[Guest Post] “Mi rivedo con altri occhi: i miei” di Caffeine Butt

Sono M. e sono un’esibizionista.
Pubblico online le mie foto di nudo (o quasi) dal 2007 e le scatto dal 2002.
La prima volta avevo 16 anni, era una sera d’inverno ed ero esageratamente vestita; la mia pelle aveva bisogno di evadere e io avevo bisogno di vedermi da un punto di vista che non fosse lo specchio. Quella sera è iniziato il mio lunghissimo rapporto con l’autoscatto. Per anni le foto sono rimaste più o meno segrete/private, poi sono state su MySpace, su blogspot, su alcuni forum di scambisti, su Tumblr e infine su Instagram.

Faccio parte di quel ristretto gruppo di persone molto più clemente con il mondo esterno che con se stessa e vedermi da un punto di vista esterno mi aiuta a rendere la mia immagine meno in attesa del mio stesso giudizio. Sono ben lontana dai canoni di bellezza più condivisi, ma con gli anni, osservandomi e fotografandomi, ho imparato a voler bene al mio corpo per come è e per le storie che ogni dettaglio può raccontare. Ho imparato anche a conoscerlo e riconoscerlo proprio grazie a ogni singolo particolare, quelli con i quali sono nata e quelli che riassumono le mie battaglie.
Quelle foto sono un momento in cui sperimento una sorta di corteggiamento verso me stessa: una sensualità solo mia e non diretta a nessun altro. Ma sono anche, e soprattutto, il momento in cui mi riapproprio di me e del mio corpo.

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Autoscatto, Caffeine Butt

A volte non ce ne accorgiamo nemmeno, ma di fatto apparteniamo più agli altri che a noi. Il nostro corpo è oggetto della famiglia, del lavoro, della società e di tutte le regole e consuetudini che lo governano. Il modo in cui ci muoviamo, in cui parliamo, in cui ci avviciniamo o allontaniamo dagli altri, in cui ci vestiamo, in cui decidiamo di mostrarci, viene continuamente sottoposto al giudizio degli altri. Fotografarmi in atteggiamento sensuale per me è un momento di conquista e riconquista di me stessa, in cui quindi da un lato mi corteggio e dall’altro mi riapproprio di un mio spazio – il mio corpo – che normalmente viene cannibalizzato da altri pezzi di me: mi levo i panni che di volta in volta indossa la me professionista competente, la me consulente, la me madre, la me amica, familiare, confidente. Nel momento in cui mi spoglio di ogni altra veste, più o meno letteralmente, posso semplicemente essere solo me stessa, con i miei desideri, le mie paure, le mie fragilità, fisiche e non. La scelta dell’intimo, della musica che mi accompagna, della luce, del momento o della posa da fermare, raccontano sempre una storia o un’emozione. Non c’è nessuna pretesa di artisticità, nè di qualità. Non mi ritengo una fotografa né una modella. Sono solo una donna che racconta se stessa, a se stessa, tramite la pelle.

Spesso chi vede le mie foto è convinto di vedere una persona molto sicura di sé, che si compiace del proprio aspetto. Non è così ma amo comunque mostrare il mio corpo, con quei pezzi che semplicemente esistono e hanno il diritto di esistere fuori dai vestiti. La prima volta in cui ho detto su Instagram di essere una madre di due bambini, sono arrivate molte critiche: «Non ti vergogni, da madre, di mostrarti così?».
Se sono così scrupolosa con il mio anonimato, sul non mostrare mai il volto, o alcuni dettagli riconoscibili, è proprio perchè domande come questa mi fanno capire che purtroppo non siamo ancora in una società pronta ad accettare che una donna possa essere una madre pur rimanendo una donna. Si tollera ancora poco (e molto male) la coesistenza dei ruoli di madre e lavoratrice, accettare che una donna possa essere anche femminile, sensuale, sessualmente attiva dopo i figli è davvero così assurdo? Un’altra critica che mi è stata mossa è: «Ti dichiari femminista ma sfrutti comunque armi di seduzione imposte da una società maschilista e machista, come l’intimo in pizzo, la depilazione, il make-up, il mostrarsi…» come se davvero gli ideali femministi di parità tra i generi, di richiesta di parità di diritti, di ricerca di indipendenza e rifiuto alla sottomissione, non fossero compatibili con una ceretta integrale o con un po’ di mascara. O ci spogliamo ammiccanti per compiacere gli uomini o ci copriamo con una camicia in flanella e abbondanti capelli bianchi per incarnare lo stereotipo della femminista, ogni via di mezzo è inammissibile. L’unico ruolo che posso avere da donna che si mostra nuda, a quanto pare, è quello di una stronza altezzosa in cerca di lodi, una mistress ninfomane, una repressa in attesa di dick pic.

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Autoscatto, Caffeine Butt

La verità, invece, è che rendere pubbliche le foto che mi scatto è solo uno stimolo a darmi un criterio (non troppo, non troppo poco, fare una selezione, avere un feed semi curato) ma ogni foto è lì principalmente per me. Non mi preoccupo troppo di ciò che pensa chi guarda perché non è il consenso ciò che cerco, solo uno spazio mio da condividere con chi si trova a suo agio in presenza di quell’aspetto di me. Chi mi segue da tempo, i più fedeli da anni – alla faccia della censura e degli account bannati – ha imparato un po’ a conoscermi grazie a lunghe conversazioni che amo portare avanti. Dopo un po’ arriva puntualmente il commento: “Non lo avrei mai detto ma sei una persona piacevolmente normale!”.
Non lo avrei mai detto nemmeno io.

La nostra misteriosa ospite di oggi, a cui sono grata per questo post, si fa chiamare Caffeine Butt su Instagram dove è ancora possibile trovarla finché censura non ci separi.

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Autoscatto, Caffeine Butt

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Lo faccio in pubblico: parlare di sesso

Se sei una donna e parli pubblicamente di sesso forse ti sarà capitato di trovarti in condizioni sgradevoli: dick pic (foto di peni) non volute, ricezione di messaggi in cui ti è stato proposto di fare sexting, richieste di invio di foto in cui sei nuda o di alcune parti del tuo corpo scoperte (generalmente seno, sedere e/o genitali), fino alle proposte di prestazioni sessuali a pagamento, talvolta anche messaggi accusatori e offensivi, che più sovente arrivano quando rispondi con sarcasmo, in modo assertivo o con rabbia, perché un rifiuto genera frustrazione nell’interlocutore, che invece di metterselo in saccoccia e tornare al suo posto, attacca, come fanno le bestie quando si sentono minacciate. Uso il maschile perché queste situazioni mi sono capitate esclusivamente con maschi di varie età: dai giovanissimi (addirittura presunti pre-adolescenti) a uomini attempati.

Se non sei una donna o non ti senti tale, ma ti è capitato quanto ho descritto sopra con un sesso o un altro, non importa, questo articolo ti riguarda ugualmente.

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Pare che “no” sia una risposta che le persone non vogliono proprio ricevere e per cui l’unica replica possibile sembri l’accusa, la denigrazione, l’offesa. “No” è la prima parola che impariamo a dire per separarci da qualcun* e/o qualcosa, afferma un primo passo verso la scelta e l’autodeterminazione, ma mi pare che abbia assunto le fattezze di una minaccia, come se rifiuto e negazione fossero inammissibili e offensivi di per sé; “no” viene interpretato come “fai schifo/non vali niente/varie ed eventuali”, ma queste sono appunto interpretazioni, anzi distorsioni di una sillaba che significa semplicemente che all’altr* non interessa o non va di fare una determinata cosa in un dato momento o in assoluto, non che la persona che ha fatto la domanda/proposta sia un essere spregevole, c’è una bella differenza, che però sembra sfocata a molt*.

