Il vello d’oro

Nella mitologia greca Crisomallo era un ariete alato dai poteri magici. Provvisto di una pelliccia dorata, è soprattutto famoso grazie al mito degli Argonauti, quello che racconta le vicissitudini di Giasone e di altri 50 eroi (machismo ne abbiamo?!) che partirono alla volta della Colchide per appropriarsi del vello d’oro del suddetto Crisomallo, ormai morto sacrificato da un pezzo e la cui pelliccia era custodita da un drago.
Ci tengo a ricordare che, per poter prendere il vello, a Giasone servì l’aiuto di Medea, come a Teseo quello di Arianna per uscire dal labirinto, giusto per fare un altro nome. Per puntualità filologica in stile “trattoria da Claudia Ska”: entrambe furono vilmente abbandonate. La prima si vendicò in modo rocambolesco, la seconda si unì a Dioniso (il dio dei festini, delle orge e del vino a pioggia: un ciaone a Teseo!).

Questa premessa serve principalmente a ostentare gli studi classici e che ho una passione per i miti greci, ma altresì a introdurre le foto che ho fatto qualche tempo fa con Renato Buontempo, conosciuto l’estate scorsa sul set di I am naked on the Internet, ospitato nel suo atelier.
Qualche giorno prima di posare con Renato ho iniziato a ricapitolare nella mente ciò che avrei dovuto fare: scegliere alcuni outfit, i trucchi da portare e infine depilarmi, visto che da settimane giravo nature seppure con imbarazzo (pantaloni lunghi, magliette con le maniche corte e non canottiere, per non parlare della soggezione per la peluria sul labbro superiore). Non avevo voglia di togliere i peli e rivendicavo il mio corpo così com’era, ma ero contemporaneamente a disagio perché non ci ero abituata e la Società ridicolizza questa scelta. Ci ho pensato su e poi ho scritto a Renato dicendogli che avevo i peli e avrei voluto posare così, come mai avevo fatto, neanche negli autoscatti. Solo in seguito ho pensato al mio messaggio: mi sono giustificata riguardo il mio corpo, la mia peluria; l’ultima volta che lo feci fu quando frequentai una persona a cui piacevo TUTTA, SEMPRE e che infatti — quando mi scusai — mi guardò come a dire: “E sti cazzi?!”.

Voglio condividere una selezione di foto del set con Renato in cui si vedono peli, smagliature, cellulite, ventre un po’ gonfio, quelle che la Società definisce imperfezioni rispetto a uno standard verosimilmente inarrivabile a meno che non siate mannequin (in francese rende pienamente l’idea) di 40 chili per un metro e 80 centimetri di altezza, che — al posto di cibarsi — sniffano.

Per me spogliarmi non significa far vedere la fica, le tette, le chiappe, piuttosto mostrare quello che solitamente nascondo con un senso che somiglia alla vergogna più che al pudore. Non voglio sentirmi desolata se non faccio la ceretta, se non mi rado, se non uso l’epilatore elettrico, se non mi sparo la luce pulsata o il laser, se non utilizzo creme depilatorie, se non mi strappo ogni singolo pelo con la pinzetta o col filo, e sarebbe una storia meravigliosa se vi dicessi che non mi sentirò più a disagio dopo la pubblicazione di questo articolo, ma la verità è che esibisco il pelo più disinvoltamente su Internet che non nella realtà.

Non sono pronta ad attraversare quell’impaccio nel quotidiano, ad avere occhi puntati addosso che mi osservano giudicanti, che mi deridono; se accadesse potrebbero presentarsi due situazioni: immensa soggezione o immensa rabbia con conseguente sbrocco plateale.
So che la depilazione è una questione meno rilevante di altre, ma agisce in modo prepotente come tutto ciò che riguarda i nostri corpi, impreparati ad autodeterminarsi in un contesto dove essere divers* è uno stigma.

I miei peli mi fanno riflettere su circostanze ben più complesse e mi fanno comprendere che, se io mi sento in difficoltà per una sciocchezza come questa, chissà quale spettro di emozioni attraversano le persone grasse, le persone di etnia differente dalla caucasica, le persone lgbtqi+, le persone poliamorose, le persone disabili, le persone povere, e insomma tutte quelle che non sono persone bianche, etero, abili, con un reddito.
Dovremmo imparare a immergerci nel disagio altrui per evitare il giudizio.
Aiuterebbe la causa anche farsi i cazzi propri, a latere.

Si ringrazia la lingua italiana per le espressioni idiomatiche sessiste.

Claudia Ska

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“Sharing nudes”: sharing i-s-caring

Qualche giorno fa, nelle mie storie su Instagram, ho proposto a chi mi segue di inviarmi una foto di nudo. L’intento era ritrarsi come preferiva: l’unica limitazione era data dalla censura del social, che ha minacciato di chiudermi l’account nonostante avessi meticolosamente coperto le parti incriminate (la linea divisoria delle natiche, piselli mosci o in tiro, capezzoli femminili, vulve). Così ho pensato che era ridicolo tutto quello che stavamo facendo: volevo dare loro la possibilità di essere liberi ma coprendo quello che desideravano scoprire.
Inverosimile.
Ho quindi deciso di creare una sezione su agit-porn che sia dedicata alla voglia di ciascun* di mostrarsi senza remore, giudizi, paura. Ci sono due vincoli:

  1. nessuna censura (paradossalmente tutelo l’anonimato: chi invia foto con viso censurato, può partecipare);
  2. nessun atto sessuale esplicito; non per pudore ma perché vorrei che il corpo fosse libero di essere mostrato al di là del sesso.

Il mio desiderio è che “Sharing nudes” sia popolare, nel senso “del popolo”. Pubblicherò tutto, perché vorrei che fosse accogliente e verace come una trattoria. Voglio che sia un progetto di tutte le persone che partecipano, così come sono, senza vincoli estetici, stilistici. Non mi interessa che sia un progetto bello come i locali hipster di Milano, voglio che sia vero, toccante.
Non è nouvelle cousine, è la carbonara col guanciale prima dell’avvento dei programmi di cucina su tutti i canali televisivi.

Sharing is caring.
Sharing is scaring.
La condivisione è prendersi cura.
La condivisione fa paura.
Che ne dite se ci spogliamo della seconda per mettere in atto la prima?

Regole per partecipare:

  • preferibilmente un autoscatto del corpo nudo, sia esso a figura intera che un parziale;
  • se volete pubblicare i genitali, il seno o il sedere, che siano visibili e non coperti da mani, biancheria, oggetti, altrimenti scegliete parti che preferite mostrare liberamente;
  • una sola foto a persona;
  • la foto deve essere nominata Sharing_Nudes_nome/pseudonimo/anonim*;
  • nell’oggetto indicare “Sharing nudes” – nome vero, pseudonimo, anonim*;
  • inviare l’email a new.agit.porn@gmail.com

Le sottoscrizioni che non rispetteranno le suddette regole non saranno prese in considerazione.
Il progetto è permanente e ogni settimana verranno aggiunte le foto di quella precedente.

Vi aspetto con gioia e curiosità e vi ringrazio per la fiducia.

DISCLAIMER
Per poter accedere alla galleria fotografica di “Sharing Nudes” è necessario avere dai 18 anni in su ed essere in possesso della PW, che potrete richiedere via email.
Se sei minorenne, clicca qui, se invece sei maggiorenne, clicca qua.

 

Claudia Ska

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[Guest Post] “Mi rivedo con altri occhi: i miei” di Caffeine Butt

Sono M. e sono un’esibizionista.
Pubblico online le mie foto di nudo (o quasi) dal 2007 e le scatto dal 2002.
La prima volta avevo 16 anni, era una sera d’inverno ed ero esageratamente vestita; la mia pelle aveva bisogno di evadere e io avevo bisogno di vedermi da un punto di vista che non fosse lo specchio. Quella sera è iniziato il mio lunghissimo rapporto con l’autoscatto. Per anni le foto sono rimaste più o meno segrete/private, poi sono state su MySpace, su blogspot, su alcuni forum di scambisti, su Tumblr e infine su Instagram.

