Intervista Ribelle a Inside Porn

Fino a ora le “Interviste Ribelli” hanno avuto come protagonista una persona, mentre oggi ho il piacere di ospitare un collettivo formato da tre giovani donne che ho conosciuto personalmente qualche mese a Firenze durante il Festival della Sessuologia. Si tratta di Maria Giulia Giulianelli, Giulia Moscatelli e Arianna Quagliotto ovvero le ideatrici del progetto Inside Porn, nato all’Università di Bologna per poi affacciarsi al mondo non accademico.

Fuori dall’Università, dentro il porno:
Inside Porn ha deciso di parlare a tutt* del genere cinematografico più discusso e censurato.

Prima di unirvi nel collettivo Inside Porn qual era la vostra relazione con la pornografia?
Possiamo dire che l’aver fondato Inside Porn coincide con l’inizio del nostro percorso di approfondimento della pornografia, almeno per quel che riguarda l’audiovisivo; infatti, studiando tutte arti visive, non eravamo estranee all’uso del linguaggio pornografico in ambito artistico, fotografico e letterario, ma solo quando ci proposero di condurre una ricerca etnosemiotica abbiamo affrontato quella che comunemente possiamo trovare sulle piattaforme come PornHub.

Perché avete deciso di iniziare questo progetto?
Come suggerisce il nostro nome (Inside Porn, Dentro il Porno), il nostro desiderio è da subito stato quello di capire meglio il mondo della pornografia partendo da chi quel mondo lo costituisce. La scoperta è stata grande per quanto scontata: a fianco del classico porno mainstream era in movimento tutto un altro tipo di pornografia dichiaratamente legata a una maggiore inclusività delle possibili sfumature della sessualità.
Non volevamo un porno che categorizasse il proprio pubblico, ma che — al contrario — lo rappresentasse. 

Quali sono gli obiettivi e le modalità di Inside Porn?
Principalmente cerchiamo di creare degli spazi in cui si possa parlare di temi e questioni legati alla sessualità, aspetto della nostra vita che, purtroppo, a livello istituzionale, difficilmente viene affrontata in maniera consapevole e costruttiva. Promuovere la visione collettiva di prodotti pornografici ha molte valenze: in primo luogo culturale, cosa su cui ci battiamo molto. La pornografia viene considerata oscena e quindi poco degna di essere rappresentata, figuriamoci con una proiezione pubblica. Viene relegata alla sfera intima e molte persone, fra quelle che lo fanno, non ammettono di masturbarsi guardando porno. Attraverso le nostre serate vogliamo dimostrare l’esistenza di una pornografia che invece crea anche dei discorsi politici e sociali e, che ci crediate o no, esteticamente non ha nulla da invidiare ad altri generi cinematografici. L’obiettivo principale è riuscire a coinvolgere il pubblico, stimolarlo a un dibattito intorno a quello che hanno visto e a come vivono la propria sessualità e quella degli altri: il porno ti fa scoprire un sacco di cose e, se è vero che il diverso fa paura proprio per ignoranza, allora non c’è modo migliore che divulgare differenti punti di vista attraverso lo strumento che più li mette in scena.

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Ce l’ho Porno 2018, Inside Porn

La “fuoriuscita” dall’ambito accademico, all’interno del quale è nato Inside Porn, è definitiva o avete semplicemente ampliato il vostro obiettivo e quindi il pubblico di riferimento?
All’epoca della ricerca vera e propria eravamo tutte e tre studentesse universitarie, ora il nostro percorso accademico si è concluso però non vogliamo in nessun modo rifiutare quel mondo, anzi, vuoi mettere tenere una lezione sul porno all’università?! Pensiamo che l’ambiente accademico porti con sé una serie di codici che spesso entrano in conflitto con quella che è la nostra mission. Prima di tutto il linguaggio. Quando studiavamo semiotica non era semplice “tradurre” la nostra ricerca a chi se ne interessava: la semiotica ti costringe a un metalinguaggio molto specifico e per questo genere di temi è forse meglio essere un po’ più pop. Inoltre quando tenemmo una lezione all’interno di un ciclo di seminari dedicati alla ricerca, dovemmo censurare una penetrazione anale: se ci battiamo affinché la pornografia non sia più ghettizzata è necessario per noi non avere restrizioni su ciò che mostriamo. Gli spazi che ci hanno successivamente ospitate (Kinodromo, Cassero, Cinema Europa e altri) hanno dimostrato di avere completa fiducia nelle nostre rassegne e il pubblico che è intervenuto si è rivelato essere partecipe ed eterogeneo.

Che tipo di pornografia vi piace e vorreste divulgare?
Questa domanda può avere una duplice risposta: come studiose di pornografia potremmo affermare che ci piace tutta, come consumatrici preferiamo alcuni prodotti rispetto ad altri. Crediamo che tutta la pornografia abbia una sua dignità, ovviamente fintanto che per produrla ci si attiene alle basilari norme di consenso e sicurezza, ma siamo più interessate a divulgarne il lato meno conosciuto e standardizzato. Ciò che proiettiamo alle nostre serate sono porno che hanno una distribuzione più per festival che attraverso il web, tranne alcuni casi più celebri, come Erika Lust, per cui difficilmente vi si potrebbe accedere da casa propria. Vederli sullo schermo del cinema enfatizza l’esperienza catturando l’attenzione dello spettatore ponendolo in un contesto diverso dall’abituale visione domestica, aggiungi la possibilità di interagire direttamente con performer e registi presenti in sala e si può costruire uno spazio in cui parlare liberamente di sessualità.

Secondo voi la pornografia ha un valore pedagogico?
Può avere una valore pedagogico ma non deve per forza esserlo. Questo non vale solo per il porno, ma per qualsiasi mezzo espressivo. Alcuni produttori e performer sono sicuramente più consapevoli della sua possibilità educativa e rendono esplicito questo aspetto assumendolo come valore portante della propria produzione. Si parla molto della pornografia come primo vero approccio alla sessualità, prima ancora di un rapporto o di una relazione, quindi è inevitabile porsi delle domande in questo senso. In Italia l’educazione sessuale è spesso affrontata nel suo aspetto biologico, tralasciando completamente discorsi come il piacere o l’orientamento sessuale e il porno si rivela uno dei mezzi che più mette in gioco queste tematiche. Bisognerebbe fornire gli strumenti giusti a chi utilizza la pornografia come una sorta di “prima esperienza”, per comprendere quello che sta guardando, si parla alla fine di giovanissimi.