Ho una pagina e un sito in cui parlo di sessualità, erotismo e pornografia e per farlo uso anche la mia immagine. Il fatto che mostri il mio corpo parzialmente o totalmente nudo dice, fra l’altro, che:

  • tutto sommato, nonostante le pressioni culturali, mi trovo a mio agio con esso;
  • il mio senso del pudore riguarda altri àmbiti della mia vita;
  • sono esibizionista;
  • non lo sessualizzo per partito preso e anche se lo facessi questo non equivarrebbe a disponibilità sessuale a prescindere.

Se una persona male interpretasse i contenuti che condivido, che siano testuali e/o visuali, non sarebbe necessariamente una mia responsabilità o peggio ancora una mia colpa.
Eppure…
Se una persona mi contattasse per fini sessuali, scambiando la mia ampiezza di vedute a riguardo con desiderio costante e impellente di fare sesso, il problema sarebbe mio o suo?
Se una persona scambiasse la mia libertà sessuale e disinibizione per disponibilità a fare sesso a pagamento il problema sarebbe mio o suo?
La risposta corretta è: il problema sarebbe di entramb*.
Infatti sarebbe suo perché dimostrerebbe di non avere strumenti per discernere e sarebbe anche mio, che mi dovrei sorbire messaggi indesiderati spesso molesti, irruenti e invadenti.
Le persone che agiscono i suddetti comportamenti non solo non sanno di seguire una logica patriarcale, ma spesso sono quelle che asseriscono che uomini e donne ormai hanno gli stessi diritti e che le persone che dicono il contrario sono nazi-femministe, aggettivo molto in voga tra chi è priv* di coscienza civile, storica, sociale e in generale umanità.

Per chi se lo stesse chiedendo, no, non esistono le nazi-femministe. Esistono le persone a favore dei diritti umani e civili e quelle che non lo sono. Se far notare e pretendere di non essere molestat* per la propria libertà sessuale fosse nazi-femminista, le nazi(femministe) dovrebbero quanto meno asfissiare tali ignoranti con del monossido di carbonio.

Foto di Micheile Henderson

“Ciò che sminuisce un* di noi, sminuisce tutt* noi”, Micheile Henderson

Esistono i femminismi, certo, ci sono persino le Rad-Fem ossia Femministe Radicali, ma siccome sono escludenti e discriminanti (fra le varie posizioni non considerano le donne transessuali come donne, sono contrarie al lavoro sessuale perché secondo loro è un prodotto del patriarcato), per me sono semplicemente stronze. In questo sicuramente abbiamo qualcosa in comune: siamo radicali nei giudizi.

Consigli per persone particolarmente pudìche, moraliste, moleste:

  • se ti imbatti nella pagina o sul sito di una persona che parla di sessualità, non accollarti, non offenderla, non umiliarla: quella persona sta portando avanti un discorso pubblico sulla libertà, a te potrà sembrare un pretesto per mostrarsi nuda, a ogni modo la sua motivazione non ti riguarda direttamente e non ti autorizza a sminuire il suo lavoro e la sua dignità.
  • Se reputi che i contenuti che condivide siano discutibili e offensivi, diglielo argomentando le tue motivazioni, l’importante è che ti chieda in che modo il suo corpo e la sua libertà (sessuale) ledono i tuoi diritti, altrimenti non seguirla, qualora lo facessi, disattiva gli aggiornamenti del suo canale, in extremis bloccala.

Consigli per persone che parlano pubblicamente di sesso:

  • vai avanti per la tua strada, che tu lo faccia per piacere esibizionistico o perché ti smuove il fuoco sacro della libertà di espressione. Segui la tua vocazione.
  • Per quanto possibile non rispondere aggressivamente alle provocazioni, piuttosto lasciale cadere nel vuoto.
  • Mettere alla gogna pubblica tali persone condividendone i messaggi, le foto, i profili serve solo ad aizzare odio verso quelli che in fin dei conti sono capri espiatori. L’ho fatto per un po’, ma mi sono resa conto che tale comportamento era giustizialista e violento, quindi ho ritirato quei contenuti perché vorrei contribuire a creare una piattaforma virtuale sana e costruttiva, dove non si polarizzano le posizioni.
  • Sarà difficile mantenere la calma quando ricevi messaggi offensivi, stupidi, prepotenti, esprimi chiaramente come ti ha fatto sentire il messaggio che hai ricevuto, non cercare di essere educat* a ogni costo, sei un essere umano e anche tu hai pulsioni, emozioni e sentimenti, solo non permettere che la bestialità prenda il sopravvento, piuttosto ricorri al blocco in tronco. Lo so, non cambia lo stato delle cose, ma ti risparmia uno scambio che non di rado si rivela deludente e inefficace.

Claudia Ska

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“Mother’s daughter”: il femminismo secondo Miley Cyrus

La scorsa settimana è uscito l’ultimo singolo di Miley Cirus ossia “Mother’s daughter“, che — una volta dimessi i panni della disneyana Hanna Montana — ha virato su un’immagine di sé sensuale e fortemente sessualizzata. Difficile sapere quanto ci sia di suo e quanto della manager (sua madre Tish Cyrus, presente nel video della suddetta canzone) e/o della produzione artistica, fatto sta che i testi, i video e le apparizioni della cantante originaria di Nashville sono ormai accompagnate dall’aggettivo “provocatorio”.
Non ultimo è proprio il caso di “Mother’s daughter”, che è stata lanciata con un video ricco di messaggi visuali, testuali e simboli.

È innegabile che negli ultimi anni il femminismo sia stato manipolato per fini di mercato e perché fa presa su una certa parte della popolazione (leggi pinkwashing), ma il fatto che determinate tematiche vengano proposte in un contesto mainstream e commerciale potrebbe sortire l’effetto positivo di incuriosire chi non conosce l’argomento e mettere in discussione determinati modelli.

Una delle accuse mosse a Miley Cyrus è di non essere credibile nel dichiararsi femminista perché veicola un’immagine di sé ambigua e per le collaborazioni artistiche con cantanti come Robin Thicke (memorabile la loro esibizione all’MTV Video Music Awards del 2013 quando cantarono assieme “Blured Lines”, nota come canzone sessista). Secondo me il punto sta proprio in questo: una persona che decide di mostrarsi in un certo modo e, come nel caso di Cyrus, di rompere col suo altero ego Disney, per virare su un’immagine in cui desiderio e spinta sessuali sono estremamente forti, è femminista, perché rappresenta la voglia di dire apertamente che innanzitutto ciascun* si mostra come preferisce e in secondo luogo che, se una donna vuole apparire come un essere sensuale, eroticizzarsi e pornografarsi, può farlo senza remore perché quella è la sua volontà. Non sto dicendo che debba piacerci come lo fa, ma dobbiamo prenderne atto.

Miley Cyrus in

Per come è strutturata la nostra Società, dove sesso e relative narrazioni sono tabù che incendiano gli animi proprio perché si cerca di nasconderli e quando se ne parla lo si fa in modo pruriginoso e perverso, è ovvio che, appena una persona —principalmente di sesso femminile — ne parla, scatta l’allarme rosso e scoppia il finimondo.
Ogni fottuta volta.
Maggiore è il tentativo di soffocare e censurare corpi e desideri sessuali, maggiore sarà l’effetto prorompente dei messaggi che saranno veicolati, col potenziale rischio che siano vanificati, fraintesi, alterati.

Il video sembra voler fare propaganda; ai corpi non conformi allo standard vengono alternate frasi femministe che sembrano claim, ma questo non ne depotenzia il senso. L’immagine di persone che esprimono così apertamente istinti e ambizioni sessuali ci turbano perché il sesso è considerato una questione strettamente privata, da tenere lontana da occhi indiscreti. Se è vero che l’intimità ha tutto il diritto di essere tutelata, è vero anche che ciò non equivale a far tacere chi vive serenamente la propria sessualità. E se una donna si sente forte e libera anche sessualmente ha diritto di poterlo manifestare senza che questo susciti ogni volta disappunto, disgusto o stupore generale.