Faccio parte di quel ristretto gruppo di persone molto più clemente con il mondo esterno che con se stessa e vedermi da un punto di vista esterno mi aiuta a rendere la mia immagine meno in attesa del mio stesso giudizio. Sono ben lontana dai canoni di bellezza più condivisi, ma con gli anni, osservandomi e fotografandomi, ho imparato a voler bene al mio corpo per come è e per le storie che ogni dettaglio può raccontare. Ho imparato anche a conoscerlo e riconoscerlo proprio grazie a ogni singolo particolare, quelli con i quali sono nata e quelli che riassumono le mie battaglie.
Quelle foto sono un momento in cui sperimento una sorta di corteggiamento verso me stessa: una sensualità solo mia e non diretta a nessun altro. Ma sono anche, e soprattutto, il momento in cui mi riapproprio di me e del mio corpo.

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Autoscatto, Caffeine Butt

A volte non ce ne accorgiamo nemmeno, ma di fatto apparteniamo più agli altri che a noi. Il nostro corpo è oggetto della famiglia, del lavoro, della società e di tutte le regole e consuetudini che lo governano. Il modo in cui ci muoviamo, in cui parliamo, in cui ci avviciniamo o allontaniamo dagli altri, in cui ci vestiamo, in cui decidiamo di mostrarci, viene continuamente sottoposto al giudizio degli altri. Fotografarmi in atteggiamento sensuale per me è un momento di conquista e riconquista di me stessa, in cui quindi da un lato mi corteggio e dall’altro mi riapproprio di un mio spazio – il mio corpo – che normalmente viene cannibalizzato da altri pezzi di me: mi levo i panni che di volta in volta indossa la me professionista competente, la me consulente, la me madre, la me amica, familiare, confidente. Nel momento in cui mi spoglio di ogni altra veste, più o meno letteralmente, posso semplicemente essere solo me stessa, con i miei desideri, le mie paure, le mie fragilità, fisiche e non. La scelta dell’intimo, della musica che mi accompagna, della luce, del momento o della posa da fermare, raccontano sempre una storia o un’emozione. Non c’è nessuna pretesa di artisticità, nè di qualità. Non mi ritengo una fotografa né una modella. Sono solo una donna che racconta se stessa, a se stessa, tramite la pelle.

Spesso chi vede le mie foto è convinto di vedere una persona molto sicura di sé, che si compiace del proprio aspetto. Non è così ma amo comunque mostrare il mio corpo, con quei pezzi che semplicemente esistono e hanno il diritto di esistere fuori dai vestiti. La prima volta in cui ho detto su Instagram di essere una madre di due bambini, sono arrivate molte critiche: «Non ti vergogni, da madre, di mostrarti così?».
Se sono così scrupolosa con il mio anonimato, sul non mostrare mai il volto, o alcuni dettagli riconoscibili, è proprio perchè domande come questa mi fanno capire che purtroppo non siamo ancora in una società pronta ad accettare che una donna possa essere una madre pur rimanendo una donna. Si tollera ancora poco (e molto male) la coesistenza dei ruoli di madre e lavoratrice, accettare che una donna possa essere anche femminile, sensuale, sessualmente attiva dopo i figli è davvero così assurdo? Un’altra critica che mi è stata mossa è: «Ti dichiari femminista ma sfrutti comunque armi di seduzione imposte da una società maschilista e machista, come l’intimo in pizzo, la depilazione, il make-up, il mostrarsi…» come se davvero gli ideali femministi di parità tra i generi, di richiesta di parità di diritti, di ricerca di indipendenza e rifiuto alla sottomissione, non fossero compatibili con una ceretta integrale o con un po’ di mascara. O ci spogliamo ammiccanti per compiacere gli uomini o ci copriamo con una camicia in flanella e abbondanti capelli bianchi per incarnare lo stereotipo della femminista, ogni via di mezzo è inammissibile. L’unico ruolo che posso avere da donna che si mostra nuda, a quanto pare, è quello di una stronza altezzosa in cerca di lodi, una mistress ninfomane, una repressa in attesa di dick pic.

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Autoscatto, Caffeine Butt

La verità, invece, è che rendere pubbliche le foto che mi scatto è solo uno stimolo a darmi un criterio (non troppo, non troppo poco, fare una selezione, avere un feed semi curato) ma ogni foto è lì principalmente per me. Non mi preoccupo troppo di ciò che pensa chi guarda perché non è il consenso ciò che cerco, solo uno spazio mio da condividere con chi si trova a suo agio in presenza di quell’aspetto di me. Chi mi segue da tempo, i più fedeli da anni – alla faccia della censura e degli account bannati – ha imparato un po’ a conoscermi grazie a lunghe conversazioni che amo portare avanti. Dopo un po’ arriva puntualmente il commento: “Non lo avrei mai detto ma sei una persona piacevolmente normale!”.
Non lo avrei mai detto nemmeno io.

La nostra misteriosa ospite di oggi, a cui sono grata per questo post, si fa chiamare Caffeine Butt su Instagram dove è ancora possibile trovarla finché censura non ci separi.

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Autoscatto, Caffeine Butt

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“Mother’s daughter”: il femminismo secondo Miley Cyrus

La scorsa settimana è uscito l’ultimo singolo di Miley Cirus ossia “Mother’s daughter“, che — una volta dimessi i panni della disneyana Hanna Montana — ha virato su un’immagine di sé sensuale e fortemente sessualizzata. Difficile sapere quanto ci sia di suo e quanto della manager (sua madre Tish Cyrus, presente nel video della suddetta canzone) e/o della produzione artistica, fatto sta che i testi, i video e le apparizioni della cantante originaria di Nashville sono ormai accompagnate dall’aggettivo “provocatorio”.
Non ultimo è proprio il caso di “Mother’s daughter”, che è stata lanciata con un video ricco di messaggi visuali, testuali e simboli.

È innegabile che negli ultimi anni il femminismo sia stato manipolato per fini di mercato e perché fa presa su una certa parte della popolazione (leggi pinkwashing), ma il fatto che determinate tematiche vengano proposte in un contesto mainstream e commerciale potrebbe sortire l’effetto positivo di incuriosire chi non conosce l’argomento e mettere in discussione determinati modelli.

Una delle accuse mosse a Miley Cyrus è di non essere credibile nel dichiararsi femminista perché veicola un’immagine di sé ambigua e per le collaborazioni artistiche con cantanti come Robin Thicke (memorabile la loro esibizione all’MTV Video Music Awards del 2013 quando cantarono assieme “Blured Lines”, nota come canzone sessista). Secondo me il punto sta proprio in questo: una persona che decide di mostrarsi in un certo modo e, come nel caso di Cyrus, di rompere col suo altero ego Disney, per virare su un’immagine in cui desiderio e spinta sessuali sono estremamente forti, è femminista, perché rappresenta la voglia di dire apertamente che innanzitutto ciascun* si mostra come preferisce e in secondo luogo che, se una donna vuole apparire come un essere sensuale, eroticizzarsi e pornografarsi, può farlo senza remore perché quella è la sua volontà. Non sto dicendo che debba piacerci come lo fa, ma dobbiamo prenderne atto.

Miley Cyrus in

Per come è strutturata la nostra Società, dove sesso e relative narrazioni sono tabù che incendiano gli animi proprio perché si cerca di nasconderli e quando se ne parla lo si fa in modo pruriginoso e perverso, è ovvio che, appena una persona —principalmente di sesso femminile — ne parla, scatta l’allarme rosso e scoppia il finimondo.
Ogni fottuta volta.
Maggiore è il tentativo di soffocare e censurare corpi e desideri sessuali, maggiore sarà l’effetto prorompente dei messaggi che saranno veicolati, col potenziale rischio che siano vanificati, fraintesi, alterati.

Il video sembra voler fare propaganda; ai corpi non conformi allo standard vengono alternate frasi femministe che sembrano claim, ma questo non ne depotenzia il senso. L’immagine di persone che esprimono così apertamente istinti e ambizioni sessuali ci turbano perché il sesso è considerato una questione strettamente privata, da tenere lontana da occhi indiscreti. Se è vero che l’intimità ha tutto il diritto di essere tutelata, è vero anche che ciò non equivale a far tacere chi vive serenamente la propria sessualità. E se una donna si sente forte e libera anche sessualmente ha diritto di poterlo manifestare senza che questo susciti ogni volta disappunto, disgusto o stupore generale.

