Putitalks – Maria Midori: l’importanza di fare rete

Putitalk è una serie di interviste realizzata su Instagram da Giulia Zollino tra la fine di marzo e la metà di maggio 2020 in cui ha ospitato sex worker e alleate per condividere la situazione lavorativa e sociale durante la pandemia da Coronavirus nei propri Paesi. Le interviste sono disponibili in versione video in lingua originale sottotitolata in italiano nella InstagramTV di Giulia, con la quale abbiamo deciso di rendere disponibili le chiacchierate anche in forma testuale, per permettere una fruizione a tutto tondo del suo progetto.
Quella che segue è la chiacchierata con Maria Midori, antropologa e lavoratrice sessuale messicana, che ha parlato della situazione in Messico.

agit-porn

Putitalks – Giulia Zollino intervista Maria Midori

G: Grazie per essere qui. Sono molto felice.
M: Anche io sono felice.
G: Il tema di cui parleremo oggi sarà sex work e il covid 19 in Messico. Anzitutto mi piacerebbe che ti presentassi e che presentassi anche AMETS.
M: Mi chiamo Montserrat Madrigal, ma nel mondo del lavoro sessuale tutti mi conoscono con il nome d’arte Maria Midori. Sono una lavoratrice sessuale da quando avevo 19 anni. Cominciai in case di appuntamenti e da 5 anni lavoro con i social. Da poco mi sono laureata in Antropologia Sociale: siamo colleghe!
AMETS sta per “Alleanza messicana delle sex worker” ed è un nuovo collettivo di donne che esercitano lavoro sessuale, a luglio compiremo 3 anni dalla prima riunione. Ad AMETS cerchiamo di dare visibilità e sfatare i miti sul lavoro sessuale attraverso le parole e le esperienze dei/delle protagonist* principali del mercato del sesso. Allo stesso tempo cerchiamo di creare spazi virtuali e fisici dove le/i sex worker possono rivolgersi e in cui creare una rete e relazioni solide tra di noi. Inoltre, in questi spazi riflettiamo su ciò che significa essere una lavoratrice sessuale per poter generare una consapevolezza politica all’interno del nostro settore.

G: Per capire un po’ meglio il contesto, che modello di legge c’è in Messico riguardo al lavoro sessuale?
M: In Messico non c’è una legge sul lavoro sessuale. Non c’è nemmeno una legge che prenda in considerazione il concetto di “prostituzione”. In effetti, noi che ci occupiamo di sex work, sappiamo che il termine “prostituzione” non è il più adatto, ma si continua a usarlo sia in ambito accademico che in politica e nel giornalismo. Il Messico ha un’impronta proibizionista. Esiste una legge a livello federale per prevenire, sanzionare e sradicare la tratta di esseri umani. Il problema però è che all’interno di questa legge ci sono alcuni articoli in cui si stabiliscono dei criteri che ci compromettono nel momento in cui si definiscono i delitti, causando la criminalizzazione delle lavoratrici sessuali e considerando dei “favoreggiatori” di questa attività persone come i parcheggiatori delle case di appuntamenti, i camerieri o le persone che si occupano delle pulizie. In particolare, ci sono due articoli nella legge che attirano molto l’attenzione: il primo articolo riguarda il consenso e dice che se la “vittima” dichiara che era lì per sua volontà non si terrà in considerazione la sua dichiarazione; il secondo articolo dice che saranno accusati di questi reati anche coloro che in qualche modo favoriscono o collaborano in questa attività, che – come dicevo – non è detto che siano degli sfruttatori, ma sono semplicemente persone che lavorano lì. Quindi c’è questa legge federale contro la tratta, ma i governi locali hanno la facoltà di stipulare le proprie norme rispetto al lavoro sessuale e la maggioranza sono norme di stampo proibizionista presenti nei codici civili delle città. Molte di queste prevedono multe che sono solo per le sex worker.
G: ci sono posti dove è proibito esercitare il sex work? Per esempio, si può esercitare per strada?
M: È tutto come in un limbo. Per esempio a Città del Messico nel 2013 si è ottenuto un ricorso contro una legge di cultura civica che sanzionava il lavoro sessuale. Un gruppo di lavoratrici sessuali, attraverso un’associazione, ha presentato un ricorso. L’assessorato del lavoro della città ha fornito loro delle credenziali che le identificavano come lavoratrici non salariate. L’anno scorso sono riuscite a far abolire l’articolo che sanzionava il lavoro sessuale ed è stata presentata una proposta di legge per regolare il lavoro non salariato che contiene articoli che riguardano anche il lavoro sessuale, ma è tutto in forse quindi il tema non è ancora chiuso e ciò fa sì che ci sia violenza da parte della polizia, ecc. Non c’è nulla di concreto.