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Lunedì Porno al Cinema Europa (2018)

Conoscete il cosiddetto “porno femminista”? Se sì, ci spieghereste cosa lo distingue da altri tipi di porno?
Inizialmente, si parla degli anni ’80, il porno femminista si caratterizzava per il fatto di essere fatto da donne per le donne. All’epoca i film porno erano concentrati perlopiù sulla figura maschile e i “porno per donne” erano fatti da uomini che aggiungevano qualche “preliminare” in più alla scena di sesso. Nella maggior parte dei casi le prime registe e produttrici di porno femministi erano lavoratrici nell’industria pornografica, che decisero di creare da sé i propri film mettendo in primo piano il piacere femminile. Era proprio il fatto di assumere la donna non più solo come genere/organismo biologico davanti alla telecamera ma tutta la sua soggettività femminile, con il suo vissuto e il suo personale sguardo sul vivere la sessualità. Si trattava di rivendicare il proprio corpo, il piacere e il diritto ad amare il sesso esattamente come gli uomini. Con il passare degli anni il “porno femminista”, di pari passo con il femminismo stesso, ha ampliato il suo campo d’azione diventando più fluido e concentrando la lotta sui diritti di tutt*.

Il vostro ambito di ricerca e interesse è relativo solo alla pornografia cinematografica o alla letteratura in senso lato?
La ricerca è nata come specifica sul settore audiovisivo, ma con il passare del tempo abbiamo approfondito altri ambiti. Di fatto siamo interessate a tutte le espressioni possibili della sessualità, dal porno cinematografico alla fotografia, dalla performance all’installazione. Per quanto riguarda la letteratura siamo delle instancabili lettrici di testi relativi all’argomento, passione che cerchiamo di condividere attraverso “La piccola biblioteca del porno”, rubrica che esce nella nostra newsletter ogni mese con un titolo diverso per suggerire uno spunto di lettura al nostro pubblico: siamo sempre alla ricerca di altri autori per cui chiediamo ai lettori di agit-porn di consigliarci nuovi libri!

In cosa consiste “Ce l’ho porno” e come selezionate i film da proporre al pubblico?
Per quanto riguarda i normali eventi Ce l’ho Porno frequentiamo i festival nazionali e internazionali in modo da coinvolgerli per presentare una piccola selezione del loro programma a una nostra serata. Abbiamo per esempio organizzato due date in collaborazione con il Fish & Chips Film Festival e una con l’Hacker Porn Film Festival, così da poter fornire al nostro pubblico un assaggio del panorama pornografico indipendente contemporaneo.
La particolarità di questa stagione 2019/2020 è che, per la prima volta, abbiamo avuto la possibilità di curare una sezione di un festival, il Ce l’ho Corto Film Festival che si terrà a Bologna dal 28 al 30 Novembre, quindi di selezionare i cortometraggi attraverso una call pubblica aperta a tutti. Il modus operandi di entrambe le tipologie di selezione è sempre quella di pensare a una scaletta che dia spazio a diversi registri stilistici e a tipologie di opere, la selezione del festival rispecchia questa filosofia proponendo documentari, porno espliciti e corti di animazione. Ci piace scoprire con il nostro pubblico le infinite possibilità espressive della pornografia e approfittare dell’occasionalità del momento per conversare insieme.

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Maddalena Bianchi, Inside Porn e Son Braciola @ Lunedì Porno al Cinema Europa (2018)

Claudia Ska

Buy Me a Coffee at ko-fi.com

Intervista Ribelle a Miss Mukade

Il terzo appuntamento con la rubrica “Interviste ribelli” ospita Miss Mukade, una Prodomme, ossia dominatrice professionista. Ha iniziato nel Regno Unito e poi è venuta in Italia. Il suo lavoro si inscrive nel sex work, settore molto dibattuto anche all’interno del movimento femminista, di cui fa parte non senza difficoltà.

Saper dominare:
l’arte di tenere sotto controllo l’altr*
e sé stess*.
Il lavoro di Miss Mukade.

Come ti sei avvicinata al BDSM?
Mi sono avvicinata al BDSM in maniera del tutto inconsapevole, per inclinazione naturale e attraverso i fumetti: in particolare “Skorpio”, una raccolta per la maggior parte erotica che comprava mio nonno. La mia eroina preferita era Cybersix, una donna molto femminile, pallida, coi capelli corti e bruni, vestita di lattice, munita di frusta, che lottava contro dei cattivi mafiosi e maschilisti. Il boss aveva le apparenze di un bambino con un cervello sovra-sviluppato. Nonostante tentasse di violentarla durante le lotte, lei riusciva regolarmente a sottometterlo. Nella vita quotidiana Cybersix aveva le sembianze di un bibliotecario (lei, crossdresser, diveniva priva di forme, anonima e androgina) e attirava principalmente giovani bionde iperfemme, che aspiravano all’amore di questo asessuato, imberbe e intellettuale.
Portando avanti la mia esplorazione, sono diventata sempre più consapevole del mio ruolo: verso i diciassette anni le prime esperienze reali, per poi capire – nel mio primo quarto di secolo – di essere dominante, fino ad arrivare a fare outing, anche con la mia famiglia. Compresi che nella mia vita il BDSM è necessario e presente.

Com’è avvenuto il passaggio dalla pratica del BDSM per puro piacere a quella a pagamento?
C’è stata una transizione graduale nel mio passare da una pratica privata alla professionalità retribuita. La mia scelta è stata supportata dai primi compagni di gioco e dai miei due mentori: A23 e Madame Tachibana.
Mano a mano che giocavo con persone intime, queste mi hanno successivamente procurato dei clienti. In principio non mi sarei mai fatta pagare. Ero inesperta e inconsapevole del mio ruolo. Trovo il mio lavoro (e in generale il sex working) simile al lavoro di un* counselor, un* psicoterapeuta, piuttosto che all’idea stereotipata che la società ha della prostituzione.

