Intervista Ribelle a Inside Porn

Fino a ora le “Interviste Ribelli” hanno avuto come protagonista una persona, mentre oggi ho il piacere di ospitare un collettivo formato da tre giovani donne che ho conosciuto personalmente qualche mese a Firenze durante il Festival della Sessuologia. Si tratta di Maria Giulia Giulianelli, Giulia Moscatelli e Arianna Quagliotto ovvero le ideatrici del progetto Inside Porn, nato all’Università di Bologna per poi affacciarsi al mondo non accademico.

Fuori dall’Università, dentro il porno:
Inside Porn ha deciso di parlare a tutt* del genere cinematografico più discusso e censurato.

Prima di unirvi nel collettivo Inside Porn qual era la vostra relazione con la pornografia?
Possiamo dire che l’aver fondato Inside Porn coincide con l’inizio del nostro percorso di approfondimento della pornografia, almeno per quel che riguarda l’audiovisivo; infatti, studiando tutte arti visive, non eravamo estranee all’uso del linguaggio pornografico in ambito artistico, fotografico e letterario, ma solo quando ci proposero di condurre una ricerca etnosemiotica abbiamo affrontato quella che comunemente possiamo trovare sulle piattaforme come PornHub.

Perché avete deciso di iniziare questo progetto?
Come suggerisce il nostro nome (Inside Porn, Dentro il Porno), il nostro desiderio è da subito stato quello di capire meglio il mondo della pornografia partendo da chi quel mondo lo costituisce. La scoperta è stata grande per quanto scontata: a fianco del classico porno mainstream era in movimento tutto un altro tipo di pornografia dichiaratamente legata a una maggiore inclusività delle possibili sfumature della sessualità.
Non volevamo un porno che categorizasse il proprio pubblico, ma che — al contrario — lo rappresentasse. 

Quali sono gli obiettivi e le modalità di Inside Porn?
Principalmente cerchiamo di creare degli spazi in cui si possa parlare di temi e questioni legati alla sessualità, aspetto della nostra vita che, purtroppo, a livello istituzionale, difficilmente viene affrontata in maniera consapevole e costruttiva. Promuovere la visione collettiva di prodotti pornografici ha molte valenze: in primo luogo culturale, cosa su cui ci battiamo molto. La pornografia viene considerata oscena e quindi poco degna di essere rappresentata, figuriamoci con una proiezione pubblica. Viene relegata alla sfera intima e molte persone, fra quelle che lo fanno, non ammettono di masturbarsi guardando porno. Attraverso le nostre serate vogliamo dimostrare l’esistenza di una pornografia che invece crea anche dei discorsi politici e sociali e, che ci crediate o no, esteticamente non ha nulla da invidiare ad altri generi cinematografici. L’obiettivo principale è riuscire a coinvolgere il pubblico, stimolarlo a un dibattito intorno a quello che hanno visto e a come vivono la propria sessualità e quella degli altri: il porno ti fa scoprire un sacco di cose e, se è vero che il diverso fa paura proprio per ignoranza, allora non c’è modo migliore che divulgare differenti punti di vista attraverso lo strumento che più li mette in scena.

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Ce l’ho Porno 2018, Inside Porn

La “fuoriuscita” dall’ambito accademico, all’interno del quale è nato Inside Porn, è definitiva o avete semplicemente ampliato il vostro obiettivo e quindi il pubblico di riferimento?
All’epoca della ricerca vera e propria eravamo tutte e tre studentesse universitarie, ora il nostro percorso accademico si è concluso però non vogliamo in nessun modo rifiutare quel mondo, anzi, vuoi mettere tenere una lezione sul porno all’università?! Pensiamo che l’ambiente accademico porti con sé una serie di codici che spesso entrano in conflitto con quella che è la nostra mission. Prima di tutto il linguaggio. Quando studiavamo semiotica non era semplice “tradurre” la nostra ricerca a chi se ne interessava: la semiotica ti costringe a un metalinguaggio molto specifico e per questo genere di temi è forse meglio essere un po’ più pop. Inoltre quando tenemmo una lezione all’interno di un ciclo di seminari dedicati alla ricerca, dovemmo censurare una penetrazione anale: se ci battiamo affinché la pornografia non sia più ghettizzata è necessario per noi non avere restrizioni su ciò che mostriamo. Gli spazi che ci hanno successivamente ospitate (Kinodromo, Cassero, Cinema Europa e altri) hanno dimostrato di avere completa fiducia nelle nostre rassegne e il pubblico che è intervenuto si è rivelato essere partecipe ed eterogeneo.

