[Guest Post] “L’innominabile” di Danilo Campanella

Pochi giorni fa ho sentito una coppia di giovani parlare dei propri cagnolini. Lui diceva, divertito, che a volte “lo fanno” tra loro.
«Che cosa?»
«Sesso!».
«No! – lo sgrida lei, infastidita – si dice “amore”!».

Siamo a pochi giorni dal 2020.
Venti anni ci separano dall’inizio di quello che battezzammo “nuovo millennio”, cominciato con la rivoluzione digitale. Cinquant’anni fa cominciava la rivoluzione delle rivoluzioni – quella culturale – e, ancora prima, quelle bolscevica e francese, che hanno messo in crisi tutti gli stati assoluti del mondo. Settemila cinquecento anni fa iniziò la costruzione della mitica città di Ur, eppure esiste qualcosa che ancora non ha un nome e che è nato prima di tutto. Qualcun* con ancora un po’ di imbarazzo catto-comunista lo chiama “avere un rapporto”, i/le classicist* “fare l’amore”, i/le più smargiass* “scopare”, con una punta di ironia. Altr* ancora dicono volgarmente “chiavare”.
Non sappiamo ancora come definirlo.

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Gritte, da Unsplash

Il sesso resta ancora oggi un tabù del linguaggio, un imbarazzo per chi non sa o non vuole rispondere a una semplice domanda: si può avere un rapporto sessuale senza che vi sia amore?
Non entro in merito a quest’ultimo, per lo meno in questo guest post. Tuttavia, che vi sia sempre un rapporto emotivo, è fuori di dubbio. Se questo lo si debba chiamare con il romantico appellativo ottocentesco è un’altra questione.
Fare sesso o fare l’amore?
Ognun* lo chiama come vuole ma poi non lo fa allo stesso modo. Sì, perché la resistenza a chiamarlo sesso, in modo secco, ginnico, pneumatico, determina un costrutto mentale, una riluttanza, una mancanza di libertà verso qualcosa che potremmo provare verso una persona anche senza l’illusione di dedicarle tutta una vita. Che poi, chi determina la lunghezza di una vita?! È possibile dedicare tutto sé stess* a una persona per un mese o ignorarla per trent’anni. La verità è che in Società esiste ancora la necessità di avere comportamenti condivisi: sorridere quando non se ne ha voglia, parlare in un certo modo, insomma avere una maschera. E fin qui nulla di male.
Sul concetto di maschera fior di letterat* hanno dedicato ampi studi, motivandola come una necessità pubblica, ma che vi debba essere una maschera anche nel vivere il mondo intimo – i filosofi fichi lo chiamano “foro interno” (o “interiore”, ossia la morale) – della nostra esistenza è davvero desolante.

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Freestocks-org, da Unsplash

Anche quando parliamo di sesso usiamo i guanti di lattice e, dato che ciò che facciamo è determinato da ciò che diciamo, perché il linguaggio forma il comportamento, dobbiamo ritenere che di solito “scopiamo col cambio tirato”.
Ci spogliamo per abbracciarci, toccarci, assaporarci, eppure dobbiamo chiederci se siamo veramente nud*.

Danilo Campanella è laureato in filosofia. Scrive libri e dirige collane editoriali per alcune case editrici. Conferenziere itinerante, studia il rapporto tra antichità e modernità. Lo trovate su Instagrame su Facebook.

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Danilo Campanella

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[Guest Post] “Nudo classista” di girlsplaining

Mi imbatto frequentemente in contenuti prodotti da persone che giustamente abbracciano la causa femminista e vogliono sensibilizzare i propri amici e follower rispetto al discorso della libertà di espressione femminile e/o ai tabù legati al corpo femminile, ma troppo spesso mi accorgo di un’omissione che a me sembra non casuale. Un femminista non può tralasciare per tutta una “predica” di qualche minuto, dopo aver elencato tutti i suoi validissimi argomenti e le sacrosante istanze di libertà contenute nel pensiero antisessista, un aspetto così centrale e determinante senza percepire un senso di vuoto, senza sentire puzza di bruciato. Nello specifico mi riferisco a quelle migliaia di video, post e contenuti di vario genere in cui si vuole affermare che una femmina sia liberissima di mostrarsi nuda e che questo non ne faccia una prostituta, cioè che la sua nudità sia legittima ma non debba avere per forza una funzione sessuale o forse, nell’ambiguità determinata da quel mancato che tra poco dirò, costoro si accontentano più specificamente di comunicare che la nudità sia legittima IN QUANTO non ha funzione sessuale, quindi implicitamente che sia legittima se, e solo se, non ha funzione sessuale. L’omissione di cui parlo consiste in quel famoso «non c’è nulla di sbagliato nella libera espressione della propria sessualità, anzi!» che in troppi si dimenticano di citare e di porre a premessa di ogni considerazione sul tema.