La donna che pareva tanto gentile e tanto onesta agli occhi di Dante può esserlo anche con un’esplicita carica sessuale e, se non fosse gentile e onesta, non sarebbe in ogni caso affare nostro.

Claudia Ska

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A noi ci piace il Secs!

Ironiche, spregiudicate, con formazioni e competenze differenti ma accomunate da un grande interesse per il sesso e la sessualità: sono le persone che promuovono il pensiero sex positive dentro e fuori dal web.

Serie tv come la storica “Sex and the city” hanno agevolato i discorsi sulla sessualità delle donne in chiave pop, ma l’esplosione dei social media negli ultimi 10 anni ha fatto il resto, e proprio su quegli stessi social che hanno stretto la morsa della censura su contenuti di nudo, erotismo, pornografia, la comunità di persone sex positive si arricchisce di nuovi argomenti ed elementi.

Adesso siamo noi che vogliamo (ri)definire i nostri confini linguistici, anatomici, emotivi, affettivi, sensuali, sessuali apertamente e gioiosamente.

In questo articolo vi racconterò alcune delle persone che in Italia stanno scuotendo una cultura bigotta e ottusa a suon di post, stories ed eventi dove ciò che viene seminato in rete, viene raccolto fuori da questi schermi.

Potere di Iside*, vieni a me!
*dea egizia della saggezza, della magia, della salute (e del matrimonio, ok, lo ammetto)

Violeta Benini è un’ostetrica nota sui social come divulvatrice che, oltre al profilo omonimo, ne ha un altro paralleo in cui si fa chiamare Sesperta. Si occupa di benessere a vari livelli e in modo anticonvenzionale. Da lei non aspettatevi spiegoni incomprensibili con termini clinici altisonanti, ma delucidazioni sull’anatomia genitale femminile, indicazioni chiare e goliardiche sull’uso corretto di metodi contraccettivi, suggerimenti di sex toys per migliorare la salute del pavimento pelvico e sperimentare il piacere di chi ne fa uso. Violeta fa divulgazione, ossia condivide le sue conoscenze e il suo sapere specialistico con la comunità e lei stessa si tiene costantemente aggiornata e informata tramite corsi e master. La parte social è una delle componenti del suo lavoro, in quanto ha uno studio a Livorno, periodicamente riceve a Milano, e a breve anche a Firenze, organizza e conduce dei workshop in tutta Italia. È inoltre specializzata nel trattamento del pavimento pelvico e le eventuali problematiche a esso legate.
Instagram: @violetabenini e @sesperta.
Sito: www.violetab.com

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SE4SexEducation

Nel febbraio del 2018 Giulia Marchesi, psicologa con un master in sessuologia, ha avuto l’idea di creare SE ossia SE4SexEducation, un sito, una pagina Instragram e una pagina Facebook in cui fare educazione sessuale in modo chiaro ed esaustivo, per divulgare un approccio alla sessualità che fosse positivo e sereno, con l’obiettivo di abbattere tabù e pregiudizi che la circondano. Giulia è convinta che parlare apertamente e serenamente a bambin*, ragazz* e adult* sia la strada migliore per un’educazione sessuale e affettiva sana e rispettosa. SE4SexEducation pubblica periodicamente brevi video informativi per rispondere a curiosità riguardanti la sessualità e/o per approfondire alcune tematiche a essa inerenti; tali video sono seguiti da articoli dettagliati e di più ampio respiro. Oltre a curare l’attività online Giulia riceve nel suo studio a Verona, fa consulenze via Skype e organizza corsi per l’educazione sessuale nelle scuole, per i genitori e ovunque la chiamino: praticamente è la versione rosa e azzurra di Batman, con tanto di logo, e questo è il suo modo per combattere l’ignoranza.
Instagram: @se4sexeducation
Sito: www.se4sexeducation.it

Valiziosa è un personaggio misterioso, quasi mitologico, che ridesta il web con nynphografiche (ossia schede dettagliate e accurate con tanto di punteggio in cui recensisce sex toys) e il piccantissimo kamafrutta (posizioni sessuali illustrate con frutta e ortaggi con didascalia descrittiva sui generis). A chi si iscrive alla newsletter, regala la singolare e divertente lista della spesa “Sì – No – Forse” da compilare con la/il partner per sperimentare, conoscere e conoscersi nell’intimità. La sua missione è quella di abbattere i tabù sul sesso con malizia e ironia e ci riesce con contenuti ironici e divertenti. Se cercate un modo per avvicinarvi a queste tematiche in modo discreto ma bizzarro, Valiziosa fa per voi e, oltre a ingolosirvi su sex toys di cui non avreste mai immaginato l’esistenza, vi saprà far sorridere, perché – diciamocelo – il sesso è bello proprio perché ci si diverte un sacco!
Instagram: @valiziosa
Sito: www.valiziosa.com

L’ultima Iside, non certo per rilevanza, è la Dottoressa Schiaffazzi, prima e unica esperta italiana di “accoppiamento presto” una tecnica sessuale che si realizza tramite lo schiaffasutra, del quale lei stessa si fa promotrice con video esplicativi che gira insieme a Perlo, l’intelligenza artificiale creata nella Silicon Valley e che proprio di recente ha subìto degli aggiornamenti sostanziali di cui tutt* non vediamo l’ora di venire a conoscenza. Il suo schiaffabolario è ricco di termini quali Shu-Shu (nota quella di legno), Maxi-Bon (il bla-bla è analogo alla Shu-Shu di legno), massaggi ditalici, boccalici, dirtelo-boccalici, tripudi di cuori; si sprecano i cactus, che sono una filosofia di vita, uno state of mind, una dimensione dell’anima. Tra il serio e il faceto, la Dottoressa Schiaffazzi ci parla di amore, inclusione, ascolto, sperimentazione, consenso e rispetto in chiave surreale e ironica, sempre di gran classe.
Instagram: @dottoressaschiaffazzi

Rendiamo grazie alle Grazie*
*dee delle gioia di vivere

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Morena e Ivano de Le Sex En Rose

La coppia più rosa del web è formata da Morena e Ivano di Le Sex En Rose. Unit* affettivamente e sul lavoro, è difficile star loro dietro: testano e recensiscono sex toys, organizzano set fotografici per campagne pubblicitarie molto glamour, hanno una rubrica di interviste nude che pubblicano sul loro sito, fanno divulgazione su temi riguardanti sessualità e tematiche lgbtqi+ con articoli di approfondimento e di recente hanno curato l’iniziativa “Piacere in Scatola – Consumare con Consenso” durante il Festival dell’Amore tenutosi a Milano dal 7 al 9 Giugno 2019. Per non parlare del podcast “Pottenrose” nel quale si diletta(va)no a leggere e commentare le fanfiction erotiche ispirate alla saga di “Harry Potter” con il loro inconfondibile accento piemontese. Lo stile è sobrio e solare nonostante tutto il rosa confetto e/o shocking, l’intesa e la complicità sono tangibili. Come direbbero loro: «Attenziòne!» (con la “o” aperta).
Instagram: @le_sex_en_rose
Sito: www.lesexenrose.com

Marvi Santamaria, meglio nota come Match and the City, ha iniziato la sua avventura online per raccontare il disagio(h) (quello con l’acca finale!) sulle dating app come Tinder. Dopo un anno di anonimato, Marvi ha deciso di uscire allo scoperto e, oltre a dedicarsi al tema degli incontri oline, tratta argomenti quali femminismo, pornografia etica, ha curato un podcast con puntate monotematiche, ha creato e tuttora modera due gruppi su Facebook in cui si confronta su questi temi, ogni mese raccoglie il meglio – secondo lei (come ci tiene a precisare) – su dating, sessualità, femminismo e lgbt in una newsletter; infine ha pubblicato il libro “Tinder and The City” (Alcatraz Edizioni) dove racconta storie di disagio sulle app di incontri, tra esperienze reali e finzione. Molto attenta e curiosa nel suo approccio, non manca di stimolare chi legge e guarda con consigli e riflessioni. Un’instancabile caterpillar!
Instagram: @matchandthecity
Sito: www.matchandthecity.it