Che tipo di pornografia vi piace e vorreste divulgare?
Questa domanda può avere una duplice risposta: come studiose di pornografia potremmo affermare che ci piace tutta, come consumatrici preferiamo alcuni prodotti rispetto ad altri. Crediamo che tutta la pornografia abbia una sua dignità, ovviamente fintanto che per produrla ci si attiene alle basilari norme di consenso e sicurezza, ma siamo più interessate a divulgarne il lato meno conosciuto e standardizzato. Ciò che proiettiamo alle nostre serate sono porno che hanno una distribuzione più per festival che attraverso il web, tranne alcuni casi più celebri, come Erika Lust, per cui difficilmente vi si potrebbe accedere da casa propria. Vederli sullo schermo del cinema enfatizza l’esperienza catturando l’attenzione dello spettatore ponendolo in un contesto diverso dall’abituale visione domestica, aggiungi la possibilità di interagire direttamente con performer e registi presenti in sala e si può costruire uno spazio in cui parlare liberamente di sessualità.

Secondo voi la pornografia ha un valore pedagogico?
Può avere una valore pedagogico ma non deve per forza esserlo. Questo non vale solo per il porno, ma per qualsiasi mezzo espressivo. Alcuni produttori e performer sono sicuramente più consapevoli della sua possibilità educativa e rendono esplicito questo aspetto assumendolo come valore portante della propria produzione. Si parla molto della pornografia come primo vero approccio alla sessualità, prima ancora di un rapporto o di una relazione, quindi è inevitabile porsi delle domande in questo senso. In Italia l’educazione sessuale è spesso affrontata nel suo aspetto biologico, tralasciando completamente discorsi come il piacere o l’orientamento sessuale e il porno si rivela uno dei mezzi che più mette in gioco queste tematiche. Bisognerebbe fornire gli strumenti giusti a chi utilizza la pornografia come una sorta di “prima esperienza”, per comprendere quello che sta guardando, si parla alla fine di giovanissimi.

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Lunedì Porno al Cinema Europa (2018)

Conoscete il cosiddetto “porno femminista”? Se sì, ci spieghereste cosa lo distingue da altri tipi di porno?
Inizialmente, si parla degli anni ’80, il porno femminista si caratterizzava per il fatto di essere fatto da donne per le donne. All’epoca i film porno erano concentrati perlopiù sulla figura maschile e i “porno per donne” erano fatti da uomini che aggiungevano qualche “preliminare” in più alla scena di sesso. Nella maggior parte dei casi le prime registe e produttrici di porno femministi erano lavoratrici nell’industria pornografica, che decisero di creare da sé i propri film mettendo in primo piano il piacere femminile. Era proprio il fatto di assumere la donna non più solo come genere/organismo biologico davanti alla telecamera ma tutta la sua soggettività femminile, con il suo vissuto e il suo personale sguardo sul vivere la sessualità. Si trattava di rivendicare il proprio corpo, il piacere e il diritto ad amare il sesso esattamente come gli uomini. Con il passare degli anni il “porno femminista”, di pari passo con il femminismo stesso, ha ampliato il suo campo d’azione diventando più fluido e concentrando la lotta sui diritti di tutt*.

