto che i clienti facciano parte della nostra lotta, crediamo che abbiano un altro ruolo, hanno un altro ruolo, e la cosa principale che dovrebbero fare è iniziare ad avere una prospettiva più femminista nel momento della contrattazione con le lavoratrici sessuali. È questo: rispettare le condizioni delle lavoratrici sessuali, pagarci di più, non avere uno sguardo così patriarcale rispetto ai servizi offerti, educarsi tra loro perché sappiamo che tutti i clienti sono in contatto. Qui in Argentina ci sono blog di clienti, ci sono gruppi su Facebook di clienti, di donnaioli che per esempio danno voti alle lavoratrici sessuali e ciò ci sembra una politica che fa decisamente fare un passo indietro. Se volessero avere un ruolo in questa lotta dovrebbero cominciare dal cambiare il loro modo di negoziare.

Giu: I mezzi di comunicazione stanno parlando delle lavoratrici sessuali? Che tipo di rappresentazione stanno dando?
Geo: Sì, due settimane fa quando abbiamo cominciato a renderci visibili attraverso i social, su Instagram soprattutto, sia con l’account ufficiale della nostra organizzazione che con gli account delle colleghe che fanno parte di AMMAR, abbiamo iniziato a registrare, a fare video, a fare foto dei luoghi in cui vivono le nostre colleghe, a parlare in prima persona dei problemi che fronteggiamo, e questo ha generato un impatto, molta commozione. Era quello che dicevamo sempre, è quello che AMMAR dice da 25 anni, il punto è che vedendolo in un video, vedendolo in modo così crudo e lavorando un po’ sul senso di colpa della gente che ha certi privilegi, che ci consiglia continuamente di rimanere nelle nostre case, abbiamo detto «Questa è la casa in cui vivono le lavoratrici sessuali, queste sono le condizioni in cui vivono, non è la stessa la quarantena per un lavoratore e una lavoratrice riconosciuto e riconosciuta che per una lavoratrice criminalizzata. Non è lo stessa quarantena e la pandemia ha reso evidente la disuguaglianza e la conseguenza della distribuzione ingiusta della ricchezza, perché i ricchi continueranno a essere ricchi, mentre noi purtroppo saremo quelle più indebitate, più svantaggiate, più precarie» e, in seguito a questa risonanza hanno cominciato a parlarne molti giornalisti, mezzi digitali con una visione completamente a favore del lavoro sessuale e altri mezzi di comunicazione egemonici, che non si erano mai avvicinati all’organizzazione e che le volte che hanno scritto cose relazionate al nostro lavoro l’hanno fatto con uno sguardo decisamente morboso, macrista (si veda “Macrismo”, Ndr) e maschilista, recriminando la prostituzione, mischiando tutto e ciò ha generato maggiore stigma sociale nei confronti del nostro lavoro e di noi stesse. Noi abbiamo acconsentito ponendo le nostre condizioni dicendo «Bene, dicci qual è la proposta, cosa vuoi scrivere e noi ti mettiamo in contatto con le lavoratrici che vivono negli hotel» e questo è un po’ quello che abbiamo fatto.
C’è un mezzo di comunicazione che si chiama “Pagina12”, in cui è uscito un servizio . È un mezzo di comunicazione ora più amichevole, prima non lo era, con le lavoratrici sessuali. Una delle giornaliste del supplemento femminista che è molto letto ci ha accompagnato nel nostro giro per gli hotel e ha potuto fare interviste e vedere la realtà di molte colleghe lavoratrici sessuali, e poi il quotidiano
La Nación”  nel quale ci sono due giornalisti che ci hanno accompagnato a due degli hotel dove vive la maggior parte delle lavoratrici sessuali, per fare un servizio il cui obiettivo è mostrare la quarantena delle lavoratrici sessuali, la precarietà e la situazione di insalubrità che viviamo in questa pandemia.