La pagina Instagram di Virgin and Martyr è nata dalla collaborazione tra Greta Tosoni e Greta Elisabetta Vio, conosciutesi proprio sul social più in voga del momento. Inizialmente le persone erano invitate a inviare una foto del proprio corpo, di un particolare di esso, col fine di creare un archivio di immagini che raccontassero la diversità di ciascun corpo, col tempo è diventato un aggregatore di notizie, informazioni, esperienze non solo sui corpi ma anche sulla sessualità, trasformandosi in ciò che è oggi: un safe place in cui condividere e confrontarsi su body-shaming, tabù, sessualità, erotismo e pornografia, il tutto corredato da immagini e illustrazioni molto curate e con uno stile che caratterizza la pagina. L’attività virtuale va di pari passo a quella offline, nella quale le due Greta e alcune persone del team partecipano a dibattiti, incontri ed eventi volti a promuovere i suddetti temi. Su Virgin and Martyr le parole chiave sono rispetto, consenso e inclusività e i toni sono sempre pacati, senza scadere in un buonismo forzato. Difficile sentirsi fuori luogo sulla loro pagina.
Instagram: @virginandmartyr

Fiore Avvelenato nasce come blog per l’autostima sessuale e raccoglie articoli puntuali e approfonditi che riguardano la sessualità e il corpo da un punto di vista sociale, storico, artistico, letterario. La competenza di Donatella, ideatrice e autrice del blog, nell’ambito della moda e della storia del costume donano al progetto un valore aggiunto, rendendolo ancora più originale e affascinante, come il nome che porta. Fiore Avvelenato sa stimolare con aneddoti e digressioni che contestualizzano alcuni tabù e ci aiutano a osservarli meglio per poterli superare con consapevolezza e serenità. Su Instagram delizia la platea di follower con chicche maliziose, storie succulente e sondaggi in cui riesce a creare un’interazione onesta e mai giudicante, sempre aperta al confronto. Quello che mi piace di Fiore Avvelenato è che mi fa sentire come se mi trovassi in una biblioteca zozzetta dove lussureggiare acculturandomi, praticamente il paradiso per me, sapiosexual!
Instagram: @fioreavvelenato
Sito: www.fioreavvelenato.wordpress.com

Meno dissing Più dissidenti

Clitoridea (logo di Vincenzo Rotundo)

Dalla Calabria con furore e ardore c’è Clitoridea. Nata come sito di racconti erotici inviati dalle e dai fan è ben presto diventata un luogo dove chiedere supporto e confronto (nella rubrica “Clitoridea & Friends” chi ha una questione da sottoporre alla comunità lo può fare in modo anonimo e c’è chi risponde con pareri e/o consigli in forma altrettanto anonima). Inoltre Clitoridea è una pagina Instagram in cui vengono condivisi aforismi e poesie erotici, foto e illustrazioni a tema e nella quale si dibatte di tabù, corpi, sessualità, femminismo, pornografia. Ketty Rotundo, la sua fondatrice, organizza aperitivi con letture di racconti erotici. Insieme al gruppo Fem.In (Cosentine in lotta) organizza iniziative volte a sensibilizzare sui temi dell’inclusione, del femminismo intersezionale e delle patologie di genere. È tosta come il granito, divampa come un incendio, ha un senso dell’umorismo travolgente. Come non amarla?!
Instagram: @clitoridea
Sito: www.clitoridea.it

Benedetta Lo Zito è una donna che a un certo punto della sua vita, dopo essersi sentita sempre un’outsider per un motivo o per un altro, si è detta: «Mo’ prendi il tuo profilo da beauty influenZer e lo trasformi in un punto di ritrovo per coloro che non si sentono mai abbastanza!». E lo ha fatto tramutando Vitadibi in una parata femminista, sex e body positive, dove la peculiarità principale è quella di non mandarle a dire, complice anche la romanità che si è portata fino a Londra, dove vive. Su Instagram e Facebook parla di diritti umani, antifascismo, supporta la comunità lgbtqi+, promuove una sessualità libera e felice, l’amore per il proprio corpo. Instancabile social media manager di sé stessa, collabora inoltre al manifesto di fotografia erotica in salsa pop I Am Naked On The Internet di Miss Sorry e fa parte dello staff italo-inglese di Idioma, una linea di gioielli erotici femminili completamente artigianali e 100% made in Italy.
Il suo superpotere è saper connettere le persone anche con una risata, perché va bene essere militante, ma con la battuta pronta. Sempre.
Instagram: @vitadibi

Preparatevi a farvi infradiciare dall’onda anomala di Fluida Wolf attivista antisessista e antifascista, trash drag bitch, come ama autodefinirsi, traduttrice di testi che desiderano abbattere i tabù sulla sessualità, sul genere e aiutare a consapevolizzarsi sui propri piaceri e desideri. È inoltre conduttrice del workshop che da anni la sta portando in giro per l’Italia e fuori dai confini nazionali, ossia “Eiaculazione per f*che”, dove racconta come il corpo della donna, e particolarmente i genitali, sia stato silenziato al punto da non vedersi riconosciute parti di esso. Partendo da alcune nozioni anatomiche arriva a illustrare come avviene l’eiaculazione, senza voler istruire o indottrinare, ribelle fino al midollo, come piace ad agit-porn! Fluida Wolf è inoltre una studiosa di postporno, studi di genere e attiva nel dibattito sui diritti della comunità lgbtqi+ e delle/dei sex worker. Di lei mi piace anche ricordare le mise eccentriche e sfrontate, il make up fluo e le acconciature fatte di lunghissime extension e minidildo; la voglia di non essere a basso profilo, perché la rivoluzione non si può fare sottovoce.
Instagram: @valentine_aka_fluida_wolf

La comunità sex positive è in fermento e tante altre persone ne fanno parte, una menzione speciale va al progetto La camera di Valentina che racconta l’arte erotica passata e contemporanea, in modo scrupoloso e mai pedante nel tentativo di dirci qualcosa in più su sesso e passione.

Conoscevate blogger e influencer dell’articolo? Ne avete altr* da suggerire?
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Claudia Ska

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Interviste ribelli – Rachele Borghi

agit-porn inaugura una nuova rubrica intitolata “Interviste Ribelli”, nella quale ci confrontiamo con persone che secondo noi vivono e comunicano in modo dissidente e resiliente.

Rachele Borghi:
dalla geografia dei luoghi alla geografia dei corpi

Rachele Borghi è geografa e attivista queer, docente universitaria e autrice – fra gli altri – del saggio “Il re nudo. Per un archivio drag king in Italia” (ETS).
L’ho conosciuta al Lesbiche Fuori Salone nel 2015, quando tenne insieme a Slavina il laboratorio “Lez talk about sex” al quale partecipai.
L’avevo sentita nominare e mi affascinava il fatto che una docente, figura alla quale attribuiamo un’autorevolezza seriosa, monolitica, potesse fare attivismo in modo provocatorio e ironico, spogliandosi (letteralmente) in pubblico.