Il vostro ambito di ricerca e interesse è relativo solo alla pornografia cinematografica o alla letteratura in senso lato?
La ricerca è nata come specifica sul settore audiovisivo, ma con il passare del tempo abbiamo approfondito altri ambiti. Di fatto siamo interessate a tutte le espressioni possibili della sessualità, dal porno cinematografico alla fotografia, dalla performance all’installazione. Per quanto riguarda la letteratura siamo delle instancabili lettrici di testi relativi all’argomento, passione che cerchiamo di condividere attraverso “La piccola biblioteca del porno”, rubrica che esce nella nostra newsletter ogni mese con un titolo diverso per suggerire uno spunto di lettura al nostro pubblico: siamo sempre alla ricerca di altri autori per cui chiediamo ai lettori di agit-porn di consigliarci nuovi libri!

In cosa consiste “Ce l’ho porno” e come selezionate i film da proporre al pubblico?
Per quanto riguarda i normali eventi Ce l’ho Porno frequentiamo i festival nazionali e internazionali in modo da coinvolgerli per presentare una piccola selezione del loro programma a una nostra serata. Abbiamo per esempio organizzato due date in collaborazione con il Fish & Chips Film Festival e una con l’Hacker Porn Film Festival, così da poter fornire al nostro pubblico un assaggio del panorama pornografico indipendente contemporaneo.
La particolarità di questa stagione 2019/2020 è che, per la prima volta, abbiamo avuto la possibilità di curare una sezione di un festival, il Ce l’ho Corto Film Festival che si terrà a Bologna dal 28 al 30 Novembre, quindi di selezionare i cortometraggi attraverso una call pubblica aperta a tutti. Il modus operandi di entrambe le tipologie di selezione è sempre quella di pensare a una scaletta che dia spazio a diversi registri stilistici e a tipologie di opere, la selezione del festival rispecchia questa filosofia proponendo documentari, porno espliciti e corti di animazione. Ci piace scoprire con il nostro pubblico le infinite possibilità espressive della pornografia e approfittare dell’occasionalità del momento per conversare insieme.

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Maddalena Bianchi, Inside Porn e Son Braciola @ Lunedì Porno al Cinema Europa (2018)

Claudia Ska

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I film che ho visto all’Hacker Porn Film Festival

Dal 25 al 30 aprile sono stata a Roma all’Hacker Porn Film Festival dove ho visto 59 film e mezzo (uno era già cominciato, ehm) tra tutti quelli che sono stati proiettati.
Questo è il secondo festival di genere al quale partecipo e mi sono resa conto di quanto ciò che è comunemente intesa e definita pornografia sia limitata e spesso distante da quella che è una più ampia narrazione della sessualità.
Di seguito troverete una lista di film che mi hanno impressionata maggiormente, a prescindere dal fatto che possano essermi piaciuti o meno.

Rassegna di cortometraggi “No fucking”.
Fuck my tongue” (Grisele Amaury e Frankie Vega – Francia 2018) è un videoclip che dura soltanto un minuto e in cui si vedono bocche che si baciano. A mio parere il film più eccitante di tutto il festival: breve ma intenso!
Baby” (Elvie Snax – Stati Uniti 2018) ha per protagonista assoluta Manon Praline. Le scene sono montate in rewind e mi ha colpito lo sguardo in camera di Manon a fine video: commovente. «“Baby” è una storia di romanticismo omosessuale, ossessione, accettazione di sé radicale, libertà e vanità lesbica» (dalla sinossi del film).
Scrotalus” (Werther Germondari – Italia 2019) gioca con la fisionomia dello scroto, appunto, che viene rappresentato come un misterioso animale che si ritrae furtivamente nella propria “tana”.
Happy Birthday” (Savio Debernardis – Germania 2018) mette in scena una grottesca festa di compleanno, come suggerisce il titolo. Un film esilarante nella sua assurdità, che termina con la messa in scena del ballo di Salomè per Erode, al quale chiede la testa di Giovanni Battista.

