Putitalks – Intervista ad Anneke Necro: Covid-19, porno e discorsi neo-igienisti in Spagna

Putitalk è una serie di interviste realizzata su Instagram da Giulia Zollino tra la fine di marzo e la metà di maggio 2020 in cui ha ospitato sex worker e alleate per condividere la situazione lavorativa e sociale durante la pandemia da Coronavirus nei propri Paesi. Le interviste sono disponibili in versione video in lingua originale sottotitolata in italiano nella InstagramTV di Giulia, con la quale abbiamo deciso di rendere disponibili le chiacchierate anche in forma testuale, per permettere una fruizione a tutto tondo del suo progetto.
Oggi proponiamo  quella ad Anneke Nekro (Spagna), dominatrice, regista e performer porno, che fa parte del Sindacato delle/dei sex workers OTRAS, nato nel 2018. ⁣

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putitalk – Giulia Zollino intervista Anneke Necro

GIULIA: Ciao, come stai?
ANNEKE: Molto bene e tu?
G: Bene. Grazie per essere qui. Sono davvero molto contenta di parlare con te.
A: Anch’io.
G: Per prima cosa ti chiederei di presentarti anche se probabilmente molte delle persone che ci stanno seguendo ti conoscono già.
A: Sono Anneke Necro. Sono una performer e una regista porno. Sono un’attivista del Deseo Disidente e lavoro anche come dominatrice.

G: Giovedì scorso abbiamo parlato con Linda [Porn] di ciò che sta accadendo alle lavoratrici e ai lavoratori sessuali in Spagna, mentre oggi con te approfondiremo altri temi. Parleremo del porno ma anche di come si stia strumentalizzando il Covid-19 per stigmatizzare ulteriormente i lavoratori e le lavoratrici sessuali. Per cominciare vorrei chiederti di raccontare che cos’è il sindacato “Otras” siccome so che anche tu ne fai parte. Quando è nato e che cosa state facendo in questo momento per sostenere le compagne?
A: “Otras” è un sindacato di lavoratrici sessuali, come indica il nome. Siamo un insieme di lavoratrici provenienti da diversi settori del lavoro sessuale che lottano per ottenere diritti lavorativi. Ogni settore del lavoro sessuale presenta necessità diverse – chiaramente i bisogni delle persone che esercitano la prostituzione non sono gli stessi di chi lavora nel porno – ciononostante siamo tutte parte del settore del lavoro sessuale e lottiamo insieme per poter conquistare diritti per tutte. Prima di tutto vogliamo essere riconosciute come lavoratrici perché ancora oggi questo riconoscimento non esiste, non lo abbiamo. Proprio in questo momento siamo in attesa di sapere se la giustizia approverà o meno il sindacato. In un primo momento infatti ci è stato approvato tutto, il sindacato si è potuto costituire e ha assunto forma giuridica, finché non si è presentato un problema con la giustizia, che impedisce che la prostituzione per terzi sia approvata, poiché la considera alla stregua della tratta di persone. Il problema è che si continua a confondere la tratta di persone con il lavoro sessuale e le persone continuano a credere che qualsiasi forma di prostituzione e lavoro sessuale siano in realtà tratta di esseri umani. È assurdo, ma succede.

G: E ora cosa state facendo? C’è una campagna per raccogliere fondi, no?
A: Sì, stiamo organizzando dei corsi di telelavoro sessuale visto che ora molte colleghe si sono viste obbligate a cominciare a lavorare in forma telematica. Normalmente lavorano con i clienti nei club, in strada o in appartamento o in forma autonoma e chiaramente questo adesso non si può fare data la situazione legata al Covid-19. Dal momento che molte non hanno dimestichezza con il lavoro online, a differenza di noi performer, che siamo abituate ad utilizzare i social network e le tecnologie per la produzione e la vendita dei nostri contenuti. Così abbiamo organizzato un corso e una guida, affinché le persone interessate possano cominciare ad aprire un canale di vendita come Onlyfans, Manyvids o qualsiasi altro sito. In più c’è un GoFundMe, una raccolta di denaro, per sostenere le lavoratrici che si trovano in una situazione particolarmente difficile. Perché è vero che tutte stiamo affrontando un momento orribile e tutte ci troviamo in una condizione di vulnerabilità, ma è anche vero che ci sono alcune colleghe che in questo momento si trovano prive di qualsiasi entrata economica, così questo denaro serve ad acquistare cibo, pagare l’alloggio, ecc.

G: La settimana scorsa Linda [Porn] ci ha parlato delle misure prese dal governo cosiddetto “femminista”. Sarebbe altrettanto interessante parlare con te della rappresentazione diffusa dai media. Stanno parlando della situazione dei lavoratori e delle lavoratrici sessuali? E soprattutto che tipo di rappresentazione stanno proponendo?
A: Le misure di supporto economico messe in atto dal governo sono…. be’, potrei passare un giorno intero a parlare dell’assurdità e delle cose vergognose che sono state fatte. Sostanzialmente i sussidi sono inesistenti perché non vanno direttamente alle lavoratrici, ma vengono distribuite a una serie di associazioni che sono per la maggioranza abolizioniste e che si occupano di tratta di esseri umani, fenomeno che – ripeto – non ha nulla a che vedere con il lavoro sessuale. Quindi se hai bisogno di queste misure di supporto devi per forza rivolgerti a queste associazioni, che molto probabilmente ti risponderanno che ancora non sanno come funziona, che il governo non ha ancora dato indicazioni chiare e così via. Però in ogni caso è a loro che devi rivolgerti e sono loro a valutare se hai diritto ad accedere ai questi sussidi. Inoltre, non sappiamo ancora a quanto ammontino questi sussidi, se è una somma che viene erogata una tantum o durante un arco di tempo definito… è davvero ridicolo e non ha senso. È chiaro che tutto questo lo stanno facendo per ripulirsi l’immagine visto tutto ciò che sta accadendo intorno al tema del Coronavirus. Sulla stampa sono uscite delle notizie (e continuano a uscire), delle cose talmente vergognose che inizialmente avevo persino paura di andare su internet perché sapevo che mi sarei incazzata, come se non bastasse già la mia situazione personale. Nelle rappresentazioni offerte dai media ho potuto osservare chiaramente due tendenze. Prima di tutto una feticizzazione della povertà. Inizialmente si è parlato del lavoro sessuale come di un veicolo di espansione e trasmissione del virus. Infatti, qualcun* ha addirittura utilizzato la parola “abolovirus” su cui ora sorrido, ma quando l’ho vista per la prima volta volevo morire e davvero non potevo crederci. Sono espressioni e testi che ricordano molto la teoria igienista del XIX secolo, che portò alla creazione di una serie di leggi di contrasto al lavoro sessuale che si riteneva fonte di diffusione di malattie come la sifilide e la gonorrea, che anticamente erano considerate come… insomma avevi un serio problema se contraevi una di queste malattie. Quindi si attribuiva al lavoro sessuale e alla presenza delle prostitute nelle strade l’origine di queste malattie che si stavano diffondendo. Così si decise di regolamentare la prostituzione, istituendo i bordelli. Le prostitute furono trasferite dalle case e dalle strade dove lavoravano e portate nei bordelli, dove erano costantemente controllate dalla polizia dichiaratamente ai fini della sicurezza delle prostitute stesse e della popolazione. Dunque, ora stiamo assistendo al ritorno di questo discorso, ora connesso al Coronavirus, da parte di persone preoccupate che le donne svolgano lavoro sessuale perché le considerano fonte di infezione. E riguardo al termine “abolovirus”, che dire, come si può parlare di un virus che sta uccidendo tantissime persone in tutto il mondo come di un alleato?

G: E chi ha utilizzato per la prima volta questa parola?
A: L’ho trovata per la prima volta in un testo di… ora non mi viene in mente il suo nome… ah, sì! In un testo di Mabel Lozano che è una ex presentatrice e attrice. Tra l’altro è curioso perché proprio lei, quando era giovane, era apparsa in diverse pubblicazioni erotiche. Comunque, ora è abolizionista e ha pubblicato sul quotidiano Público questo articolo che è semplicemente penoso. A partire da quell’articolo altri personaggi famosi come Leticia Dolera, anch’essa attrice molto conosciuta in Spagna e femminista hanno dato eco al termine “abolovirus”, sono circolate molte battute, scherzi e cose così.

G: Tu hai parlato proprio di questo in un articolo di “El Salto” definendolo “movimento neo-igienista”. È effettivamente questo che emerge dai media, che stanno utilizzando la paura del virus per stigmatizzare ancora di più le lavoratrici?
A: Sì, inizialmente hanno creato questo tipo di articoli che rappresentano il lavoro sessuale come una fonte di infezione, poi chiaramente si sono sollevate molte voci contro questa rappresentazione, incluse voci provenienti dallo stesso movimento abolizionista che hanno richiamato l’attenzione su come si fosse oltrepassato il limite con questo tipo di discorso. Poi, grazie anche al lancio della nostra prima campagna su GoFundMe, che è andata molto bene, e ora della seconda ed essendoci noi messe in moto sostenendoci a vicenda, tra performer, il discorso dei media si è assestato su un altro livello, quello della feticizzazione del dramma [con discorsi come]: «Queste povere donne hanno bisogno di aiuto per riscattarsi, questa situazione è la prova che il lavoro sessuale e la prostituzione sono un male le donne sono completamente indifese».
E non è così.
Noi siamo svantaggiate e indifese proprio perché non siamo riconosciute come lavoratrici. Se io fossi riconosciuta come tale ora avrei la possibilità di chiedere un sussidio proprio come lo sta facendo la mia vicina di casa o chi altro. È tutto molto ridicolo. Tra l’altro le donne che oggi si trovano in condizioni di maggiore vulnerabilità sono proprio le donne migranti ed è chiaro che il problema qui non è la prostituzione ma piuttosto le leggi sull’immigrazione che provocano questa situazione di vulnerabilità.

G: Con Linda abbiamo parlato molto della legge sull’immigrazione e delle vittime di tratta. Dal momento che tu lavori nell’industria del porno come regista e performer sarebbe molto interessante approfondire meglio questo settore. E quindi ti chiedo – in particolare per le persone che non lo sanno – se questo settore è regolamentato e se le performer hanno qualche forma di diritti e tutele oppure se tutto sta nelle mani delle poche imprese più potenti.
A: Nel porno, al pari degli altri settori del lavoro sessuale, non siamo considerate lavoratrici. Non c’è alcun contratto collettivo e non c’è alcuna regolamentazione quindi si deve sperare che le persone che ti danno un incarico o che ti “contrattano senza contratto” possano darti le garanzie e le condizioni necessarie per lavorare. Già in presenza di un contratto collettivo non è scontato che le grandi imprese lo rispettino. Nel caso del porno, dove il contratto collettivo non esiste, non c’è un salario minimo né alcuna regolamentazione dell’orario di lavoro o degli straordinari. Capita di lavorare anche dodici ore al giorno e si tratta di un lavoro fisico molto impegnativo. Fare dodici ore di riprese porno non è per niente facile, ma tutte le ore vengono pagate come se si trattasse di sessioni di riprese da tre ore, il che non compensa assolutamente lo sforzo. In più non ci sono le royalties come nel cinema tradizionale e nella pubblicità. Se ti capita un incidente sul lavoro, se per esempio ti rompi un braccio facendo una posizione strana o qualsiasi cosa ti capiti durante le riprese nessuno ti risarcisce, sono fatti tuoi.

G: E adesso come è cambiato il settore del porno? Cosa sta succedendo? Puoi raccontarci quale impatto ha avuto la pandemia su questo settore? Puoi dirci per esempio se si stanno producendo nuovi contenuti legati al tema Covid-19 o se le imprese stanno sostenendo le lavoratrici?
A: Il settore sta cambiando. Di fatto io immagino due possibili scenari che ora vi spiego. Il settore sta cambiando perché si sono fermate tutte le riprese. Chiaramente non si può e non si dovrebbe girare in questo momento. Come vi dicevo vedo due scenari che possono realizzarsi. Uno di questi è che l’industria cambi perché con il fermo delle riprese la maggior parte dei e delle performer stanno realizzando delle autoproduzioni per vendere il proprio contenuto su piattaforme come Onlyfans o Manyvids ecc. Ci stiamo accorgendo che è più conveniente lavorare in forma autonoma, perché alla fine produci il contenuto che desideri, nel modo che preferisci, perciò guadagni di più che lavorando per una casa di produzione, perché ora le case di produzione servono principalmente a darti visibilità. Partecipare a una grande produzione con attori e attrici importanti dà visibilità, è evidente. Si consideri che qui in Spagna, a seguito di un caso di Hiv che poi risultò essere falso ma che comunque mise tutta l’industria in una situazione molto negativa e fermato tutte le riprese, qualcuno ha deciso – perché nel porno tutto si decide così, non si sa mai chi effettivamente ha preso la decisione – che per girare ci si deve sottoporre ad alcuni esami come la PCR, dei test per le ITS (Infezioni Trasmissibili Sessualmente ). Il problema è questi test qui in Spagna costano circa 120 euro, quindi se vuoi prendere parte alle riprese sei obbligato ad assumerti questa spesa a fronte di un guadagno totale di 300/400 euro. Chiaramente non quadrano i conti. Se hai la fortuna di avere delle riprese a cadenza ravvicinata puoi ammortizzare la spesa dei test su due riprese, ma nella maggioranza dei casi non è così. In genere hai una ripresa al mese, al massimo due. Così rischi che la validità del test scada – infatti devi presentare un test fatto da una settimana o al massimo dieci giorni – e, quando questo scade, devi pagare per un altro test. Le case di produzione non intendono assumersi queste spese né aumentare i compensi. Tutto questo rende molto difficile continuare a volere lavorare per queste produzioni. Per questo le persone si stanno accorgendo che è meglio lavorare da soli. Che altro? Credo che come effetto della pandemia le produzioni potrebbero cominciare a pagare di più, ma potrebbe anche accadere che per disperazione e necessità di trovare riprese, le lavoratrici e i lavoratori del porno comincino ad accettare condizioni peggiori. Io spero nella prima ipotesi, ossia che davvero si possa iniziare a fare pressione sulle imprese di produzione affinché comprendano che una performer autonoma che fa quattro video alla settimana da casa insieme alle amiche e al/alla partner e li vende sulla propria piattaforma può guadagnare il doppio di quello che una produzione è disposta a pagare per una sola scena che richiede molto lavoro, che oltretutto continuerà a girare e a far guadagnare moltissimi soldi è  [alla produzione, ndr] perché con il passare degli anni…
G: … la produzione continua a guadagnare mentre i performer no.
A: Esatto, quindi non ha senso.

G: Ci sono delle case di produzione che stanno offrendo sostegno alle lavoratrici ad esempio attraverso donazioni di denaro al vostro crowdfunding?
A: Non molte. Non ne sono sicura, perché non ho controllato, ma credo che solo una casa di produzione abbia detto realmente qualcosa. Però – considerato come tutte qui abbiamo lavorato per questa impresa nel corso degli anni – non si può considerare un sostegno concreto. In generale dunque no, arrivano però proposte da produzioni che propongono di comprare le tue riprese, ma a un prezzo svantaggioso. In fin dei conti vogliono fare business.

G: Oltre al porno come credi che sia cambiato in generale il settore del lavoro sessuale? Ci saranno persone che torneranno a lavorare in strada e nei club oppure si sposterà al lavoro online?
A: Non tutt* possono passare all’online. Per esempio io, come performer, preferisco lavorare online perché posso creare i miei contenuti e diffonderli come e dove voglio. Ma come dominatrice guadagnerei molto meno facendolo online. È meglio di persona perché alla fine è ciò che i clienti cercano, vogliono stare con te e non con uno schermo. Io credo che si tornerà a lavorare per strada, nei club, a casa o in qualsiasi luogo. Prevedo che le misure di sicurezza aumenteranno e spero che aumentino i prezzi dei servizi perché lavorando si corre un rischio. C’è un altro aspetto da considerare sul quale si è discusso anche con alcuni clienti, ossia che noi lavoratrici abbiamo passato momenti molto difficili durante gli ultimi mesi perché non abbiamo ricevuto nessun tipo di sostegno da parte del governo e non possiamo accedere all’ERTE (Expediente de Regulación Temporal de Empleo), ma come noi anche molti clienti si trovano in una condizione economica difficile. Chiaramente noi lavoratrici dobbiamo recuperare tutto il tempo perso, quindi non abbasseremo i prezzi. Credo che sarebbe assurdo farlo adesso, proprio ora che dovremmo iniziare a valorizzare il nostro lavoro. In tutto questo l’unico aspetto positivo è che è emerso con chiarezza che noi lavoratrici sessuali siamo state completamente abbandonate e che dobbiamo lottare per ottenere diritti. Non possiamo aspettare altro tempo, non possiamo attendere una nuova pandemia perché questo cambi.

G: L’altro giorno ho chiesto alle/ai mie/miei follower se avessero domande da rivolgerti e ne ho annotate un paio: come hai iniziato a lavorare come regista e quali sono secondo te i miti legati all’industria del porno che dovremmo demitizzare?
A: Ho cominciato a lavorare nel porno direttamente come regista. Ho riflettuto a lungo sull’opportunità di entrare o meno nell’industria del porno perché mi piaceva e mi sembrava un lavoro interessante ma non trovavo nessuna produzione che mi piacesse. Non vedevo niente in cui potessi identificarmi e sentirmi a mio agio, così ho deciso di iniziare da sola e in quel momento ho incontrato una persona che voleva lavorare con me e con la quale ho creato una piccola casa di produzione. La cosa però non andò bene, ma da lì cominciai a lavorare con altre produzioni e, siccome avevo già iniziato da sola a costruire una mia estetica, le persone che mi contattavano erano abbastanza affini alla mia linea. Quindi dopo alcuni anni ho aperto una mia casa di produzione chiamata Mantis Lab e poi ho iniziato a collaborare anche con altre produzioni. In realtà ho lavorato poco per altre produzioni, quasi tutto quello che è uscito l’ho prodotto io stessa perché raramente mi sono trovata bene con altr*; mi costa molta fatica lavorare per altre persone. Mi piace avere tutto sotto controllo e quando mi trovo a lavorare in un posto dove non posso farlo non mi piace.

G: Quali raccomandazioni daresti a chi desidera cominciare a dirigere, vista la situazione e sulla base della tua conoscenza dell’industria del porno?
A: Uh! Non è facile, non è per niente un mondo semplice. Per cominciare vorrei dire che se c’è qualcun* che vuole entrare nell’industria del porno perché crede che siano soldi facili, sappia che non è così, né come performer né tantomeno come regista. La verità è che di fatto per una regista il lavoro consiste in tante notti senza dormire e tante preoccupazioni per guadagnare pochissimo. È molto complicato, per farlo hai bisogno di avere già molti soldi. Se sei una persona che ha molta disponibilità di denaro e vuole spenderne molto, avanti, il porno fa per te. Ma se vuoi farlo con l’idea di guadagnare, sappi che è molto complicato, specialmente se hai l’intenzione di fare un tipo di porno un po’ diverso. Ma in questo momento anche l’industria del porno mainstream è completamente rovinata. Ci sono moltissime imprese che hanno chiuso o sono state acquistate da giganti del porno. Perché di fatto il settore del porno è in mano a un paio di imprese. Noi vediamo molti nomi di produzioni diversi ma in realtà si tratta sempre della stessa grande impresa che è MindGeek e di alcune imprese dell’Est Europa. Poi ci sono le piccole produzioni come noi ma è davvero molto difficile sopravvivere e ci sono molte cose da considerare. In più ora è diventato di moda girare porno per molte persone che vengono dal cinema tradizionale e che credono che girare un porno sia la stessa cosa che girare una pubblicità, o addirittura sono convint* che girare porno sia più semplice perché pensano: bene, metto lì due persone a fare sesso ed è fatta! Invece per girare il porno bisogna prendere in considerazione tantissime cose, tantissime! Prima di tutto hai una responsabilità enorme nei confronti delle persone che stanno lavorando per te. È una responsabilità gigante come le grane a cui puoi andare incontro se qualcosa va storto. Ecco, questo è importante tenerlo presente.

G: L’altra domanda era proprio quali fossero i miti legati all’industria del porno. E questo è uno di questi miti, no? Si crede che sia facile, però non è così. In più c’è da considerare anche lo stigma legato a questo settore, che tu voglia fare la regista o la performer devi considerare che ti stai esponendo e devi pensarci molto bene.
A: Certo, è una responsabilità. Io credo che i grandi miti del porno siano che sono soldi facili, e non lo sono, né tantomeno sono soldi veloci nel senso che nel migliore dei casi facendo un paio di scene si guadagna come quanto in un mese di lavoro da cameriera, nel mio caso effettivamente è stato così però non è facile posso garantirlo. E non è rapido perché se prima poteva essere più frequente avere diverse scene e riprese consecutive ora è tutto un disastro. Poi c’è il tema del glamour legato al porno. Tutti credono che chi lavora nel porno sia gente ricca, con belle macchine, con case con la piscina e non è vero. Questa rappresentazione glamour del porno per la quale si crede che si guadagni un sacco di soldi e che si abbia uno stile di vita altissimo, è legata a ciò che accadeva negli anni ’80 e ’90, che furono un’epoca nella quale realmente per una scena si poteva guadagnare una fortuna perché nel porno si veniva pagat* molto bene. Ora non è più così, dal momento in cui il porno ha cominciato a essere gratis e con l’arrivo del porno amatoriale tutto questo benessere è sparito. Ma soprattutto non lavoriamo tutti i giorni, mentre la gente crede che ogni giorno abbiamo delle riprese, magari! Se ogni giorno ci fosse una ripresa sicuramente vivrei molto bene ma la realtà è che abbiamo solo un paio di riprese al mese, tre se si ha molta fortuna.

G: Ci sono anche molte persone che svolgono contemporaneamente attività diverse all’interno del settore del lavoro sessuale, per esempio non fanno solo porno ma fanno anche cam o lavorano come dominatrici, insomma non fanno solo porno.
A: È impossibile vivere esclusivamente di porno, questo vale sia per la regia sia per chi lavora nel team tecnico. Una persona addetta alle riprese per il porno non lavora esclusivamente nel porno. Oggi fa un film porno e domani magari fa una pubblicità di detersivo ma certamente non vive solo di porno.

G: La repressione messa in atto dal governo spagnolo ha qualche impatto sul tuo lavoro e, se sì, quale?
A: Che un governo che si dichiara femminista stia attuando politiche abolizioniste rappresenta un problema e ci trasmette la sensazione che siano in arrivo tempi oscuri per tutte noi. Le politiche abolizioniste implicano repressione, controllo poliziesco, multe, comportano una perdita di lavoro, crollo dei prezzi e instabilità generale per il nostro settore. Come per esempio sta accadendo in Francia [modello nordico], dove le persone che in questo momento esercitano lavoro sessuale vengono rapinate, perseguite dalla polizia, aggredite da presunti clienti che in realtà non sono clienti ma rapinatori. Molte ragazze stanno morendo perché chiaramente per lavorare hanno bisogno di spostarsi in luoghi più appartati e lontani dalla città dove non c’è vigilanza. Questo contribuisce a rinforzare lo stigma che riproduce la rappresentazione – al pari del discorso igienista di cui parlavamo prima – della persona che svolge lavoro sessuale che deve nascondersi dal resto della Società. Si sa perfettamente che il lavoro sessuale non smetterà di essere esercitato, che sia per mancanza di opportunità o perché realmente lo si vuole svolgere. Recentemente ho avuto una discussione con una persona di tale orientamento a cui chiedevo di immaginare che ora si instaurasse un governo abolizionista e che, ciononostante, io desiderassi continuare a lavorare perché lavoro nel porno e desidero andare avanti. La sua risposta è stata che dovrei smettere di lavorare, perché – siccome i clienti diventerebbero perseguibili, e anche io sarei passibile di sanzioni – continuare a lavorare sarebbe economicamente insostenibile. Ne parlava come se si trattasse di una grande soluzione, del tipo: «ti tireremo fuori di lì!». Io sono rimasta scioccata da questa affermazione e spaventata al pensiero che davvero si creda che la soluzione sia che nel mio luogo di lavoro entri la polizia, sia multare me e i miei clienti. Soprattutto mi spaventa che si rimetta la questione nelle mani della polizia che non è nostra amica e non lo è mai stata. La polizia non viene da te per riscattarti e non avrà un’attitudine amichevole, al contrario avrà un atteggiamento repressivo, come lo ha nei confronti della maggior parte delle persone e dunque un atteggiamento pericoloso. Chiaramente questo spaventa.

G: C’è un commento in italiano di F. che dice: «Io credo che un lavoratore o una lavoratrice sessuale si debba assumere la stessa responsabilità che si assume una qualsiasi cassiera di supermercato. Perché non considerare il suo un lavoro essenziale per la comunità?».
A: Io non credo che il lavoro sessuale sia un lavoro essenziale. Io considero il [servizio del] lavoro sessuale un lusso. Non è essenziale partecipare a una sessione con una dominatrice, non è necessario usufruire dei servizi di una prostituta, non è necessario andare in un club di striptease né guardare un film porno. Non succede nulla, non si muore se non si consuma sesso in una di queste forme. Per me è un lusso al pari di quando ho voglia di andare a una SPA o di rilassarmi o di andare al ristorante a mangiare qualcosa di speciale. È un lusso, è divertimento, è piacere. In fin dei conti è un lusso e deve essere pagato. Ma il fatto che per chi ne usufruisce il servizio rappresenti un lusso e uno svago non significa che per chi lo esercita non sia un lavoro. Perché a un cuoco prestigioso come Ferran Adrià o simili non diresti mai che non può lavorare e non ha i diritti di un lavoratore perché non produce un servizio essenziale o un bene di prima necessità.

G: C’è un’ultima domanda. Meglio la legalizzazione, la decriminalizzazione o entrambe?
A: La regolarizzazione è già avvenuta in altri paesi e si è trattato di una regolarizzazione da parte dello Stato e secondo gli interessi dello Stato. Si è regolarizzato pensando agli interessi degli impresari e dei proprietari dei bordelli, degli appartamenti [dove si esercita il lavoro sessuale]. Questo non porta benefici alle persone che esercitano il lavoro sessuale, noi invece vogliamo la decriminalizzazione e che ci venga riconosciuto lo status di lavoratrici per organizzarci attraverso i sindacati e lavorare insieme per ottenere leggi che ci tutelino, nonché un contratto collettivo specifico per ogni settore del lavoro sessuale.
G: Dove possiamo seguirti?
A: Su Instagram sono @annekenecroforever oppure potete trovarmi su Twitter dove ho due account: uno dedicato all’attivismo che è @annekenecro e l’altro dedicato al BDSM e al lavoro, cioè @imperatrixanneke.

G: Adesso ti chiedono come si coniuga una relazione sentimentale con il lavoro sessuale.
A: Per me funziona bene, ma solo perché sono stata molto fortunata. Purtroppo non è la norma, perché allo stigma del lavoro sessuale si aggiunge anche un pregiudizio molto forte verso le lavoratrici perché si crede siano disposte ad andare a letto con chiunque e in qualunque forma, poi c’è l’ideale dell’amore romantico che di per sé è negativo. Tutte questi fattori fanno sì che avere una relazione sia molto complicato. L’ho constatato con i miei occhi e attraverso l’esperienza di molte colleghe che hanno diversi problemi o proprio non hanno relazioni. Di nuovo, non è il mio caso perché sono stata fortunata, ma è quello che succede.

G: Anche OTRAS è su Instagram?
A: Sì. Sia su Instagram che su Twitter come @otrassindicato.
G: Grazie mille, credo che sia stato molto utile e vedo che molte persone hanno scritto di avere imparato tanto grazie a te.
A: Mi fa molto piacere.
G: Grazie davvero!
A: Grazie a te per avermi ospitata qui, mi ha fatto tanto piacere.
G: Grazie, un bacio.

Giulia Zollino si è laureata in antropologia ed è un’operatrice di strada nonché un’educatrice sessuale. Su Instagram cura un profilo in cui racconta la sua professione con ironia e disincanto per informare e aiutare a de-stigmatizzare il lavoro sessuale.

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