G: Qual è adesso la situazione dei/delle sex worker? Ci sono collettivi più emarginati? Ci sono collegh* che hanno iniziato con il telelavoro sessuale? Cosa sta succedendo?
M: A partire dalla contingenza sono successe tante cose, di cui ci siamo accorte strada facendo. Il primo è che le colleghe della strada si sono avvicinate a noi, soprattutto una mia collega più anziana che era preoccupata perché è in un’età a rischio rispetto al Covid-19. Abbiamo iniziato a fare una colletta basandoci anche sul lavoro che avevano fatto per esempio le colleghe in Spagna, dato che lì e in altri Paesi hanno iniziato prima di noi. Qui è arrivato tutto un po’ più tardi. Andando avanti con la colletta ci siamo rese conto che c’erano altre fasce vulnerabili oltre a quelle della terza età, come le immigrate che non hanno una casa. Qui la raccomandazione è di rimanere a casa, ma c’è chi non ce l’ha, quindi ci siamo accorte di queste cose. Ci siamo anche accorte della popolazione sieropositiva. Ci siamo quindi rese conto che forse avevamo bisogno di più aiuto di quanto pensassimo. Inoltre molte colleghe hanno iniziato con il telelavoro sessuale. Alcune non avevano mai esplorato questa modalità, ma ora sembra quasi un secondo boom del mondo digitale. Questo ci ha permesso di scoprire molte cose come la difficoltà nel districarsi tra le varie piattaforme perché magari sono in lingue che non conoscono, quindi hanno bisogno di un po’ di sostegno. Durante il percorso ci siamo accorte di un sacco di mancanze a cui abbiamo dovuto prontamente rimediare. In pratica è stato come dover riformulare tutta la struttura del nostro lavoro.

G: Ci sono lavoratrici e lavoratori che hanno continuato a lavorare?
M: Sì, c’è un settore che ovviamente non può fermarsi perché molte vivono alla giornata. Si crede che le sex worker abbiano una grande abilità nel risparmiare, non so perché. Però non sempre si può. C’è una grande varietà di persone, con necessità diverse, quindi ci sono colleghe che hanno dovuto continuare a lavorare, cercando nuove forme per portare avanti il sex work e cercando il metodo per ridurre i rischi di contagio. Il lavoro è diminuito molto, entrambe le parti hanno paura. È aumentata la violenza da parte della polizia, se di solito perseguivano le sex worker ora la polizia perseguita anche i clienti, e questa è un’altra questione che è sorta ora e che dobbiamo risolvere, non possiamo lasciare che ciò accada. All’inizio avevamo un piano, ma nel corso del tempo abbiamo dovuto modificarlo in base alle necessità che sono venute fuori.