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Miss Mukade, Jeanloup JarretDePorc

In cosa consiste il tuo lavoro?
C’è moltissima preparazione mentale, oltre che tecnica: un* dominante deve sempre essere in controllo, non può mai perderlo. Poi c’è l’attenzione al vestiario, la cura della persona, l’ambiente sempre pulito e possibilmente d’effetto (quest’ultimo è spesso accessorio per l’aumento di costi che comporterebbe). La parte più importante è la preparazione psicologica: bisogna pensare a eventuali fattori che potrebbero variare all’ultimo e sorprenderci, quindi è necessario avere sempre un piano B. Cosa fare se il/la cliente stesse male (malori fisici, attacchi di panico, reazioni anomale, ecc.)? Solo un* professionista (professional domme, ovvero prodomme) può essere preparat* e avere più di un paio di sottomessi .
Il mio lavoro consiste principalmente nell’offrire il mio tempo e la mia esperienza, quindi la mia tecnica ed empatia a persone che ne hanno bisogno: possono essere all’interno dell’etero normativa e sentirsi eccitate all’idea di trasgredirla, spesso si vergognano d’esporre al/la partner i propri desideri perché fanno parte di qualcosa d’alternativo e bizzarro; posso curare di chi ha parafilie perché ha traumi che ha sublimato a livello sessuale; diversamente abili, che hanno un rapporto privilegiato – a causa dell’handicap – con il dolore e spesso faticano a trovare una persona che sia disposta a giocare con loro. Tante persone vogliono essere solo umiliate a livello mentale, è un gioco di ruolo, un modo di rivedere la propria sessualità e gli episodi negativi in una luce sessualizzata e liberatoria, come a rivoltarli e pervertirli al piacere, invece che condannarli a un trauma perenne.

Quali sono le differenze sostanziali che hai riscontrato tra il lavoro sessuale esercitato nel Regno Unito e in Italia?
Nel Regno Unito facevo parte di una comunità queer ben consolidata e di un sottogruppo alternativo di persone anarchiche che facevano molta politica. Il femminismo non TERF e inclusivo di noi sex worker mi dava supporto attraverso collettivi di, e aperti solo a, collegh*, e a piattaforme con recensioni dei clienti: sapevo chi evitare grazie a un database creato collettivamente da noi sex worker (anonimo, salvo i casi di violenza fisica o stalking riportati direttamente alla polizia con conseguente lista nera). Potevo inoltre confrontarmi di persona oppure online su problemi che andavano dalla gestione personale e fisica, all’amministrazione, a questioni legali ed economiche. Qui in Italia il Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute (CDCP) è attivo, ma i clienti possono accedere al gruppo senza alcuna barriera, frenandomi molto dal parlare o riportare alcune situazioni e/o alcuni comportamenti. Lo stigma poi è così forte che in alcuni gruppi di addette ai lavori sono stata cancellata perché ho segnalato dei molestatori. Per un contatto di salvezza faccio fede al mio vicino di casa e ad amici intimi.
In Inghilterra avevo diritto alla Golden Card dichiarandomi sex worker: potevo andare in qualsiasi centro di prevenzione e cura delle malattie sessuali, richiedere analisi e/o visite ginecologiche ed effettuarle in massimo quaranta minuti dall’accettazione. Se mi pungessi con un ago usato su un cliente o se si rompesse un preservativo, dovrei essere sicura di non essere infetta. La mia persona e di conseguenza il mio lavoro sarebbero compromessi e così i miei futuri clienti.
Essendo leggermente sottopeso (sono anemica), in Italia non posso donare il sangue, quindi non ho accesso alle analisi gratuite. Per una visita ginecologica non si spendono meno di trenta euro (presso il SSN, ndr), anche solo fare un tampone vaginale, anale, orale non è possibile senza dover pagare, inoltre è molto difficile trovare preservativi gratuiti (figuriamoci i dental dam!).

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Miss Mukade, Jeanloup JarretDePorc

Quali consigli ti sentiresti di dare a una persona che decidesse di intraprendere un lavoro sessuale?
Nonostante ci siano molte persone a malapena maggiorenni che si avviano a questo lavoro, secondo me sotto i venticinque anni non v’è la possibilità di fare una serie di esperienze personali e soprattutto di avere una preparazione a livello mentale adeguata. Bisogna avere un* mentore che guidi e protegga, almeno agli inizi, ed è necessario avere anche un* terapeuta. Tutte le relazioni umane comportano impegno e lettura di sé, ci vediamo attraverso le altre persone. In questo lavoro è importante avere un guscio ben sviluppato ma anche avere qualcun* da cui andare a parlare una volta alla settimana o almeno una volta al mese, perché dobbiamo sentirci sempre in diritto di essere vulnerabili, ma non davanti a un* cliente.
È imprescindibile dividere l’io privato dall’io pubblico, che non significa far finta di essere un’altra persona, piuttosto evitare di raccontare i dettagli della vita personale alla clientela. In particolar modo è fondamentale avere il totale controllo delle situazioni e protezioni, pianificare opzioni alternative, informarsi sulla profilassi, comprare materiale di tipo medico per lubrificazione e sanificazione.

Quali sono le difficoltà maggiori che hai nel fare un lavoro sessuale?
La difficoltà maggiore è proprio la mia tolleranza emotiva: accogliere le persone che si mettono nelle mie mani ma sempre e comunque in maniera razionale. Alla fine di ogni sessione dedico almeno quindici minuti a curare e parlare. Non è un lavoro che posso fare ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette, perché è estremamente impegnativo. Sarebbe come chiedere a un* terapeuta o un* infermier* di non avere mai una pausa: impossibile!
Le altre criticità sono a livello fiscale e sociale: il sex working non  viene riconosciuto come lavoro e pertanto non viene tutelato.