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Rachele Borghi

Cara Rachele, innanzitutto grazie per la tua disponibilità. Salto i convenevoli e passo al sodo: come ti sei avvicinata al post-porno?
Era il 2010, ero da poco arrivata a Roma e mi ero iscritta alla newsletter della Casa Internazionale delle Donne. Apro la posta e leggo che ci sarà la proiezione del documentario “Mi sexualidad es una creation artistica” di Lucia Egana Roja, il cui tema è la scena post-porno di Barcellona. Avevo precedentemente sentito parlare di post-porno dal collettivo Le Acrobate, anche se non avevo ancora capito bene cosa fosse. La loro presentazione però mi aveva intrigata molto, così quella proiezione è stata l’occasione per colmare la mia curiosità.
Arrivo nella sala Carla Lonzi della Casa Internazionale delle Donne, mi siedo, le luci si spengono, la proiezione comincia. Resto incantata. Vedo masturbazioni nel giardino dell’Università di Valencia, penetrazioni sulle Ramblas, corpi dissidenti e mostruosi che invadono lo spazio pubblico. Mi rendo conto che avevo trovato ciò che cercavo: la concretizzazione materiale, la traduzione corporea delle teorie queer. Nonostante il mio cappottino alla Audrey Hepburn in “Colazione da Tiffany” e i miei stivali col tacco mi mettessero fortemente a disagio davanti a quei corpi rrriot, dissidenti, forti, ribelli, la scintilla dentro di me era già diventata un fuoco, quindi prendo la parola e faccio una domanda: chiedo a Kyrahm e Julius (Kaiser, ndr), che organizzavano l’evento, se potevo raggiungere il gruppo in qualche momento e fare delle interviste. Alla sera sono andata da sola alla serata di performance di “Extreme Gender Art”, vincendo anche qui l’imbarazzo di essere sola e l’aria da sfigata. Ma quello che vedevo mi trasmetteva una forza e un entusiasmo che non avevo mai provato. Era in quella direzione che volevo fare ricerca. Dalla ricerca “scientifica” in due anni ho cominciato a fare performance, per la prima volta nella mia vita. Sono stati l’amore e il contagio che mi hanno permesso di sviluppare ciò che era nato.

Non so se il duo Zarra Bonheur che hai fondato con Slavina sia ancora vivo e lotti insieme a noi, ma mi diresti come e perché è nato?
Zarra Bonheur nasce nel 2012 o 2013, non ricordo, perché avevo cominciato a fare performance nel 2012 e mi piaceva l’idea di darmi un nome. Mi sembrava molto “trasgressivo”, visto che non ero un’artista ma una ricercatrice. È stata Diana (Torres, ndr) a farmi l’iniziazione alla Lady fest di Rennes nel 2012, ma la prima volta che sono salita sul palco e mi sono messa nuda è stato con Slavina, durante il Queer your self party a Roma, alla Casa Internazionale delle Donne.
Zarra Bonheur traduce le ricerche scientifiche in performance al fine di superare i limiti che separano i contesti (scientifico/militante), i saperi (cultura alta/cultura bassa, sapere scientifico legittimo/sapere militante), gli spazi (aula universitaria/centro sociale/scena teatrale), le espressioni (conferenza/performance) e di creare spazi interstiziali di sovversione/trasgressione delle norme. In “Porno trash” e “degen(d)ereted euphoria” le mie ricerche scientifiche sul rapporto tra corpi e spazio e sulla rappresentazione/percezione della nudità nello spazio pubblico sono trasformate in performance in cui il sapere scientifico prende corpo. Zarra Bonheur da (il) corpo alle ricerche, porta il corpo là dove non lo si attende, libera le riflessioni dalle pagine delle riviste scientifiche, esce dall’autorialità e contamina gli spazi. Nel 2014 Slavina, con cui avevo sviluppato un rapporto intenso di amicizia e di lavoro, mi propone di rendere Zarra Bonheur un collettivo. Grande entusiasmo da parte mia. Zarra Bonheur è oggi un progetto comune di dissidenza, di resistenza, di sperimentazione e di pornoattivismo/pornoaccademismo. Zarra Bonheur è anche la sperimentazione di un’alleanza, quella tra ricercatora (io) e soggetto della ricerca (Slavina).

«Zarra Bonheur è un progetto collettivo transnazionale a geometria variabile di ricerca e performance su genere, spazio pubblico e sessualitá dissidenti.
[…] il progetto unisce arte e attivismo inserendo le sue azioni nei contesti locali, coinvolgendo collettivi e singolarità, creando collaborazioni stabili ed effimere. Zarra ama il formato laboratorio come forma di arte partecipativa. La condivisione della scena come forma di impoteramento programmatica: Zarra Bonheur ha molte voci e molti corpi.
Siamo tutte Zarra Bonheur».

Abbiamo creato una piattaforma di scambio e di contaminazione, di creazione partendo da supporti diversi, dalla conferenza alla performance, passando per laboratori e conferenze performative e diversi contesti. Zarra Bonheur è un esercizio spurio di contaminazione di luoghi e persone, di trasmissione di competenze, di autoformazione, uno spazio orizzontale che cerca di “socializzare saperi senza fondare poteri” (Primo Moroni; cit. in Slavina).
Il lavoro di Zarra Bonheur si realizza in diversi contesti (militanti, associativi, istituzionali). È in questo senso una sperimentazione di traduzione della ricerca scientifica per renderla accessibile, toglierle il suo carattere d’élite e liberare i testi dalle prigioni delle riviste scientifiche. Allo stesso tempo è la traduzione dei saperi e delle pratiche militanti e dell’educazione popolare nell’insegnamento istituzionale.
L’ultimo intervento che abbiamo fatto come collettivo è stato a luglio nell’ambito del Festival d’Avignone, dove abbiamo fatto una conferenza performativa sul drag king.

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Rachele Borghi

Mi fa piacere che tu abbia nominato il drag king, dato che anche io l’ho sperimentato e vorrei continuare. Secondo te perché il drag king è ancora sottostimato o almeno a basso profilo rispetto al corrispettivo drag queen?
Drag Queen e Drag King hanno storie, traiettorie, modalità, motivazioni, declinazioni diverse. Non sono sicura che il paragone che si continua a fare sia davvero pertinente. Anche se il dk nasce come subcultura lesbica nei bar negli Stati Uniti, scende subito dal palco, investendo lo spazio pubblico e diventando uno strumento di dissidenza. A ogni modo secondo me bisogna non dimenticare che dk è una performance della maschilità, che permette di riflettere sulle costruzioni di genere, a prescindere dall’assegnazione di genere del corpo di partenza. Inoltre nel dk, così come è declinato nel contesto transfemminista, è fondamentale il momento laboratoriale come spazio di apprendimento ma anche e soprattutto di scambio e di creazione di relazioni. Questo tema è oggi al centro della ricerca di Clark Pignedoli che fa una tesi di dottorato a Montreal proprio sul tema dei laboratori drag king portando l’attenzione sul ruolo del privilegio cisgenere e sull’approccio delle persone trans.

Cos’è per te l’oscenità? Può assumere connotati positivi o negativi a seconda del contesto?
Per me osceni sono i reality show come il voyeurismo dei social network e soprattutto di Facebook. Non capisco come si possa qualificare corpi e immagini sessuali come oscene mentre sembra normale mettere in scena la propria vita, spogliarsi di ogni inibizione, rompere qualsiasi tabù, mettersi completamente a nudo sui social network. In una conferenza performativa che sto facendo da un po’, “Elogio del margine”, cerco di ribaltare l’idea di osceno attraverso un percorso che faccio col pubblico. Se all’inizio può essere considerato osceno che una professora della Sorbona si metta nuda a metà conferenza, poco dopo questa percezione viene ribaltata quando una voce off legge una serie di commenti che il mio lavoro ha suscitato in molti contesti. Spesso sento le persone del pubblico sussurrare “ma è osceno quello che dicono!”, ahahahaha! Infatti non faccio trigger warning per la mia nudità ma per questa parte e funziona molto bene.
Mi piace molto la riappropriazione del termine osceno e la sua declinazione in uso nel post-porno e nel trasfemminismo e soprattutto come lo usa Slavina, che ne ha esplicitato il valore politico nel titolo di uno dei suoi laboratori: “Poetiche e politiche dell’osceno”.

Da geografa, sapresti dirmi qual è secondo te lo spazio dell’osceno nella nostra Società e perché?
Come ti dicevo prima per me “osceno”, come viene inteso comunemente, è tutto il mondo dei reality e di Facebook, come anche il voyeurismo morboso verso fatti di cronaca. Credo poi che ci sia un’abitudine all’osceno nello spazio pubblico nel momento in cui non ci si indigna più verso la povertà, la violenza, l’esclusione delle persone*. Credo che oscena sia anche l’abitudine a sfruttare e a uccidere animali non umani. Spazi osceni sono i mattatoi, gli allevamenti, le riserve di caccia, i negozi di animali, le tavole imbandite con la sofferenza.
Lo spazio per l’osceno, invece, nella sua valenza ribelle e di dissidenza che il transfemminismo gli ha dato, è secondo me tutto da costruire. Credo che lo spazio dell’osceno, di questo osceno, non ci sia. Per questo bisogna prenderselo, perché lo spazio non si chiede, si strappa!