La donna che pareva tanto gentile e tanto onesta agli occhi di Dante può esserlo anche con un’esplicita carica sessuale e, se non fosse gentile e onesta, non sarebbe in ogni caso affare nostro.

Claudia Ska

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Pensavo fosse distopia, invece era il Presente

Lo scorso aprile Emma Bonino ha dichiarato a TPI News (The Post Internazionale):

«Ancora non abbiamo capito che i diritti civili, così come la democrazia, sono dei processi e se uno non continua a pedalare cade. Ci siamo – anzi, si sono – distratti per anni e ora spero che questo campanello d’allarme venga finalmente colto e ci sia della resistenza un po’ più strutturata e un po’ più organizzata».

Diamo per scontati i diritti acquisiti e l’inesorabile venire meno di alcuni di essi non viene percepito con consapevolezza.
Stiamo attraversando un momento oscuro e lugubre determinato da proposte di legge censorie e abbiamo bisogno di una visione d’insieme, di non considerare ciò che accade come un evento singolo, a sé stante, dovremmo utilizzare il nostro senso critico e analitico per affrontare la realtà.
Spesso vengo contestata perché parlo di corpi, sesso e politica sottolineando quanto questi tre temi si intersechino fra loro. Sarebbe interessante se la politica si occupasse della cittadinanza e invece le singole persone del proprio piacere (sessuale), ma – ahimè – la politica si occupa anche dei nostri corpi e delle nostre scelte individuali e non possiamo non tenerne conto.

Vi propongo di fare un viaggio nel tempo e nello spazio insieme a me.
USA, Luglio 2018. Il Presidente Trump propone l’elezione di Brett Kavanaugh come uno dei giudici della Corte Suprema, ossia l’unico tribunale specificamente disciplinato dalla Costituzione e quindi super partes anche rispetto alle leggi votate nei singoli Stati. I membri della Corte sono 9, nominati a vita. Quando ci sono dei seggi vacanti, il Presidente nomina nuovi membri con il consenso del Senato. La Corte Suprema dovrebbe essere rappresentativa della pluralità delle anime politiche, sociali e geografiche degli Stati Uniti d’America.
Kavanaugh, dicevamo. Quando venne nominato si fece avanti una donna che lo accusò di tentato stupro 35 anni prima, quando avevano 15 anni, poi se ne aggiunsero altre due. Nonostante la battaglia legale e le proteste di piazza, Kavanaugh è stato comunque eletto a ottobre, dopo che ad aprile dello stesso anno è stato eletto un altro membro repubblicano nominato da Trump, ossia Neil Gorsuch.
L’attuale Corte Suprema statunitense è composta da 3 donne (una nominata da Clinton, due da Obama) e 6 uomini (uno solo afroamericano, nominato da Bush Jr) e di questi, 5 repubblicani. Il Presidente della Corte – John Roberts – pur essendo stato nominato da George W. Bush e quindi di fazione repubblicana, ha risposto a un attacco di Trump che accusava i giudici di essere “politicizzati”, perché il giudice federale della California Jon Tigar aveva bloccato il provvedimento che aveva sospeso il diritto di chiedere asilo alle persone che attraversano illegalmente il confine sud dello Stato, arrivando dal Messico.
Maggio 2019. Alabama, Missouri, Georgia  e Louisiana (con la firma del governatore democratico) sono gli Stati in cui solo quest’anno sono state approvate nell’arco di pochi giorni le une dalle altre le leggi anti-abortiste anche in caso di stupro e incesto. Tali leggi dovrebbero entrare in vigore il prossimo anno e solo la Corte Suprema potrebbe respingerle, in quanto nel 1973 ci fu la sentenza che proclamava il diritto alla libera scelta di ciò che riguarda la sfera più intima della persona, in nome del XIV Emendamento.
Se però la Corte Suprema è formata per la maggior parte da uomini conservatori e fra questi ce n’è uno che per di più è stato accusato di tentativo di stupro e durante il processo ha espresso la propria collera e aggressività, non è che ci sia da stare molto tranquill*.
Inoltre la firma del governatore John Bel Edwards mette in luce il fatto che il movimento pro-life stia prendendo sempre più piede nell’ala democratica, che al proprio interno include quella che dal 1995 è la Blue Dog Coalition, ossia un gruppo formato di 27 membri della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti del Partito Democratico, favorevole alla restrizione dell’aborto.

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aborto libero gratuito

Torniamo in Europa, precisamente a Verona, tra il 29 e il 31 marzo 2019 durante il XIII Congresso Mondiale delle Famiglie (World Congress of Families, che ho ribattezzato il What The Fuck Congress of  Families).


Secondo Il Post “Il WCF riunisce «il movimento globale» antiabortista, antifemminista e anti-LGBTQI ed è stato classificato come “gruppo d’odio” dal Southem Poverty Law Center, organizzazione americana senza fini di lucro impegnata nella tutela dei diritti delle persone”.

Si tratta di un movimento estremamente pericoloso e pervasivo, potente a livello politico ed economico, che può fare molte pressioni sui governi.
Ovviamente il controllo dei corpi, specialmente di quelli femminili, con l’interruzione di gravidanza sempre in agenda, è uno dei temi cardine. Si sposta l’attenzione dalla donna/madre unicamente al feto/figli*, senza tenere minimamente in considerazione non solo la volontà della persona direttamente coinvolta ma anche i suoi sentimenti, le sue esigenze, i suoi desideri. Nel momento in cui scopre di essere incinta e decide di abortire, la donna smette di contare come individuo: è nient’altro che incubatrice di una nuova vita, pertanto al suo posto ci sono altr* che decidono in sua vece o vorrebbero farlo.
In Italia la depenalizzazione e la regolamentazione dell’accesso alla pratica abortiva sono state sancite dalla cosiddetta Legge 194 (Legge 22 maggio 1978, n.194), la quale però lascia libertà di scelta agli obiettori e alle obiettrici di coscienza, ossia personale medico e paramedico che può rifiutarsi per motivi etici e/o religiosi (molto spesso economici) di praticare l’interruzione di gravidanza.
Il credo religioso c’entra davvero poco laddove ci sono ginecologhe e ginecologi che non effettuano l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) negli ospedali pubblici, dove il servizio è gratuito, ma la eseguono privatamente a costi elevati.
Dal dicembre 2009 in Italia l’IVG farmacologica può avvenire tramite la pillola RU486, che in quasi tutti i Paesi dell’Unione Europea può essere somministrata fino alla nona settimana di gravidanza, mentre in Italia al massimo fino alla settima. Questo metodo è economico perché non rende indispensabile l’ospedalizzazione (anche se nel nostro Paese è previsto ricovero di tre giorni, più per mortificare la persona che sceglie di abortire, che per una reale necessità, salvo casi specifici), non prevede alcun intervento chirurgico (costoso a livello economico, fisico nonché emotivo) con eventuali rischi dovuti all’intervento stesso.
Peccato che in Italia gli aborti farmacologici si fermino al 15,7%: ciò significa che prevale ancora l’interruzione chirurgica, che può essere effettuata solo tra la sesta e la quattordicesima settimana di gestazione a partire dall’ultima mestruazione, mentre idealmente la RU486 potrebbe essere assunta dalle primissime settimane ed è efficace per tutta la gravidanza, nonostante possa essere somministrata per legge entro il 63° giorno.