L’impressione netta è che le battaglie intermedie legate al femminismo pop e un po’ sublimato, ai #nudeisnotporn, fungano da dispositivi in grado di rafforzare la mentalità sessuofoba dominante, insomma che stiano alla rivoluzione femminista come i riformismi socialdemocratici stavano al comunismo: anche se chi li promuoveva era animato spesso da nobili intenti, fungevano da contentino per gli oppressi di modo che non giungessero mai alla certezza che ribellarsi fosse l’unica via.

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Moltissime che ci mettono la faccia, la tetta o un grammo della loro energia per portare avanti la sacrosanta battaglia del #nudeisnotporn, del «perché sono nuda ciò non implica che io sia una puttana», probabilmente si sentono così oppresse dalla sessualizzazione coatta del loro corpo e della loro persona da non poter che desiderare disperatamente questo orrendo ma rassicurante compromesso: quello per cui siamo tutti nudi ma non siamo puttane e, chi invece è puttana, merita di essere trattato diversamente; quel compromesso per cui al #nudeisnotporn non necessariamente segue il #pornisnotevil (sarebbe meglio che precedesse) e i nostri corpi diventano liberi solamente di veicolare (a beneficio già sapete di chi) messaggi che rimandino anche solo implicitamente a target consumistici, a mode, tendenze e canoni estetici imprenditorialmente profittabili.

Il sesso? Quello rimane un tabù. Eppure chiunque si approcci anche timidamente allo studio delle discriminazioni di genere sa benissimo che tutto ha la sua genesi negli assunti sessuofobi e continua a essere sotterraneamente alimentato proprio dall’azione inconscia di questi ultimi, ossia i segni e sintomi più in evidenza del sessismo, come appunto le riserve più grette e ingenue sulla nudità femminile o aspetti ancora più superficiali e meno intuitivamente legati all’argomento “sesso” (vedi il mansplaining), non sono altro che l’ultimo stadio di un processo che ha come principio e motore la sessuofobia, l’attribuzione di uno statuto speciale alla sfera sessuale e la declinazione di questo assunto nelle forme più disparate.

Facciamo dunque un balzo in avanti: il corpo è già ben oltre l’ostacolo ma il cuore si ostina a rimanere indietro. La poderosa struttura giurisprudenziale, sociale e culturale che garantiva la perpetuazione del patriarcato è oramai defunta, pertanto non esiste più alcun appiglio per certo maschilismo puritano, nessun possibile riscontro di una ratio che giustifichi la violenza di certi comportamenti. Alle soglie del 2020 viene effettivamente a trattarsi di una forma di pensiero primitivo e disfunzionale ed è oramai doveroso approcciare al maschilismo puritano come a una psicosi. Nella terapia psicanalitica delle psicosi si usa la cosiddetta interpretazione verso l’alto, ossia per aggirare le angosce che insorgerebbero in un’opera di scavo graduale, si preferisce scandagliare direttamente le profondità nominandone i contenuti.