G: Oltre a AMETS ci sono altre associazioni di sex worker? Ora cosa stanno facendo per appoggiare le/i collegh*?
M: Sono contenta che tu me l’abbia chiesto perché proprio per la nostra colletta di AMETS stiamo collaborando con un’altra associazione che si chiama CAIT (Centro di Attenzione per le Identità Trans) e anche con colleghe del settore civile, come esperte in comunicazione e antropologhe che ci stanno supportando. C’è una persona che si chiama Polo che ha un progetto che si chiama il “condón-móvil” (preservativo mobile) con cui distribuisce preservativi nelle zone in cui si esercita il lavoro sessuale. Poi c’è la “Brigada Callejera” (brigata di strada) che è l’organizzazione che nel 2013 cercò di bloccare la legge di cui ti ho parlato prima. Loro stanno lavorando nelle mense dei/delle pover*, stanno dando supporto, viveri. Hanno anche partecipato in qualità di mediatrici, assieme a noi, in un programma del governo, il quale ha concesso un aiuto – che ha lasciato molto a desiderare – che consisteva in una carta di credito di sostegno che è stata consegnata un mese fa, ma in molte carte i soldi non sono mai arrivati. Quindi abbiamo dovuto fare pressione affinché consegnassero i fondi, abbiamo dovuto insistere.
G: Sono carte di credito che il governo ha consegnato alle/ai sex worker?
M: Sì, è una carta denominata “sostegno emergenziale per il Covid”, infatti è stata consegnata a varie persone, non solo alle sex worker. È stato però un bell’impegno perché abbiamo passato un mese scrivendo insistentemente per chiedere, per favore, che mandassero i soldi. Si impara anche da queste situazioni, ma non è piacevole che accadano.

G: Un altro tema che trovo interessante è la risposta dei media. Stanno parlando della situazione che stanno vivendo le/i sex worker? Se sì, che tipo di rappresentazione stanno veicolando? Delle lavoratrici come vittime, poverine, pericolose?
M: A noi che stiamo lavorando al progetto della colletta si sono avvicinati molti media e ne abbiamo approfittato per avere più visibilità e ottenere più sostegno e donazioni. Siamo state molto precise nel confronto con loro per mettere in chiaro cosa vogliamo e come ci piacerebbe che parlassero di noi. Abbiamo posto delle condizioni. Fino a ora abbiamo sempre cercato di combattere le rappresentazioni scorrette. Abbiamo fatto del nostro meglio anche se sappiamo che poi gli editori pubblicano gli articoli con titoli terribili. Questa è una lotta culturale su cui stiamo lavorando a poco a poco per cambiare questa parte, per questo abbiamo posto delle condizioni nel momento in cui i giornalisti vogliono parlare di noi.
G: Com’è lì il tema della stigmatizzazione del sex work? A livello sociale e culturale il sex work è percepito come lavoro normale o no?
M: Noto che è ancora polarizzato. In generale è ancora molto stigmatizzato, forse in alcuni settori sociali sta perdendo forza, ma in generale sì. Proprio in questo periodo in cui ho lavorato per la colletta, mi sono imbattuta in molti commenti del tipo “Andate a lavorare!” quando noi in realtà stiamo già lavorando o commenti del tipo “Ve lo siete cercato!”, “Ve lo meritate!”, ma dall’altro lato abbiamo trovato anche persone che hanno risposto alla nostra richiesta di aiuto. La colletta è partita benissimo e ha superato le nostre aspettative, ma allo stesso tempo sono aumentate le necessità. Non vogliamo che si arresti questa spinta di aiutare e per questo continuiamo a diffondere il progetto. Credo che, per esempio, la colletta abbia dato visibilità alle lavoratrici sessuali della terza età. La gente ha in mente uno stereotipo ben preciso delle sex worker, che non rispecchia la realtà, quindi molta gente ha avuto la possibilità, per la prima volta, di conoscere le varie realtà e di motivarsi ad aiutare.

G: parlando di occasioni, credi che questo momento sia l’occasione giusta per consolidare maggiormente il movimento delle/dei sex worker? Per fare in modo che chi magari prima non aveva una coscienza politica ora si senta parte integrante del movimento?
M: Credo di sì. Ho notato che ci sono categorie di sex worker che hanno bisogno di sostegno, che arriva loro solo a metà, come le carte che ha consegnato il governo. Non vedono una via d’uscita, però se vedono che ci sono delle colleghe che le aiutano e sostengono si creano delle reti. Il fatto che stiamo collaborando con altre associazioni, con persone della società civile e altre colleghe che si sono unite alla causa, ha fatto in modo che poco a poco si creasse quella coscienza del settore.