Cos’è per te il femminismo?
È per me un impegno costante, continuo, vitale per la giustizia sociale in maniera trasversale, attraverso una non gerarchizzazione delle lotte ma una interconnessione. È un’attenzione continua alla cura di sé e delle altre persone, umane e non umane**. È cercare di cambiare il mondo attraverso le micropolitiche del quotidiano. Significa per me riflettere sempre sui propri privilegi, su come mobilitarli e come uscire dalla propria zona di confort, creando alleanze ma soprattutto complicità trasformatrici. Il femminismo che mi corrisponde è il transfemminismo, un femminismo ribelle, che non si interessa all’integrazione, trasversale alle cause, che crea degli spazi di contatto, di contaminazione, di relazioni e di bienveillance.

Che tipo di pornografia ti piace guardare, leggere?
Soprattutto durante le mie ricerche sul post-porno ho guardato molti video, specialmente di porno queer. Quelli che mi piacevano di più erano quelli con corpi butch BDSM. Guardavo però un po’ di tutto quello che la mia amica Dirty mi passava, era lei la mia spacciatrici principale di porno lesbico e queer quando ero a Rennes. Mi ricordo che quando guardavo i video per le mie ricerche mi piaceva l’idea di masturbarmi lavorando.

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Rachele Borghi, © Ellis

Cosa pensi della pornografia mainstream?
Per quanto mi riguarda, tutto si riassume nella frase di Annie Sprinkle che dice che se non ti piace la pornografia esistente fattela tu come ti piace. E infatti il femminismo (pro sex) ha risposto con una produzione fantasiosa, creativa, bella, eccitante, dissidente di porno queer, femminista, post-porno, ecc.
Per me il problema principale della pornografia mainstream è lo sfruttamento delle persone, le paghe non adeguate e i rapporti di dominazione. Ma questo vale per tutte le industrie e i lavori.

Ritieni che la pornografia sia un mezzo espressivo per emanciparsi?
Si, certo, può essere una pista che permette di toccare certe parti di sé, scoprire e restare in contatto con i propri desideri e con le proprie perversioni. È però per me necessario potersi confrontare e riflettere con altre persone. Secondo me la pornografia, come qualsiasi altro strumento, permette l’emancipazione (se così vogliamo chiamarla, anche se sono sempre perplessa sull’uso di questo termine) quando diventa uno strumento di riflessione collettiva. È il processo di rendere collettivo qualcosa che è considerato privato che è vettore di cambiamento, di sé e del mondo. Primo perché, come per tutto, collettivo è meglio che individuale; secondo perché rompe il binomio pubblico/privato che è uno dei binomi che ci ha più fregato. È la dimensione collettiva che rende, a mio avviso, la pornografia politica.

Hai dei progetti ai quali stai lavorando e di cui vuoi e puoi dirci qualcosa?
Sto lavorando sul mio corpo malato, sto raccogliendo tutti gli esami, le visite mediche, le immagini e vorrei fare una performance in cui vorrei portare a riflettere proprio sull’osceno. È più osceno il mio corpo nudo o il fatto di mostrare il “dentro” del mio corpo?
Sto poi lavorando a un libro sulla violenza istituzionale e sulle risposte a essa a partire dalla mia esperienza alla Sorbona, in cui rivedo il mio percorso e lo proietto nel futuro attraverso l’approccio decoloniale. A questo si affiancano piccoli progetti con alcune colleghe/compagne francesi. Abbiamo creato la brigata SCRUM (Streghe per un Cambiamento Radicale dell’Università Merdosa) con cui stiamo facendo un manualetto di autodifesa epistemologica e con le persone studenti podcast di articoli scientifici, la pubblicazione della traduzione in fumetti sempre di articoli scientifici realizzati negli anni scorsi, il tutto al fine di riflettere sul valore politico di “farsi capire” e sull’uscita dai codici convenzionali nei contesti. Poi vorrei dedicarmi, magari tra un po’, a cercare di realizzare libri femministi intersezionali per bambini/e, a partire dalle storie che invento per mio nipote di 4 anni e dai lavoretti che faccio per lui. Ho fatto “la storia del pesce Angela Davis” sulle frontiere e il diritto di muoversi, “Le avventure della cavalla Rosa Parks” sui movimenti sociali e ora sto facendo “Nel vecchio santuario” sulle persone umane e non umane** che vivono nel santuario/rifugio antispecista del Vernou in Francia.

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Rachele Borghi, © Ellis

Spero che l’intervista abbia dato stimoli e spunti di riflessione, inoltre credo che le citazioni di Rachele siano un ottimo modo per conoscere persone e approfondire tematiche circa gli argomenti trattati.

* a tale proposito vi suggerisco l’articolo di Fabio Bertoni e Jessica Neri “Oscenità e corpi – Processi di normalizzazione e resistenza in soggetti richiedenti elemosina“.
** la prospettiva antispecista rifiuta la distinzione “persone” e “animali” preferendo utilizzare l’espressione persone umane e non umane.

Claudia Ska

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Lo fanno per il nostro bene (parte seconda)

[Questa è la seconda parte dell’articolo pubblicato lo scorso 30 Aprile 2019, che potrete leggere qui.]

Il tema della censura frustra chi lo subisce e in molti casi limita anche il suo potere economico.

Consideriamo i/le sex workers (lavoratori e lavoratrici del sesso) e alcun* artist*. La prima categoria è stata fortemente messa in difficoltà con la legge statunitense FOSTA-SESTA (Fight Online Sex Trafficking Act e Stop Enabling Sex Traffickers Act) firmata da Trump nel marzo del 2018 per combattere il traffico sessuale. Questa legge scritta in modo ambiguo e vago rende responsabili dei contenuti pubblicati sul proprio sito i proprietari delle varie piattaforme, pertanto molti siti hanno deciso di eliminare il problema alla radice impedendo la condivisione di materiale e servizi a sfondo sessuale. Da Backpage.com (sito di annunci di vario tipo), Patreon, Reddit, Craiglist, Google, passando da Tumblr, che ha visto crollare il traffico del 30% da quando nel dicembre 2018 ha dato un giro di vite alle condizioni d’uso (fonte: DrCommodore.it), la stretta si è fatta soffocante per chiunque.

Suppongo che siamo d’accordo sull’importanza di riconoscere e neutralizzare chi sfrutta la prostituzione, il traffico di persone e la diffusione di materiale pornografico realizzato tramite coercizione o senza che le persone protagoniste ne fossero a conoscenza, pertanto si sarebbe potuto scrivere la legge in modo preciso e dettagliato, senza andare a colpire categorie di persone che con consapevolezza hanno deciso di esercitare una professione. Non è ipocrisia quella di considerare la prostituzione e la pornografia attività che esistono come conseguenza di una forzatura di un soggetto X su un soggetto Y?
È stata approvata una legge che nega l’autodeterminazione.
E, come è stato fatto notare, a essere ulteriormente discriminate saranno le persone marginalizzate per etnia, ceto sociale e sesso (persone non bianche, povere, transessuali). Persone che in completa autonomia hanno potuto scegliere cosa far vedere e vendere di sé, selezionare anticipatamente la clientela e stabilire un valore economico alle proprie prestazioni, si trovano nuovamente alla mercé di papponi e costrette a mettersi su strada con un rischio maggiore di subire violenza.