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“Happy birthday”, Savio Debernardis

Rassegna di cortometraggi “BDSM”.
Nicole’s cage” (Josef Brandi – Germania 2017), raffinato e curato nei minimi dettagli, narra di una coppia in cui c’è un problema di comunicazione, laddove lei desidera mettere in scena un gioco di ruolo e lui sembra non volerci stare, mostrando più volte ritrosia. Un ottimo espediente per parlare di negoziazione all’interno di una relazione. Sagace e sorprendente.
Pregnant” (Ben Berlin – Germania 2019) affronta un doppio tabù: il sesso in gravidanza e in particolare il sesso bdsm. Pelle, manette, frustini, dildo, harness e infine lettini ginecologici, speculum e siringhe per un trio in cui la persona incinta domina con sicurezza la scena oltre che le compagne di giochi. Sfata il mito della donna incinta santificata e spesso martirizzata. Audace.
Toothcrush” (Marileo – Italia 2019) è un omaggio a chi si eccita guardando le persone che si lavano i denti. Un primissimo piano di una bocca e una mano che lava con perizia e forza i denti, fino al sanguinamento palesemente splatter e quindi cinematografico.

Rassegna di cortometraggi “Gorgeous Fucking”.
Dear babe” (Ethan Folk e Ty Wardwell – Germania 2018) è una dichiarazione d’amore epistolare, un gioco in cui i protagonisti sono amanti complici che si lasciano messaggi d’amore scritti mentre fanno sesso da soli e con altre persone.
The Chemo Darkroom” (Harvey Rabbit – Germania 2018) mi ha commosso più volte, tanto da non poter trattenere le lacrime. La regista e protagonista racconta il periodo in cui ha affrontato la chemioterapia alternando sogno, realtà e ricordo. Un’altalena tra sofferenza, desiderio e passione, un film vitale e potente, drammaticamente sensuale.

Cortometraggio “X-manas” (Clarissa Ribeiro – Brasile 2017).
Ambientato a Recife nel 2054, in un futuro dove per le strade notturne si aggireranno corpi dissidenti e marginalizzati riuniti per elaborare un piano atto a sovvertire lo status quo. La programmazione di una rivoluzione sociale e di genere anticapitalistica e antipatriarcale.

Documentario “Obscuro barroco” (Evangelia Kranioti – Francia, Grecia 2018).
Luana Muniz racconta Rio De Janeiro attraverso sé stessa e viceversa, la propria trasformazione e quella della città, mentre un clown solitario e spaesato si aggira per le strade durante i festeggiamenti del Carnevale, le manifestazioni per la rivendicazione dei diritti sociali, mentre la città si muove inesorabile. Un film il cui titolo riassume emblematicamente le atmosfere e gli scenari.

Rassegna di cortometraggi “Food porn”.
Happy Hour” (Werther Germondari – Italia 2019): il riposo di uno schiavo con tanto di maschera di pelle ancora addosso, che si rilassa con un bicchiere di vino e dei salatini che prende al volo in modo originale e bizzarro.
Cherry Cola” (Roxanne Drip – USA 2018) potrebbe essere un’ode alla bevanda più nota al mondo e contemporaneamente la sua dissacrazione. Cola ovunque, addosso, in bocca e perfino a mo’ di strap-on, con tanto di esplosione orgasmica finale. Per un sesso zuccherino e en plein air.
Tease Cake” (Poppy Sanchez – Germania 2019). Prodotto da Erika Lust e ambientato su un set che fa il verso ai film porno degli anni ‘70: colori pastello, tavola imbandita di dolci invitanti, tra i quali spiccano le torte sulle quali sono scritti tipici messaggi di cat-calling e un gruppo di amiche che banchetta con, sopra e fra di essi. Non ho capito se fosse la parodia di un certo tipo di porno o si ispirasse alle sue atmosfere caramellose, fatto sta che l’ho trovato lungo (21 minuti a scopare e ridacchiare in mezzo a panna e pan di spagna, anche meno!) e ripetitivo. Alla fine, nonostante il gioioso divertimento delle protagoniste, mi ha annoiato.