G: Ho chiesto ai/alle miei/mie follower se avessero domande da farti. Qui ne ho una: vorrei sapere la relazione tra le rivendicazioni delle sex worker e la critica decoloniale in Messico.
M: Non lo so. Forse al momento non si va tanto in quella direzione. Qui ancora non c’è molta politicizzazione all’interno del settore del lavoro sessuale. Ora stiamo lavorando alla colletta con un’associazione che lavora a contatto con sex worker trans e sento che – per lo meno qui in Messico – la comunità trans ha un’esperienza molto forte nell’attivismo. Loro hanno moltissima esperienza nel lavoro di comunità e ci hanno insegnato moltissimo. Non c’è quindi un attivismo così forte nel mondo del sex work, ci sono nicchie in cui c’è, ma non è una cosa generalizzata. In queste nicchie si affrontano questi temi, ma non sono generalizzati. Credo che la rivendicazione in questo momento sia molto legata al femminismo, ha a che fare con le questioni di genere e del femminismo e transfemminismo, anche se in alcune nicchie può essere che si affrontino anche temi come la critica decoloniale.

G: Com’è il tema dell’abolizionismo in Messico? Come rispondete?
M: L’abolizionismo ha avuto un impatto sull’esercizio del lavoro sessuale. Per esempio la legge contro la tratta fu fortemente voluta dal settore abolizionista e ovviamente ha avuto un forte impatto ed è stato uno dei momenti in cui mi sono politicizzata perché io lavoravo in una casa di appuntamenti e appena entrò in vigore quella legge cercarono di chiudere questi posti. Mi trovai senza lavoro e lì ho iniziato a esplorare i social e Internet per lavorare. Cinque o sei anni fa è stata fatta una nuova costituzione per Città del Messico in cui si voleva introdurre il tema del lavoro sessuale, ma si è messo in mezzo l’abolizionismo e alla fine non l’hanno fatta. Ci furono molte iniziative delle abolizioniste che hanno impedito al tema di emergere. Anche l’anno scorso quando ci fu l’iniziativa per regolare il lavoro salariato, in cui c’era l’articolo sul lavoro sessuale, l’abolizionismo è risorto, prendendo di mira il deputato che aveva avanzato la proposta. Gli diedero del ruffiano e fecero i soliti discorsi dell’abolizionismo. Quindi l’iniziativa è ancora in forse, speriamo. Da allora siamo state molto dietro a questa proposta, abbiamo fatto varie riunioni con il deputato per revisionare tutta la legge e, con varie associazioni, abbiamo presentato un documento di osservazioni della cittadinanza dove abbiamo messo tutte le correzioni che ritenevamo pertinenti, ma niente, è ancora tutto in forse.

G: C’è una domanda sul significato della parola “puttana”. Tu credi che dovremmo riappropriarci del significato di questa parola o semplicemente smettere di usarla?
M: Credo che sia importante riappropriarsi delle parole. Credo che da diverse intersezioni ci siamo già riappropriate di alcune, per esempio qui si usa la parola “prieta” per riferirsi in modo dispregiativo alle persone con la pelle scura e noi la usiamo per autodefinirci. Così si rompono quei discorsi in cui qualcuno decide cos’è negativo. Essere una puttana non ha nulla di male, non vedo il perché dovrebbe essere qualcosa di negativo. Credo anche che riappropriarsi dei termini vada a braccetto con la rivendicazione. Capisco che ha a che vedere anche con gli spazi, sappiamo che in certi spazi è forse più adeguato usare il termine “lavoratrice sessuale”, però noi che riflettiamo in quanto lavoratrici sessuali sulla parola “puttana”, crediamo che abbia senso riappropriarsene. Per noi è più facile darle un senso.

