Sesso da paura – Psyco

Car* amic* della paurissima e di quel brividino che è sia del terrore che dell’eccitazione, bentornat*!
Dopo una meritata pausa estiva, riprendiamo in pompa magna la rubrichetta di agit-porn che vi recenzospiega film che probabilmente avete già visto, ma ve li fa rivalutare in chiave poVno. È davvero necessario, vi chiederete voi? Certo che lo è, perché il sesso è ovunque, anche al cinema, car* amic* miei (scusate, ultimamente ho esagerato con “Io, professione mitomane“).

Per ricominciare davvero alla grande andiamo a scomodare da subito i mostri sacri: “Psyco“, di Alfred Hitchcock, film del 1960 con Janet Leigh e Anthony Perkins, non ha bisogno di presentazioni né di sciorinate di sorta. Su questa pellicola è stato detto ed è stato fatto tutto, ed è già ampiamente consacrata nell’olimpo della cinematografia.

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“Psyco” A. Hitchcock, 1960

Breve riassunto della trama (con SPOILERONE!), per chi fosse digiun* di questioni di film che hanno fatto la storia (sì, vi sto giudicando): Marion Crane, in fuga con una valigia piena di soldi rubati dall’agenzia immobiliare in cui lavora, si ferma per la notte al “Bates Motel”. Mala tempora currunt  per la giovane, che non fa in tempo a pentirsi e tragicamente perisce, accoltellata da una losca figura femminile che si scorge appena da dietro la tenda della doccia. La scomparsa di Marion mette in allerta la sorella Lila Crane, il suo amante Sam Loomis e l’investigatore privato Milton Arbogast, che decidono di ripercorrerne le tracce, arrivando ben presto al Bates Motel e al suo gestore Norman Bates, proprietario della struttura, che vive con la madre, un’anziana arcigna e inferma che non abbandona mai la propria camera da letto.

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“Psyco”, A. Hitchcock, 1960

Il tema di “Psyco” è quello della doppia identità e dei risvolti criminali del grande disagio che si cela dietro l’impossibilità di esprimere sé stessi. Norman e sua madre (al momento dei fatti narrati nel film già morta suicida da 10 anni) sono infatti la stessa persona e non si tarda a rendersene conto: il figlio, giovane ed effemminato, fa rivivere la propria figura femminile di riferimento attraverso il cross-dressing, incapace di accettare la propria identità “doppia” e finendo per sfogare il proprio odio misogino giustificandosi con le sembianze di una crudele e dispotica mamma totalizzante.

In altre parole, siamo davanti al ritratto della presunta e terribile omosessualità di un giovane timido e schivo, che non può rinunciare a vestirsi da donna, uccidere altre donne e litigare con lo scheletro della madre rinchiuso in una soffitta. Uno scenario tirato agli estremi dello stereotipo queer?
Proviamo ad ammorbidirlo.

Nel 1960, quando “Psyco” uscì nelle sale, riscosse un enorme successo al botteghino (Hitchcock vendette la propria casa per produrlo, convinto della bontà del prodotto) e donò al pubblico un iconico Perkins, nel ruolo del maniaco omicida Norman Bates. Il film era spaventoso, ricco di colpi di scena, al cinema faceva saltare sulla sedia lo spettatore che, figlio dell’America di quegli anni, non aspettava altro che un anti-eroe con tutte le caratteristiche del mostro, che però poteva essere incarnato dal vicino di casa, da qualcuno che avrebbe potuto incontrare ogni giorno per strada: un giovane dall’aspetto gentile ma terribilmente “deviato” dal vizio sessuale e dall’incertezza sulla propria identità di genere. Non uomo e non donna, Bates fu il simbolo di tutti quei serial killer che terrorizzarono gli Stati Uniti in quegli anni e delle cui atrocità legate al sesso e alla mutilazione dei corpi la stampa fece un’ignobile bandiera (primo fra tutti il tristemente noto Ed Gein).

“Psyco” non è un film che parla di sessualità, è un film che parla di patologie mentali, in particolare di schizofrenia: l’omosessualità di Bates è un sottinteso legato alla sua passione per il cross-dressing. Tuttavia questi aspetti della sua personalità hanno contribuito a renderlo più temibile e pericoloso.
Perché?

Viene da rispondersi che negli anni ’60 la mentalità fosse ben diversa e l’identità di genere fosse un terreno totalmente inesplorato, sconosciuto e quindi temuto. Oggi elementi come l’omossesualità, il cross-dressing o l’identità transgender non influirebbero affatto sul giudizio sociale dato ad un serial killer, figuriamoci a una persona che non si macchia di nessuna colpa. Am I right?

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Ciro e Maria Paola, vittime di transfobia, 2020

No, non sono per niente right. E non serve scomodare il cinema dell’oltreoceano per saperlo. La vicenda di Maria Paola, colpevole di essere in una relazione con un uomo transgender e uccisa pochi giorni fa dal fratello che ha speronato la moto su cui viaggiava con il fidanzato Ciro, rende ben chiaro il punto a cui siamo: siamo ancora fermi alla paura di Norman Bates, il “diverso”, che ci accoltella alle spalle mentre siamo sotto la doccia, con i suoi vestiti che non si abbinano ai suoi organi genitali, che di giorno è una persona per bene e di notte si trasforma in un pericoloso assassino.

Sentirsi progrediti non significa esserlo, se ancora è necessario sottostare alle superstizioni di una cultura che divide gli esseri umani in due schieramenti usando un codice binario ottuso, basato sui cromosomi che ci vengono affibbiati dal caso. “Psyco” è la società che nel 2020 non riesce a chiamare un uomo con il suo nome, che lo umilia con il suo dead name e che costringe una persona distrutta, vittima di una terribile tragedia, a dover dire al mondo “Maria Paola mi amava come uomo”. Addirittura a difendersi da associazioni che si fregiano di tutelare i diritti delle persone omosessuali e poi si arrestano, in preda al pregiudizio più becero, davanti a tragedie come questa, a tragedie come tante altre che ogni giorno coinvolgono la comunità transgender, che ancora vive nella spaventosa casa sulla collina, con lo scheletro della madre in soffitta e ammazza le sfortunate e graziose avventrici.

Da film come “Psyco” dobbiamo ancora imparare, ed è per questo che esistono capolavori di questo calibro: per non dimenticare.

Stefania Ratzingeer

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