Cosa significa per te essere femminista e come cerchi di metterlo in pratica nel quotidiano?
Per me essere femminista vuol dire arrivare effettivamente a pari diritti, indipendentemente da come appaio o da ciò che ho tra le gambe. Il fatto che io possa fermarmi ad aiutare un uomo a portare pesi senza che questo mi mandi a quel paese o si offenda (cosa che mi è successa) oppure che io possa avere un corpo non depilato senza subire sguardi di disgusto da parte delle persone intorno a me, che un uomo possa piangere in pubblico, che si possa avere un salario equo. Vorrei che fosse importante solo quel che si ha tra le orecchie, non tra le cosce. Essere femminista per me vuol dire che possiamo fare ciò che vogliamo del corpo, vivere la sessualità e l’emotività con serenità. È pensare fuori dalla scatola, cercare d’immedesimarmi nell’altr*, avere empatia e cercare di andarle/gli incontro rimanendo assertiva, intuire cosa può percepire, ma senza intestardirmi sulla mia visione.

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Miss Mukade, Jeanloup JarretDePorc

Mi hai riferito che ricevi molte critiche, alcune feroci e arroganti, perché certe persone reputano contraddittorio che tu ti dichiari femminista: in quei casi come reagisci e come ti relazioni?
Rispondo con il silenzio a insulti, minacce e ottusità. In realtà non so che altro provare se non pena per persone che sono talmente povere di empatia da arrivare ad augurare il male ad altr* che non conoscono, semplicemente perché non ne condividono lo stile di vita. Invece con chi si mette in gioco dicendomi la propria opinione in maniera chiara, ma lasciando aperto anche solo uno spiraglio al dialogo, allora posso affrontare un discorso.

Hai dei progetti e/o dei desideri che ti piacerebbe realizzare che vuoi raccontarci?
Mi piacerebbe creare un dungeon con un connotato politico, uno spazio fisico nel quale le persone che fanno il mio lavoro possano condividere non solo esperienze ma anche un luogo dove portare clienti senza ricorrere alla propria abitazione, a posti inadeguati o rischiosi. Sarebbe utile una piattaforma che unisca persone del settore e un laboratorio per poter fare educazione sessuale. Mi piacerebbe sempre di più parlare di sessualità e disabilità, dell’asessualità.
Poter fare più politica, in generale, sarebbe un successo a livello personale. Mi sto attivando in proposito, cercherò di diffondere anche nel mio lavoro il baratto, l’economia circolare.
C’è bisogno di creare dei luoghi in cui stimolare il dibattito: spero davvero che sempre più persone superino quella linea che è il senso comune del pudore e della morale di massa. Vorrei che ci si focalizzasse più sulle nostre felicità e sicurezza, fisica e mentale, senza puntare il dito sulle sbavature fuori dai margini.

Miss Mukade è anche su Instragram.

Claudia Ska

Buy Me a Coffee at ko-fi.com

Intervista ribelle a Sara Silvera Darnich

Tornano le “Interviste ribelli” di agit-porn nelle quali ci confrontiamo con persone che secondo noi vivono e comunicano in modo dissidente e resiliente: oggi tocca a Sara Silvera Darnich.

Sara Silvera Darnich:
da studentessa incompresa a educatrice resiliente

Mi viene difficile descrivere Sara e restituirvi un suo ritratto esaustivo, perché è una persona con così tanti interessi, passioni e competenze che se mi dimenticassi qualcosa, sentirei di farle un torto. Ho deciso quindi di introdurvi subito a questa interessantissima intervista che ha rilasciato ad agit-porn.
Buona lettura!

Mi hai raccontato che qualcun* ti ha chiesto come mai nella tua bio su Instragram non hai scritto di essere femminista. Mi piacerebbe se condividessi con le lettrici e i lettori di agit-porn la risposta che hai dato a me e come si è sviluppata la tua coscienza femminista, se in modo consapevole e strutturato o in modo casuale.
Io non mi definisco femminista esattamente come non mi definisco a favore dei diritti umani, antifascista, antirazzista e antisessista, semplicemente lo sono.
Tutto di me dice che sono femminista: il tipo di riflessioni che faccio, i libri che leggo, i progetti che supporto, le battaglie che combatto. Non sono sempre stata femminista, anzi, per tutta la mia vita ho avuto atteggiamenti maschilisti; ho un intero ossario nell’armadio: dal bodyshaming, alle battute sessiste ai danni di varie categorie di donne dalle cosplayer alle attiviste di nudo, alle modelle. Insomma, mi credevo molto figa e molto intelligente invece ero una mitraglietta di minchiate. Potessi tornare indietro mi prenderei a ceffoni ma ho deciso di riparare ai miei errori basando la mia personale idea di femminismo sulla collaborazione attiva: mi piace supportare i progetti e le battaglie di altre donne e promuovere il lavoro di squadra e non la competizione. Sono molto soddisfatta di quello che sono ma soprattutto sono l’esempio vivente che nella vita si può sempre smettere di essere imbecilli: un po’ come Homer quando diceva: “Non sono gay ma posso imparare!”.

Preferisci non mostrare il tuo corpo svestito, salvo una foto in cui indossi un abito che ti lascia scoperta la schiena, ma hai collaborato e continuerai a collaborare con il progetto “I am naked on the Internet” di Miss Sorry. Come nasce questa cooperazione e di che natura sono e saranno i tuoi contributi?
Penso sia fondamentale supportare persone che combattono le nostre stesse battaglie, soprattutto se il loro mezzo di espressione è diverso dal nostro. Del progetto “I am Naked on the Internet” mi sono innamorata subito così come della personalità di Miss Sorry: sono stata contattata dopo che ho parlato sul mio profilo della sessualizzazione del corpo dei bambini. Sul sito porterò il mio contributo pedagogico su temi come il corpo e la sessualità dei bambini che sono affini a quelli trattati dal progetto fotografico di “I am Naked on the Internet” riguardo la sessualità e il corpo degli adulti.