Come dicevo all’inizio dell’articolo è necessario osservare la situazione politica e sociale nel suo insieme, tenendo conto dell’avanzata capillare di movimenti xenofobi, omofobi, sessisti e in una parola fascisti. In Francia e in Italia a queste ultime votazioni per il Parlamento Europeo hanno vinto i partiti di Le Pen e Salvini, i cui discorsi sono pregni di odio, bigottismo e propaganda reazionaria.
Dovremmo ricordarci del patrocinio al WCF da parte del Ministro per la Famiglia e le Disabilità con le deleghe alle Politiche per la famiglia, disabilità, infanzia e adolescenza, politiche antidroga, adozioni, anche Vice-Segretario Federale vicario della Lega, ossia Fontana, che se credessi nel binomio Bene/Male, sarebbe sicuramente il secondo insieme a Pillon, noto in particolare per il disegno di legge 735 che porta il suo nome e che introdurrebbe una serie di modifiche in materia di diritto di famiglia, separazioni e affido condiviso dei minori e prevede, inoltre, che le disposizioni introdotte, una volta entrate in vigore, vengano applicate anche ai procedimenti pendenti. Ne suggerisco la lettura per rendersi conto di quanto potrebbe essere deleterio e pericoloso, soprattutto in casi in cui si chiede separazione per abuso/violenza. Pillon vorrebbe abolire la legge 194 e non ha perso occasione di schierarsi contro la comunità LGBTQI+, ma per fortuna lo scorso aprile è stato condannato in primo grado per diffamazione contro il circolo arcobaleno Omphalos di Perugia, accusato di fare propaganda omosessuale quando invece si occupava di distribuire materiale informativo contro bullismo e omofobia.
Il Ministro dell’Interno invece va avanti col suo tour che neppure Mengoni con l’ultimo disco e nelle sue tappe non manca di lanciare le forze dell’ordine tipo cani arrabbiati a casa della gente per far ritirare gli striscioni di critica e dissenso appesi ai balconi (Salerno e Brembate) o far requisire lo smartphone a una ragazza che con la scusa di una foto gli chiede: «Salvini, non siamo più terroni di merda?!», questo quando non sta sui social a offendere e umiliare, fra gli/le altr*, donne a caso (Laura Boldrini è una delle preferite seppure non disdegna mettere alla mercé di chi lo segue Giulia Pacilli, una ragazza che ha manifestato il proprio dissenso verso l’attuale governo e in particolare verso il ministro con cartelli sarcastici).
Non dobbiamo dare per scontata la nostra – seppure limitata – libertà, perché con manovre più o meno esplicite stanno cercando di sottrarcela. Dobbiamo lottare tenacemente e fare in modo che sempre più persone possano essere tutelate e ottenere nuovi diritti che favoriscano l’autodeterminazione.
Sembra distopico finché non ti rendi conto che quell* defraudat* sei tu.

Il video che ho condiviso è di Clara Campi, stand up comedian milanese.
Nota bene: non sono riuscita a reperire l’autrice o l’autore dell’immagine che ho trovato su Internet. Se sai chi è, me lo diresti per inserire i credits? Grazie!

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Interviste ribelli – Rachele Borghi

agit-porn inaugura una nuova rubrica intitolata “Interviste Ribelli”, nella quale ci confrontiamo con persone che secondo noi vivono e comunicano in modo dissidente e resiliente.

Rachele Borghi:
dalla geografia dei luoghi alla geografia dei corpi

Rachele Borghi è geografa e attivista queer, docente universitaria e autrice – fra gli altri – del saggio “Il re nudo. Per un archivio drag king in Italia” (ETS).
L’ho conosciuta al Lesbiche Fuori Salone nel 2015, quando tenne insieme a Slavina il laboratorio “Lez talk about sex” al quale partecipai.
L’avevo sentita nominare e mi affascinava il fatto che una docente, figura alla quale attribuiamo un’autorevolezza seriosa, monolitica, potesse fare attivismo in modo provocatorio e ironico, spogliandosi (letteralmente) in pubblico.

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Rachele Borghi

Cara Rachele, innanzitutto grazie per la tua disponibilità. Salto i convenevoli e passo al sodo: come ti sei avvicinata al post-porno?
Era il 2010, ero da poco arrivata a Roma e mi ero iscritta alla newsletter della Casa Internazionale delle Donne. Apro la posta e leggo che ci sarà la proiezione del documentario “Mi sexualidad es una creation artistica” di Lucia Egana Roja, il cui tema è la scena post-porno di Barcellona. Avevo precedentemente sentito parlare di post-porno dal collettivo Le Acrobate, anche se non avevo ancora capito bene cosa fosse. La loro presentazione però mi aveva intrigata molto, così quella proiezione è stata l’occasione per colmare la mia curiosità.
Arrivo nella sala Carla Lonzi della Casa Internazionale delle Donne, mi siedo, le luci si spengono, la proiezione comincia. Resto incantata. Vedo masturbazioni nel giardino dell’Università di Valencia, penetrazioni sulle Ramblas, corpi dissidenti e mostruosi che invadono lo spazio pubblico. Mi rendo conto che avevo trovato ciò che cercavo: la concretizzazione materiale, la traduzione corporea delle teorie queer. Nonostante il mio cappottino alla Audrey Hepburn in “Colazione da Tiffany” e i miei stivali col tacco mi mettessero fortemente a disagio davanti a quei corpi rrriot, dissidenti, forti, ribelli, la scintilla dentro di me era già diventata un fuoco, quindi prendo la parola e faccio una domanda: chiedo a Kyrahm e Julius (Kaiser, ndr), che organizzavano l’evento, se potevo raggiungere il gruppo in qualche momento e fare delle interviste. Alla sera sono andata da sola alla serata di performance di “Extreme Gender Art”, vincendo anche qui l’imbarazzo di essere sola e l’aria da sfigata. Ma quello che vedevo mi trasmetteva una forza e un entusiasmo che non avevo mai provato. Era in quella direzione che volevo fare ricerca. Dalla ricerca “scientifica” in due anni ho cominciato a fare performance, per la prima volta nella mia vita. Sono stati l’amore e il contagio che mi hanno permesso di sviluppare ciò che era nato.

Non so se il duo Zarra Bonheur che hai fondato con Slavina sia ancora vivo e lotti insieme a noi, ma mi diresti come e perché è nato?
Zarra Bonheur nasce nel 2012 o 2013, non ricordo, perché avevo cominciato a fare performance nel 2012 e mi piaceva l’idea di darmi un nome. Mi sembrava molto “trasgressivo”, visto che non ero un’artista ma una ricercatrice. È stata Diana (Torres, ndr) a farmi l’iniziazione alla Lady fest di Rennes nel 2012, ma la prima volta che sono salita sul palco e mi sono messa nuda è stato con Slavina, durante il Queer your self party a Roma, alla Casa Internazionale delle Donne.
Zarra Bonheur traduce le ricerche scientifiche in performance al fine di superare i limiti che separano i contesti (scientifico/militante), i saperi (cultura alta/cultura bassa, sapere scientifico legittimo/sapere militante), gli spazi (aula universitaria/centro sociale/scena teatrale), le espressioni (conferenza/performance) e di creare spazi interstiziali di sovversione/trasgressione delle norme. In “Porno trash” e “degen(d)ereted euphoria” le mie ricerche scientifiche sul rapporto tra corpi e spazio e sulla rappresentazione/percezione della nudità nello spazio pubblico sono trasformate in performance in cui il sapere scientifico prende corpo. Zarra Bonheur da (il) corpo alle ricerche, porta il corpo là dove non lo si attende, libera le riflessioni dalle pagine delle riviste scientifiche, esce dall’autorialità e contamina gli spazi. Nel 2014 Slavina, con cui avevo sviluppato un rapporto intenso di amicizia e di lavoro, mi propone di rendere Zarra Bonheur un collettivo. Grande entusiasmo da parte mia. Zarra Bonheur è oggi un progetto comune di dissidenza, di resistenza, di sperimentazione e di pornoattivismo/pornoaccademismo. Zarra Bonheur è anche la sperimentazione di un’alleanza, quella tra ricercatora (io) e soggetto della ricerca (Slavina).