Autoscatto e autocensura, Dicembre 2018

Autoscatto e autocensura, Dicembre 2018

Per quanto riguarda invece chi di nudo, erotismo e/o pornografia ha fatto una forma d’arte, la situazione non è migliore, soprattutto per artist* poco conosciut* che vorrebbero far arrivare le proprie opere anche fuori dalle personali cerchie sociali e/o dall’area geografica di provenienza.
Molt* di loro usano i social per promuoversi e creare una rete tale da diffondere il proprio lavoro. Il passaparola è fondamentale a questo scopo ed è stato proprio il passaparola che ha permesso a molt* di farsi notare da gallerie d’arte, musei, aziende con cui collaborare e incrementare i guadagni e la visibilità. Per tornare al social più in voga negli ultimi anni, Instagram, tempio del visuale, quest* artist* si sono vist* censurare foto e illustrazioni e in molti casi anche chiudere il profilo perché considerati inappropriati, con la conseguente perdita di materiale e follower. Se è vero che le immagini sono salvate altrove, non vale per le didascalie e in generale la parte testuale, inoltre ricostruire la fan-base non è facile e immediato, richiede tempo, sforzo e impegno. Attualmente Instagram usa un metodo più subdolo dell’eliminazione delle immagini, il cosiddetto shadow ban, ossia l’oscuramento. I contenuti restano online, ma visibili solo se una persona va sul profilo su cui sono stati pubblicati. Non ci sono hashtag che tengano, non si viene indicizzat*. Questo va ad aggiungersi al fatto che le pubblicazioni di ciascun* utente vengono visualizzate solo dal 7% dei follower, a meno che non decida di sponsorizzare i propri contenuti, opzione che può essere utilizzata solo da chi ha un profilo aziendale.
Nel mio caso non potrei anche volendo: la parola porn contenuta nell’indirizzo del sito mi impedisce di riportare l’url nella mia biografia di Instagram, per cui ho dovuto aggirare il problema utilizzando Linktree e, quando uso direct (messaggistica privata di Instagram), mi viene impedito l’invio in quanto “il link è stato individuato come non sicuro […]”.
Chi vende sex toys e in generale materiale per adulti (tranne se le finalità sono contraccezione o pianificazione di gravidanza), non può creare inserzioni a pagamento su Facebook e Instagram, che ne vietano la sponsorizzazione e la vendita sulle loro piattaforme. Questo vale quindi anche per chi sponsorizza e vende fotografie, illustrazioni e video a carattere erotico e pornografico o dove siano visibili corpi nudi, a prescindere da eventuali atteggiamenti allusivi o esplicitamente sessuali. Se si tratta di libri, il problema è superato in quanto le aziende non ne impediscono la vendita.

Dal mio punto di vista la tutela della sensibilità e della sicurezza dell’utenza sono pretesti per agire un controllo reazionario sulle persone, per questo è necessario informarsi e rivendicare la propria libertà con proteste e proposte, perché la sola rivendicazione non basta se non si è proattiv*.

Claudia Ska

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Lo fanno per il nostro bene (parte prima)

«Chi censura i censori?»
Decimo Giunio Giovenale

Nell’Aprile 2016 lanciammo il numero 15 di “Rivista di Scienze Sociali”, così ogni giorno condividevo su Facebook il link a uno degli articoli per promuoverli.

Alcuni di essi erano corredati dalle immagini del servizio fotografico “Santa Firunika dalla veste nera” che feci con Alex Gallo e che lanciammo in anteprima proprio su “Erottica – Sguardi obbliqui di corpi dilatati”.

L’articolo di Francesco Macarone Palmieri, “Emoporn” (di cui consiglio fortemente la lettura), era uno di questi. Sotto il titolo e nella preview troneggiava una foto in bianco e nero di me in ginocchio col ventre e la vulva scoperti, il seno nascosto da uno scialle nero e il volto tagliato dall’inquadratura.

Facebook eliminò il post perché offensivo.

Era già capitato in altre occasioni, ma fu in quel periodo che iniziai a pubblicare più o meno sistematicamente foto mie in polemica con la condotta censoria del social network.
La domanda più o meno esplicita che ponevo era sempre la stessa: «Che colpa hanno i nostri corpi?» ed è la medesima da allora.
Iniziai a usare Facebook sempre meno, prediligendo Instragram, che sembrava più aperto sul tema nonostante dal 2012 fosse stato acquisito dall’azienda di Zuckerberg. Mi ero sbagliata di grosso e non ci è voluto molto a capire che Instragram è altrettanto bigotto: talis pater

Stando ai dati di Luglio 2018, il maggior numero di utenti che utilizza Instagram si trova negli USA seguiti nell’ordine da India, Brasile, Indonesia e Turchia (fonte: Hootsuite).
Sono andata a cercare le condizioni delle donne in quegli Stati e ho scoperto che nel 2018 la Thomson Reuters Foundation ha stilato la classifica dei 10 Paesi più pericolosi al mondo per le donne: è emerso che l’India è al primo posto mentre gli Stati Uniti d’America al decimo. Fra i parametri considerati ci sono discriminazione, violenza sessuale e non, traffico di esseri umani (schiavitù domestica, lavoro forzato, matrimonio forzato e schiavitù sessuale).
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) il Brasile è invece quinto Paese al mondo per tasso di femminicidi (fonte: LetteraDonna).
Nella zona nord dell’isola di Sumatra, nella provincia di Aceh in Indonesia, nell’ottobre del 2018 è stato istituito il divieto per le donne di mangiare fuori con un uomo tranne che se accompagnate da un famigliare (maschio, ovviamente) e inoltre dalle ore 21.00 è vietato servire clienti donne nei locali pubblici per “proteggerne la dignità” (fonte: Sky Tg24).
In Turchia, nonostante i movimenti femministi locali, le donne faticano a essere considerate e trattate alla pari degli uomini e sono diffusi stupro, femminicidio e violenza domestica, oltre ad altri tipi di discriminazioni (fonte: Wikipedia).
Da tempo mi interrogo sulla connessione tra globalizzazione, diffusione dei social media e libertà e penso che ci sia una relazione tra questi temi e la censura.
Un’azienda che cerca di imporsi economicamente su larga scala e in modo capillare, deve fare i conti con leggi, norme e tradizioni del luogo in cui entra e desidera stare. Se le donne sono ritenute inferiori (rispetto agli uomini [eterossessuali], che in una visione patriarcale è il metro di paragone assoluto), se i loro (nostri) corpi sono considerati volgari e pericolosi, sarà necessario privare tali persone della libertà di espressione, sarà imposto loro il divieto di mostrarsi come vogliono e persino di parlare di cosa desiderano e come lo desiderano.

In questo contesto storico, politico e sociale si inserisce il porno-attivismo, con le sue provocazioni che trascendono la narrazione volta a eccitare e usando la rappresentazione dell’atto sessuale per un discorso politico di de-colonizzazione e libertà, rivendicazione dei diritti e quindi autodeterminazione.
Quando una persona consapevole (l’aggettivo è fondamentale in questo assunto) si mostra nuda, sta compiendo due azioni: la prima è quella oggettiva di mostrare il proprio corpo integralmente o parzialmente, la seconda è quella intrinseca di esercitare la propria libertà di espressione, senza cercare legittimazione, perché si è legittimata con l’azione stessa.

Una ricerca del Center for Technology Innovation at Brookings del 2016 raccolse i dati in cui si diceva chiaramente come gli Stati che avevano applicato il divieto di usare determinate applicazioni e siti persero 2 miliardi e 400 milioni di dollari nel 2015 (fonte: Panorama). Considerata l’ingente somma, alcuni sono tornati sulle proprie decisioni aprendo le porte ad aziende come Facebook (che possiede Instagram e Whatsapp) e Google, fra le più note, potenti e pervasive. Gli accordi si fanno sempre sulla base di compromessi a scapito della libertà: limitando quella delle/degli utenti, non solo impedendo che condividano contenuti che sono ritenuti pericolosi per la community, ma anche ricavando informazioni personali su di ess* per avere un controllo maggiore, se non totale (abitudini di acquisto, stile di vita, opinioni politiche, interessi, ecc.).

«Instagram riflette la nostra eterogenea comunità di culture, età e credenze. Abbiamo dedicato molto tempo a riflettere sui diversi punti di vista delle persone in modo da creare un ambiente sicuro e aperto per tutti.»
Incipit della versione lunga delle linee guida della community.