Il non mostrarti parzialmente o totalmente nuda è una scelta o piuttosto una condizione per te naturale? Che rapporto hai col tuo corpo?
Io non mi spoglio online ma amo stare nuda a casa mia, lontano da occhi estranei, vivo molto a mio agio la nudità soprattutto nella quotidianità con il mio fidanzato.
Il fatto di non mostrarmi nuda rappresenta alla perfezione il mio carattere: sono una comunicatrice nata, ma sono una persona estremamente riservata. È difficile crederlo perché il mio modo di comunicare si basa sul racconto della mia esperienza personale, anche se di fatto non racconto quasi niente di quello che accade nella mia vita offline e, per quanto una persona si racconti anche parzialmente online, non equivale a conoscere approfonditamente la sua storia. Attualmente ho un ottimo rapporto con il mio corpo ma non è sempre stato così: ho subito bodyshaming e per anni l’immagine riflessa nello specchio era il frutto di una fantasia malata che si immaginava deformità e rotolini dove non c’erano. Spesso è stato difficile vedermi per ciò che ero realmente perché il mio peso era troppo o troppo poco a seconda della persona che mi trovavo davanti. A fare la differenza è stata soprattutto una rete di relazioni affettive sane: da Fausto, il mio fidanzato, che si è sempre rifiutato di considerare difetti quelle parti del corpo che ritenevo tali, fino ad arrivare alle persone che mi circondano online e offline che rifiutano il sessismo, il bodyshaming e l’ossessione per il corpo normato dai media.

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“Sarettina”, Fausto Chiodoni

Da poco è uscito un tuo articolo per Clitoridea in cui parli di peli. Come mai eri ossessionata dalla depilazione (intendo anche prima della cura cortisonica che ti ha causato irsutismo)? Volevi aderire a uno standard di bellezza oppure provavi un’innata repulsione per la peluria?
Credo che la mia ossessione per la depilazione sia nata con il giudizio degli altri. Non mi sono mai fatta problemi riguardo il mio corpo, le mie origini straniere o il mio modo di fare le cose finché non è arrivato il confronto con l’Altro. Lo stereotipo della “donna glabra” è uno dei più devastanti sulla psiche delle donne more come me, soprattutto se circondate da coetanee bionde o castane chiare: vivi costantemente commenti sinceramente stupiti di compagne e compagni che ti dicono: “Ma tu hai peli!” come se fosse una cosa anormale, quando per una donna con la mia storia genetica e medica lo è perfettamente. I miei peli, il taglio dei miei occhi, il mio cognome urlavano solo una cosa: “Tu sei diversa!” in un periodo della vita come l’infanzia dove tutto ciò che desideri è essere uguale agli altri. Mi sono a lungo interrogata sul mio rapporto con la depilazione, soprattutto su quanto lo standard di bellezza abbia influito sul mio desiderio di avere una pelle liscia. Ora che ho 28 anni penso che mi piaccia la sensazione di avere un corpo liscio e mi piace depilarmi esattamente come mi piace mettermi il rossetto o portare i capelli lunghi. È cambiato lo sguardo sulla depilazione: prima mi depilavo perché la mia repulsione era dettata dal desiderio di voler aderire a uno standard di bellezza, quest’anno, per la prima volta la decisione di depilarmi o meno è una scelta consapevole.

Nel tuo lavoro di educatrice ti capita di dover parlare di sessualità alle bambine e ai bambini? Lo fai liberamente o prima ti confronti col gruppo insegnanti e con le famiglie interessate?
Questo è un tema estremamente delicato che fa entrare in gioco diverse “forze” come il limite, la professionalità, la deontologia e la personalità dell’educatore. Personalmente mi è capitato molto raramente che i bambini mi facessero domande specifiche sul sesso perché al nido e alla scuola dell’infanzia non sono temi comuni. Io ho delle convinzioni in merito alla spiegazione della sessualità nei bambini ma non posso imporle alle famiglie. Se mi trovo davanti un bambino di famiglia religiosa o che ha vedute differenti dalle mie non posso assolutamente mettere a repentaglio l’alleanza tra scuola e famiglia e dare al bambino informazioni diverse da quelle che i suoi genitori hanno detto, perciò – se dovessi ricevere una domanda sulla sessualità da parte di un* dei bambin* – cercherei immediatamente di rispondere strategicamente con un’altra domanda: “Cosa ti hanno detto i tuoi genitori?”, poi ne parlerei con l’équipe di collegh* e insieme a loro con i genitori per sapere come procedere su una linea comune. Per quanto mi riguarda l’unico tema sul quale non sento di dovermi confrontare con i genitori è la discriminazione: nella mia concezione di educazione sono rispettati tutti gli orientamenti sessuali e tutti i generi. Se un genitore si dimostrasse omofob*, non potrei sostenere la sua tesi e, nel caso, insieme all’équipe, chiederei il parere sia ai miei coordinatori che al responsabile del servizio ma non voglio assecondare insegnamenti che dicano a un bambino che certi amori valgono meno o che sono contronatura.

Su Instagram curi delle rubriche sui libri che leggi, concentrandoti principalmente su distopie e horror. In alcune stories hai parlato dell’importanza della paura e dell’orrore nella narrativa per l’infanzia: anche io ho notato che favole e cartoni animati contemporanei sono edulcorati rispetto a 15/20 anni fa. Secondo te come mai questa scelta e quali sono le ripercussioni sulla Società? Il tentativo di “protezione a ogni costo” e in senso lato non è forse lo stesso che esercitano anche i social media sulle persone, fallendo miseramente?
Sono molto critica su questo fronte, perché sono fermamente convinta che rendere più edulcorati i contenuti per bambini sia controproducente per la loro l’educazione emotiva. Penso che esporre i bambini a piccole dosi di paura, tristezza, frustrazione e rabbia permetta loro di conoscerne i meccanismi e di declinarli secondo la propria individualità: se imparo fin da piccol* come mi arrabbio, come divento triste, cosa mi fa paura e in che modo mi spavento, quando queste forze mi coglieranno fuori da luoghi protetti e all’improvviso, avrò gli strumenti necessari per fare fronte a questa situazione destabilizzante, semplicemente perché ne ho già fatto esperienza insieme ai miei genitori, ai miei insegnati e ai miei coetanei. Un/a bambin* che non riesce a dare forma al proprio universo interiore diventa preda delle proprie emozioni, ne viene sopraffatt*. Sui social si sta facendo lo stesso: per “proteggere” i propri utenti (ma di fatto i propri investitori) si bollano come “forti”, “violenti”, “controversi” temi e contenuti che trattano di attualità e sessualità senza fare un vero e proprio ragionamento su di essi. Penso al messaggio che può arrivare agli adolescenti che si approcciano per la prima volta ai social: un corpo nudo che viene censurato sempre significa che è sempre sbagliato, quando di fatto ci sono mille sfumature tra un corpo nudo mostrato in un video porno e uno di revenge porn, di chi si mostra nud* per attivismo o per fini artistici e di chi viene mostrat* nud* contro la sua volontà. È una semplificazione devastante che non educa il senso critico di nessun*.

