Sesso da paura – Calvaire

Un vero e proprio “Calvaire”: pellicola franco-belga del regista Fabrice Du Welz uscita nel 2004. Un horror davvero sottovalutato, che tra gli aspetti tipici del genere e i richiami alla cinematografia d’autore ci fa venire una gran voglia di metterci a piangere sotto la doccia.

“Calvaire” è la vicenda del giovane cantante-animatore Marc, un artista che si esibisce in centri per anziani. Il suo pubblico lo ama, tanto che Marc viene quasi molestato dalle sue fan tramite spinte avance e versioni ante litteram al femminile delle contemporanee dickpic. Il suo personaggio è molto interessante in quanto privo di ogni tipo di spunto: Marc è solo un performer, non ha un passato, non si accenna a un suo presente, è un uomo hic et nunc che non crea nello spettatore nemmeno una parvenza di curiosità.  È quello che ci viene rapidamente presentato, e tale rimane: un vero e proprio oggetto immutabile.

Il film rientra a pieno titolo nella categoria dell’horror psicologico: le scene di violenza non sono quasi mai palesi, e anche la violenza in sé è più contestuale e meno legata al provocare reale sofferenza fisica. I suoni, le immagini, i richiami ideali sono molto più disturbanti delle scene splatter, che mancano quasi del tutto.

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“Calvaire”, F. Du Welz, 2004

I fatti si svolgono in modo piuttosto prevedibile, con un classico ribaltamento del ruolo forte-debole, richiamando grandi classici del genere (“Non aprite quella porta” 1974): Marc, diretto verso un ospizio in cui deve esibirsi per il giorno di Natale, resta in panne con il furgone e cerca rifugio in un sinistro albergo sperduto in mezzo ai boschi, gestito dall’anziano Bartel, un ex comico rimasto solo e triste dopo la scomparsa della moglie (ridi pagliaccio, nda).  Marc non diventa il concorrente di un gioco al massacro, ma piuttosto di una corsa all’imbestiamento: l’apice è l’arte, anche se già inserita in un contesto piuttosto grottesco, e il resto della vicenda è una rapida discesa verso gli istinti più bassi degli uomini (in questo caso intesi proprio come esseri umani di sesso maschile).

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“Calvaire”, F. du Welz, 2004

L’uomo-oggetto Marc diventa sempre meno persona nel corso del film. In balia della situazione, che degenera continuamente, viene sottoposto a un calvario che lo porta a incarnare quello che in una società primitiva di soli uomini è la ragione del conflitto e della dimostrazione del potere: una donna. Marc è la donna di tutti, ha il valore di una bestia da soma ed è conteso in una gara animalesca che si svolge nei suoni angoscianti che partono come lamenti umani e finiscono per diventare grugniti continui e ossessivi di una scrofa affamata tenuta al guinzaglio dal suo padrone: una vera e propria troia senza forma.

Il villaggio in cui si perde Marc è un non-luogo dimenticato da chiunque, in cui viene a contatto solo con un ragazzo disabile e un uomo anziano. Fino a quando non diventa necessaria la rivendicazione: a quel punto la collettività esce dalla sua tana losca, in un susseguirsi di scene di grande impatto, degne della più bieca deformazione fiamminga, con luci fredde e chirurgiche e improbabili danze che consacrano l’abbandono di qualsiasi forma di civiltà per scivolare del tutto nella dimensione animalesca che da quel momento in poi diventa la componente principale: uomini-animali che si azzuffano per il primato sulla donna, in un’allucinazione collettiva che toglie del tutto l’identità e rende tutti ugualmente animali e ugualmente uomini.

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“Calvaire”, F. du Welz, 2004

“Calvaire” è uno di quegli horror che sono passati piuttosto inosservati, complice anche un’uscita nelle sale in un periodo in cui ancora Internet non era così preponderante nel cinema, ma merita attenzione: disturbante quanto basta, lo diventa toccando i tasti dell’animalesco, portando a galla un immaginario non troppo immaginario in cui tutti siamo bestie alla pari del maiale, figurato come carne da macello senza dignità.  Il maschio e la femmina sono solo due concetti ideali, che perdono ben presto significato e diventano solo parole che si perdono in un orizzonte suino di bifolchi senza denti, in cui l’intelletto è una qualità effimera.

Dalla parola al grugnito è un attimo, come recitano i fantastici BettiBarsantini:

Se quando ti svegli
c’è una gran puzza di sangue
e la sera prima
nessuno ha macellato
il maiale sei te

 

Stefania Ratzingeer

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