«Zarra Bonheur è un progetto collettivo transnazionale a geometria variabile di ricerca e performance su genere, spazio pubblico e sessualitá dissidenti.
[…] il progetto unisce arte e attivismo inserendo le sue azioni nei contesti locali, coinvolgendo collettivi e singolarità, creando collaborazioni stabili ed effimere. Zarra ama il formato laboratorio come forma di arte partecipativa. La condivisione della scena come forma di impoteramento programmatica: Zarra Bonheur ha molte voci e molti corpi.
Siamo tutte Zarra Bonheur».

Abbiamo creato una piattaforma di scambio e di contaminazione, di creazione partendo da supporti diversi, dalla conferenza alla performance, passando per laboratori e conferenze performative e diversi contesti. Zarra Bonheur è un esercizio spurio di contaminazione di luoghi e persone, di trasmissione di competenze, di autoformazione, uno spazio orizzontale che cerca di “socializzare saperi senza fondare poteri” (Primo Moroni; cit. in Slavina).
Il lavoro di Zarra Bonheur si realizza in diversi contesti (militanti, associativi, istituzionali). È in questo senso una sperimentazione di traduzione della ricerca scientifica per renderla accessibile, toglierle il suo carattere d’élite e liberare i testi dalle prigioni delle riviste scientifiche. Allo stesso tempo è la traduzione dei saperi e delle pratiche militanti e dell’educazione popolare nell’insegnamento istituzionale.
L’ultimo intervento che abbiamo fatto come collettivo è stato a luglio nell’ambito del Festival d’Avignone, dove abbiamo fatto una conferenza performativa sul drag king.

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Rachele Borghi

Mi fa piacere che tu abbia nominato il drag king, dato che anche io l’ho sperimentato e vorrei continuare. Secondo te perché il drag king è ancora sottostimato o almeno a basso profilo rispetto al corrispettivo drag queen?
Drag Queen e Drag King hanno storie, traiettorie, modalità, motivazioni, declinazioni diverse. Non sono sicura che il paragone che si continua a fare sia davvero pertinente. Anche se il dk nasce come subcultura lesbica nei bar negli Stati Uniti, scende subito dal palco, investendo lo spazio pubblico e diventando uno strumento di dissidenza. A ogni modo secondo me bisogna non dimenticare che dk è una performance della maschilità, che permette di riflettere sulle costruzioni di genere, a prescindere dall’assegnazione di genere del corpo di partenza. Inoltre nel dk, così come è declinato nel contesto transfemminista, è fondamentale il momento laboratoriale come spazio di apprendimento ma anche e soprattutto di scambio e di creazione di relazioni. Questo tema è oggi al centro della ricerca di Clark Pignedoli che fa una tesi di dottorato a Montreal proprio sul tema dei laboratori drag king portando l’attenzione sul ruolo del privilegio cisgenere e sull’approccio delle persone trans.

Cos’è per te l’oscenità? Può assumere connotati positivi o negativi a seconda del contesto?
Per me osceni sono i reality show come il voyeurismo dei social network e soprattutto di Facebook. Non capisco come si possa qualificare corpi e immagini sessuali come oscene mentre sembra normale mettere in scena la propria vita, spogliarsi di ogni inibizione, rompere qualsiasi tabù, mettersi completamente a nudo sui social network. In una conferenza performativa che sto facendo da un po’, “Elogio del margine”, cerco di ribaltare l’idea di osceno attraverso un percorso che faccio col pubblico. Se all’inizio può essere considerato osceno che una professora della Sorbona si metta nuda a metà conferenza, poco dopo questa percezione viene ribaltata quando una voce off legge una serie di commenti che il mio lavoro ha suscitato in molti contesti. Spesso sento le persone del pubblico sussurrare “ma è osceno quello che dicono!”, ahahahaha! Infatti non faccio trigger warning per la mia nudità ma per questa parte e funziona molto bene.
Mi piace molto la riappropriazione del termine osceno e la sua declinazione in uso nel post-porno e nel trasfemminismo e soprattutto come lo usa Slavina, che ne ha esplicitato il valore politico nel titolo di uno dei suoi laboratori: “Poetiche e politiche dell’osceno”.

Da geografa, sapresti dirmi qual è secondo te lo spazio dell’osceno nella nostra Società e perché?
Come ti dicevo prima per me “osceno”, come viene inteso comunemente, è tutto il mondo dei reality e di Facebook, come anche il voyeurismo morboso verso fatti di cronaca. Credo poi che ci sia un’abitudine all’osceno nello spazio pubblico nel momento in cui non ci si indigna più verso la povertà, la violenza, l’esclusione delle persone*. Credo che oscena sia anche l’abitudine a sfruttare e a uccidere animali non umani. Spazi osceni sono i mattatoi, gli allevamenti, le riserve di caccia, i negozi di animali, le tavole imbandite con la sofferenza.
Lo spazio per l’osceno, invece, nella sua valenza ribelle e di dissidenza che il transfemminismo gli ha dato, è secondo me tutto da costruire. Credo che lo spazio dell’osceno, di questo osceno, non ci sia. Per questo bisogna prenderselo, perché lo spazio non si chiede, si strappa!

Cos’è per te il femminismo?
È per me un impegno costante, continuo, vitale per la giustizia sociale in maniera trasversale, attraverso una non gerarchizzazione delle lotte ma una interconnessione. È un’attenzione continua alla cura di sé e delle altre persone, umane e non umane**. È cercare di cambiare il mondo attraverso le micropolitiche del quotidiano. Significa per me riflettere sempre sui propri privilegi, su come mobilitarli e come uscire dalla propria zona di confort, creando alleanze ma soprattutto complicità trasformatrici. Il femminismo che mi corrisponde è il transfemminismo, un femminismo ribelle, che non si interessa all’integrazione, trasversale alle cause, che crea degli spazi di contatto, di contaminazione, di relazioni e di bienveillance.

Che tipo di pornografia ti piace guardare, leggere?
Soprattutto durante le mie ricerche sul post-porno ho guardato molti video, specialmente di porno queer. Quelli che mi piacevano di più erano quelli con corpi butch BDSM. Guardavo però un po’ di tutto quello che la mia amica Dirty mi passava, era lei la mia spacciatrici principale di porno lesbico e queer quando ero a Rennes. Mi ricordo che quando guardavo i video per le mie ricerche mi piaceva l’idea di masturbarmi lavorando.

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Rachele Borghi, © Ellis

Cosa pensi della pornografia mainstream?
Per quanto mi riguarda, tutto si riassume nella frase di Annie Sprinkle che dice che se non ti piace la pornografia esistente fattela tu come ti piace. E infatti il femminismo (pro sex) ha risposto con una produzione fantasiosa, creativa, bella, eccitante, dissidente di porno queer, femminista, post-porno, ecc.
Per me il problema principale della pornografia mainstream è lo sfruttamento delle persone, le paghe non adeguate e i rapporti di dominazione. Ma questo vale per tutte le industrie e i lavori.

Ritieni che la pornografia sia un mezzo espressivo per emanciparsi?
Si, certo, può essere una pista che permette di toccare certe parti di sé, scoprire e restare in contatto con i propri desideri e con le proprie perversioni. È però per me necessario potersi confrontare e riflettere con altre persone. Secondo me la pornografia, come qualsiasi altro strumento, permette l’emancipazione (se così vogliamo chiamarla, anche se sono sempre perplessa sull’uso di questo termine) quando diventa uno strumento di riflessione collettiva. È il processo di rendere collettivo qualcosa che è considerato privato che è vettore di cambiamento, di sé e del mondo. Primo perché, come per tutto, collettivo è meglio che individuale; secondo perché rompe il binomio pubblico/privato che è uno dei binomi che ci ha più fregato. È la dimensione collettiva che rende, a mio avviso, la pornografia politica.