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Sara Silvera Darnich

Sei un’appassionata del mondo animale, ti sarebbe piaciuto fare la zoologa e più nello specifico la chirotterologa: come sei approdata alla pedagogia? Riesci a portare questa tua grande passione in campo educativo per raccontare e cercare di spiegare il mondo alle bambine e ai bambini con cui lavori?
Sono approdata alla pedagogia per rabbia: dopo due bocciature ero arrabbiata per i torti subiti a scuola dagli insegnanti, ero scontenta del sistema scolastico e, preda di un delirio di onnipotenza, desideravo diventare una sorta di “Vigilante dell’educazione” che sbaragliava i crimini della cattiva pedagogia. Fortunatamente al delirio è subentrata la ragionevolezza e il mio lavoro mi ha guarito da tutta l’inquietudine rendendomi un essere umano equilibrato. Amo profondamente il mio mestiere e sono riuscita a trovare il modo di coniugare la mia passione per il mondo animale con la mia professione: spesso mi piace insegnare ai bambini il rispetto degli animali raccontando loro come funzionano, come si comportano e che ruolo ricoprono all’interno dell’ecosistema.

In età adulta hai scoperto di essere una persona disprassica, cosa ha comportato questa notizia per te e perché hai deciso di fare divulgazione a riguardo?
Ogni volta che racconto della mia diagnosi tardiva le persone fanno sempre la stessa osservazione: “Deve essere stato terribile scoprire di avere un disturbo da adulta!”.
In realtà per me scoprire di essere disprassica è stata la cosa più bella della mia vita: ho potuto fare finalmente pace con una parte molto dolorosa del mio passato scolastico e ho avuto le indicazioni cliniche necessarie per migliorare gli aspetti della mia esistenza che ancora rappresentano una difficoltà.
Ho deciso di fare divulgazione per informare non solo riguardo il mio disturbo e su cosa significa conviverci tutti i giorni, ma sopratutto per mostrare uno sguardo diverso sulla disabilità: non come limite ma possibilità.

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“Sara”, Fausto Chiodoni

Quali sono i progetti a cui stai lavorando al momento e che ti vedranno coinvolta prossimamente? Arriveranno novità anche sulla tua pagina di Instragram?
Al momento sto lavorando ad alcuni progetti editoriali…. ma non posso dire ancora niente. Sarò relatrice al convegno organizzato da Ad&F (Associazione Disprassia e Famiglie) del 6 Settembre prossimo dove interverrò come professionista dell’educazione e disprassica. Inoltre sto lavorando alla seconda “edizione” del mio personale progetto di maglieria “Como el Pato” che vuole mostrare attraverso il lavoro a maglia come una persona con disabilità invisibile possa superare i limiti della propria diagnosi.

Spero che grazie a questa intervista, voi agitatrici e agitatori, vi siate incuriosit* rispetto alle tematiche toccate e ai progetti citati; per approfondimenti e ulteriori curiosità Sara avrà piacere di rispondervi se la contatterete sul suo profilo Instagram @sarai_sanguedidrago

Claudia Ska

Buy Me a Coffee at ko-fi.com

Milano Pride: gioia e involuzione

La parata del Milano Pride era finita da un po’, sul palco grande in Porta Venezia parlavano organizzatrici/organizzatori e promotrici/promotori dell’evento, mentre ero in Largo Bellintani a scambiare due chiacchiere con amiche e amici, quando abbiamo assistito a una scena che, se non fosse stata così grottesca, mi avrebbe messa ancora più a disagio.
Un ragazzo con la camicia aperta, che con una mano brandiva nervosamente e aggressivamente un fucile ad acqua, di quelli verdi e arancioni che si usano per gioco, e nell’altra teneva un sacchetto di plastica con dentro quella che a me è sembrata polenta, si è messo a urlare contro le persone che stavano allo stand di un’associazione per i diritti LGBTQI+. Urlava il suo schifo e la sua rabbia contro un evento che tra i suoi sponsor fra gli altri ha avuto Deliveroo, azienda che consegna cibo a domicilio sfruttando i propri riders, per la quale lui lavora (o ha lavorato, non ho capito). Si è allontanato furioso per poi tornare sui suoi passi ancora più irato perché una delle persone dello stand è scoppiata a ridere: “Che cazzo ridi?! Cosa cazzo ridi?!” le si è fatto sotto muovendo il fucile ad acqua come se glielo volesse spaccare sulla faccia. Lei si è raggelata e si è fatta seria. Nel frattempo colleghe e colleghi si sono avvicinat* insieme ad altre persone. Ci hanno parlato, lo hanno calmato, lui ha posato sacchetto e fucile e si sono fumat* una sigaretta assieme. Non so cosa si siano dett*, ma forse ciascun* ha avuto modo di spiegare e raccontare la propria posizione, magari hanno scoperto di avere in comune più di quanto avrebbero potuto immaginare, chissà.

Come può un evento come il Milano Pride non tenere conto della condotta aziendale degli sponsor dai quali riceve i soldi?! Come si può supportare la comunità arcobaleno e fottersene di chi viene sfruttat* sul posto di lavoro? Com’è possibile sostenere lesbiche, gay, bisessuali, pansessuali, asessuali, intersex, transessuali, transgender, persone queer e prendere denaro da colossi che hanno fatto i soldi sfruttando materie prime di Paesi ridotti sul lastrico, inquinandoli e riducendo in povertà le popolazioni autoctone? Paesi dove spesso i diritti umani, tra cui la libertà di esprimere il proprio orientamento sessuale, sono deboli o inesistenti e dove le multinazionali hanno supportato l’ascesa al potere di personaggi autoritari e violenti, per poter controllare le masse e garantirsi lo sfruttamento umano e ambientale a costi ridicoli.
Per non parlare delle aziende che vanno forte a propagandare quanto sono progressiste sul fronte arcobaleno, ma poi licenziano alla chetichella e con buonuscite da capogiro dirigenti e dipendenti molesti sul posto di lavoro. Siamo interessat* solo ai nostri diritti ma quanto ci interessano quelli altrui (anche se secondo me non c’è una reale differenza quando si parla di giustizia)?