Rassegna di cortometraggi “Ultrafucking”.
Avevo molte aspettative da questo ciclo di film, ma la verità è che ne ricordo soltanto uno e la sensazione complessiva è di cocente delusione.
A dream of paper flowers” (Leila Jarma – USA 2016) ha una bellissima fotografia e mi ha colpito la sua delicatezza, il respiro della creatura simile a uno mostro alieno o a un enorme essere marino, che respira e ondeggia fino a partorire un corpo di donna.

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“Need you now”, Cremance

Rassegna di cortometraggi “No border – No humans”.
Need you now” (Cremance – Messico 2017) è una triangolazione tra una madre piacente, una figlia adolescente con la sindrome di down e un ragazzo poco più grande, albino, che le fa compagnia dietro compenso. Desideri, sogni, paure rappresentati in un’atmosfera surreale, dove un amplesso figurato con un cigno dà nuova vita.
Bonds” (Marileo – Italia 2019), vincitore come miglior cortometraggio italiano dell’Hacker Porn Film Festival, racconta le relazioni attraverso il bdsm in modo molto ironico e onesto. Monogamia, relazioni aperte, poliamore, sudditanza, giochi di ruolo, uno spettro variegato di modi per poter stare assieme cercando una quadra.
The wrong end of the stick” (Terri Matthews – Regno Unito 2016), uno dei più bei film del festival! Originale sia nella rappresentazione (è stata usata una tecnica mista), che nella trama. Racconta la storia di una coppia di mezza età nella quale il protagonista, un insegnante, scopre e vorrebbe conoscere una parte di sé per poterla condividere con la propria compagna, che però fa fatica ad accettarla. Mi ha commosso perché ha dipinto in modo semplice e profondo la relazione di due persone che si trovano a dover mettere in discussione sé stesse e la loro storia d’amore.

Lungometraggio “Conscious dream” (Morgana Mayer – Italia 2019).
Non mi ha colpito positivamente, anzi mi ha annoiato e, salvo la narrazione di vite sessuali e pratiche non conformi a quello che viene definito sesso vaniglia, trovo che ci fosse un certo autocompiacimento (Morgana Mayer altro non è che l’alter ego di Lucio Massa, direttore del Festival, che ha presentato da sé il film). Ci sono tanti modi per raccontare sessualità altre da quella che ci racconta la pornografia mainstream, questo film non brilla per qualità tecnica e originalità narrativa.

Documentario (estratto) “Pornology New York” (Michele Capozzi – USA 2005).
La parte che è stata proiettata all’Hacker Porn è quella dedicata a Lenny Waller e il suo club Hell Fire, tempio underground del sado-maso newyorkese, molto famoso tra gli anni ‘70 e ‘80 e al posto del quale, all’epoca in cui è stato girato il documentario, era stato aperto un ristorante italiano. Per buongustai/e di palati diversi, non c’è che dire!

Rassegna di cortometraggi “Animation Porn”.
Trovo che la pornografia animata riesca a essere davvero originale, brillante, capace di sperimentare molto più di quanto riesca a fare quella in live action, che forse si prende un po’ troppo sul serio.
In the dark” (Rory Midhani – Germania 2018) è un video musicale realizzato per un band russa, dove si racconta di ciò che accade in un cruisebar gay. Il titolo fa riferimento a buio delle dark room e in generale di questi locali.
It’s wet” (Alexis Godard e Nan Huang – Francia 2018) è la storia di una donna che si masturba allo specchio, mangia e defeca ininterrottamente, finché un evento impreviso la mette davanti all’evidenza che il mondo non ruota attorno a lei.
Queer Tiere” (Ana Angel – Germania 2017) è un altro video musicale, questa volta rap, i cui attraverso la sessualità degli animali scopriamo quanto sia queer il mondo e quanto sia naturale essere queer.
The Goddess” (Lisandro Schurjin – Argentina 2018) racconta il tentativo di una coppia di risanare un rapporto lacerato, una relazione dolorosa, e la cui vita sessuale è un alternarsi di tentativi di avvicinamento e al contempo motivo di allontanamento. Finché non entra in scena una Dea, che rivoluziona percezioni ed emozioni dei due protagonisti.

