Sesso da paura – Alien [parte 2]: Dolce Hans

Uno scenario non proprio ottimista da cui trarre spunto per tematiche di stampo pedagogico in un momento storico in cui l’estinzione bussa alla porta: anche questa settimana parliamo di “Alien” e del suo padre immaginatore Hans Ruedi Giger, l’uomo a cui dobbiamo il fatto che nel film tutto ricordi un grosso pene.

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“Alien”, Ridley Scott, 1979

Hans Ruedi Giger, meglio noto con il nome d’arte H.R. Giger (1940 – 2014), scultore/pittore/designer svizzero figlio delle influenze di simbolismo e surrealismo, creò opere caratterizzate principlamente da un cupo e grottesco scenario di critica sociale, strettamente connessa alle tematiche della sessualità in tempi capitalistici. La distorsione anatomica e l’inquietante ombra quasi costante regge i tempi Gigeriani, da cui escono creature mostruose: iper-umani, bambini-proiettile, pattern sodomiti, Bafometti gravidi, oroscopi distopici.

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“Birthmachine”, ingresso del Giger Museum, Grùyeres

Al tempo di “Alien“, Giger era già un artista affermato: uno tra i più noti quando si trattava di immaginari legati all’horror e alla fantascienza più dark, fu chiamato a partecipare, negli anni ’70, anche all’ambizioso progetto dell’adattamento cinematografico di “Dune” diretto da Alejandro Jodorowsky (consigliatissima la visione del documentario “Jodorowsky’s Dune”, di Pavich), che non vide mai la luce.

Fu con l’uscita sul grande schermo degli Xenomorfi, disegnati da Giger e creati in collaborazione con l’effettista Carlo Rambaldi, che vinse l’Oscar per i migliori effetti speciali nel 1980, consacrandosi come punto di riferimento definitivo per tutto un immaginario sci-fi distopico che da lui direttamente discende: il termine “biomeccanico” nasce per definire tutti quegli stili figli delle due raccolte più famose dell’autore, “A RH +” e “Necronomicon”.

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“Necronom IV”, H.R. Giger, 1977

Lo sceneggiatore Dan O’Bannon, di cui abbiamo già parlato relativamente al personaggio di Ellen Ripley, supportato da Ridley Scott, volle fortemente Giger sul set di Alien, proclamando a gran voce «I’m going to attack the audience, I’m going to attack them sexually» («Attaccherò il pubblico, lo attaccherò sessualmente»). C’è da dire che nessuno rimase deluso, e l’infinito orizzonte gigeriano portò in “Alien” un immaginario sessuale disturbante che riuscì non solo a terrorizzare lo spettatore, ma anche a metterlo fortemente a disagio.

Le sembianze falliche degli Xenomorfi sono evidenti anche senza grandi sforzi immaginativi: le loro teste ricordano enormi peni dotati di due bocche, da cui esce un  tentacolo dentato con cui arpionano, penetrandole e fecondandole, le loro prede, durante l’erezione più spaventosa della galassia. Gli attacchi degli Xenomorfi sono veri e propri stupri, perpetrati con l’obbiettivo di deporre le proprie uova all’interno del/della malcapitat*, che partorirà poi – con estrema violenza – i piccoli mostri frutto di questo innaturale accoppiamento (non consensuale e senza preferenza di genere), che non lascia scampo all’organismo ospitante. Sfruttamento-riproduzione-annientamento è lo schema che segue il proliferare degli Xenomorfi, con l’obbiettivo apparente di conquistare l’intero universo.

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“Alien Artwork”, H.R. Giger, 1978 ca.

Le creature di “Alien” rappresentano la cosa peggiore che può capitare di incontrare nello spazio, ovvero una creatura parassita la cui unica finalità è la riproduzione per perpetrare una colonizzazione fine a sé stessa. Insomma, pare che non ci sia niente di peggio nell’indagine delle profondità dell’universo che trovare una specie che si comporta esattamente come la nostra, ma con mezzi più evoluti. La violenza degli Xenomorfi è quella degli organismi parassiti, votata alla sopravvivenza della specie a discapito delle altre, senza una vera ragion d’essere: non ci sono intenti di espansione, di conquista o di supremazia, c’è solo il caos della colonizzazione.

Nelle opere di Giger il tema della riproduzione si presenta con insistenza: la pistola caricata a feti-proiettile della famosa scultura “Birth machine(posta all’ingresso del Giger Museum di Grùyeres) , o “Erotomechanics IV” in cui  il rapporto sessuale è prodotto da una secie di macchina umanoide, in un freddo e disperato tentativo di sopravvivere.

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“Eteromechanics VII”, H.R. Giger, 1977

Attualmente un futuro in cui ci si dovrà abituare all’idea di fare sesso indossando delle tute isolanti non è così lontana, quindi riguardatevi tutti gli episodi della saga e non fatevi trovare impreparati per quando ci lanceranno nello spazio.

Stefania Ratzingeer

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