G: Cosa vorrebbero le sex worker?
M: La prima cosa che vogliamo è che smettano di criminalizzarci e che ci lascino lavorare in pace. Credo che nessuna di noi desideri essere protetta dal governo né tantomeno che ci dicano come dobbiamo lavorare, ma sappiamo che dobbiamo negoziare. La cosa principale è questa, che ci lascino lavorare senza criminalizzarci. Quando si farà una distinzione chiara tra sex work e lo sfruttamento della prostituzione e la tratta, la gente si accorgerà che non è come pensavano, perché solitamente si raggruppa tutto sotto la stessa sfera di oscurità e stigma. Penso che a molte lavoratrici sessuali interessi la legge, che vengano riconosciuti i nostri diritti, ma ci interessa molto la lotta culturale, per avere non solo sicurezze a livello giuridico ma anche a livello sociale, non si può continuare a giustificare le violenze su di noi solo per il lavoro che facciamo.

G: Come possiamo appoggiare la colletta da qui?
M: potete cercaci sui social, potere googlare AMETS Mexico. Sui nostri social ci sono tutte le informazioni per donare, abbiamo un account Paypal, quindi potete donare anche se non siete in Messico. Credo inoltre che il settore civile possa parlare di questo argomento, indirizzare chi è un po’ spaesato, affrontare la questione.

G: Cè una domanda sulla polizia: “È violenta nei confronti dei/delle sex worker? Quale categoria è più colpita?”
M: ovviamente il gruppo che subisce più aggressioni è quello che lavora in strada. In particolare le colleghe trans e quelle immigrate sono le più aggredite, perché sono più vulnerabili. Sanno che per esempio le colleghe trans forse vivono sole, isolate dalla famiglia, quindi le percepiscono meno protette e più isolate e deboli. La stessa cosa succede con le migranti. In generale è il settore della strada quello più soggetto ad aggressioni. In realtà anche noi che lavoriamo su Internet non sempre ci “salviamo”, perché magari incontri i clienti in un hotel e all’uscita c’è la polizia che ti aspetta. Loro [la polizia] cercando le loro forme per continuare a danneggiare coloro che riescono a raggiungere.

G: Quanto è forte la connessione tra associazioni di sex worker a livello internazionale?
M: credo che a livello internazionale ci sia una buona connessione. Noi come AMETS abbiamo avuto moltissima fortuna, dopo pochi mesi dalla fondazione, di poterci unire a RedTraSex che è l’associazione di sex worker dell’America Latina e Caraibi. Con loro abbiamo imparato molte cose e abbiamo fatto molti workshop sulla pianificazione strategica, su come iniziare a lavorare in gruppo. Nessuna di noi aveva idea di come si facevano queste cose. Eravamo solo un gruppo di lavoratrici sessuali, di puttane con coscienza politica, ma non avevamo esperienza. Quindi abbiamo avuto molta fortuna che la rete ci invitasse a lavorare con loro. Da lì abbiamo iniziato a collaborare anche con altre associazioni come CAIT che, come ti dicevo, si occupano di persone trans, da loro abbiamo imparato molto e abbiamo visto che anche loro hanno le loro reti di comunicazione con altri collettivi di donne trans. Vedo che la connessione c’è e che funziona molto bene. Credo che, nei momenti di crisi spicchino di più queste reti. Ora le stiamo usando tantissimo.

G: Vedete lontana la possibilità di una buona tutela per le lavoratrici sessuali in Messico?
M: Non tanto lontano, a Città del Messico, perché sono nate molte iniziative soprattutto in questi ultimi 10 anni. Questo perché Città del Messico è una città progressista, o almeno così si definisce, ma non in tutto il Paese le leggi sono uguali, come per i matrimoni tra persone dello stesso sesso. In Città del Messico le conquiste sociali si vedono prima, nel resto del Paese le cose sono più lente anche per il problema della criminalità organizzata e la questione della migrazione verso gli Stati Uniti. C’è anche la questione di come si esercita il lavoro sessuale in altre zone. Ci sono gruppi di criminalità organizzata che controllano le zone di lavoro, quindi ci sono posti dove è più complicato lavorare. Facciamo un passo alla volta e speriamo che le iniziative della Città del Messico vadano in porto.