Io credo che, mentre le riflessioni dei singoli hanno ragione di percorrere ogni via possibile, l’attivismo e la divulgazione femminista dovrebbero invece assumere questo metodo, rinunciare a decostruire gradualmente tutti i passaggi logici che conducono dal segno-superficiale-A (es. avances sessuale alla modella di nudo) fino agli abissi della storia dell’uomo e dunque al tabù del sesso. Ciò al fine di evitare che proprio questa gradualità dell’indagine e del disvelamento si presti a fungere da dispositivo antirivoluzionario, da meccanismo omeostatico che garantisce al sessismo e al capitalismo una sopravvivenza in forma accomodata.
Sarebbe il caso di partire dal #pornisnotevil e non dal #nudeisnotporn: solo dopo aver statuito che il sesso non sia qualcosa di speciale e dunque di delicato e pericoloso, solo allora potremo essere certi che «mi spoglio ma non per eccitare sessualmente» sia una libera scelta e non invece una forma più subdola di slutshaming, una negazione forzata, l’ulteriore tabuizzazione di un aspetto naturale (la sessualità/l’erotismo) insito in praticamente ogni comportamento umano, dunque l’ennesima strategia culturalmente data di sublimazione di ciò che che è ancora oggetto di divieto.
Finché non ci sembrerà del tutto innocuo e privo di particolari conseguenze sociali postare una foto con un pene in bocca o con la faccia inondata di sperma, i nude-not-porn rappresenteranno una forma normata dell’espressione di un falso sé, non saranno diversi da quelle che oggi sono le pubblicità dei reggiseni (col loro implicito «se non lo metti sei una schifosa esibizionista, i tuoi capezzoli devono essere ben nascosti!»).
Già oggi, a dimostrazione di quanto questo femminismo flat sia in fondo molto in ritardo sull’agenda della rivoluzione antisessista, si comincia ad avvertire tra i giovani adulti dei ceti più istruiti una certa istanza conformista anche se non apparentemente così perentoria: non hai nemmeno una foto di nudo un po’ artistico, pseudonaturista, alternativo o vattelappesca sui tuoi social? Allora c’è qualcosa in te che non va (che poi è un ragionamento non del tutto privo di una sua pregnanza).

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Chi conosce il mondo della pornografia web (oramai amatoriale e quasi sempre non consensuale) sa bene che esiste già una sorta di muro invisibile che divide le “zozze” dalle modelle d’arte o ragazze alternative di classe media. Per ragioni che non sarebbe opportuno illustrare in questa sede, le ragazze consapevoli di classe media, a parità di valenza trasgressiva del contenuto pubblicato, ricevono una quantità di molestie infinitamente minore ma soprattutto una qualità diversa di molestie. È infatti interessante assistere a quegli sporadici incidenti, quelle crepe che si creano ogni tanto nel guscio esterno delle nostre filter-bubble in cui un frequentatore di canali di pornografia degradata, abituato a interagire con “sciampiste ragazzine tamarre”* e proletarie dell’erotismo social (coi loro contenuti di cattivo gusto a metà tra un prediciottesimo e le pubblicità dei club privé), inciampa in uno di questi profili più elitari e fa una fatica enorme a decodificarli, il risultato è sempre qualche interazione molesta in cui fa la figura del cinquantenne viscido maschilista (cioè di sé stesso).
Questo perché accade? Perché il #nudeisnotporn è un privilegio, uno status symbol nelle mani di chi ha gli strumenti intellettuali, culturali, sociali ed economici per sofisticare l’espressione di sé; mentre chi non è in grado di produrre un nude che sia qualificabile come not-porn, ovvero le proletarie dell’erotismo di cui sopra, costoro saranno sempre condannate a essere carne da macello, bestie in preda alle peggiori forme di molestia, allo stalking, alla minaccia perpetua (alimentata anche dall’assenza di un diritto all’oblio) per la propria sicurezza personale.
Se non si vuole favorire un semplice riposizionamento delle convenzioni e dei costumi in chiave forse ancora più classista e repressiva di prima, occorre fare ciò che ho poc’anzi proposto: prima abbattiamo il tabù della pornografia, poi cominciamo a spiegare alla gente che non tutta la nudità è pornografia. Impariamo a dire «anche fossi una puttana o una ninfomane, sarebbe semmai una cosa di cui vantarmi» e solo dopo a precisare «comunque in questo caso non lo sono e non voglio essere approcciata sessualmente». Sicuramente è la via meno semplice, ma è l’unica via per vivere in un mondo finalmente liberato da questo mostruoso tabù e un mondo autenticamente non sessista.

*I termini irriverenti utilizzati in questo articolo devono intendersi come descrittivi, in chiave ironica, di stereotipi sociali e culturali i quali tendono a esercitare un’attrazione sulla [auto-]percezione e sui comportamenti degli individui, uniformandoli o ingabbiandoli nella ripetizione di pattern interattivi rigidi e condannandoli all’assunzione di ruoli sociali ben definiti.

Questo articolo è stato gentilmente scritto da girlsplaining, che non ci ha lasciato uno straccio di bio, ma che trovate su Instagram.