Documentario “Sex Worker’s Opera” (Manu Valcarce – Regno Unito 2015).
Sono arrivata che il film era iniziato da poco, ahimè. L’opera nasce come uno spettacolo teatrale nel quale un gruppo di sex workers che vivono a Londra, ma provengono da vari paesi, mettono in scena le proprie esperienze di lavoratrici sessuali raccontando stigmi, relazioni coi clienti e rappresaglie della polizia. Il regista si concentra sulla vita di tre di loro, sulle motivazioni che le ha spinte a scegliere di fare questo mestiere, a come vivono il proprio corpo, la propria sessualità, la relazione con la famiglia, col denaro, cosa pensano della politica. È stato davvero interessante e toccante perché si parla ancora molto poco e male di lavoro sessuale e questo spaccato autentico e talvolta doloroso mi ha permesso di ampliare le mie vedute a riguardo.

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“Pornodesehario”, Yla Ronson

Lungometraggio “Pornodehesario” (Yla Ronson – Spagna 2018).
Questo è il primo episodio di quella che la regista definisce “La Penta Porna”.  «Bella fotografia!» sembra una frase di circostanza quando non capisci di cinema ma non vuoi sfigurare durante una conversazione. In questo film la fotografia mi è piaciuta davvero, anche se di per sé l’opera non mi è parsa un granché. Forse perché ho avuto difficoltà a capirne il senso più o meno implicito, mi è sembrato un collage di pensieri e immagini il cui unico filo conduttore che ho individuato è la maschera da maiale indossata da attrici e attori. Ammetto che mi sono eccitata sorprendentemente vedendo la scena in cui una delle performer struscia un enorme prosciutto crudo contro la sua vulva e sul quale poi si posa una vespa. Un film per onnivor*!

Documentario “Potere e Pregiudizio” (Paolo Lipartiti – Italia 2018).
Non si parla quasi più di HIV e positività al virus, di come e quanto siano cambiate in meglio le vite delle persone con HIV grazie alle scoperte scientifiche. Restano stigmi e paure, ignoranza e incoscienza. Interessante, toccante  e istruttivo, grazie al quale ho scoperto dell’esistenza del gruppo di artivist* “Conigli bianchi”.

Vi ho fatto venire voglia di vedere qualcuno dei film che mi sono piaciuti?
Spero di avervi fatto venire voglia di venire… alla prossima edizione!

Claudia Ska

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La mia cronaca dall’Hacker Porn Film Festival

L’Hacker Porn Film Festival si svolge a Roma dal 2017 e la terza edizione si è tenuta dal 24 al 30 aprile 2019. Si tratta di un festival in cui si ha l’opportunità di vedere ed entrare in contatto con la scena queer e underground del porno, un’importante occasione per rendersi conto che ci sono un’infinità di desideri, perversioni, modi di entrare in intimità e fare sesso e altrettanti modi di rappresentarli.
Si sono succedute proiezioni di corto, medio e lungo-metraggi internazionali, talk, workshop, live performance e dj-set.
Al di là della cronaca che segue, vorrei cercare di trasmettervi l’importanza dell’esistenza di Festival come questo, indipendente e autofinanziato.

Hacker Porn Film Festival_logo

L’Hacker Porn è stata innanzitutto un’occasione per conoscere un altro tipo di cinematografia, per entrare in contatto con altre persone che non si accontentano di un solo punto di vista (quello mainstream) e sono curiose di indagarne altri; un contesto come questo permette oltretutto la creazione e condivisione di contatti umani, sociali, lavorativi.

Fra le altre, ho avuto il piacere di conoscere Maya Checchi, editrice di “Golena Edizioni(ex Malatempora, ora diventata collana), che si pregia di avere nel proprio catalogo titoli come “Post-porn modernist” di Annie Sprinkle, “Pornoterrorismo” e “Fica potens” di Diana J. Torres, “Diventare cagna” di Itziar Ziga, “Fuck the Fascism” di Maria Basura. Con lei ho fatto una lunga chiacchierata e sono rimasta colpita e affascinata dalle vicende del libro “Lei – Quando l’abuso è al femminile” di Franca Kodi, pubblicato nel 2014 e che ha subìto ostracismo da parte della stampa perché racconta la storia autobiografica dell’autrice abusata da bambina dalla propria madre.
Ho conosciuto Michele e Thrix, del non collettivo queer di Genova che – in occasione del prossimo Pride genovese (15 giugno 2019) – ha lanciato la call: “Be Your Pride!” per far confluire realtà transfemministe, inclusive, intersezionali in una giornata che si terrà il 16 giugno presso il Laboratorio Sociale Occupato Autogestito Buridda durante la quale ci saranno laboratori, spettacoli, momenti d’incontro e dibattito per confrontarsi rispetto alle tematiche riguardanti i diritti umani e sociali del mondo LGBTQI+.
Ciò che ho preferito maggiormente sono state l’atmosfera libera e disinibita, una certa rudezza del contesto, lontano dal mondo patinato al quale ci siamo abituat* tramite il marketing emozionale. Mi sono sentita a mio agio, svincolata dai canoni nei quali mi sento immersa quotidianamente e ho trovato una sorta di isola felice, che vorrei diventasse penisola e poi continente.

In questo articolo mi soffermerò sugli eventi, perché desidero dedicare un articolo specifico ai film che ho visto e mi sono rimasti più impressi nella memoria.

Sono arrivata al festival il 25 aprile, cominciando la giornata col workshop di auto-ginecologia condotto da Red, ginecologa e attivista, che ha inoltre fondato e coordina l’evento LadyFest Maastricht. È stato interessante condividere le nostre esperienze ginecologiche e affrontare tematiche specifiche a seconda degli argomenti proposti. Ho subito percepito solidarietà e voglia di confrontarsi. Lo scambio orizzontale di informazioni ci ha permesso di imparare qualcosa in più sul nostro corpo, su come viene percepito e trattato da chi si dovrebbe prendere cura di noi, oltre a noi, e inoltre ci siamo potut* dare indicazioni sulla base della nostra cultura generale e delle esperienze personali. È stato molto stimolante e positivo e credo che abbia reso meno doloroso il senso di solitudine e impotenza che spesso abbiamo provato al cospetto di specialist* che ci hanno trattato come se fossimo solo una vagina con un corpo attorno.

talk “Sessualità e Disabilità”, (da sx: Veronica Pinto, Fabrizio Quattrini, Mariella Popolla)

Venerdì 26 aprile ho preso parte al talk “Sessualità e Disabilità: l’utilizzo dei sex toys come esperienza educativa” con Fabrizio Quattrini (psicologo, sessuologo, docente presso l’Università degli Studi dell’Aquila, nonché vice presidente di LoveGiver) moderato da Mariella Popolla (sociologa, Università degli Studi di Genova). Specialmente quando si parla di disabilità che inibisce l’uso della parola o quando è coinvolto il sistema cognitivo, il discorso sulla consapevolezza e sui desideri della persona disabile devono essere compresi e interpretati da chi le sta vicino, che sia una/un famigliare o una/un educatrice/educatore/assistente/altro perché è importante che ci sia consenso, che diversamente può essere esplicitato a parole. Fra i problemi che affliggono le persone disabili ci sono la loro frequente infantilizzazione e il dare per scontato un orientamento sessuale etero.
Fabrizio ha suggerito la visione di “Gabrielle”, film canadese che racconta la relazione tra Gabrielle, affetta dalla “sindrome di Williams” e Martin, e il documentario spagnolo “Yes, we fuck!, che tratta la sessualità tra persone disabili.
La sera ho visto un estratto da “Io sono una puttana” spettacolo scritto e interpretato da Ninì, una sex worker che racconta sarcasticamente le sue vicissitudini tra stigmi, aneddoti e paradossi burocratici, sociali e culturali, nel tentativo di reinserire la sua professione nell’ambito strettamente lavorativo. Mi piacerebbe vedere l’intera pièce.

Sabato 27 aprile, dopo un’intensa giornata tra cortometraggi e lungometraggi, ho assistito alla performance “Metamorphosis 2.0” di Sabrina Casiroli, con Claudia Benedetti, Sabrina Casiroli, Nora di Bartolomei e Davide Moroni. Liberamente ispirato al mito della metamorfosi di Atteone, di Ovidio, la messa in scena non mi ha emozionata o colpito positivamente, anzi l’ho trovata un’esibizione pretestuosa per fare shibari in modo ginnico.

Domenica 28 aprile sono arrivata tardi al talk “Il gioco del sesso” con Proudence Baelish (scrittrice, sexual counselor, studiosa di BDSM e sessualità alternativa) moderato da Mariella Popolla, ma ho fatto in tempo a sentire l’ultima metà. Non è raro che ciò che facciamo nel privato spesso sia percepito in opposizione e contrasto con chi siamo e cosa facciamo in pubblico, come se le due sfere fossero inconciliabili. Fintanto che la perversione è consapevole e il gioco di dominazione/sottomissione consensuale va bene, se ci fossero forzature e soprusi non sarebbe più un gioco, appunto, ma un abuso. Il desiderio di oggettificazione non corrisponde all’oggettificazione stessa e comunque nasce dal desiderio della persona, non da un’imposizione esterna.
Quella notte Finn Peaks del collettivo Meow Meow di Berlino ci ha deliziati con la sua performance “Gimme Ten”, uno spiritoso e sexy strip-tease proposto come una lezione di aerobica che ha infervorato il pubblico.

esposizione delle foto di Marta Di Stefano

Lunedì 29 aprile è stata la volta dell’ultimo talk del festival: “Sex work” con Candy Flip (lavoratrice sessuale e performer del collettivo berlinese Meow Meow) sempre moderato da Mariella Popolla. Nonostante il “Prostitution Act” del 2001 abbia sancito che la prostituzione non è immorale in Germania, di fatto anche là il cosiddetto mestiere più antico del mondo è screditato e biasimato. Candy ha fornito informazioni sulla legislazione tedesca a riguardo e ha espresso il suo punto di vista come sex worker a Berlino. Al dibattito è intervenuta dal pubblico anche Ninì, che fa parte del collettivo transfemminista Ombre Rosse, di cui vi invito a leggere un’interessante intervista pubblicata l’1 luglio 2018 sul blog “La Falla”.
A mezzanotte mi sono goduta lo strip-tease di Azoto, un originale show in cui sono esplose tutta la sua queerness e fantasia, dalla scelta dell’abbigliamento alle musiche: l’inizio con “The Diva Dance” da “Il Quinto Elemento” ha scardinato l’idea di spogliarello fatto da mossette piacione, donandoci una sensualità e un erotismo fuori dagli schemi, perfettamente in sintonia con l’atmosfera oltre i confini del Festival.

Martedì 30 aprile, ultima giornata di Hacker Porn sono arrivata con imperdonabile ritardo, perdendo la premiazione, la retrospettiva del collettivo Meow Meow e la proiezione del loro “48h film project”, ossia un film ideato e girato in sole 48 ore da artist* ospiti (nel 2017 fu Maria Basura, mentre nel 2018 fu la volta di Ben Berlin), che per l’edizione 2019 ha visto Meow Meow impegnato a creare un porno all’interno del Forte Prenestino, storico centro sociale occupato della capitale. Sono riuscita a vedere la prima del documentario “Potere e Pregiudizio” di Paolo Lipari a godermi la festa di chiusura fino alle prime luci del mattino.

Sono rientrata a Milano con la borsa piena di flyers, adesivi, biglietti da visita, appunti e ricordi emozionanti di un’esperienza carica di stimoli e riflessioni.

Claudia Ska

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