G: C’è una domanda sul porno: “Come funzionano le case produttrici di porno in Messico? Lavorano con più facilità?”
M: In realtà non so bene come sia regolato il mondo del porno. Vedo che le case produttrici lavorano come sempre, non ce ne sono neanche tante, e la maggior parte lavorano in modo molto amatoriale, non c’è molta normativa neanche in questo settore comunque. Non c’è una vera e propria legislazione semplicemente si fanno accordi privati, quindi ci possono essere mille forme di negoziare e lavorare.

G: È possibile che il lavoro delle associazioni di sex worker elimini la criminalizzazione e la tratta?
M: Per cominciare, se ci fosse una distinzione tra ciò che è il lavoro sessuale e ciò che è lo sfruttamento lavorativo e la tratta si potrebbero migliorare i criteri e protocolli per occuparsi in modo più efficacie della questione. Perché molte volte, applicando la legge contro la tratta, sono stati chiusi molti spazi in cui non c’era sfruttamento, ma secondo i criteri della legge sì. Quindi credo che facendo quella distinzione, si possano migliorare i protocolli. Alla fine dei conti con l’applicazione di questi criteri, noi finiamo per essere il capro espiatorio. A me è successo che durante una retata in una casa di appuntamenti fui registrata come vittima. In quella situazione mi sono accorta che ero il capro espiatorio di tantissime cose che si nascondono. Per questo credo che la distinzione sia molto importante per migliorare i protocolli. Dall’altro lato credo che noi lavoratrici attiviste, che abbiamo una coscienza politica, siamo incaricate di questioni di cui non dovremmo farci carico, come il fatto di sradicare la tratta. Quello per cui lottiamo è il riconoscimento dei nostri diritti. Non siamo delle eroine né per sradicare la tratta, curare l’HIV, né per altre cose. Ovviamente siamo disposte ad abbracciare questa lotta ma non vogliamo dimenticarci la nostra.

G: Per quanto riguarda la battaglia culturale contro la stigmatizzazione, dove credi che sia meglio portarla avanti? All’università, a scuola, in alcuni luoghi specifici?
M: Credo ci siano ambiti che raggiungono un pubblico maggiore, come le università o il giornalismo, anche l’ambito politico, attraverso l’utilizzo di termini adeguati soprattutto nel momento di scrivere le leggi. Ma bisogna anche lavorare sul campo, andare in strada, fare workshop, fare un lavoro più di strada. Ovviamente ci sono quegli spazi che raggiungono più persone, ma io sono fermamente convinta che sia importante il lavoro dal basso. Poi probabilmente questi discorsi in ambito giornalistico e accademico possono risultare difficili per alcune persone, quindi se si portano a un piano più basso, è più facile capirne il senso. Inoltre è importante che siamo noi a portare la nostra parola in strada e non un politico, un professore, un giornalista.

G: Parlando di antropologia, volevo chiederti se hai qualche libro sul lavoro sessuale che vuoi consigliarci.
M: “Comercio sexual y discurso sobre trata en México” di Marta Lamas. È un saggio di varie colleghe antropologhe che hanno parlato del tema della tratta e di come questo influenzi il lavoro sessuale da varie prospettive, per esempio dalla frontiera Sud e Nord. È un saggio abbastanza ampio, quindi lo consiglio per conoscere meglio il contesto in Messico.
G: Grazie, è stato molto bello e utile.
M: Sono molto contenta di aver scoperto che siamo colleghe!
G: Sì! Mi è piaciuta molto la tua bio che dice “antropologa sociale per vocazione e lavoratrice sessuale per convinzione”. Grazie mille ancora e spero che a voi che state guardando sia piaciuto. Grazie per il tuo tempo, per questa chiacchierata. Grazie mille.
M: Grazie per lo spazio. Abbracci!
G: Abbracci da qui.

Traduzione a cura di Michela Cavallero.

Giulia Zollino si è laureata in antropologia ed è un’operatrice di strada nonché un’educatrice sessuale. Su Instagram cura un profilo in cui racconta la sua professione con ironia e disincanto per informare e aiutare a de-stigmatizzare il lavoro sessuale.

Buy Me a Coffee at ko-fi.com

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *