“Di perle e cicatrici”: un libro necessario

Di perle e cicatrici” (Edicola Ediciones, 2019) è una raccolta di ritratti che Pedro Lemebel (1952-2015), artista e autore cileno che oggi potrebbe essere definito queer, pubblicò in Cile nel 1998, ma che solo nel 2019 è stato finalmente tradotto in italiano da Silvia Falorni per Edicola Ediciones, casa editrice italo cilena che pubblica narrativa, saggistica e poesia contemporanea italiana e cilena, per creare un ponte fra i due Paesi.

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Edicola Ediciones, una casa editrice garibaldina

«Non puoi non conoscere Lemebel! Per quello di cui ti occupi, devi assolutamente leggerlo!» esclama Paolo Primavera, fondatore di Edicola Ediciones, mettendomi in mano il volume “Di per le e cicatrici”, quando passo a salutarlo alla fiera della piccola e media editoria Più Libri Più Liberi, lo scorso dicembre, a Roma.
È un vero peccato che lo stand sia così defilato: le porte sono aperte verso i corridoi centrali, dove si trovano le case editrici più note, come Bao Publishing, dove trovo Zerocalcare che firma inesorabilmente le copie delle sue graphic novel. Finisce che un evento destinato a dare luce e spazio a chi difficilmente riesce a farsene o trovarlo fra i colossi, si trova all’ombra di nomi che sembrano rappresentativi del mercato medio piccolo, ma che non lo sono o quantomeno lo sono in minima parte.
Così ci si trova a passare davanti al banchetto di Edicola Ediciones per caso, magari coi sacchetti ormai pieni di libri acquistati altrove, o – come me – volontariamente, per salutare persone amiche. Essere messə all’angolo, in disparte, eppure non darsi per vintə e continuare a lottare strenuamente per portare la propria voce nel mondo. Prendere posizione a testa alta.
Questo aneddoto mi pare esemplificativo delle storie raccontate da Lemebel nel suo sagace, crudele e grottesco “Di perle e cicatrici”.

Pedro Lemebel: artista queer e ribelle

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Pedro Lemebel

Nato in un quartiere povero di Santiago, portò sulle sue pagine e nelle sue performance un’attitudine ribelle al sistema oppressivo capitalista, alla dittatura di Augusto Pinochet, al decoro ipocrita della borghesia.
Nelle sue parole non c’è livore fine a sé stesso o il rancore di una persona che biasima dall’alto di un pulpito. Lemebel ebbe la merda fino sopra ai capelli. Lo capisci da quanto è coinvolto e passionale nel raccontare ferocemente persone, luoghi e comportamenti un Paese intero, il Cile, che sembra conoscere così profondamente.
Veniva dalla povertà, fu licenziato dall’istituto nel quale insegnava perché omosessuale, fu genuinamente di sinistra, credette alle istanze del governo di Allende, catastroficamente abbattuto col colpo di Stato dell’esercito e della polizia nazionale e avallato dagli USA.
Mi ha colpito particolarmente leggere che nel 1986 entrò in modo dirompente a disturbare un convegno di gruppi della sinistra cilena riuniti contro il regime di Pinochet: tacchi alti, il volto truccato col disegno di una enorme falce e martello, un corpetto a rete e i guanti lunghi.
Lesse ad alta voce il suo manifesto “Hablo por mi diferencia” (“Parlo per la mia diversità“) nel quale criticava e denunciava l’omofobia nella sinistra.

«[…] Mi fa schifo l’ingiustizia
E diffido di questo balletto democratico
Ma non mi parlate del proletariato
Perché essere povero e frocio è peggio
Bisogna essere tosti per sopportarlo […]»

Tratto dal manifesto di Lemebel “Parlo per la mia diversità”

“Di perle e cicatrici”: settanta cronache cilene

Lemebel non usa parole concilianti eppure la sua tenerezza riverbera quando racconta del giovane appena uscito di prigione (in “Soli all’alba”).  Dapprima guardingo e intimorito in una notte che sembra in agguato, resta sorpreso dal fatto che il ragazzo lo abbia riconosciuto dalla voce.
Le cronache che leggiamo, infatti, sono la raccolta dei testi che Pedro Lemebel scrisse e lesse durante il programma radio Cancionero, che andava in onda su Radio Tierra.
Diverte con l’aneddoto di Rosita Show, travesti del Circo Timoteo (“Il compleanno del Riccone Polveriera”). Commuove quando ricorda amaramente il suo compagno di scuola bullizzato e per questo a lui così vicino (“La storia di Margarito”).

«Forse, questo episodio che in qualche occasione ha riconosciuto pubblicamente, rende più digeribile il suo insopportabile circo, ma non basta per la Via Crucis della Telethon. Quella odiosa serie televisiva di disabili che gattonano affinché la Coca Cola gli lanci una sedia a rotelle. Non basta l’emozione collettiva, né l’onestà delle cristiane intenzioni, né il sentimento di pietà per giustificare l’umiliazione mascherata da collettiva solidale. Non basta l’immagine del presentatore, come una vergine obesa con il bebè paraplegico fra le braccia, facendo pubblicità all’impresa privata con un problema di salute e riabilitazione che appartiene allo Stato. Con questo grande gesto telethonico, il paese si commuove, si imbonisce, si ammansiscono le richieste rabbiose.»

Tratto da “Don Francisco” (La vergine obesa della TV), da “Di perle e cicatrici”,
Pedro Lemebel (Edicola Ediciones, 2019)

Lo squarcio verticale del Sud America

“Di perle e cicatrici” descrive un Cile in contraddizione: povero e con l’aspirazione di essere yankee. Disegna dal vero un Paese che, appena uscito dalla catastrofe pinochista, resta ingolfato nell’iniquità di classe. Ritrae persone fuggite dalla dittatura che – una volta tornate a casa – sono estranee e straniere, così influenzate dalla cultura europea, snob e distante.
Lemebel racconta tutto e tuttə stando dalla parte di chi lotta, di chi sa cosa significa subire e nonostante tutto non si arrende.

Leggere “Di perle e cicatrici”, conoscere Pedro Lemebel, è stato fondamentale per capire ancora meglio quanto la letteratura e l’arte siano strumenti di consapevolezza e, si spera, di rivolta e cambiamento.

Claudia Ska

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