Ho ballato sotto il carro di Coca Cola perché aveva un impianto audio della madonna e passava musica che mi piaceva: mi sono vergognata perché mi sono divertita sulle spalle di altre persone. Le multinazionali diventano i colossi che stanno giocando al ribasso. Mi sento sporca e mi assolvo col detto che il più pulito c’ha la rogna. Così mi trovo spaesata e amareggiata, in eterno conflitto: voglio sostenere il Pride perché credo nei valori che promuove, ma al contempo mi fa schifo l’impianto strutturale. Vorrei che fosse una festa per chiunque, non solo per la comunità LGBTQI* benestante. Se sei lgbtqi+ e sfruttat* come fai a partecipare a un evento finanziato dai soldi di aziende che hanno contribuito al tuo sfruttamento?
Non credo che tutte le persone in corteo fossero consapevoli del cortocircuito e questo non è positivo: ci manca una coscienza collettiva.

Mi si potrebbe obiettare che è dovere dei governi creare condizioni e sancire leggi che tutelino le persone che lavorano, ma quando il capitale pubblico è nettamente inferiore a quello dei privati e questi ultimi possono fare il bello e il cattivo tempo le dinamiche di negoziazione si fanno più complesse e ambigue.

Foto di Jon Tyson

Foto di Jon Tyson

Dovremmo lottare insieme ogni giorno per i diritti di tutt*, non solo di una parte della popolazione, mettendoci nell’ottica che non si è mai al sicuro se sono solo alcune ad averne. Non possiamo essere attivist* per metà: femminist* ma contro il lavoro sessuale pur se autodeterminato, rainbow ma distratt* verso il precariato, favorevoli all’immigrazione ma comod* con l’usa e getta.
E non sarebbe meglio marciare insieme anziché mettere in fila tutti quei carri che inquinano? Magari l’anno prossimo pedaliamo e camminiamo per l’orgoglio arcobaleno, invece di giocare a chi ha il ca… rro più grosso.

Claudia Ska

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Pensavo fosse distopia, invece era il Presente

Lo scorso aprile Emma Bonino ha dichiarato a TPI News (The Post Internazionale):

«Ancora non abbiamo capito che i diritti civili, così come la democrazia, sono dei processi e se uno non continua a pedalare cade. Ci siamo – anzi, si sono – distratti per anni e ora spero che questo campanello d’allarme venga finalmente colto e ci sia della resistenza un po’ più strutturata e un po’ più organizzata».

Diamo per scontati i diritti acquisiti e l’inesorabile venire meno di alcuni di essi non viene percepito con consapevolezza.
Stiamo attraversando un momento oscuro e lugubre determinato da proposte di legge censorie e abbiamo bisogno di una visione d’insieme, di non considerare ciò che accade come un evento singolo, a sé stante, dovremmo utilizzare il nostro senso critico e analitico per affrontare la realtà.
Spesso vengo contestata perché parlo di corpi, sesso e politica sottolineando quanto questi tre temi si intersechino fra loro. Sarebbe interessante se la politica si occupasse della cittadinanza e invece le singole persone del proprio piacere (sessuale), ma – ahimè – la politica si occupa anche dei nostri corpi e delle nostre scelte individuali e non possiamo non tenerne conto.

Vi propongo di fare un viaggio nel tempo e nello spazio insieme a me.
USA, Luglio 2018. Il Presidente Trump propone l’elezione di Brett Kavanaugh come uno dei giudici della Corte Suprema, ossia l’unico tribunale specificamente disciplinato dalla Costituzione e quindi super partes anche rispetto alle leggi votate nei singoli Stati. I membri della Corte sono 9, nominati a vita. Quando ci sono dei seggi vacanti, il Presidente nomina nuovi membri con il consenso del Senato. La Corte Suprema dovrebbe essere rappresentativa della pluralità delle anime politiche, sociali e geografiche degli Stati Uniti d’America.
Kavanaugh, dicevamo. Quando venne nominato si fece avanti una donna che lo accusò di tentato stupro 35 anni prima, quando avevano 15 anni, poi se ne aggiunsero altre due. Nonostante la battaglia legale e le proteste di piazza, Kavanaugh è stato comunque eletto a ottobre, dopo che ad aprile dello stesso anno è stato eletto un altro membro repubblicano nominato da Trump, ossia Neil Gorsuch.
L’attuale Corte Suprema statunitense è composta da 3 donne (una nominata da Clinton, due da Obama) e 6 uomini (uno solo afroamericano, nominato da Bush Jr) e di questi, 5 repubblicani. Il Presidente della Corte – John Roberts – pur essendo stato nominato da George W. Bush e quindi di fazione repubblicana, ha risposto a un attacco di Trump che accusava i giudici di essere “politicizzati”, perché il giudice federale della California Jon Tigar aveva bloccato il provvedimento che aveva sospeso il diritto di chiedere asilo alle persone che attraversano illegalmente il confine sud dello Stato, arrivando dal Messico.
Maggio 2019. Alabama, Missouri, Georgia  e Louisiana (con la firma del governatore democratico) sono gli Stati in cui solo quest’anno sono state approvate nell’arco di pochi giorni le une dalle altre le leggi anti-abortiste anche in caso di stupro e incesto. Tali leggi dovrebbero entrare in vigore il prossimo anno e solo la Corte Suprema potrebbe respingerle, in quanto nel 1973 ci fu la sentenza che proclamava il diritto alla libera scelta di ciò che riguarda la sfera più intima della persona, in nome del XIV Emendamento.
Se però la Corte Suprema è formata per la maggior parte da uomini conservatori e fra questi ce n’è uno che per di più è stato accusato di tentativo di stupro e durante il processo ha espresso la propria collera e aggressività, non è che ci sia da stare molto tranquill*.
Inoltre la firma del governatore John Bel Edwards mette in luce il fatto che il movimento pro-life stia prendendo sempre più piede nell’ala democratica, che al proprio interno include quella che dal 1995 è la Blue Dog Coalition, ossia un gruppo formato di 27 membri della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti del Partito Democratico, favorevole alla restrizione dell’aborto.

