L’ultima edizione del festival “Lo schermo dell’arte” si è tenuta dal 10 al 14 Novembre al Cinema La Compagnia di Firenze. Per il quattordicesimo anno consecutivo si è prodigata nell’abbreviare il divario tra cinema e arte contemporanea. Tra le altre iniziative, nell’ambito del progetto crowdfunding “Artists’ Film Italia Recovery Fund”, è stato presentato “The Pornographer” il corto della regista Beatrice Favaretto.

The Pornographer
“The Pornographer” è stato girato nell’ultimo giorno di riprese di “Oily Fingers”, ultimo lavoro della regista trans femminista Emy Fem, al quale Favaretto ha partecipato come prima operatrice.
Il film rappresenta, quasi nel dettaglio, il punto di vista di un occhio “non pornografico” sull’ambiente del porno. L’autrice infatti era alla sua prima esperienza su un set del genere e – saltando qualunque step intermedio – si è confrontata con la realtà della scena postporno berlinese queer e tendenzialmente “estrema” come pratiche e come concezione di sessualità. La scena finale dell’orgia è ripresa “dal di dentro” e al contempo da una certa distanza, accentuata dall’esasperazione data dal ralenti e dalla deformazione del sonoro originale. L’occhio della camera è confuso da ciò che succede, è angosciato ma scruta trafelato, tratteggiando la dualità dell’autrice: quella di una persona che sta empatizzando ed entrando volontariamente in un mondo che in una certa misura l’ha spaventata e sconvolta. È il germe visivo della curiosità che vince l’iniziale ritrosia, per sviluppare un’indagine “come in uno specchio”.
Il paradosso è che non si vedono dettagli di genitali o di atti sessuali espliciti. Questo potrebbe farci pensare a “Noema” di Scott Stark del quale si era parlato qui: laddove Stark monta dettagli non pornografici di film pornografici, depurando l’intero genere della sua specificità, donando una freddezza chirurgica alle azioni volta a farci riflettere sulle strutture interne della rappresentazione della sessualità, Favaretto partecipa emotivamente all’orgia e più che riflettere sul porno riflette su sé stessa.
L’assenza di organi sessuali è contrappuntata dalla presenza di elementi iconici della pornografia “alternativa” ed estrema: calze a rete, cinture e collari, e poi olio colante, corpi non conformi e un generale senso di “sporcizia” privo di connotati morali. I rantoli e i gemiti, esasperati fino al parossismo ricordano i lavori di Bruce Nauman dentro il suo studio di San Francisco, giunti anch’essi in territori sessualmente espliciti (si pensi a “Bouncing Balls”) con la differenza che in “The Pornographer” è assente la funzione parodistica. Tuttavia l’accentuazione dei gesti e dei movimenti rivela, in effetti, quanto il porno sia “esagerato”, assolvendo una funzione quasi saggistica; ci costringe ad assistere a situazioni estreme lontane (si presume) dalla nostra quotidiana sfera intima senza fornirci l’alibi dell’atto sessuale esplicito che autorizzerebbe a distogliere lo sguardo. In questo le critiche di eccessiva pudicizia, sentite qua e là in sala, non hanno colto nel segno: non è certo la penetrazione esplicita ciò che sconvolge nel porno, tanto è vero che è entrata di diritto anche in molta cinematografia d’autore (Gaspar Noè, per dirne uno).
Differenziandosi dalla pura pornografia nella misura in cui essa cerca di scandalizzare l’altro (o così dovrebbe fare), Favaretto mette in scena il proprio scandalo personale e ci si confronta, in fondo amandolo. E lo fa perché – direbbe PPP – se scandalizzare è un diritto “essere scandalizzati è un piacere”.

Dario Denta
Dario Denta ha studiato Matematica e Filosofia tra Perugia e Firenze. Redattore de “Lo Specchio Scuro”, ha scritto su “Shiva Produzioni – il portale del cinema underground“, “L’Inutile”, “La Chiave di Sophia”, “Ghinea” e “Gli Immoderati”. Conduce il podcast di cinema “Salotto Monogatari”.