Hai dei progetti ai quali stai lavorando e di cui vuoi e puoi dirci qualcosa?
Sto lavorando sul mio corpo malato, sto raccogliendo tutti gli esami, le visite mediche, le immagini e vorrei fare una performance in cui vorrei portare a riflettere proprio sull’osceno. È più osceno il mio corpo nudo o il fatto di mostrare il “dentro” del mio corpo?
Sto poi lavorando a un libro sulla violenza istituzionale e sulle risposte a essa a partire dalla mia esperienza alla Sorbona, in cui rivedo il mio percorso e lo proietto nel futuro attraverso l’approccio decoloniale. A questo si affiancano piccoli progetti con alcune colleghe/compagne francesi. Abbiamo creato la brigata SCRUM (Streghe per un Cambiamento Radicale dell’Università Merdosa) con cui stiamo facendo un manualetto di autodifesa epistemologica e con le persone studenti podcast di articoli scientifici, la pubblicazione della traduzione in fumetti sempre di articoli scientifici realizzati negli anni scorsi, il tutto al fine di riflettere sul valore politico di “farsi capire” e sull’uscita dai codici convenzionali nei contesti. Poi vorrei dedicarmi, magari tra un po’, a cercare di realizzare libri femministi intersezionali per bambini/e, a partire dalle storie che invento per mio nipote di 4 anni e dai lavoretti che faccio per lui. Ho fatto “la storia del pesce Angela Davis” sulle frontiere e il diritto di muoversi, “Le avventure della cavalla Rosa Parks” sui movimenti sociali e ora sto facendo “Nel vecchio santuario” sulle persone umane e non umane** che vivono nel santuario/rifugio antispecista del Vernou in Francia.

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Rachele Borghi, © Ellis

Spero che l’intervista abbia dato stimoli e spunti di riflessione, inoltre credo che le citazioni di Rachele siano un ottimo modo per conoscere persone e approfondire tematiche circa gli argomenti trattati.

* a tale proposito vi suggerisco l’articolo di Fabio Bertoni e Jessica Neri “Oscenità e corpi – Processi di normalizzazione e resistenza in soggetti richiedenti elemosina“.
** la prospettiva antispecista rifiuta la distinzione “persone” e “animali” preferendo utilizzare l’espressione persone umane e non umane.

Claudia Ska

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Lo fanno per il nostro bene (parte seconda)

[Questa è la seconda parte dell’articolo pubblicato lo scorso 30 Aprile 2019, che potrete leggere qui.]

Il tema della censura frustra chi lo subisce e in molti casi limita anche il suo potere economico.

Consideriamo i/le sex workers (lavoratori e lavoratrici del sesso) e alcun* artist*. La prima categoria è stata fortemente messa in difficoltà con la legge statunitense FOSTA-SESTA (Fight Online Sex Trafficking Act e Stop Enabling Sex Traffickers Act) firmata da Trump nel marzo del 2018 per combattere il traffico sessuale. Questa legge scritta in modo ambiguo e vago rende responsabili dei contenuti pubblicati sul proprio sito i proprietari delle varie piattaforme, pertanto molti siti hanno deciso di eliminare il problema alla radice impedendo la condivisione di materiale e servizi a sfondo sessuale. Da Backpage.com (sito di annunci di vario tipo), Patreon, Reddit, Craiglist, Google, passando da Tumblr, che ha visto crollare il traffico del 30% da quando nel dicembre 2018 ha dato un giro di vite alle condizioni d’uso (fonte: DrCommodore.it), la stretta si è fatta soffocante per chiunque.

Suppongo che siamo d’accordo sull’importanza di riconoscere e neutralizzare chi sfrutta la prostituzione, il traffico di persone e la diffusione di materiale pornografico realizzato tramite coercizione o senza che le persone protagoniste ne fossero a conoscenza, pertanto si sarebbe potuto scrivere la legge in modo preciso e dettagliato, senza andare a colpire categorie di persone che con consapevolezza hanno deciso di esercitare una professione. Non è ipocrisia quella di considerare la prostituzione e la pornografia attività che esistono come conseguenza di una forzatura di un soggetto X su un soggetto Y?
È stata approvata una legge che nega l’autodeterminazione.
E, come è stato fatto notare, a essere ulteriormente discriminate saranno le persone marginalizzate per etnia, ceto sociale e sesso (persone non bianche, povere, transessuali). Persone che in completa autonomia hanno potuto scegliere cosa far vedere e vendere di sé, selezionare anticipatamente la clientela e stabilire un valore economico alle proprie prestazioni, si trovano nuovamente alla mercé di papponi e costrette a mettersi su strada con un rischio maggiore di subire violenza.

Autoscatto e autocensura, Dicembre 2018

Autoscatto e autocensura, Dicembre 2018

Per quanto riguarda invece chi di nudo, erotismo e/o pornografia ha fatto una forma d’arte, la situazione non è migliore, soprattutto per artist* poco conosciut* che vorrebbero far arrivare le proprie opere anche fuori dalle personali cerchie sociali e/o dall’area geografica di provenienza.
Molt* di loro usano i social per promuoversi e creare una rete tale da diffondere il proprio lavoro. Il passaparola è fondamentale a questo scopo ed è stato proprio il passaparola che ha permesso a molt* di farsi notare da gallerie d’arte, musei, aziende con cui collaborare e incrementare i guadagni e la visibilità. Per tornare al social più in voga negli ultimi anni, Instagram, tempio del visuale, quest* artist* si sono vist* censurare foto e illustrazioni e in molti casi anche chiudere il profilo perché considerati inappropriati, con la conseguente perdita di materiale e follower. Se è vero che le immagini sono salvate altrove, non vale per le didascalie e in generale la parte testuale, inoltre ricostruire la fan-base non è facile e immediato, richiede tempo, sforzo e impegno. Attualmente Instagram usa un metodo più subdolo dell’eliminazione delle immagini, il cosiddetto shadow ban, ossia l’oscuramento. I contenuti restano online, ma visibili solo se una persona va sul profilo su cui sono stati pubblicati. Non ci sono hashtag che tengano, non si viene indicizzat*. Questo va ad aggiungersi al fatto che le pubblicazioni di ciascun* utente vengono visualizzate solo dal 7% dei follower, a meno che non decida di sponsorizzare i propri contenuti, opzione che può essere utilizzata solo da chi ha un profilo aziendale.
Nel mio caso non potrei anche volendo: la parola porn contenuta nell’indirizzo del sito mi impedisce di riportare l’url nella mia biografia di Instagram, per cui ho dovuto aggirare il problema utilizzando Linktree e, quando uso direct (messaggistica privata di Instagram), mi viene impedito l’invio in quanto “il link è stato individuato come non sicuro […]”.
Chi vende sex toys e in generale materiale per adulti (tranne se le finalità sono contraccezione o pianificazione di gravidanza), non può creare inserzioni a pagamento su Facebook e Instagram, che ne vietano la sponsorizzazione e la vendita sulle loro piattaforme. Questo vale quindi anche per chi sponsorizza e vende fotografie, illustrazioni e video a carattere erotico e pornografico o dove siano visibili corpi nudi, a prescindere da eventuali atteggiamenti allusivi o esplicitamente sessuali. Se si tratta di libri, il problema è superato in quanto le aziende non ne impediscono la vendita.