Giu: Ti chiedono quali sono le reti di assistenza tra di voi.
Ge: All’inizio avevamo stilato un decalogo di consigli da seguire se si voleva continuare ad esercitare il lavoro sessuale, quali fossero le norme di attenzione da adottare, ora è stato un po’ messo da parte perché ora la maggior parte delle colleghe non può lavorare e quindi i metodi di attenzione hanno a che fare con questo, con fare conversazione negli hotel, fare assemblee, fare giornate di pulizie, parlare della riconfigurazione che ci sarà dopo la quarantena e dopo la pandemia riguardo al nostro lavoro, perché noi già lo stiamo vedendo. C’è un mutamento del lavoro in generale e noi affronteremo la mancanza di clienti, l’idea dell’igienizzazione, anche il controllo sanitario, il controllo che si fa sulla persona che non ha la mascherina, che non hai i guanti, che non si lava le mani. Succede anche a noi quando andiamo negli hotel e ci facciamo delle foto e non abbiamo la mascherina, ci sono un sacco di persone che ci scrivono di metterci la mascherina, ma non dicono niente della situazione in cui vivono le nostre colleghe. Quindi io preferisco non usare la mascherina sapendo che sono le mie colleghe e che la prima cosa di cui ci dovremmo preoccupare è se queste colleghe hanno i soldi per comprarsi una mascherina, se queste colleghe hanno gli strumenti di igiene basici per potersi igienizzare le mani, per avere gel igienizzante. Ma la gente, dato che la mascherina è diventata oggi come oggi un oggetto sociale per cui se non ce l’hai ti guarda male per strada, se non hai la mascherina ti evita, e lo stesso noi quando andiamo negli hotel per pulire non abbiamo i guanti, anche lì c’è questo sguardo di rimprovero per suggerirci costantemente quello che dobbiamo fare e questo è quello di cui parliamo con le colleghe. Qui per esempio la settimana scorsa abbiamo attaccato i volantini nella casa di AMMAR, per esempio noi solitamente beviamo molto mate, e da ora in poi non si berrà più il mate in gruppo, ed è molto difficile rispettare questa regola, quindi se ci dimentichiamo c’è sempre qualcuna che ci dice «No, ricordatevi che non dobbiamo bere il mate insieme!», quindi lo abbiamo sostituito col thè. Lo stesso riguardo ai rossetti, noi ci prestiamo a vicenda i rossetti e le colleghe, con le dottoresse di AMMAR,  hanno parlato anche di questo, cioè che non possiamo scambiarceli, le fumatrici non possono fumare la stessa sigaretta. Facciamo molta fatica ad abituarci, però cerchiamo di rispettare le regole.

Giu: Senti, il tuo libro uscirà?
Ge: il mio libro sta facendo la quarantena.
Giu: Qui lo stiamo aspettando.
Ge: È difficile poterlo finire perché dedichiamo molte ore alla militanza e all’attivismo all’interno dell’organizzazione e sono davvero poche le ore di svago che ci concediamo. Infatti, quando torniamo a casa continuiamo a parlare al telefono, continuiamo a organizzare l’agenda per il giorno successivo. Questo già accadeva prima della quarantena, ora sono aumentate ancora di più le attività e le giornate estremamente intense che ci sono in tutte le AMMAR a livello nazionale ed è molto difficile trovare del tempo in cui si è riposate e con la testa a posto per scrivere quello che vorrei scrivere in questo libro. Che possa essere utile per tutte le lavoratrici sessuali, non che converta la mia vita nella rappresentazione di tutto il collettivo perché sarei soltanto egoista. Quello che ho passato e ho visto con il lavoro sessuale è la mia esperienza, di Georgina. E vorrei che il libro fosse uno strumento collettivo, che possa raccontare quello che noi gestiamo continuamente in modo collettivo, altre storie, non soltanto la mia che già conoscono quasi tutti. Ci sono storie di altre colleghe che credo debbano iniziare ad avere visibilità, credo che debba essere riconosciuto e valorizzato il loro attivismo e le ore che dedicano all’organizzazione per migliorare la qualità di vita di molte colleghe e molti colleghi.

Giu: Ti ringrazio ancora molto per il tuo tempo e grazie, grazie mille. È stato uno dei giorni più belli della mia vita, della quarantena sicuramente, e credo anche della mia vita!
Ge: Grazie mille!
Giu: Seguite Georgina e AMMAR sui social e appoggiate la sua lotta!
Ge: Si, appoggiate tutte le lavoratrici sessuali e tutte le organizzazioni. Scoprite chi sono Pia Covre e Carla Corso e leggete i loro libri, Carla ha scritto moltissimi libri, seguite sui social Pia Covre e Ombre Rosse, collaborate anche con la campagna che hanno fatto per il collettivo di lavoratrici sessuali migranti e avvicinatevi alle organizzazioni di lavoratrici e lavoratori sessuali, ché siamo molte a livello internazionale e tutte, tutti e tuttu chiediamo esattamente lo stesso: depenalizzazione del lavoro sessuale, riconoscimento del nostro lavoro, diritti lavorativi e che nessuno parli più per noi.
Giulia: Ciao e grazie per averci seguito.

Traduzione a cura di Alessia Palermo e Antonella Aloia.

Giulia Zollino si è laureata in antropologia ed è un’operatrice di strada nonché un’educatrice sessuale. Su Instagram cura un profilo in cui racconta la sua professione con ironia e disincanto per informare e aiutare a de-stigmatizzare il lavoro sessuale.

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