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aborto libero gratuito

Torniamo in Europa, precisamente a Verona, tra il 29 e il 31 marzo 2019 durante il XIII Congresso Mondiale delle Famiglie (World Congress of Families, che ho ribattezzato il What The Fuck Congress of  Families).


Secondo Il Post “Il WCF riunisce «il movimento globale» antiabortista, antifemminista e anti-LGBTQI ed è stato classificato come “gruppo d’odio” dal Southem Poverty Law Center, organizzazione americana senza fini di lucro impegnata nella tutela dei diritti delle persone”.

Si tratta di un movimento estremamente pericoloso e pervasivo, potente a livello politico ed economico, che può fare molte pressioni sui governi.
Ovviamente il controllo dei corpi, specialmente di quelli femminili, con l’interruzione di gravidanza sempre in agenda, è uno dei temi cardine. Si sposta l’attenzione dalla donna/madre unicamente al feto/figli*, senza tenere minimamente in considerazione non solo la volontà della persona direttamente coinvolta ma anche i suoi sentimenti, le sue esigenze, i suoi desideri. Nel momento in cui scopre di essere incinta e decide di abortire, la donna smette di contare come individuo: è nient’altro che incubatrice di una nuova vita, pertanto al suo posto ci sono altr* che decidono in sua vece o vorrebbero farlo.
In Italia la depenalizzazione e la regolamentazione dell’accesso alla pratica abortiva sono state sancite dalla cosiddetta Legge 194 (Legge 22 maggio 1978, n.194), la quale però lascia libertà di scelta agli obiettori e alle obiettrici di coscienza, ossia personale medico e paramedico che può rifiutarsi per motivi etici e/o religiosi (molto spesso economici) di praticare l’interruzione di gravidanza.
Il credo religioso c’entra davvero poco laddove ci sono ginecologhe e ginecologi che non effettuano l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) negli ospedali pubblici, dove il servizio è gratuito, ma la eseguono privatamente a costi elevati.
Dal dicembre 2009 in Italia l’IVG farmacologica può avvenire tramite la pillola RU486, che in quasi tutti i Paesi dell’Unione Europea può essere somministrata fino alla nona settimana di gravidanza, mentre in Italia al massimo fino alla settima. Questo metodo è economico perché non rende indispensabile l’ospedalizzazione (anche se nel nostro Paese è previsto ricovero di tre giorni, più per mortificare la persona che sceglie di abortire, che per una reale necessità, salvo casi specifici), non prevede alcun intervento chirurgico (costoso a livello economico, fisico nonché emotivo) con eventuali rischi dovuti all’intervento stesso.
Peccato che in Italia gli aborti farmacologici si fermino al 15,7%: ciò significa che prevale ancora l’interruzione chirurgica, che può essere effettuata solo tra la sesta e la quattordicesima settimana di gestazione a partire dall’ultima mestruazione, mentre idealmente la RU486 potrebbe essere assunta dalle primissime settimane ed è efficace per tutta la gravidanza, nonostante possa essere somministrata per legge entro il 63° giorno.

Come dicevo all’inizio dell’articolo è necessario osservare la situazione politica e sociale nel suo insieme, tenendo conto dell’avanzata capillare di movimenti xenofobi, omofobi, sessisti e in una parola fascisti. In Francia e in Italia a queste ultime votazioni per il Parlamento Europeo hanno vinto i partiti di Le Pen e Salvini, i cui discorsi sono pregni di odio, bigottismo e propaganda reazionaria.
Dovremmo ricordarci del patrocinio al WCF da parte del Ministro per la Famiglia e le Disabilità con le deleghe alle Politiche per la famiglia, disabilità, infanzia e adolescenza, politiche antidroga, adozioni, anche Vice-Segretario Federale vicario della Lega, ossia Fontana, che se credessi nel binomio Bene/Male, sarebbe sicuramente il secondo insieme a Pillon, noto in particolare per il disegno di legge 735 che porta il suo nome e che introdurrebbe una serie di modifiche in materia di diritto di famiglia, separazioni e affido condiviso dei minori e prevede, inoltre, che le disposizioni introdotte, una volta entrate in vigore, vengano applicate anche ai procedimenti pendenti. Ne suggerisco la lettura per rendersi conto di quanto potrebbe essere deleterio e pericoloso, soprattutto in casi in cui si chiede separazione per abuso/violenza. Pillon vorrebbe abolire la legge 194 e non ha perso occasione di schierarsi contro la comunità LGBTQI+, ma per fortuna lo scorso aprile è stato condannato in primo grado per diffamazione contro il circolo arcobaleno Omphalos di Perugia, accusato di fare propaganda omosessuale quando invece si occupava di distribuire materiale informativo contro bullismo e omofobia.
Il Ministro dell’Interno invece va avanti col suo tour che neppure Mengoni con l’ultimo disco e nelle sue tappe non manca di lanciare le forze dell’ordine tipo cani arrabbiati a casa della gente per far ritirare gli striscioni di critica e dissenso appesi ai balconi (Salerno e Brembate) o far requisire lo smartphone a una ragazza che con la scusa di una foto gli chiede: «Salvini, non siamo più terroni di merda?!», questo quando non sta sui social a offendere e umiliare, fra gli/le altr*, donne a caso (Laura Boldrini è una delle preferite seppure non disdegna mettere alla mercé di chi lo segue Giulia Pacilli, una ragazza che ha manifestato il proprio dissenso verso l’attuale governo e in particolare verso il ministro con cartelli sarcastici).
Non dobbiamo dare per scontata la nostra – seppure limitata – libertà, perché con manovre più o meno esplicite stanno cercando di sottrarcela. Dobbiamo lottare tenacemente e fare in modo che sempre più persone possano essere tutelate e ottenere nuovi diritti che favoriscano l’autodeterminazione.
Sembra distopico finché non ti rendi conto che quell* defraudat* sei tu.

Il video che ho condiviso è di Clara Campi, stand up comedian milanese.
Nota bene: non sono riuscita a reperire l’autrice o l’autore dell’immagine che ho trovato su Internet. Se sai chi è, me lo diresti per inserire i credits? Grazie!

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