Dal mio punto di vista la tutela della sensibilità e della sicurezza dell’utenza sono pretesti per agire un controllo reazionario sulle persone, per questo è necessario informarsi e rivendicare la propria libertà con proteste e proposte, perché la sola rivendicazione non basta se non si è proattiv*.

Claudia Ska

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Lo fanno per il nostro bene (parte prima)

«Chi censura i censori?»
Decimo Giunio Giovenale

Nell’Aprile 2016 lanciammo il numero 15 di “Rivista di Scienze Sociali”, così ogni giorno condividevo su Facebook il link a uno degli articoli per promuoverli.

Alcuni di essi erano corredati dalle immagini del servizio fotografico “Santa Firunika dalla veste nera” che feci con Alex Gallo e che lanciammo in anteprima proprio su “Erottica – Sguardi obbliqui di corpi dilatati”.

L’articolo di Francesco Macarone Palmieri, “Emoporn” (di cui consiglio fortemente la lettura), era uno di questi. Sotto il titolo e nella preview troneggiava una foto in bianco e nero di me in ginocchio col ventre e la vulva scoperti, il seno nascosto da uno scialle nero e il volto tagliato dall’inquadratura.

Facebook eliminò il post perché offensivo.

Era già capitato in altre occasioni, ma fu in quel periodo che iniziai a pubblicare più o meno sistematicamente foto mie in polemica con la condotta censoria del social network.
La domanda più o meno esplicita che ponevo era sempre la stessa: «Che colpa hanno i nostri corpi?» ed è la medesima da allora.
Iniziai a usare Facebook sempre meno, prediligendo Instragram, che sembrava più aperto sul tema nonostante dal 2012 fosse stato acquisito dall’azienda di Zuckerberg. Mi ero sbagliata di grosso e non ci è voluto molto a capire che Instragram è altrettanto bigotto: talis pater

Stando ai dati di Luglio 2018, il maggior numero di utenti che utilizza Instagram si trova negli USA seguiti nell’ordine da India, Brasile, Indonesia e Turchia (fonte: Hootsuite).
Sono andata a cercare le condizioni delle donne in quegli Stati e ho scoperto che nel 2018 la Thomson Reuters Foundation ha stilato la classifica dei 10 Paesi più pericolosi al mondo per le donne: è emerso che l’India è al primo posto mentre gli Stati Uniti d’America al decimo. Fra i parametri considerati ci sono discriminazione, violenza sessuale e non, traffico di esseri umani (schiavitù domestica, lavoro forzato, matrimonio forzato e schiavitù sessuale).
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) il Brasile è invece quinto Paese al mondo per tasso di femminicidi (fonte: LetteraDonna).
Nella zona nord dell’isola di Sumatra, nella provincia di Aceh in Indonesia, nell’ottobre del 2018 è stato istituito il divieto per le donne di mangiare fuori con un uomo tranne che se accompagnate da un famigliare (maschio, ovviamente) e inoltre dalle ore 21.00 è vietato servire clienti donne nei locali pubblici per “proteggerne la dignità” (fonte: Sky Tg24).
In Turchia, nonostante i movimenti femministi locali, le donne faticano a essere considerate e trattate alla pari degli uomini e sono diffusi stupro, femminicidio e violenza domestica, oltre ad altri tipi di discriminazioni (fonte: Wikipedia).
Da tempo mi interrogo sulla connessione tra globalizzazione, diffusione dei social media e libertà e penso che ci sia una relazione tra questi temi e la censura.
Un’azienda che cerca di imporsi economicamente su larga scala e in modo capillare, deve fare i conti con leggi, norme e tradizioni del luogo in cui entra e desidera stare. Se le donne sono ritenute inferiori (rispetto agli uomini [eterossessuali], che in una visione patriarcale è il metro di paragone assoluto), se i loro (nostri) corpi sono considerati volgari e pericolosi, sarà necessario privare tali persone della libertà di espressione, sarà imposto loro il divieto di mostrarsi come vogliono e persino di parlare di cosa desiderano e come lo desiderano.

In questo contesto storico, politico e sociale si inserisce il porno-attivismo, con le sue provocazioni che trascendono la narrazione volta a eccitare e usando la rappresentazione dell’atto sessuale per un discorso politico di de-colonizzazione e libertà, rivendicazione dei diritti e quindi autodeterminazione.
Quando una persona consapevole (l’aggettivo è fondamentale in questo assunto) si mostra nuda, sta compiendo due azioni: la prima è quella oggettiva di mostrare il proprio corpo integralmente o parzialmente, la seconda è quella intrinseca di esercitare la propria libertà di espressione, senza cercare legittimazione, perché si è legittimata con l’azione stessa.

Una ricerca del Center for Technology Innovation at Brookings del 2016 raccolse i dati in cui si diceva chiaramente come gli Stati che avevano applicato il divieto di usare determinate applicazioni e siti persero 2 miliardi e 400 milioni di dollari nel 2015 (fonte: Panorama). Considerata l’ingente somma, alcuni sono tornati sulle proprie decisioni aprendo le porte ad aziende come Facebook (che possiede Instagram e Whatsapp) e Google, fra le più note, potenti e pervasive. Gli accordi si fanno sempre sulla base di compromessi a scapito della libertà: limitando quella delle/degli utenti, non solo impedendo che condividano contenuti che sono ritenuti pericolosi per la community, ma anche ricavando informazioni personali su di ess* per avere un controllo maggiore, se non totale (abitudini di acquisto, stile di vita, opinioni politiche, interessi, ecc.).

«Instagram riflette la nostra eterogenea comunità di culture, età e credenze. Abbiamo dedicato molto tempo a riflettere sui diversi punti di vista delle persone in modo da creare un ambiente sicuro e aperto per tutti.»
Incipit della versione lunga delle linee guida della community.

Se il tuo sito accetta utenti dai 13 anni in su di credo religiosi, opinioni politiche, e condizioni sociali disparate e se tali utenti usufruiscono del tuo sito anche in Paesi dove sono in vigore pena di morte (non c’è bisogno di andare in Medio Oriente, negli USA con la pena capitale se la cavano benissimo!), tortura, imposizioni di natura religiosa o statale che limitano la libertà di espressione e parola, come minimo devi fare in modo che chiunque non si scontenti.
Quello che deduco è che la violenza, l’omofobia, il sessismo, l’oggettificazione dei corpi femminili e la xenofobia vengono tollerati, mentre le soggettività dei corpi e i discorsi su una sessualità positiva ed eterogenea sono censurati, lo dimostrano le numerose pagine a sfondo razzista ancora attive nonostante le segnalazioni e il fatto che la narrazione mainstream della sessualità se la passa piuttosto bene. Pertanto la conclusione alla quale sono arrivata è che pagine e profili volti alla limitazione delle libertà altrui vengono favoriti, mentre pagine e profili volti all’estensione di tali libertà vengono osteggiati e censurati.

[continua…]

Claudia Ska

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L’insurrezione del porno

L’immaginario del porno mainstream è fatto da persone che rispondono a precisi canoni estetici, etnici e sociali: donne borghesi, bianche, slanciate, toniche, formose, con seni sodi grandi come meloni (spesso grazie alla chirurgia estetica), uomini anch’essi borghesi e bianchi, palestrati, aitanti e dotati di peni di dimensioni simili a mattarelli da cucina.