Se il tuo sito accetta utenti dai 13 anni in su di credo religiosi, opinioni politiche, e condizioni sociali disparate e se tali utenti usufruiscono del tuo sito anche in Paesi dove sono in vigore pena di morte (non c’è bisogno di andare in Medio Oriente, negli USA con la pena capitale se la cavano benissimo!), tortura, imposizioni di natura religiosa o statale che limitano la libertà di espressione e parola, come minimo devi fare in modo che chiunque non si scontenti.
Quello che deduco è che la violenza, l’omofobia, il sessismo, l’oggettificazione dei corpi femminili e la xenofobia vengono tollerati, mentre le soggettività dei corpi e i discorsi su una sessualità positiva ed eterogenea sono censurati, lo dimostrano le numerose pagine a sfondo razzista ancora attive nonostante le segnalazioni e il fatto che la narrazione mainstream della sessualità se la passa piuttosto bene. Pertanto la conclusione alla quale sono arrivata è che pagine e profili volti alla limitazione delle libertà altrui vengono favoriti, mentre pagine e profili volti all’estensione di tali libertà vengono osteggiati e censurati.

[continua…]

Claudia Ska

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Parlare addosso ai corpi

I corpi sono campi di battaglia (semi citazione da Barbara Kruger) da sempre, su di essi si gioca l’autodeterminazione per antonomasia. Se affrontiamo il tema dell’autodeterminazione dei popoli non possiamo prescindere dai loro corpi.
Quanti modi ci sono stati e ci sono per ridurre in schiavitù un corpo?
Infibulazione, circoncisione (per motivi culturali e religiosi), negazione dell’aborto o costrizione a esso, castrazione chimica, biancheria intima costringente (cinture di castità, corpetti, reggiseni, pancere), fasciatura dei piedi, allungamento del collo, buchi ed eventuale dilatazione dei lobi delle orecchie, buchi al naso, disco labiale, tatuaggi e via discorrendo.
Ho volutamente menzionato delle pratiche usate tradizionalmente da alcune popolazioni, che in alcuni casi sono state imitate e assimilate da altre culture: su tutte l’uso di orecchini e i tatuaggi.
Certe tradizioni sono la conseguenza di un’imposizione e non sono una giustificazione alla violenza e all’abuso. Se una persona non è libera di poter scegliere cosa fare del proprio corpo e di come mostrarlo, non sarà una persona autodeterminata, ma costretta (la comunità d’origine, il gruppo religioso di appartenenza, la famiglia, varie ed eventuali), anche laddove non c’è violenza apparente. Una persona che si ribella alla tradizione è una persona che sceglie per sé stessa, così come lo è una persona che consapevolmente decide di aderire a quella data tradizione, ma per accettare o rifiutare qualcosa dobbiamo innanzitutto avere libertà e strumenti per elaborare un pensiero critico che ci permetta di esercitare la nostra scelta.

È raro imbattersi in fotografie non modificate, anche impercettibilmente, di persone che mostrano il proprio corpo o che, con la pubblicazione di foto di sé nude, in biancheria intima o costume da bagno, non menzionino qualche particolarità del proprio aspetto, più frequentemente definendola come “difetto”, oppure associando a quell’immagine un contenuto in cui si parla di bellezza, dieta, peso, salute, amor proprio.
Le didascalie diventano richieste di perdono e giustificazioni per il proprio corpo o, all’opposto, la rivendicazione di esso.
Se si parla di corpi il principale parametro per una riflessione più o meno ricercata è la bellezza, un concetto tanto opinabile quanto astratto.
Quando la bellezza non basta si fa ricorso al tema della salute, con la tendenza a medicalizzare chiunque non abbia un corpo conforme allo standard dominante, che nelle nostre società ed epoca corrisponde a quello di uomini e donne bianche, slanciato, magro ai limiti dell’anoressia oppure palestrato, abile, tendenzialmente molto tatuato e impeccabile a livello di stile (qualunque esso sia).
Chi esce fuori dallo standard è innominabile e invisibile o – nel peggiore dei casi – bistrattat* (vi ricorda qualcosa? Già, sono quegli stessi corpi che ci vengono riproposti nel porno mainstream).

Your body is a battleground, Barbara Kruger

Your body is a battleground, Barbara Kruger

Alcune aziende cosmetiche e di moda, che hanno adottato esempi apparentemente non conformi allo standard che esse stesse hanno contribuito a diffondere e capitalizzare, hanno lanciato sul mercato le “taglie forti”, abbigliamento per persone curvy, linee morbide, scelto testimonials e modell* apparentemente divers* dal tipo di riferimento, ma di fatto hanno continuato a usare corpi e volti di persone che di poco si discostano dal suddetto standard, se non in termini di peso, appunto, per altro promuovendo una terminologia discriminante e ambigua.
La persona grassa non viene mai definita apertamente tale, mentre la persona magra* sì. La persona grassa è particolarmente biasimata quando non proprio offesa (sovrappeso, in carne, rotondetta, paffutella, cicciona, obesa anche quando non lo è, palla di lardo per essere citazionista, ecc.). A tale proposito suggerisco di seguire sui social il duo Belle di Faccia costituito da Mara Mibelli e Chiara Meloni, che parlano proprio di body shaming e body positivity cercando di focalizzare l’attenzione sulla dignità di essere di ciascun corpo.

La problematica del come mostrarsi e cosa dire rispetto al corpo è particolarmente diffusa tra le donne. Nonostante il body shaming colpisca anche gli uomini (stigma della calvizie, del peso, dell’altezza, della dimensione del pene) se ne parla meno, perché si espongono raramente per tabù e/o vergogna. Questa tendenza è culturale, figlia di stereotipi sessisti che vogliono la donna barbie e l’uomo macho, con la conseguente discriminazione di tutti i corpi non adeguati a tali modelli e relativi frustrazione e senso di inadeguatezza che ciò implica.
Fino a ora ho affrontato l’argomento tenendomi sul binarismo femminile/maschile e soffermandomi su aspetti puramente estetici, se supero questa dicotomia mi imbatto in una questione decisamente più ampia e complessa che va a intersecarsi con quanto sopra riportato.
Su chi e cosa faranno riferimento le persone intersex, le persone che vorrebbero transizionare e quelle che stanno transizionando e, fra/oltre a queste, quelle che non sono bianche, che non hanno corpi atletici, a cui mancano delle parti (una o entrambe le tette, uno o più arti, persone che hanno cicatrici evidenti, bruciature, macchie sulla pelle, ecc.)?

Ho letto di recente una bellissima intervista che Morena di Le Sex En Rose fece a Max Ulivieri (LoveGiver), il quale condivide la delusione per il fatto che con le persone disabili (NON fra persone disabili, la differenza è fondamentale) si parli esclusivamente di disabilità, sia pubblicamente che nel privato, come se la disabilità escludesse tutto il resto: disabili anziché persone. Questa osservazione mi ha fatto ragionare ulteriormente su come parliamo collettivamente dei nostri corpi.

Le didascalie alle foto che condividiamo sui social sono ridondanti e, seppure comprendo la necessità di dire pubblicamente qualcosa che tutt’ora è tabù – è pur sempre un gesto politico – rischiamo di limitare il discorso e farlo diventare controproducente.
Se sotto una mia foto sottolineo la presenza di cellulite e/o peli, per dire, dò estrema importanza a quella cellulite e/o a quei peli, anche se li uso per costruire uno storytelling positivo. Il parlare addosso al corpo depotenzia la foto in sé, che – per il solo fatto di mettere in mostra quel fisico per intero o parzialmente – ha un senso proprio, che non ha bisogno di essere specificato.

*Le persone magre non sono esenti da critiche e insulti. Se particolarmente magre, sono spesso additate come anoressiche, ma – dato che la nostra Società promuove modelli di magrezza spesso spinta all’estremo – l’attenzione è più sovente posta sulle persone grasse, viste come malate perché – si sa – un corpo sano è un corpo magro (poco importa se quest’ultimo ha i valori del sangue sballati, se è depresso, affaticato, sotto pressione, infelice, ecc. Ciò che conta è l’apparenza).

Claudia Ska

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