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girlsplaining

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[Guest Post] “Murakami after sex” di Ossidiana Cosmica

Prova a ricordare una scena di sesso in Murakami.
Prova a ricordarne i dettagli, il contesto, il fine.
Immagino sia più facile ricordarne le sensazioni, e non sono sempre positive, vero?
Ho scoperto una cosa: non ricordo tutte le scene di sesso in Murakami ma riesco a trovare la pagina esatta in ogni libro con una precisione chirurgica. Da qualche parte, la mia coscienza — a quanto pare — le ha archiviate con un certo ordine.
Ho fatto delle ricerche e ho scoperto che la maggior parte dei fan non si sente a suo agio a leggere scene di sesso nei suoi libri, la critica sta pensando addirittura di catalogare Murakami come un autore che «non sa scrivere di sesso».
Non me l’aspettavo.
Più leggo le opinioni “degli altri” e più sento che c’è qualcosa che non torna: «maschilista, sessista, noioso, inconcepibile, disturbante…»
Cerco tra i libri che possiedo, li rileggo. Ecco: l’aggettivo che stavo cercando e che è sfuggito a molti è /tra·scen·den·tà·le/

Il sesso in Murakami è Trascendentale.

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Haruki Murakami

Leggo ancora.
Mi accorgo che nella maggior parte dei casi il sesso è sempre diverso pur seguendo uno schema ben preciso, e sopratutto ha uno scopo che “trascende” dal sesso nella maggior parte dei casi.
Mi stupisco.
Sono stupita del fatto che Murakami non sessualizzi il sesso.
Come si fa a non sessualizzare il sesso?
Lo descrive.
Nella maggior parte dei casi lo descrive in modo quasi obiettivo, un susseguirsi di fatti e azioni avvenuti tra due o più persone in un lasso di tempo a volte non del tutto preciso. Il suo è uno descrivere pragmatico, realistico, ma non pornografico.
C’è inoltre un dettaglio da non trascurare: durante la lettura molti tendono a “rimuovere”  la scena di sesso (me inclusa). Credo che Murakami abbia la maestria di inserire il sesso nelle sue narrazioni senza forzare troppo la mano e senza avere la presunzione di volerci eccitare; forse è per questo che non lo ricordiamo del tutto.
Tendiamo a preservare una sensazione quasi decontestualizzandola, per questo — forse — molti si sentono disorientati. Perché in qualche modo cambia anche il fine e la percezione che siamo abituati ad avere del sesso.
Spesso il personaggio maschile è inerme, come paralizzato, subisce il sesso da parte di una donna, che non sempre ne gode, ma compie l’atto per un fine più grande. A volte è nei sogni, non è consensuale (etero e non), altre fa addirittura paura e cambia per sempre la vita dei personaggi.

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Nobuyoshi Araki

Leggo ancora.
Penso a “Kafka sulla spiaggia”, al rapporto sessuale tra una signora Saeki sonnambula e un giovane Kafka inerme che scoprirà di aver realizzato la profezia edipica dalla quale era fuggito.
Penso al rapporto tra la giovanissima Fukaeri e Tengo in “1Q84”. Fukaeri diviene traghettatrice del seme di Tengo che riuscirà ad inseminare un’altra donna probabilmente in un altro piano di realtà.
Penso a Kano Creta (“L’uccello che girava le viti del mondo” ndr), che sperimenta un atto sessuale incomprensibile quanto brutale, che le farà espellere grumi di dolore/piacere, feci e bava.
Penso a Myū (“La ragazza dello Sputnik” ndr) che, intrappolata in una ruota panoramica, vedrà una se stessa concedersi a Ferdinando. Un atto sessuale non voluto davvero, ma che si consuma in modo così osceno da sporcare e segnare la coscienza di Myū fino al trauma che l’allontanerà per sempre dal sesso.

Credo che Murakami abbia cambiato tutte le regole.
Il sesso nelle sue narrazioni è al centro eppure ne è fuori. È trascendentale e ha un che di spirituale. È la via maestra per sentire cose che non percepiamo nella normalità e ci aiuta a passare dall’altra parte.
Per questo non lo ricordiamo.

Ossidiana Cosmica, al secondo Martina Falchetti è designer e creativa. Ha creato un accogliente a raffinato progetto su Instagram in cui si confronta con la comunità che sta creando intorno a sé. Inizialmente nato come canale dedicato a libri e lettura, è presto diventato un aggregatore più corposo e ambizioso, che vi consiglio di seguire.

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Ossidiana Cosmica, Martina Falchetti

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