Tutto ciò che esula da questo standard viene isolato, trattato come un’eccezione. Andate su PornHub: “giapponesi” e “nere” (notare gli aggettivi al femminile) sono categorie definite; che poi le “nere” siano africane, francesi, americane, varie ed eventuali, non ci è dato saperlo, ma in quanto di pelle scura bastano per costituire una sezione propria. Sono l’alternativa alla norma: la donna bianca.
“Gay” è un sito a sé con delle sotto-categorie a sua volta, perché in un mondo omofobo come il nostro non è contemplato che le persone che desiderano eccitarsi con la pornografia possano finire su un video di uomini che si divertono allegramente trastullandosi a vicenda.
Nello specifico delle rappresentazioni eterosessuali, l’uomo è dominante e la donna viene raffigurata come colei che gode principalmente nell’essere dominata e penetrata. Si sprecano le fellatio a scapito dei cunnilingus e le scene terminano con lui/loro che eiacula/no su viso, seno, natiche, piedi di lei/loro. Nelle rappresentazioni “lesbiche” (presente su PornHub anch’essa come categoria e non con un sito a parte come per gli uomini omosessuali), vengono usati una serie di espedienti per eccitare principalmente (forse esclusivamente) un pubblico maschile eterosessuale. I video lesbici mainstream contengono sogni e desideri di uomini eterosessuali, difficilmente le lesbiche vi si identificheranno.
Se è vero che le attrici porno scelgono cosa fare sul set (e su questo devo approfondire la questione), le sceneggiature sono viziate da un punto di vista etero-normato, machista e sessista.
I titoli stessi dei video che si trovano online sulle più note piattaforme di pornografia in streaming la dicono lunga sulla visione e rappresentazione della donna, che in moltissimi casi viene definita troia, vacca, puttana, cagna, mignotta, zoccola, porca mentre lui è stallone, toro, maschione, porco – sì – ma con una sfumatura non denigratoria.
I titoli dovrebbero dare un’idea di cosa si vedrà, ossia una o più donne che vogliono godere e che per questo si meritano di ricevere il pene o i peni dei loro partner.
Inoltre nel porno tradizionale il sesso è sempre penetrativo e tra falli veri e finti a volte si arriva al parossismo.

È evidente quanto la pornografia che siamo abituat* a fruire sia normativa a più livelli, laddove la norma è persona cisgenere, abile, di pelle bianca, afferente al ceto medio, eterosessuale. Non è raro che quando si chiede alle persone se guardano e piace loro il porno, quasi naturalmente penseranno a una pornografia di quel tipo, che di fatto è unidirezionale; non a caso molt* esprimono rigetto nei suoi confronti.

Da qui nasce l’esigenza di un porno alternativo, ossia il post-porno, che per sua stessa natura è, o dovrebbe essere, inclusivo e intersezionale abbracciando la diversità delle persone e delle prospettive, sia di chi lo mette in scena che di chi ne fruisce. Il post-porno nacque proprio dall’esigenza di ridimensionare e contrapporsi al modello della pornografia tradizionale, sovvertendo modelli stereotipati non solo sessualmente ma anche socialmente.
Ci stiamo abituando al porno cosiddetto etico di Erika Lust, che resta comunque normativo, edulcorato rispetto a un discorso politico più esplicito e comunque infarcito di product placement (Erika Lust ha uno shop online e nei suoi film non è casuale che siano presenti i prodotti che vende).
Business is business.

Nel filone del post porno si inserisce il porno-attivismo ossia l’uso della pornografia in modo apertamente politico, con la finalità di turbare lo sguardo delle spettatrici e degli spettatori.
Il porno-attivismo è estremo perché si colloca fuori dalle regole e/o dal senso comune. È sfacciato, provocatorio, sovversivo, finalizzato all’autodeterminazione in senso lato. Come ogni gesto rivoluzionario, porta scompiglio e non è facile da digerire né tantomeno da gestire, perché mette in soggezione il comune senso del pudore in luoghi e circostanze che non ci si aspetta.

Grazie a Fluida Wolf (sempre sia lodata!) ho scoperto Maria Basura e il suo progetto Fuck the fascism in cui compie atti vandalici contro statue, monumenti, tombe di colonialisti. Questi atti sono sessuali: armata di strap-on e dildo, frustini e passamontagna, mette in scena un abuso sessuale ai danni delle icone di uomini che hanno violentato popoli e luoghi imponendo religioni, lingue, riti, usi e costumi in modo arbitrario.
Conoscevo già i lavori di Diana J. Torres, nota come pornoterrorista, che ha fatto un enorme lavoro di divulgazione anticonformista rispetto al piacere femminile e ai corpi (“Fica potens” e “Pornoterrorismo” entrambi editi da Golena edizioni).
Maria è sudamericana, nata e vissuta in un continente occupato da potenze europee, le quali – oltre a usurpare terre, schiavizzare e sterminare le persone autoctone – hanno anche deportato massivamente persone dall’Africa (altro continente sottomesso con la forza e la violenza) per sfruttarle altrove, al solo scopo di dare prestigio, potere economico e politico al Paese d’origine. Diana invece è spagnola ma vive in Messico da ormai molti anni.
Entrambe sono esempi emblematici della discriminazione in quanto donne che non incarnano i modelli di un porno che – è evidente – non appartiene loro.

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Maria Basura in un assalto porno guerrigliero di “Fuck the fascism”

Lo stato di cattività ha innescato la necessità di ribellarsi.

È (anche) da questa prospettiva che dovremmo guardare la pornografia: i corpi che vediamo portano addosso le esperienze di cittadin* abili, bianch*, precari* ma non pover* ed escludono un’ampia fetta della Società che non conosciamo semplicemente perché lontana da noi in un modo o nell’altro.
Abbiamo bisogno di una pornografia intersezionale, democratica, progressista, inclusiva, solidale, che dia voce a ciascun* e nella quale chiunque possa identificarsi e desiderare.
Non significa normare in modo diverso, ma dare la possibilità di esprimersi e di trovare materiale di cui fruire senza sentirsi esclus*.

Il post-porn è la risposta femminista alla narrazione del piacere.

Claudia Ska

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Eccoci!

Eccomi!
Eccoci!
Finalmente posso accogliervi in agit-porn, uno spazio che ho desiderato ardentemente per molto tempo.

Nel libro “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” Christiane F. immaginava dove avrebbe voluto abitare una volta disintossicata dalla dipendenza di eroina: una casa senza porte, solo tende smosse dal vento.
Vorrei che questo luogo fosse così per voi, per sentirvi a vostro agio e farvi gustare con gioia e serenità il piacere della libertà.
Un luogo dove rispetto e consenso sono sottintesi, in cui non siamo perquisit*, perseguit*, perseguitat*.

Questa è la mia casa, aperta per accogliervi in un abbraccio solidale.
agit-porn è il mio progetto dedicato all’autodeterminazione.

Su agit-porn corpi e desideri si manifestano liberi.
Si agitano gli animi e si sprigionano le idee.
Si fa l’amore.

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=I25uz8Tpfug&w=560&h=315]

Dite la verità, vi sembro un’ingenua, magari una buonista.
Mi spiace dovervi smentire.
Non acconsentirò all’ingresso di chi usa la forza bruta, offende, denigra e sarò molto determinata nel farlo, zero tolleranza con le persone intolleranti. Qui si tiene conto del paradosso di Popper.

Ho deciso di aprire agit-porn perché sento il forte bisogno e la voglia di condividere e confrontarmi, di imparare e conoscere, di fare parte di una comunità i cui valori mi appartengono.

agit-porn è il tentativo di non sentirmi (o sentirmi meno) sola quando parlo di tematiche come sesso, erotismo, pornografia, nudo, genere, politica.

Sono entusiasta di essere qui e lo sono ancora di più sapendo che ci siete anche voi, che vi interessa quello che ho da dire.
agit-porn è un primo passo verso un progetto più ambizioso, il primo tassello di un puzzle che spero avrete voglia di aiutarmi a realizzare.

Accomodatevi pure, manca buona parte del mobilio e devo ancora appendere i quadri, mentre mi organizzo per il resto dell’arredo potremmo fare l’amore in piedi contro i muri o sul pavimento.

Grazie per essere qui con me, assieme.

Claudia Ska

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